Fico della Mirandola

  • IL 25 APRILE IN Re(minore)

    A Mirandola il 25 aprile non lo hanno abolito. No, sarebbe stato volgare, scoperto, quasi onesto. A Mirandola hanno fatto di meglio: lo hanno lasciato formalmente in piedi, come una delle colonnine del monumento ai Martiri, ma svuotato, deviato, ridotto, accompagnato per strade secondarie, chiuso in biblioteca e servito tiepido, con contorno di discorsi istituzionali e digestivo all’ipocrisia civile.

    La città vera, quella dove passa la gente, quella dove lo sguardo cade, quella dove il simbolo diventa presenza pubblica, è rimasta al mercato. Il listone ai banchi. Il cuore urbano alla merce. Il flusso dei cittadini alle mutande, ai calzini, agli strofinacci e al banchetto dei vannacciani perfettamente inserito nella circolazione naturale della mattina, bello esposto, bello visibile, bello democraticamente piazzato nella parte viva della città, mentre il corteo della Liberazione faceva il giro largo, il giro tortuoso, il giro che non disturba, il giro da pratica scomoda ma obbligatoria.

    La Resistenza a Mirandola non è stata celebrata: è stata smistata.

    I Martiri non sono stati onorati: sono stati raggiunti con percorso a ostacoli.

    Il 25 aprile non è entrato nel centro: gli è stato concesso un passaggio laterale, come ai fornitori.

    E poi tutti al Polo Culturale, tutti in biblioteca, tutti al chiuso, tutti composti, tutti a sorbirsi la liturgia istituzionale della memoria , quella in cui si abbassa la voce, si alza la fascia, si recita la parte, si cita la democrazia, le donne, si pronuncia la parola “libertà” con gravità da pieghevole comunale e poi si torna a casa soddisfatti, perché quest’anno la Resistenza è stata commemorata senza intralciare troppo il banco della biancheria.

    Poi, naturalmente, è arrivata l’intemerata della presidentessa dell’ANPI Mirandola, Francesca Donati, contro il banchetto dei vannacciani. E sia chiaro: sul banchetto aveva ragione. C’è qualcosa di politicamente osceno nel vedere, il 25 aprile, in mezzo al flusso dei cittadini, un banco di chi si muove in quell’area culturale dove la Liberazione viene trattata come una seccatura retorica e le nostalgie sbagliate vengono sempre presentate come “libertà di opinione”. Ma il problema, cara ANPI, non è indignarsi contro quel banco. Il problema è indignarsi solo lì.

    Perché se tu urli contro il banchetto ma accetti da anni che il monumento alla Resistenza resti mutilato, allora non stai difendendo la memoria: stai difendendo il tuo turno al microfono.

    Se ti scaldi davanti al gazebo ma non davanti alle lettere mancanti, allora il tuo antifascismo ha la vista corta.

    Se denunci la provocazione politica ma sopporti la celebrazione declassata, laterale, secondaria, infilata tra mercato e biblioteca, allora non sei più sentinella della memoria: sei parte dell’arredo cerimoniale del Comune.

    E qui non serve nemmeno il Fico. Bastano gli atti. Nel 2022 il Comune scrive che il Monumento ai Caduti di Viale 5 Martiri era stato vandalizzato con l’asportazione delle lettere della dedica e che, per ripristinarlo, erano state valutate due opzioni: rimettere le lettere bronzee oppure realizzare una lastra incisa più duratura e più difficile da deturpare. Le due soluzioni furono condivise anche con ANPI Mirandola e illustrate in Consiglio comunale. Poi, proprio in base alla volontà espressa dai componenti ANPI di mantenere inalterato il valore iconografico originale dell’opera, si decise di procedere con la ricollocazione delle lettere bronzee, salvo poi cambiare idea e dare l’avvallo a alla lastra marmorea.

    Traduzione dal burocratese: ANPI non era fuori dal quadro. ANPI non può fare la verginella sorpresa. ANPI c’era. ANPI fu coinvolta. ANPI scelse la conservazione dell’originale. ANPI volle le lettere bronzee. ANPI poi cambio idea e poi di fronte alla inerzia comunale ZITTA, non un lamento . E oggi, 25 aprile 2026, le foto mostrano un monumento ancora spellato, ancora bucato, ancora umiliato, con le lettere assenti e una colonnina superstite che sembra l’unica reduce rimasta dopo la battaglia contro l’incuria, e la perdita di memoria.

    Poi nel 2023 arriva pure il secondo capitolo della commedia: nuova determina, ulteriori danneggiamenti, due colonnine rotte, sopralluogo, offerta, riparazione, perno di fissaggio, montaggio, foratura, 380 euro più IVA. Non la ricostruzione di Montecassino. Non il Ponte sullo Stretto. Due colonnine. Due.

    Eppure oggi il monumento sembra ancora lì a fare da verbale di accusa contro tutti: contro il Comune che protocolla la memoria e poi la dimentica; contro l’ANPI che tuona contro il gazebo ma non pare aver ottenuto nemmeno il ripristino di ciò che aveva chiesto; contro una città che il 25 aprile lo celebra purché non occupi troppo spazio; contro una classe dirigente che riesce nell’impresa storica di far sembrare i Martiri un problema di viabilità.

    Intermezzo ducale

    “Scusi, passa di qui il corteo della Liberazione?”

    “No, oggi di qui passano le mutande.”

    “E i Martiri?”

    “Strada secondaria.”

    “E il monumento?”

    “Presente, ma in modalità rudere.”

    “Le lettere?”

    “Evocate.”

    “Le colonnine?”

    “Una resiste, probabilmente non deve essere iscritta a l’ANPI.”

    “ANPI?”

    “Indignata, ma a momenti.”

    “Per il monumento?”

    “No, per il banchetto.”

    “Il Comune?”

    “Ha organizzato.”

    “Il mercato?”

    “Ha vinto.”

    “La Resistenza?”

    “Ha fatto il giro.”

    “E i discorsi?”

    “In biblioteca.”

    “Perché?”

    “Perché a Mirandola la libertà si consulta come in sala lettura, quai ad alzare la voce.”

    Ed eccola qui, la fotografia perfetta del 25 aprile mirandolese: i banchi di mutande e calzini al centro, i nostalgici nel flusso, i cittadini che passano, la merce che occupa la scena, la Liberazione che si infila di lato, i discorsi messi al chiuso, il monumento ai Martiri lasciato come un dente cariato della memoria pubblica, e sopra tutto questo la solita faccia compunta di chi, alla fine, dirà che la cerimonia è stata partecipata, sentita, importante, significativa.

    No. È stata una cerimonia addomesticata.

    Una Liberazione col guinzaglio.

    Un 25 aprile da non mettere troppo in piazza, perché la piazza serviva ad altro.

    E la cosa più vergognosa è che il banchetto dei vannacciani, alla fine, non è neppure il fatto più grave. È il sintomo. Il fatto grave è che quella presenza stava dove passava la città, mentre la memoria ufficiale veniva accompagnata altrove, come una vecchia zia imbarazzante da far sedere in fondo, lontano dagli ospiti importanti.

    Il Comune ha lasciato il centro alla normalità commerciale e alla provocazione politica. ANPI ha accettato una celebrazione in tono minore e poi ha fatto la voce grossa solo quando ormai la scenografia era già stata scritta. Il monumento ai Martiri, intanto, stava lì: senza lettere, senza dignità piena, senza quel ripristino che gli atti avevano promesso, affidato, computato, giustificato, discusso, condiviso.

    E allora diciamolo senza zucchero: a Mirandola il 25 aprile non è stato tradito da un banchetto. È stato tradito dalla somma perfetta di piccole vigliaccherie amministrative, accomodamenti simbolici, silenzi comodi e indignazioni selettive.

    Il banco dei vannacciani era indecente.

    Ma un monumento alla Resistenza lasciato così, dopo determine e accordi, nel giorno in cui tutti fanno finta di inchinarsi ai Martiri, è peggio: è l’indecenza fatta monumento.

    Perché il fascismo non torna sempre con gli stivali. A volte torna come nostalgia in gazebo. Ma la memoria muore anche senza stivali: muore per incuria, per rinvio, per cerimonie laterali, per percorsi secondari, per discorsi in biblioteca, per lettere mai rimesse, per colonnine mai viste, per presidenti indignati a metà e amministratori bravissimi a fare corone davanti ai monumenti che non hanno saputo neppure rimettere a posto.

    E allora la prossima volta, prima del discorso, fate una cosa semplice.

    Non provate il microfono.

    Non sistemate la fascia.

    Non allacciatevi il fazzoletto al collo.

    Non cercate la frase solenne.

    Andate al monumento. Guardate i buchi. Contate le lettere mancanti. Guardate quella colonnina rimasta sola come un fucilato legato al palo. Poi chiedetevi se avete ancora il diritto di chiamarla celebrazione.

    Perché oggi, a Mirandola, il 25 aprile non è stato cancellato.

    È stato umiliato con metodo.

    Mercato al centro. Vannacciani nel flusso. Resistenza di lato. Discorsi in biblioteca. Monumento mutilato.

    E tutti zitti, finché non parla il Fico.

  • 🧨 SCUOLA FINITA (MA L’ACQUA NON LO SA)

    C’è una cosa commovente nelle carte del Comune: la scuola Sergio Neri risulta finita.

    Finita, sì.
    A patto che non piova.

    Perché poi arriva, bella fresca, la Determina n. 344 del 22 aprile 2026 e ci spiega che bisogna realizzare uno scarico per l’acqua piovana verso la Tromba Panigadi.

    Non il colore delle pareti.
    Non la targhetta PNRR.
    Non il ficus nell’atrio.

    L’acqua.

    Quella cosa bagnata che, incredibilmente, cade dal cielo anche dopo l’approvazione del progetto.

    Nel progetto del 2023 l’acqua sembrava già sistemata: trincee drenanti, rete interna, tubi, pozzetti, calcoli, tutto l’armamentario tecnico per dire “tranquilli, non affogheremo i bambini”.

    Poi, nel 2026, a lavori principali dichiarati finiti, scopriamo che serve anche:
    👉 una concessione
    👉 un’autorizzazione
    👉 e soprattutto un manufatto di scarico ancora da realizzare

    E qui la meraviglia diventa arte.

    Perché questa determina non paga il lavoro.
    Paga il permesso di poter fare il lavoro.

    È burocrazia allo stato liquido:
    prima dichiari finita la scuola, poi chiedi all’acqua dove preferisce andare.

    La situazione è più o meno questa:

    il progetto diceva: “l’acqua la gestiamo”.
    il Comune dice: “i lavori sono finiti”.
    la determina dice: “serve ancora lo scarico”.
    la realtà dice: “avete presente la pioggia?”

    E i lavori veri per fare questo scarico?
    Ancora da affidare.

    Non è che trincee e troppo pieno non possano stare insieme.
    Possono benissimo.

    Il problema è che qui sembrano essersi conosciuti dopo il taglio del nastro, come due parenti dimenticati al matrimonio.

    E allora immaginiamola, la scena: scuola pronta, sorrisi istituzionali, comunicati trionfali, foto con caschetto e giubbino catarifrangente.

    Poi una nuvola.

    Silenzio.

    La Lety guarda il cielo, apre il fascicolo e sussurra:

    “Aspetta a piovere, che manca ancora l’affidamento.”

    Perché a Mirandola le opere pubbliche non finiscono quando sono finite.
    Finiscono quando anche la pioggia smette di fare opposizione.

    📚 Fonti

    Determina n. 344 del 22/04/2026; progetto esecutivo impianto acque meteoriche 2023.

  • Manutenzione a Mirandola, ovvero: taglia l’ordinario, invoca l’imprevisto, poi fai la determina

    C’è una determina, la n. 341 del 22 aprile 2026, che a guardarla di sfuggita sembrerebbe quasi una faccenda minuta, una di quelle pratiche tecniche che passano senza fare rumore: si tratta di sostituire una scheda inverter del gruppo master che serve il lato sud-ovest del piano terra del Municipio di via Giolitti, per un importo di 1.690 euro più IVA. E invece, come spesso succede quando ci si mette a leggere davvero le carte, dentro questa piccola riparazione c’è infilata una storia molto più interessante, perché racconta in miniatura un intero modo di amministrare la manutenzione: prima si riduce la spesa destinata a prevenire i guasti, poi ci si stupisce se i guasti arrivano, poi si scopre che il piccolo fondo per le emergenze è già finito, e infine si torna alla buona vecchia determina fuori programma, come se tutto questo fosse il frutto del destino e non una conseguenza quasi matematica.

    Per capire il punto bisogna tradurre il burocratese della convenzione SIE4, che nella determina compare con quelle due siglette da iniziati, ISC e IEX, che sembrano uscite da un manuale per sacerdoti dell’impiantistica. La prima, ISC, è la quota destinata alla manutenzione ordinaria, cioè a tutto quello che dovrebbe servire a tenere in piedi gli impianti prima che collassino: controlli, interventi programmati, sostituzioni prevedibili, piccole riparazioni, insomma la normale cura di ciò che esiste. La seconda, IEX, è invece il fondo per gli interventi straordinari e imprevedibili, quelli da usare quando qualcosa si rompe davvero e non rientra nella fisiologia del canone ordinario. Detto in modo meno liturgico, ISC è la prevenzione, IEX è il pronto soccorso. E già qui uno capirebbe che le due voci non sono intercambiabili, perché se tagli la prevenzione, prima o poi il pronto soccorso si riempie.

    Ed è precisamente qui che la determina diventa gustosa. Il Comune ricorda infatti che nella proposta iniziale della convenzione la quota per manutenzione ordinaria era pari a 116.294,32 euro sull’intero periodo contrattuale, ma che poi, a seguito della revisione del PTE e dell’inserimento di un’ulteriore riqualificazione, quella quota è stata ridotta a 52.907,38 euro complessivi. Tradotto dal linguaggio dell’atto, vuol dire che la manutenzione ordinaria è stata sostanzialmente dimezzata, sacrificata in parte per finanziare altre operazioni di riqualificazione. E qui nasce la domanda che in una città normale dovrebbe sorgere spontanea prima ancora di staccare i coriandoli per l’ennesima “efficienza energetica”: se io taglio brutalmente la manutenzione ordinaria, cioè quella che serve a evitare che le cose si rompano, non sto forse preparando il terreno a una maggiore spesa per manutenzioni straordinarie? Perché il principio è banale, quasi offensivo nella sua semplicità: meno manutenzione ordinaria significa meno prevenzione, meno prevenzione significa più probabilità di guasti, più guasti significano più straordinario. Non siamo davanti a un mistero mariano, siamo davanti alla meccanica elementare delle cose.

    Poi arriva la parte più comica, che in realtà sarebbe tragica se non fossimo ormai allenati. La quota IEX, cioè il famoso fondo per gli imprevisti, è fissata in 12.000 euro IVA inclusa per tutto il periodo 2024-2030, e per il solo anno 2026 la fetta disponibile è di appena 2.000 euro. Avete letto bene: duemila euro. Non per un appartamentino di campagna con due split e una caldaia stanca, ma per una galassia di immobili comunali che nella determina vengono elencati uno dietro l’altro con una generosità quasi letteraria: municipio, scuole dell’infanzia, primarie, secondarie, palestre, polizia locale, uffici vari, centro civici, archivio comunale, magazzini, sedi associative, case e contenitori sparsi sul territorio. È l’elenco di un patrimonio vasto e disseminato, non di una dépendance. E a tutto questo universo di impianti termici, elettrici e di climatizzazione si decide di assegnare, per gli imprevisti dell’anno, la vertiginosa cifra di 2.000 euro.

    Facciamo pure i signori e teniamoci bassi. Gli immobili citati nella determina sono grossomodo una trentina. Questo significa che il fondo straordinario 2026 vale, in media, circa 50 euro per edificio all’anno. Cinquanta euro. Cioè una cifra che non basta neppure per far uscire il tecnico a guardarti male il macchinario prima di dirti che bisogna cambiare un pezzo. E infatti il miracolo si compie puntualmente: la stessa determina afferma senza vergogna che la quota IEX per il 2026 “si è esaurita con precedenti interventi di manutenzione straordinaria”. Siamo ad aprile e il plafond per gli imprevisti è già morto. Non ferito, non in sofferenza: esaurito. Finito. Dissolto nel nulla con la rapidità con cui evaporano i fondi quando li si costruisce a misura di barzelletta.

    E allora ecco la magia amministrativa. L’intervento sulla scheda inverter, che per sua stessa natura viene descritto come manutenzione non ricompresa nel canone ordinario e non rientrante nella quota ISC del 2026, non viene imputato all’IEX perché l’IEX non c’è più; viene quindi pagato con un autonomo impegno di spesa sul capitolo della manutenzione straordinaria fabbricati. Formalmente tutto regolare, per carità. Nessuno sta falsando i numeri, nessuno scrive che il fondo basta quando non basta. Però il film resta magnifico nella sua nudità: si taglia l’ordinario, si costruisce un fondo straordinario ridicolo, lo si consuma in pochi mesi e poi si ricomincia a spendere fuori dal plafond. La convenzione che avrebbe dovuto razionalizzare la manutenzione finisce così per convivere con una serie di affidamenti ulteriori, perché la realtà degli impianti, a differenza delle slide e delle tabelle, non si lascia convincere dalle sigle.

    Come se non bastasse, la vicenda è resa ancora più deliziosa dal fattore tempo. L’offerta di Veolia è datata 14 gennaio 2026, viene protocollata dal Comune il 22 gennaio, ma la determina arriva soltanto il 22 aprile. Tre mesi tondi, durante i quali il problema era evidentemente noto, l’offerta era sul tavolo e intanto il tempo passava. Il preventivo, inoltre, specifica che le condizioni di mercato consentono di stabilizzare i prezzi per non più di 30 giorni lavorativi, mentre l’installazione viene promessa entro 7 giorni lavorativi dal ricevimento della determina di approvazione. Cioè: il Comune si prende circa tre mesi per affidare un intervento che il fornitore, una volta ricevuto il via libera, dichiara eseguibile in una settimana, e lo fa utilizzando un’offerta la cui validità dichiarata era di molto inferiore al tempo che l’amministrazione ha impiegato per decidere. È una di quelle piccole sinfonie burocratiche in cui la lentezza non migliora la sostanza, la rende soltanto più surreale.

    Il punto vero, insomma, non è la singola scheda inverter. Il punto vero è che dentro questa determina si vede un modello di gestione che somiglia parecchio a una profezia che si autoavvera. Prima si assottiglia la manutenzione ordinaria, che è la sola cosa noiosa ma seria, quella che non si vede, non fa inaugurazioni, non produce rendering, non regala grandi narrazioni, ma serve a evitare che gli impianti vadano a pezzi. Poi si mette da parte per gli imprevisti una cifra che, rapportata al numero di immobili e impianti serviti, ha qualcosa di quasi umoristico. Poi naturalmente gli imprevisti arrivano, perché gli impianti fanno gli impianti e non i comparse in conferenza stampa. Poi il fondo si esaurisce subito. E infine si torna alla spesa extra, all’atto singolo, al rattoppo pagato a parte. La domanda, quindi, non è se il dimezzamento dell’ISC produca più straordinario: la domanda è quanto ancora si voglia far finta di non vedere che una manutenzione ordinaria impoverita tende quasi inevitabilmente a generare più guasti, più emergenze e più determine.

    In fondo è la vecchia lezione che l’amministrazione moderna continua ostinatamente a non imparare: la prevenzione costa sempre troppo fino al giorno in cui arriva il conto della riparazione. E a Mirandola, a quanto pare, quel conto non arriva mai in silenzio: arriva protocollato, firmato digitalmente e, di solito, con qualche mese di comodo ritardo.

    In ultima cosa se dei dipendenti hanno avuti disagi dovuti al riscaldamento difettoso da gennaio ad ora… chissenefrega

    Fonti:

  • 🏛️ MUNICIPIO: RIAPERTURA AL PUBBLICO (AGIBILITÀ OPZIONALE, CANTIERE INCLUSO)

    C’è un passaggio, in tutta questa storia, che meriterebbe di essere scritto a caratteri cubitali sopra l’ingresso del Municipio, magari al posto dell’orologio:
    ad oggi non esiste evidenza pubblica — ripetiamo: non esiste evidenza pubblica — né di una agibilità, anche solo parziale, né di una formale consegna (anche per stralci) dell’immobile.

    E questo non è un dettaglio per tecnici pignoli.
    Questo è il confine esatto tra un edificio che puoi usare e un edificio che, formalmente, è ancora un cantiere.

    Perché mentre fuori si annuncia con tono rassicurante che “dalla prossima settimana inizierà il trasferimento dei servizi comunali”, dentro gli atti raccontano un’altra storia: una variante approvata il 10 aprile, lavori affidati il 16, tempi che si allungano, lavorazioni ancora in corso, impianti che si modificano, strutture che si adeguano. Non un epilogo, ma un capitolo ancora aperto.

    E allora la domanda, quella vera, non è “si può fare?” — perché in teoria sì, si può anche lavorare e aprire contemporaneamente — ma è:
    con quali atti? con quali certificazioni? con quali responsabilità formalmente assunte?

    Perché se non esiste (pubblicamente) una:

    • certificazione di agibilità parziale delle aree utilizzate
    • formale consegna anticipata o per lotti funzionali
    • chiara separazione giuridica e fisica tra zona cantiere e zona aperta

    allora non stiamo parlando di una gestione sofisticata per fasi, ma di una zona grigia amministrativa in cui la realtà operativa corre più veloce delle carte.


    ⚠️ IL PROBLEMA NON È IL TAGLIO DEL NASTRO. È CHI CI STA DENTRO.

    Perché dentro, da lunedì, non ci vanno solo i comunicati stampa.
    Ci vanno:

    • dipendenti comunali, obbligati a lavorare in quell’ambiente
    • cittadini, che entrano senza sapere nulla di varianti, PSC e interferenze

    E qui la questione diventa meno narrativa e molto più concreta.

    👷‍♂️ Per il personale comunale

    Il dipendente non è un visitatore occasionale:
    è qualcuno che sta lì 8 ore al giorno, dentro un edificio che:

    • è appena stato oggetto di una variante sostanziale
    • ha lavorazioni ancora in corso
    • potrebbe avere impianti non completamente stabilizzati

    Senza un quadro formalizzato di sicurezza aggiornato e validato, il rischio non è teorico:
    è quello di lavorare in un ambiente in cui le condizioni cambiano mentre tu sei già seduto alla scrivania.


    🚶‍♂️ Per l’utenza

    Il cittadino entra convinto di entrare in un edificio “riaperto”.
    Non in un edificio “in fase di completamento con lavorazioni in corso”.

    E la differenza non è semantica, è sostanziale:

    • percorsi promiscui
    • interferenze con lavorazioni
    • eventuali limitazioni non evidenti

    Il tutto mentre la comunicazione istituzionale parla di “riapertura”, parola che nella testa di chi entra significa una cosa sola: è finito.


    🎤 INTERVISTA (SEMPRE PIÙ PREOCCUPATA) AL RESPONSABILE DI CANTIERE

    Fico:
    Ingegnere, quindi possiamo dire che il Municipio è pronto?

    Responsabile (pausa lunga):
    Possiamo dire che è… utilizzabile. Che è diverso.

    Fico:
    Ma esiste un’agibilità, anche parziale?

    Responsabile:
    Io esisto, lei esiste, l’agibilità… non l’ho ancora vista passare.

    Fico:
    E la consegna dell’immobile?

    Responsabile:
    Se la trova, me la segnali. Così la leggiamo insieme.

    Fico:
    Però gli uffici aprono.

    Responsabile:
    Sì, aprono. Anche i cantieri, a volte, restano aperti.

    Fico:
    Il personale è al sicuro?

    Responsabile (sospira):
    La sicurezza non è uno slogan. È un documento. E soprattutto è una responsabilità.

    Fico:
    E i cittadini?

    Responsabile:
    I cittadini entrano pensando che sia finito.
    Il problema è che il cantiere non è stato avvisato.


    🎯 CONCLUSIONE

    Qui non si tratta di essere contro una riapertura.
    Qui si tratta di chiamare le cose con il loro nome.

    Perché se:

    • i lavori sono ancora in corso
    • le varianti sono appena state approvate
    • non c’è evidenza pubblica di agibilità o consegna

    allora non è una riapertura.

    È una convivenza forzata tra cantiere e istituzione, raccontata come se fosse una restituzione alla città.

    E in mezzo, come sempre, ci stanno le persone.

    fonti: determina 307/2026 affidamento lavori variante 2 palazzo comunale:
    https://mirandola.trasparenza-valutazione-merito.it/web/trasparenza/papca-p/-/papca/display/1618040

    comunicazione pubblica trasloco servizi :
    https://www.comune.mirandola.mo.it/novita/notizie/servizi-comunali-inizia-il-trasferimento-al-municipio-storico

  • 🪓 ULULUI: IL DIRIGENTE CHE SI PORTA VIA ANCHE L’ECO

    C’è un suono che in questi giorni rimbalza tra gli uffici comunali, tra una determina e una proroga, tra un cantiere che non finisce e una rete che trattiene i pezzi del frontone.

    Non è il vento.
    Non è nemmeno il rumore dei lavori pubblici, perché quelli, si sa, a Mirandola si sentono poco.

    È un ululato.

    Ululì. Ululà.
    E no, non è un meme. È un trasloco.

    Andrea Lui — per gli amici, da oggi, Ulului — prende e se ne va. Destinazione Provincia di Cremona. Settore pesante: strade, appalti, infrastrutture, protezione civile. Tutta roba seria. Tutta roba che, guarda caso, qui da noi era già materia quotidiana.

    E allora la domanda non è dove va.
    La domanda è: cosa lascia.

    Perché qui non stiamo parlando di un impiegato qualsiasi che cambia scrivania.
    Qui stiamo parlando del dirigente del cuore operativo del Comune: territorio, ambiente, lavori pubblici. Tradotto: cantieri, varianti, tempi, soldi, responsabilità.

    E mentre a Cremona fanno la conferenza stampa col curriculum,
    qui da noi… silenzio.


    🎭 INTERMEZZO TEATRALE

    Lety (guardando la scrivania vuota):
    “Ma quindi… il dirigente?”

    Assesorelfo (con un faldone in mano):
    “Ululì…”

    Lety:
    “E chi firma adesso?”

    Assesorelfo (sfogliando):
    “Ululà…”

    Lety:
    “Ma almeno un interim?”

    Assesorelfo:
    “Uluboh!”


    🧠 IL PUNTO SERIO (CHE FA PIÙ PAURA DELLA SATIRA)

    Ad oggi, dagli atti pubblici:
    ➡️ non risulta ancora un sostituto ufficiale
    ➡️ non risulta un incarico ad interim pubblicato
    ➡️ non risulta una procedura aperta visibile

    Tradotto:
    il dirigente se ne va…
    e il sistema non ha ancora dichiarato chi prende in mano il volante.

    E questo, in un Comune normale, sarebbe già un problema.
    A Mirandola — dove i lavori pubblici sono una saga fantasy fatta di varianti, proroghe e date che scappano più veloci dei dirigenti — è qualcosa di più.

    È un rischio operativo.

    Perché un settore così non è che “va avanti da solo”.
    Serve qualcuno che firma, qualcuno che decide, qualcuno che si prende la responsabilità, per faldoni che pesano svariati milioni di euro ciascuno.

    E quando quel qualcuno sparisce, succedono due cose:

    1. tutto rallenta
    2. oppure qualcuno firma senza avere il peso tecnico-politico di farlo

    Entrambe pessime.


    🧾 LA SENSAZIONE (AMARA)

    La verità è che questa non sembra una staffetta pianificata.
    Sembra più una di quelle situazioni in cui:

    👉 la notizia esce da fuori
    👉 il Comune la subisce
    👉 e poi si corre dietro per tappare il buco

    E nel frattempo, noi restiamo qui, con:

    • il Teatro da sistemare
    • la Ex-Gil con il progetto oramai da buttare e una gara presumibilmente da annullare
    • cantieri che slittano
    • e adesso pure il dirigente che fa ululì e ululà

    🪦 CHIUSURA

    C’è qualcosa di poeticamente perfetto in tutto questo.

    Perché a Mirandola non si muovono solo i cantieri.
    Si muovono anche i dirigenti.

    E mentre le opere restano ferme,
    le persone che dovrebbero farle partire… partono davvero.

    Ululì.
    Ululà.

    E il Settore resta lì.

    fonti: https://www.cremonaoggi.it/2026/04/15/nuovo-dirigente-in-provincia-andrea-lui-al-posto-di-giulio-biroli/

  • OMISSIS FARLOCCO: A MIRANDOLA LA PRIVACY CHE SI TOGLIE COL MOUSE

    Ci sono documenti pubblici che spiegano una scelta amministrativa, e poi ci sono documenti pubblici che, oltre a spiegare una scelta amministrativa, riescono anche a certificare che da queste parti la competenza digitale dev’essere rimasta sepolta sotto qualche faldone del 1998. La determina n. 314 del 20 aprile 2026, ufficialmente, serve a mettere a perdita 27.071,45 euro di crediti ERP ormai dichiarati inesigibili, relativi a ex assegnatari di alloggi comunali gestiti da ACER Modena. In soldoni: soldi che il Comune prende atto di non riuscire più a recuperare, perché tra decessi, eredi inesistenti, insolvibilità e antieconomicità dell’azione legale, a inseguirli ci spendi più di quanto incassi. Insomma, la solita storia triste di morosità finite nel secchio dell’“amen”.

    Fin qui nulla di trascendentale. Una determina mesta, con la sua prosa cimiteriale da ragioneria sociale, che prende atto di somme perse e pratica da archiviare. Ma a Mirandola, si sa, la realtà non si limita mai a essere grigia: sente sempre il bisogno di diventare grottesca. Ed è infatti qui che entra in scena lui, il vero protagonista dell’atto, il colpo di genio, la pennellata dadaista, la vetta del dilettantismo amministrativo locale: l’omissis farlocco.

    Non un omissis sbagliato. Sarebbe già una definizione troppo gentile, quasi rispettosa. No. Questo è un omissis da carnevale, un omissis in maschera, un omissis che si presenta vestito da tutela della privacy ma sotto il costume resta nudo come un verme. Perché il documento, a prima vista, fa il fenomeno: barre nere, dati coperti, identità oscurate, il solito teatrino del “tranquilli cittadini, abbiamo protetto tutto noi”. Poi però basta l’equivalente informatico del battere due sassi tra loro, cioè selezionare il testo o fare un banalissimo copia-incolla, e puff, il miracolo si compie al contrario: i morti risorgono, i nomi riappaiono, i codici fiscali ricompaiono, le date di nascita tornano a galla, i dati personali escono dalla tomba digitale dove qualcuno credeva di averli seppelliti con una passata di pennarello.

    Capolavoro. Davvero. Una specie di magia amministrativa al contrario: invece di far sparire i dati, li fai sparire solo per chi guarda da lontano e con la cataratta. È la privacy per ipovedenti, la tutela dei dati in versione “vediamo se basta”, l’oscuramento concepito da qualcuno che evidentemente ritiene il mouse uno strumento esoterico, roba da hacker russi o da stregoni della Silicon Valley. Perché qui il livello tecnico richiesto per aggirare l’omissis non è “violazione sofisticata”, non è “attacco informatico”, non è “operazione da cybercriminale”: è letteralmente avere le dita e un minimo di curiosità.

    E la cosa più comica, anzi più mirandolescamente tragica, è che non stiamo parlando della lista della spesa dell’oratorio. Stiamo parlando di un atto che tratta dati personali veri, riferiti a persone vere, con situazioni vere, comprese condizioni di difficoltà economica, decessi, irreperibilità, amministrazioni di sostegno, assenza di eredi e altre amenità che, in un mondo popolato da adulti competenti, verrebbero maneggiate con cautela doppia, tripla, quasi religiosa. Invece qui no: via di omissis farlocco e che Dio ce la mandi buona.

    È l’eterna filosofia del Comune che non protegge, ma mimeggia la protezione. Non oscura, simula l’oscuramento. Non tutela, interpreta il ruolo della tutela. Una specie di recita scolastica della privacy, con la barra nera nel ruolo principale e il PDF nel ruolo del traditore che dopo mezzo secondo canta tutto. Siamo oltre la sciatteria. Siamo alla sciatteria con ambizioni artistiche. Alla toppa messa non sopra il buco, ma fotografata accanto al buco sperando che faccia lo stesso.

    L’omissis farlocco è perfetto anche come metafora generale del governo locale: una cosa che deve sembrare fatta bene più di quanto debba esserlo davvero. Da lontano pare tutto a posto, poi ti avvicini e senti scricchiolare il cartone. È amministrazione in compensato. È riservatezza in polistirolo. È il trionfo della barra nera ornamentale, quella messa lì non per impedire l’accesso ai dati, ma per consentire al responsabile di turno di dire, con faccia innocente, “eh ma noi li avevamo oscurati”.

    Certo. Come no. Oscurati con la stessa efficacia con cui si nasconde un elefante dietro una tenda da doccia.

    E allora bisogna dirlo bene, senza tutta quella cortesia da comunicato istituzionale che qui sarebbe fuori luogo: questo non è un omissis, è una presa in giro. È il tipico prodotto di una macchina amministrativa che vuole assolvere l’obbligo senza sobbarcarsi la fatica di farlo davvero. Un lavoro fatto con quella precisione da sagra paesana per cui la privacy viene trattata come si tratterebbe la scritta su una locandina: coperta davanti, leggibilissima dietro. Unavoro talmente raffazzonato che se lo avesse fatto un privato qualsiasi gli avrebbero già spiegato con dovizia di dettagli la differenza tra “ho provato” e “hai fatto una porcheria”.

    E poi c’è la parte forse più satirica di tutte: il contrasto tra il tono paludato dell’atto e la comicità cretina del risultato finale. Da una parte il dirigente, le premesse, i richiami normativi, la delibera di giunta, il fondo residui, il procedimento, la responsabilità, il timbro dell’amministrazione che vuole apparire seria. Dall’altra, appena tocchi il giocattolo, salta fuori il luna park: nomi, cognomi, codici fiscali, date, tutto lì, custodito con la solidità di una cerniera rotta. È come vedere un maggiordomo in frac che apre una cassaforte fatta di cartone bagnato.

    Perciò il punto non è solo che il Comune mette a perdita 27 mila euro di crediti. Il punto è che nel farlo riesce anche a mettere in scena una delle più ridicole rappresentazioni della privacy mai offerte al pubblico locale: l’omissis farlocco, cioè il dato teoricamente nascosto ma praticamente servito al tavolo. Una meraviglia. Una specialità della casa. Una forma di trasparenza involontaria che probabilmente meriterebbe un suo regolamento comunale, magari approvato con barra nera sopra e testo leggibile sotto.

    E chissà, magari qualche cittadino, colpito da tanta inventiva, potrebbe anche pensare di condividere questo piccolo prodigio tecnico con il Garante della privacy, non per malizia, figurarsi, ma per puro spirito educativo. Così, giusto per capire se nel vasto ordinamento italiano esista davvero una norma secondo cui basta pitturare di nero la facciata del problema per dire che il problema non si vede più. Perché qui il sospetto, più che legittimo, è che non siamo davanti a un omissis fatto male, ma a un data breach travestito da burocrazia.


    Fonti

    Determina n. 314 del 20/04/2026 – messa a perdita di crediti inesigibili ERP
    Relazione ACER del 06/02/2024 con nominativi e importi delle posizioni proposte per la messa a perdita (qua per non ledere la privacy ho caricato una versione modificata da me con gli omissis funzionanti)

  • PALAZZO COMUNALE: A MIRANDOLA LA POLITICA ARRIVA DOPO. PRIMA CORRONO DETERMINE, TRASLOCHI E PROPAGANDA

    A Mirandola ormai il meccanismo pare questo:
    prima si impegnano i soldi, poi si annuncia il rientro trionfale degli uffici, poi si prepara il clima da inaugurazione, e solo alla fine — forse, con calma, se capita — si concede ai cittadini la visione dell’atto politico che dovrebbe stare all’origine di tutto.

    La determina n. 307 del 16 aprile 2026 c’è.
    Esiste, pesa, produce effetti, sposta soldi veri, affida lavori veri, aggiorna numeri molto reali.
    E non parliamo di spiccioli buttati in fondo a una delibera tecnica che nessuno legge: parliamo di una maggiore spesa di 1.180.084,25 euro per la variante n. 2 del Palazzo Comunale. Dentro ci stanno 1.117.349,43 euro per lavori e 62.734,82 euro per spese tecniche. L’importo contrattuale sale a 7.741.624,41 euro. Il quadro complessivo dell’intervento arriva a 10.114.935,30 euro. Dieci milioni abbondanti. Un’altra abbondante colata di denaro pubblico sul cantiere infinito del Municipio storico.

    La stessa determina, nero su bianco, richiama la delibera di Giunta n. 73 del 10/04/2026, cioè l’atto politico che avrebbe approvato la variante, che per sua natura dovrebbe essere accompagnato anche da tutti gli allegati tecnici in grado di spiegare nel dettaglio i motivi e la descrizione puntuale delle modifiche introdotte.
    Benissimo. Perfetto. Magnifico.
    Peccato che, almeno per quanto risulta dalla pubblicazione consultabile, questa delibera non si veda ancora.

    Ed è qui che il giochetto istituzionale diventa interessante.
    Perché in un Comune normale il percorso dovrebbe essere semplice persino per un cristiano non specializzato in archeologia amministrativa:
    prima la politica approva e si assume la responsabilità della scelta;
    poi gli uffici eseguono;
    poi la comunicazione racconta.
    A Mirandola no.
    Qui il film sembra montato al contrario: la determina esce, la propaganda si muove, il trasloco parte, la delibera rincorre.

    Ed ecco infatti la seconda perla.


    Mentre l’atto politico richiamato nella determina ancora non compare pubblicamente, il Comune ha già iniziato a raccontare alla città il rientro dei servizi nel Municipio storico. Dalla prossima settimana si parte con la prima fase del trasferimento. Tornano Stato Civile, Polizia Mortuaria, Elettorale, Cimiteriale, Protocollo. L’Anagrafe arriverà dopo. E sullo sfondo si prepara pure la liturgia della piena restituzione, con tanto di cerimonia di riapertura annunciata.
    Capolavoro.
    Il trasloco è pubblico.
    L’annuncio è pubblico.
    La celebrazione è pubblica.
    L’atto politico che sorregge la variante milionaria, invece, per il cittadino resta ancora dietro il sipario.

    È una meraviglia istituzionale tutta mirandolese:
    prima i fatti materiali, poi la narrazione, poi forse la trasparenza.
    Prima il Comune ti dice che si rientra.
    Poi ti mostra che si rientra.
    Poi ti invita quasi ad applaudire il rientro.
    E solo dopo, forse, ti mette nelle condizioni di leggere con ordine l’atto politico che giustifica l’ennesima variante da oltre un milione.

    In pratica la politica non governa più la sequenza degli atti: la insegue.
    L’amministrazione la sorpassa.
    La comunicazione la scavalca.
    E il cittadino resta lì, trattato come l’ultimo a cui spiegare le cose, ma il primo chiamato a pagarle.

    Perché questo è il punto che non va mai perso di vista: qui si stanno spendendo altri soldi grossi, non si sta correggendo la tinta di una parete. La variante n. 2 non è il classico ritocchino finale da cantiere complicato. Gli allegati tecnici raccontano tutt’altro: raccontano un’opera che continua a cambiare mentre è già in corsa, come se il progetto definitivo, la gara, il contratto, gli anni di lavori e perfino la variante precedente non fossero ancora bastati a definire davvero che cosa dovesse diventare questo benedetto Municipio.

    Il verbale di concordamento nuovi prezzi della variante 2 mette in fila 100 nuovi prezzi: 39 per opere architettoniche, 23 per restauro, 14 per impianti termoidraulici e 24 per impianti elettrici. Non è una rifinitura. È una seconda riscrittura del palazzo mentre il palazzo è già in lavorazione da anni.

    Dentro c’è di tutto.
    Opere esterne su via Curtatone, Piazza Mazzini, Vicolo Palazzo, Piazza Costituente.
    Modifiche a infissi, controsoffitti, compartimentazioni, impianti già realizzati, botole di ispezione, pavimentazioni, nuove finiture della scala, adattamenti di locali tecnici, spostamenti dell’anagrafe, prese dati, Wi-Fi, CED, marcatempo, fibra, telecamere esterne, punti acqua aggiuntivi, modifiche da fare dopo che altre cose erano già state posate.
    In sostanza: non solo il classico “imprevisto del palazzo storico”, ma una quantità notevole di aggiustamenti che odorano di edificio pensato una volta e ripensato una seconda, mentre i lavori sono già in stato avanzato.

    E infatti negli allegati si trovano perfino lavorazioni esplicitamente richieste dalla committenza o dall’amministrazione appaltante, come la predisposizione per 15 telecamere esterne di videosorveglianza comunale richieste dall’Amministrazione appaltante e l’aggiunta di punti acqua per macchina caffè richiesti dalla committenza. È il dettaglio che smonta la favoletta della variante tutta e solo figlia del destino cinico e baro del restauro storico: qui dentro ci sono anche scelte funzionali, organizzative, aggiunte volute.

    Ma la perla poetica, quella che da sola meriterebbe una targa commemorativa sulla facciata, è un’altra.
    Tra i nuovi prezzi compare una voce da 5.440,63 euro per la fornitura e posa di un sistema di protezione del gruppo in pietra di Nanto posto sulla facciata principale del Palazzo Municipale, cioè una rete/fodera pensata per trattenere eventuali distacchi del gruppo lapideo dell’orologio. Il documento parla di distacchi “purtroppo inevitabili”. Ed eccolo lì, il simbolo perfetto dell’intera operazione: sopra il palazzo bisogna mettere una rete per trattenere i pezzi che rischiano di cadere, e sotto il palazzo si allestisce la narrazione del rientro come se tutto fosse lineare, armonico, naturale.

    È una metafora troppo bella per non dirla male:
    Mirandola restituisce il Municipio storico ma intanto gli mette la rete, come a certi balconi malmessi e a certe narrazioni amministrative che stanno insieme per contenimento, non per solidità.
    Si trattengono i pezzi del frontone.
    Si trattengono i pezzi del racconto.
    Si trattengono i pezzi della logica istituzionale.

    Perché tutto questo, messo insieme, produce un’impressione sgradevolissima:
    la Giunta dovrebbe essere il luogo in cui la scelta politica prende forma visibile e assumibile; invece qui l’atto politico pare un’ombra evocata dalla determina, mentre il grosso della scena è occupato dagli uffici che eseguono e dalla comunicazione che lucida il risultato.
    In altre parole: la politica non decide davanti ai cittadini, ma viene richiamata a posteriori mentre la macchina è già partita.

    E allora il problema non è solo il costo, pur enorme.
    Non è solo la variante, pur gigantesca.
    Non è solo la rete sul frontone, pur tragicomica.
    Il problema è il metodo.
    Il metodo per cui i cittadini dovrebbero accettare come normale una sequenza rovesciata:
    prima l’effetto economico,
    poi l’effetto simbolico,
    poi — chissà — la visibilità ordinata della causa politica.

    No, non è normale.
    Non è sano.
    E non è neppure rispettoso di chi paga.

    Perché qui alla fine il messaggio che passa è semplice e offensivo:
    voi cittadini non avete bisogno di capire prima. Vi basta vedere dopo.
    Vi basta il comunicato sul rientro.
    Vi basta la cerimonia.
    Vi basta il palazzo riaperto.
    Vi basta la foto.
    Le carte vere, il loro ordine, il loro peso politico, le loro omissioni temporali, quelle lasciatele a chi ha tempo di scavare.

    E invece no.
    Proprio perché si parla di un palazzo simbolico, di una ricostruzione interminabile, di una variante da oltre un milione e di un quadro economico che supera i dieci milioni, gli atti politici dovrebbero precedere nettamente sia le determine sia la comunicazione trionfale, non inseguirle col fiatone come un parente in ritardo al matrimonio.

    A Mirandola, invece, siamo alla formula definitiva del governo rovesciato:
    prima la determina spende, poi il Comune celebra, poi la delibera — se e quando compare — serve quasi solo a ratificare a vista un film già iniziato.

    Ed è per questo che la vera immagine del Palazzo Comunale oggi non è la facciata restaurata.
    È la facciata restaurata con sopra la rete che trattiene i pezzi, e sotto gli scatoloni del trasloco già pronti per la festa.
    Una perfetta allegoria civica:
    sopra si contengono i crolli, sotto si anticipa la propaganda. In mezzo, la politica manca all’appello.

    Fonti: determina n. 307 del 16/04/2026 sul Palazzo Municipale

  • 256 TELECAMERE, 782 MILA EURO E QUEL FASTIDIOSO VIZIO DI CONTARE DAVVERO

    A Mirandola la sicurezza è arrivata.
    Non sotto forma di persone, non sotto forma di presenza, non sotto forma di risultati.
    È arrivata sotto forma di numero.

    Duecentocinquantasei.

    “256 punti di ripresa”, recitano gli articoli. Un numero perfetto, di quelli che non si discutono, si applaudono. Un numero che serve a dire tutto senza spiegare niente.

    Poi però succede sempre la stessa cosa, quella che rovina le feste: qualcuno apre i documenti e si mette a contare.

    E lì, improvvisamente, il numero smette di essere una dichiarazione e torna ad essere matematica.
    E la matematica, si sa, è meno accomodante.

    Dagli schemi a blocchi del sistema, quelli veri, quelli che non finiscono nelle slide delle conferenze stampa, il totale degli apparati che si riesce a ricostruire è attorno a 215. Dentro questo numero ci sono già anche le telecamere OCR dei varchi, e quelle del municipio storico, quindi non stiamo dimenticando pezzi per strada. Poi si aggiungono le 26 della stazione, quelle annunciate come nuova frontiera della sicurezza cittadina, e il totale sale. Arriva intorno ai 240. Si ferma lì. Non importa quanto ci si sforzi, 256 non arriva. Resta sempre qualche passo più in là, come quei numeri che esistono benissimo nei comunicati ma fanno più fatica a vivere nei documenti.

    A quel punto si capisce che il problema non è che il numero sia “falso”. È che è costruito. Dentro quel 256 ci finisce tutto: telecamere, varchi, lettori OCR, qualsiasi cosa possa essere vagamente associata a un’immagine. Tutto diventa “punto di ripresa”. Una categoria larga, elastica, generosa. Un po’ come chiamare “posti letto” anche le sedie pieghevoli. Funziona, ma racconta una realtà diversa da quella che sembra.

    Ma la questione diventa ancora più interessante quando si guarda da dove viene tutto questo. Perché una buona parte di questo grande impianto raccontato come novità abbagliante non nasce dal nulla. Non è che fino a ieri Mirandola fosse cieca e oggi abbia aperto gli occhi. Una parte consistente delle telecamere c’era già, era già installata, era già operativa dentro un sistema precedente. Il nuovo impianto, più che una creazione, è una riorganizzazione: smonta, sostituisce, integra, ricompone. E poi prende questo insieme complesso e lo restituisce sotto forma di numero unico, pulito, perfetto per essere raccontato.

    Nel frattempo, lontano dai titoli, sono anche volati oltre 782 mila euro.
    Una cifra importante, di quelle che meritano almeno una narrazione all’altezza. E cosa si ottiene davvero, stringendo i conti? Quarantacinque nuovi siti e 137 telecamere aggiuntive. Che non sono poche, certo. Ma nemmeno l’onda d’urto tecnologica che certa comunicazione lascia intendere. Soprattutto se si considera che il sistema parte da una base già esistente e che una parte del “nuovo” è in realtà un rimpasto ben confezionato del “già visto”.

    E qui, proprio quando si pensa di aver capito tutto, arriva il vero colpo di scena. Perché mentre si discute di quante telecamere ci siano, nessuno sembra interessato a chiedersi che tipo di telecamere siano.

    Nel vecchio impianto c’erano ventuno telecamere dome. Vengono smantellate tutte. Tutte. Non una parte, non alcune: tutte. Nel nuovo impianto ne ricompaiono sette, e di queste ben cinque vengono installate attorno al Municipio. Il resto della città, invece, cambia completamente sguardo. Via le dome, dentro le bullet.

    Per chi non mastica queste cose, la differenza è semplice. Le dome sono fatte per osservare spazi: piazze, parchi, luoghi dove le persone si muovono liberamente, si fermano, cambiano direzione. Le bullet, invece, sono perfette per guardare lungo una traiettoria: una strada, un accesso, un passaggio obbligato. Sono telecamere che funzionano benissimo se vuoi controllare chi passa. Molto meno se vuoi capire cosa succede in uno spazio.

    Tradotto senza giri di parole: il nuovo sistema è ottimo se sei un’auto, o una persona che attraversa un punto preciso. Molto meno se sei semplicemente una persona che vive uno spazio pubblico.

    E a questo punto entra in scena l’assesorelfo, che con l’aria di chi sta per spiegare l’internet delle cose a un gruppo di cavernicoli, prova a mettere ordine. “Sono telecamere più moderne, più performanti, più intelligenti”, spiega. “Consentono un controllo più efficace del territorio”. E mentre parla, dietro di lui una piazza resta coperta da un occhio che guarda dritto davanti a sé, come se la città fosse un corridoio e non un luogo.

    Nel frattempo, quasi nessuno nota un altro dettaglio: l’intera infrastruttura di rete è stata rifatta. Ottimizzata. Potenziata. In ogni nodo compare uno switch industriale a otto porte. Tradotto: più capacità, più possibilità di collegare dispositivi, più margine. Anche nei nodi collegati in wireless verso il centro. Una rete, insomma, che permette di fare di più, non di meno.

    E allora arriva la domanda che rovina tutto, quella che non si dovrebbe fare perché spegne la magia:

    se hai rifatto la rete, se hai porte disponibili (in media 6 telecamere installabili per punto), se hai banda, se hai progettato un sistema più flessibile… perché hai smantellato telecamere che potevano essere integrate? Perché nel progetto iniziale l’integrazione dell’esistente era prevista, e poi nelle varianti si è scelto di togliere invece che sommare?

    Qui sotto vi è lo schema a blocchi pre-variante con la parziale integrazione dell’impianto esistente (recupero impianto di sede polizia locale, archivio comunale , stazione ff.ss ed altri siti.

    È una domanda semplice. Tecnica. Quasi innocente.
    Ma è anche quella che distingue un impianto progettato per funzionare da un impianto progettato per essere raccontato.

    Alla fine, la verità è meno spettacolare ma molto più interessante.
    A Mirandola non hanno semplicemente aumentato gli occhi. Hanno deciso quali occhi tenere (prima pochi poi in pratica nessuno), quali eliminare, dove puntarli e come presentarli. Hanno preso un sistema complesso, in parte già esistente, lo hanno riorganizzato, aggiornato, ridisegnato… e poi lo hanno riassunto in un numero perfetto.

    Duecentocinquantasei.

    Un numero che funziona benissimo nei titoli.
    Un po’ meno quando qualcuno si prende la briga di contare davvero.

    di seguito lo schema a blocchi definitivo come da collaudo dell’impianto ed il relativo conteggio delel telecamere inserite nel sistema

  • COS’È DAVVERO L’IMPIANTO DI VIDEOSORVEGLIANZA DI MIRANDOLA?

    Ti dicono: sicurezza.

    Ti vendono: tecnologia.

    Ti installano: centinaia di telecamere.

    E tu dovresti pensare che qualcuno, da qualche parte, stia davvero vedendo qualcosa di utile.

    Spoiler: non è così automatico.

    Perché una telecamera non serve a niente se non è messa nel posto giusto, nel modo giusto e per lo scopo giusto.

    E questo impianto — sulla carta perfetto — inizia già a scricchiolare proprio lì.

    COME FUNZIONA (IN TEORIA)

    Il principio è semplice: le telecamere installate sul territorio riprendono ciò che accade, trasformando la luce in segnale digitale. Questo segnale viene trasmesso tramite rete (cavo o wireless) fino a una sala server centrale, dove viene registrato e reso disponibile agli operatori.

    LA CRITICITÀ: IL RAGGIO DI IDENTIFICAZIONE

    Una telecamera non “vede” tutto allo stesso modo.

    C’è una differenza fondamentale tra:

    • rilevare una presenza
    • riconoscere una persona
    • identificare un volto o una targa

    Queste tre cose richiedono distanze, angoli e qualità dell’immagine completamente diversi.

    Il progetto prevede telecamere da 6 o 4 megapixel con zoom variabile e illuminazione IR fino a circa 50 metri.

    Ma questo dato, preso così, è fuorviante.

    Perché 50 metri significa vedere qualcosa, non identificarlo con certezza.

    In ambito tecnico si usano standard (come quelli basati su pixel per metro) che distinguono chiaramente:

    • osservazione
    • riconoscimento
    • identificazione

    E l’identificazione reale avviene a distanze molto inferiori.

    Qui non si tratta di opinioni.
    Qui ci sono numeri.

    E i numeri, purtroppo per qualcuno, sono molto meno propagandabili.

    Il progetto lo dice chiaramente:

    • 25 pixel/metro → vedi un movimento
    • 62,5 pixel/metro → osservi (capisci cosa succede)
    • 125 pixel/metro → riconosci (forse capisci chi è)
    • 250 pixel/metroidentifichi davvero

    Fermiamoci un secondo.

    👉 250 pixel/metro per identificare.

    Duecentocinquanta.


    E ORA TORNIAMO ALLA SIMULAZIONE

    Nella simulazione di prima:

    👉 a circa 18 metri → 189 pixel/metro

    Che significa?

    Significa che:

    ❌ non sei in identificazione
    ❌ sei sotto la soglia tecnica

    Sei, nella migliore delle ipotesi, in zona riconoscimento.

    Tradotto in italiano semplice:

    👉 forse capisci chi è
    👉 forse no
    👉 in tribunale… auguri


    E C’È DI PEGGIO

    Perché quei valori sono teorici.

    Il progetto stesso lo dice:

    • luce
    • angolo
    • inclinazione
    • sporco sulla lente
    • ostacoli

    👉 tutto peggiora la qualità reale

    Quindi quei 189 pixel/metro?

    Sono già ottimistici.

    Analizziamo la zona della ex autostazione, già teatro di un pestaggio pochi mesi fa.


    E niente, alla fine arriva la matematica. Quella cattiva.
    6 telecamere da 4 megapixel (non le migliori) devono coprire un area grande poco illuminata a due passi dal centro.

    Perché finché guardi le tavole del collaudo vedi i bei triangolini rossi, ordinati, rassicuranti: tutto coperto, tutto sotto controllo, tutto “sicurezza urbana integrata” come da manuale . Poi però qualcuno prende quei dati, li misura davvero, li scala sulla realtà… e succede il disastro.

    Succede che il cono di visione non è una poesia ma una geometria spietata: sotto la telecamera hai il buco nero, la zona dove semplicemente non esisti; subito dopo hai la fascia “buona”, quella in cui – forse – ti riconoscono; e poi, man mano che ti allontani, torni a dissolverti, prima in una sagoma, poi in un pixel con ambizioni. E guarda caso, nel tuo schema, quella fascia utile è una strisciolina, un corridoio stretto in mezzo al nulla.

    Tradotto: abbiamo riempito una piazzale con telecamere da 4MP, ma la zona in cui una persona è davvero identificabile è più simile a un foglio a4 ma visto in sezione.
    Il resto è scenografia: o troppo vicino per entrare nell’inquadratura, o troppo lontano per capire chi sei.

    E allora quei triangoli rossi delle tavole diventano quasi comici: non rappresentano la realtà, rappresentano l’intenzione. La differenza tra “vedere” e “capire” è tutta lì dentro. E costa pure 5.322 € da una parte e 6.705 € dall’altra.

    La cosa più notevole? Non è un errore nascosto. È tutto coerente col progetto. È proprio così che funziona. Ed è proprio questo il problema.

    Nelle future puntate analizzeremo altri siti particolarmente interessanti ed altre criticità del progetto.
    le fonti verranno pubblicate tutte assieme al termine della serie.

  • IL RITORNO DELLA LETY SUL TRONO ELETTRICO

    ovvero: se il tavolo storico era sopravvissuto al terremoto, perché mai dovevamo regalare alla giunta un nuovo giocattolo cablato?

    Ci sono spese che almeno hanno la decenza di fingersi necessarie. E poi ci sono quelle che sembrano partorite direttamente da una fantasia da piccolo ducato padano, dove il problema non è amministrare bene, ma farlo con abbastanza scenografia da far capire a tutti chi comanda.

    Nel pacchetto arredi per il nuovo Palazzo municipale compare infatti un pezzo forte, anzi fortissimo: un tavolo di giunta a ferro di cavallo, modulare, completo di 13 top access, dentro una fornitura complessiva da 113.350 euro netti, pari a 138.287 euro IVA compresa.

    Fin qui uno potrebbe anche sbadigliare. Ma poi arriva il dettaglio che trasforma il mobile in una dichiarazione morale. Il prospetto economico dice che il tavolo giunta fornitura e posa costa 29.000 euro, da cui vengono tolti 2.200 euro di top access “previsti inizialmente”, ottenendo un totale tavolo giunta senza elettrificazione di 26.800 euro. E subito dopo compare la vera poesia amministrativa: “elettrificazione tavolo giunta”, con 13 nuovi top access, “di due dimensioni”, completi di multiprese e cavi di alimentazione, per altri 8.957 euro netti.

    Tradotto dal burocratese: il tavolo della giunta non è un tavolo. È un gadget di potere. Un altare tecnologico. Un ferro di cavallo cablato, pensato non per decidere meglio, ma per decidere con più comfort, più posa, più effetto astronave. In totale il solo tavolo, con la sua anima elettrificata, arriva a 35.757 euro netti oppure se preferite circa 43.624 euro IVA compresa

    Ma il punto più irritante non è nemmeno il prezzo. È il contesto. Perché se davvero, come noto, il vecchio tavolo della giunta era stato recuperato dal municipio terremotato ed era stato reinstallato nel municipio temporaneo, allora la scelta più logica, più lineare, più perfino simbolica, sarebbe stata riportarlo a casa. Rimettere il tavolo storico nella sala storica. Restituire alla sede restaurata anche il suo arredo, invece di approfittare del rientro per mettere in scena la fiera dell’upgrade istituzionale.

    Invece no. A Mirandola il ritorno nel municipio restaurato non diventa il ritorno delle cose al loro posto. Diventa il pretesto per fare il salto dal tavolo della continuità al tavolo della vanità elettrificata. Come se il problema del Comune, dopo quattordici anni di ferite, attese, proroghe, lavori e rinvii, fosse che alla giunta mancassero abbastanza botole con multiprese.

    Naturalmente i documenti parlano solo di top access, prese e cavi. Non parlano, almeno per ora, di funzioni avanzate di controllo politico. Ma qui entra in campo la satira che dopo un assist del genere non può rimanere muta.

    Intervista immaginaria alla Lety davanti al tavolo elettrificato

    Fico: Sindaca, ci spiega perché per il tavolo della giunta servivano quasi novemila euro solo di elettrificazione?

    Lety: Perché governare oggi richiede strumenti moderni.

    Fico: Cioè tredici botole con prese?

    Lety: Non le chiami botole. Le chiamiamo stazioni operative di comando.

    Fico: E a cosa servono, precisamente?

    Lety: A molte cose. Alimentare dispositivi. Ordinare i cavi. Dare efficienza all’azione amministrativa. E, nei casi più delicati, intervenire sul fattore umano.

    Fico: Intervenire sul fattore umano?

    Lety: Certo. Sotto il tavolo c’è un pannello nascosto. Molto discreto. Elegante. I cittadini non lo vedono, gli assessori lo temono.

    Fico: E cosa fa questo pannello?

    Lety: Dipende dalla modalità selezionata. C’è “silenzio istituzionale”, molto utile quando qualcuno inizia a fare domande sbagliate. C’è “immobilizzazione prudenziale”, nel caso un assessore abbia improvvisi scatti di autonomia. E poi c’è la funzione più raffinata: “richiamo elettrico”.

    Fico: Vuole dire una scossa?

    Lety: Io preferisco dire: un incentivo alla disciplina.

    Fico: E si può scegliere l’assessore da colpire?

    Lety: Questa è la bellezza della tecnologia. Una volta bisognava fulminarli tutti politicamente. Oggi puoi lavorare sul singolo.

    Fico: E quale assessore sceglierebbe per primo?

    Lety: Quella con i capelli rossi.

    Fine dell’intervista. Ma in realtà il punto serio è proprio questo. In un Comune normale, con un minimo di pudore istituzionale, il ritorno nella sede restaurata dopo il sisma sarebbe stato raccontato anche come ricucitura materiale della storia: il palazzo torna ad essere palazzo, la sala torna ad essere sala, il tavolo della giunta torna al suo posto. Qui invece la logica sembra un’altra: non riportare, ma sostituire; non recuperare, ma allestire; non continuità, ma upgrade; non sobrietà, ma rappresentazione.

    E così il tavolo della giunta diventa perfetto come simbolo di questa amministrazione: non basta sedersi a decidere, bisogna sedersi bene, sedersi su misura, sedersi cablati, sedersi con abbastanza prese da far sembrare la riunione di giunta il ponte di comando di una nave da crociera.

    Tutto molto moderno. Tutto molto connesso. Tutto molto accessoriato. Tranne forse il collegamento con il senso della misura.

    Perché alla fine è questo che dà fastidio. Non il legno. Non i cavi. Non le multiprese. Ma l’idea di fondo: che il ritorno nel municipio restaurato non fosse l’occasione per restituire dignità a ciò che era stato salvato, bensì per regalare alla corte un nuovo trono elettrificato.

    E allora sì, forse la funzione più utile di quel pannello nascosto esiste davvero. Non serve a immobilizzare gli assessori. Serve a immobilizzare il buon senso, ogni volta che prova a sedersi al tavolo.

    E se domani qualcuno venisse a raccontare che non era il tavolo della giunta ma quello del consiglio comunale, non cambierebbe assolutamente nulla: la spesa resterebbe discutibile, il principio resterebbe lo stesso e il vizio di fondo pure. Sempre di nuovo arredo costoso ed elettrificato si tratterebbe, mentre sarebbe stato assai più dignitoso riportare nella sede restaurata ciò che dal sisma era stato salvato. Con una differenza, però: in quel caso al conto si aggiungerebbe anche la figuraccia. Perché spendere così per un tavolo è già notevole; non sapere nemmeno con precisione quale tavolo si sta raccontando sarebbe il tocco finale di una comicità amministrativa involontaria.

    Fonti documentali: determina n. 295 del 14/04/2026 sull’allestimento della sala consiliare e del front-office; prospetto economico con le voci “tavolo giunta a ferro di cavallo”, “totale tavolo giunta senza elettrificazione” ed “elettrificazione tavolo giunta” per 8.957 euro netti.