quando una mozione passa, ma la delibera non se ne accorge
A Mirandola, quando si parla di AIMAG, volano parole solenni: controllo pubblico, governance, Patto di Sindacato, indirizzo strategico, tutela del territorio.
Poi però arriva il momento più difficile.
Non trattare con Hera. Non difendere il servizio pubblico. Non scrivere un Patto di Sindacato.
No.
Contare.
La mozione sul controllo pubblico nel Patto AIMAG 2026-2031 viene votata così:
5 favorevoli 4 contrari 7 astenuti
Ora, il Regolamento del Consiglio comunale dice una cosa abbastanza semplice: gli astenuti contano per il numero legale, ma non si contano tra i votanti.
Quindi i votanti erano 9. Cinque favorevoli. Quattro contrari.
Traduzione per chi ha saltato la prima elementare:
5 è più di 4.
Non serve un parere legale, non serve la Corte dei Conti, non serve un consulente sulle partecipate: bastavano due mani, qualche dito e un adulto responsabile nei paraggi.
Invece la mozione viene dichiarata non approvata.
Passi, si fa per dire, l’errore nell’immediato, durante il Consiglio comunale, magari dentro la confusione del dibattito, con quella malcelata volontà della maggioranza di bocciare comunque una mozione evidentemente scomoda.
Ma vedere poi lo stesso errore messo nero su bianco in un documento ufficiale rende la vicenda ancora più assurda.
Perché un conto è sbagliare a caldo.
Un altro è avere il tempo di scrivere, controllare, rileggere, firmare digitalmente e pubblicare una delibera che cristallizza l’errore come se fosse verità amministrativa.
E questo, più ancora del pasticcio aritmetico, distrugge la fiducia fra cittadini e istituzioni: perché se nemmeno il risultato di una votazione pubblica viene riportato correttamente, come possiamo fidarci quando ci parlano di controllo pubblico su AIMAG?
Ed è qui che il semplice errore diventa qualcosa di più interessante: siamo davanti a una svista, o alla volontà politica di bocciare anche quello che il Consiglio aveva appena approvato?
Perché gli astenuti non sono contrari. Sono astenuti. Stanno lì, fanno numero legale, respirano, guardano il banco, ma non votano no.
A Mirandola, invece, sembrano diventare una nuova specie istituzionale: l’astenuto contrario postumo, quello che non dice no, però viene usato come se lo avesse detto.
E la catena degli errori non finisce qui.
Nella delibera sulla mozione protocollo 23103 del 20 maggio, quella effettivamente discussa, nel dispositivo finale spunta il protocollo 20063 del 30 aprile, cioè quello di un’altra mozione, già trattata nella delibera precedente.
Una delibera parte con una mozione, finisce con un’altra, e nel mezzo riesce pure a dichiarare respinto un voto finito 5 a 4 per i favorevoli.
Un piccolo capolavoro.
Mentre si parla di controllo pubblico su AIMAG, la prima cosa che sfugge al controllo pubblico è il risultato del voto pubblico.
Fico avrebbe tre domande semplici:
Con quale criterio una votazione finita 5 a 4 è stata proclamata come bocciatura?
In quale punto del Regolamento gli astenuti diventano contrari?
Perché nella delibera della mozione 23103 compare il protocollo 20063, come un invitato che sbaglia funerale ma firma comunque il registro?
La maggioranza, politicamente, non ha nemmeno avuto il coraggio di votare tutta contro: una parte ha votato no, una parte si è astenuta, poi però il risultato finale è stato confezionato come se l’astensione fosse una bocciatura compatta.
È la politica del:
“Non abbiamo detto no, però facciamo come se fosse no.”
Per la prossima seduta, Fico propone una piccola innovazione a costo zero: accanto agli scrutatori, nominare anche un bambino di sei anni, scelto a rotazione tra le scuole primarie, con il delicato compito di coadiuvare il Presidente del Consiglio comunale nelle più ardue operazioni di aritmetica democratica: sommare i favorevoli, sottrarre gli astenuti dai votanti e, nei casi di particolare complessità, stabilire se 5 sia maggiore o minore di 4.
Ovvero: il caso risolto prima ancora di trovare il ladro
Mirandola, città dal 1597, informa la cittadinanza che giovedì 4 giugno la Polizia Locale ha portato a termine un’operazione destinata a essere ricordata negli archivi della sicurezza urbana: ha ritrovato una bicicletta.
Non il ladro. Non una rete criminale. Non il mandante occulto del pedale sottratto. La bicicletta.
E fin qui, bene. Anzi: benissimo. Due ragazzi segnalano il furto, la pattuglia raccoglie le informazioni, cerca il mezzo e lo ritrova in circa mezz’ora nei pressi della stazione. La bici torna al proprietario. Applausi sinceri.
Poi però arriva il comunicato istituzionale. E lì la bicicletta smette di essere una bicicletta e diventa la Corazzata Potëmkin col cestino davanti.
Il testo è un capolavoro di trombonismo municipale: prontezza, tempi rapidissimi, immediatamente, senza esitazione, intervento tempestivo, risposta immediata, attenzione costante alla tutela del territorio.
In pratica, una pattuglia ha fatto quello che una pattuglia dovrebbe fare: ricevuta una segnalazione, ha cercato l’oggetto rubato.
Ma scritto così sembra che Stusky e Utch abbiano liberato Mirandola da una banda internazionale specializzata nel traffico di Graziella.
La parte migliore, però, è il corto circuito narrativo.
All’inizio il comunicato dice che è stato “risolto un caso di furto di bicicletta”.
Alla fine, però, precisa che sono ancora in corso le verifiche sulle telecamere “al fine di risalire all’autore del furto”.
Traduzione:
la bici è stata trovata, il ladro no.
Quindi il caso non è risolto. È risolto a metà. È risolto come certi lavori pubblici mirandolesi: inaugurato nel titolo, incompleto nel contenuto.
La scena dev’essere stata questa:
— Stusky: «Abbiamo trovato la bicicletta.» — Utch: «E il ladro?» — Stusky: «Lo stiamo ancora cercando.» — Ufficio comunicazione: «Perfetto, scrivete: caso risolto.» — Utch: «Ma manca l’autore del furto.» — Ufficio comunicazione: «Dettagli. Il post deve uscire prima delle indagini.»
Ed eccoci dunque davanti al nuovo metodo investigativo mirandolese:
Prima il comunicato, poi eventualmente il colpevole.
Altro elemento poetico: la pattuglia cinofila.
Nel racconto, dei cani non si sa nulla. Non fiutano, non seguono tracce, non trovano il sellino, non puntano il cestino, non abbaiano davanti alla stazione. Il loro ruolo operativo, almeno nel testo, è pari a quello del logo in alto a sinistra.
Però dire “pattuglia cinofila” serve. Serve perché bisogna ricordare al popolo che Mirandola ha le unità cinofile. Anche quando l’operazione descritta non sembra avere nulla di cinofilo, ma molto di automobilistico: qualcuno segnala una bici rubata, gli agenti girano, la trovano.
Quindi, onore al recupero. Ma meno fanfare.
Perché se per una bicicletta ritrovata serve un comunicato da operazione speciale, quando troveranno anche il ladro cosa faranno? Una conferenza stampa con Stusky e Utch in alta uniforme, i cani sull’attenti e la bici esposta in sala consiliare tra due piante noleggiate?
Il Fico è contento per il ragazzo. Il Fico è contento che la bici sia tornata a casa. Il Fico è contento che gli agenti abbiano fatto il loro lavoro.
Ma il Fico ricorda sommessamente che “Ladri di biciclette” è un capolavoro del neorealismo.
Questo invece pare più una fiction istituzionale:
“Biciclette ritrovate, ladri cercasi, propaganda già pubblicata.”
Il nuovo nido d’infanzia “La Chiocciola” nasce grazie ai fondi europei del PNRR, circostanza che certamente verrà ricordata durante l’inaugurazione, possibilmente davanti a un fondale azzurro, con la Sindaca al centro, le autorità disposte secondo altezza istituzionale e almeno tre persone incaricate di spiegare quanto l’Amministrazione investa nel futuro dei bambini.
Poi però, mentre si avvicina l’apertura, qualcuno guarda fuori dalla finestra e scopre un dettaglio marginale: al nido manca il giardino.
Non una piccola rifinitura, non il vaso di gerani dimenticato sul davanzale, ma il giardino vero e proprio, cioè alberi, siepe, prato, irrigazione, telo ombreggiante e casetta esterna, tutte cose evidentemente considerate così accessorie alla vita di bambini tra i tre mesi e i tre anni da essere rimaste fuori dal finanziamento dell’opera.
E così l’edificio arriva con i soldi europei, mentre il cortile viene pagato interamente dai mirandolesi con quasi quarantamila euro di avanzo comunale non vincolato, perché Next Generation EU avrà pure finanziato la prossima generazione, ma evidentemente non il posto dove farla giocare.
Per sistemare il giardino, il Comune individua tramite indagine di mercato una sola impresa, Agriverde, la invita da sola e le chiede di partecipare a una procedura nella quale potrà dimostrare di offrire il prezzo più basso rispetto a sé stessa.
Agriverde accetta la sfida, gareggia con grande determinazione e presenta un ribasso dello 0,10%, regalando alle casse comunali un’economia di 38 euro e 89 centesimi, somma che probabilmente verrà investita nell’acquisto di una paletta, due secchielli e, compatibilmente con l’andamento dei prezzi, mezzo rastrello.
Pochi giorni dopo, tuttavia, emergono quattro piante di Loropetalum “Black Pearl” non previste in fase di progettazione, per una spesa aggiuntiva di 506 euro, perché a Mirandola le necessità sopravvenute non arrivano mai da sole: arrivano in vaso, alte 120 centimetri e costano tredici volte il risparmio ottenuto con la gara.
Ma il momento più affascinante arriva con il subappalto.
La ditta scelta direttamente dal Comune dichiara infatti di voler subappaltare la realizzazione dell’impianto irriguo e la fornitura e il montaggio della casetta esterna con relativo basamento in cemento, lavorazioni che, secondo i valori indicati dallo stesso Comune, sembrano rappresentare almeno il 59% dell’intero affidamento.
Ed è qui che il giardino della Chiocciola smette di essere un semplice spazio verde e diventa teatro civile.
INTERMEZZO TEATRALE: “CHI FA IL GIARDINO?”
La scena rappresenta il cortile del nuovo nido. Al centro, una zolla di terra. Entra la Sindaca, munita di forbici da inaugurazione. Dietro di lei, l’Appaltatore tiene in mano il contratto. In fondo compare il Subappaltatore Misterioso, con una betoniera, una pompa sommersa e una casetta di legno caricata sulle spalle.
SINDACA: Finalmente! Il nuovo giardino comunale, realizzato grazie alla capacità amministrativa della nostra squadra!
APPALTATORE: Certamente, Sindaca. Noi abbiamo vinto l’affidamento.
SINDACA: Benissimo. Allora cominciate pure a costruire la casetta.
APPALTATORE: Veramente la casetta la farà lui.
SINDACA: Chi?
SUBAPPALTATORE MISTERIOSO: Io.
SINDACA: Capisco. Allora occupatevi dell’impianto irriguo.
APPALTATORE: Anche quello lo farà lui.
SUBAPPALTATORE MISTERIOSO: Sempre io.
SINDACA: Ma voi cosa fate?
APPALTATORE: Abbiamo partecipato alla procedura.
SINDACA: Da soli?
APPALTATORE: Sì.
SINDACA: E avete vinto?
APPALTATORE: Di misura.
SINDACA: Quale misura?
APPALTATORE: Zero virgola dieci per cento.
SUBAPPALTATORE MISTERIOSO: Posso iniziare a lavorare?
SINDACA: Aspettate, prima devo capire chi devo ringraziare durante l’inaugurazione.
APPALTATORE: Noi abbiamo vinto.
SUBAPPALTATORE MISTERIOSO: Io faccio gran parte dei lavori.
COMUNE, FUORI CAMPO: Pagano i mirandolesi.
La Sindaca guarda il contratto, l’Appaltatore guarda il Subappaltatore, il Subappaltatore guarda la betoniera. Cala lentamente un telo ombreggiante verde.
Il subappalto superiore al 50% non è automaticamente vietato dalla legge e sarà necessario conoscere gli importi effettivi e le future autorizzazioni comunali, prima di trarre conclusioni definitive.
Resta però un piccolo capolavoro di botanica amministrativa, perché il capitolato scritto dal Comune stabilisce che “la prevalente esecuzione del contratto è riservata al gestore aggiudicatario”, mentre le lavorazioni dichiarate come subappaltabili sembrano, sulla base degli importi comunali, rappresentare proprio la parte prevalente dell’affidamento.
Il Comune ha inoltre scelto il lotto unico spiegando che le attività non potevano essere separate senza compromettere la gestione coordinata dell’appalto; una volta aggiudicato il contratto, tuttavia, impianto irriguo e casetta sembrano diventare improvvisamente separabili, autonomi e pronti per essere affidati ad altri soggetti.
Alla Chiocciola, dunque, il PNRR paga il nido ma non il giardino, il Comune paga il giardino ma invita una sola impresa, l’impresa vince con un ribasso da aperitivo e poi dichiara di voler subappaltare lavorazioni che potrebbero valere più della metà dell’intero contratto.
Una filiera perfettamente circolare, come l’irrigazione automatica.
L’acqua parte dal pozzo, attraversa l’impianto, bagna il prato e ritorna idealmente al Comune sotto forma di domanda:
Talmente seria che la proteggono con la tecnologia più avanzata disponibile negli uffici comunali:
le celle colorate in nero.
Prendono un allegato con nomi, ruoli, percentuali e importi degli incentivi tecnici. Colorano le celle di nero. Lo chiamano “Privacy”. Lo pubblicano.
Poi arriva un cittadino dotato di competenze informatiche estreme — tipo saper fare CTRL+C e CTRL+V — e scopre che sotto il nero c’è ancora tutto.
Nomi. Ruoli. Importi. Percentuali. Tutto.
E non succede una volta sola.
Succede nella determina vecchia. E succede pure nella determina nuova di rettifica.
Perché a Mirandola l’errore non si corregge: si protocolla di nuovo.
La rettifica, peraltro, non nasce perché qualcuno si accorge che il file “privacy” è privacy solo per chi non sa usare il mouse. No.
La rettifica nasce perché avevano sbagliato il calcolo di CPDEL, INAIL e IRAP sugli incentivi. In pratica: prima liquidano, poi si accorgono che la contribuzione era stata calcolata male, poi correggono il netto in busta paga.
Insomma:
prima sbagliano i conti, poi sbagliano la privacy, poi pubblicano la privacy sbagliata anche nella versione corretta.
Mirandola, capitale europea della revisione creativa.
INTERMEZZO TEATRALE: “Doni e l’Addetto alle Celle Nere”
Doni: «Hai corretto la determina?»
Addetto: «Sì comandante. Prima avevamo sbagliato CPDEL, INAIL e IRAP.»
Doni: «Bene. E la privacy?»
Addetto: «Fatta anche quella. Ho colorato le celle in nero.»
Doni: «Ma il testo sotto si può copiare?»
Addetto: «Sì, ma solo da soggetti altamente specializzati.»
Doni: «Tipo?»
Addetto: «Uno con un mouse.»
Doni: «Quindi se fa copia-incolla vede i nomi?»
Addetto: «Tecnicamente sì. Però prima deve volerlo.»
Doni: «E questo è grave.»
Addetto: «Gravissimo. Siamo davanti a un cittadino intenzionato a leggere un documento pubblico.»
Doni: «Allora siamo sotto attacco hacker.»
Addetto: «Probabilmente ficusiano.»
Doni: «Perfetto. Pubblica la rettifica.»
Addetto: «Con privacy vera?»
Doni: «No. Con le celle nere.»
Addetto: «Ma ha già funzionato male la prima volta.»
Doni: «Appunto. Se ha funzionato male la prima volta, funzionerà male anche la seconda. Questa è coerenza amministrativa.»
Ora, tutto questo sarebbe già cabaret istituzionale.
Ma diventa arte contemporanea se ricordiamo che stiamo parlando proprio del progetto di lettura targhe e videosorveglianza urbana. La determina originaria riguarda infatti l’approvazione del certificato di regolare esecuzione e la liquidazione degli incentivi tecnici per quel progetto; la successiva determina rettifica gli importi per l’errore contabile. Cioè: mentre si installano occhi elettronici per leggere targhe, gestire immagini, dati, accessi e flussi video, negli allegati “privacy” basta un copia-incolla per far risorgere i dati dalle celle nere.
E allora la domanda nasce spontanea:
se la privacy documentale viene gestita colorando le celle in nero, la privacy dell’impianto di videosorveglianza come verrà gestita?
Con le telecamere bendate? Con le targhe oscurate col pennarello sul monitor? Con il server protetto da un post-it? Con la password “Mirandola123”? Con un bel file “Privacy_definitivo_REV01_veramente_ultimo.pdf”?
Noi, con spirito costruttivo, proponiamo un corso base:
“Informatica per principianti: colorare una cella non significa cancellare un dato.”
Lezione 1: il nero non è privacy. Lezione 2: Excel non dimentica. Lezione 3: PDF Privacy.pdf non è una formula magica. Lezione 4: se il cittadino copia e incolla, non è Anonymous: è alfabetizzato. Lezione 5: prima di videosorvegliare una città, sarebbe utile saper oscurare un allegato.
Perché qui il punto non sono i singoli importi.
Il punto è il metodo.
E quando il metodo è questo, più che videosorveglianza urbana sembra videosorveglianza alla Carlona™.
Ficus vos observat. E, diversamente dagli omissis comunali, legge benissimo.
La riapertura del Palazzo Comunale di Mirandola è una buona notizia. Dopo quattordici anni dal sisma, vedere quel luogo tornare accessibile ha un valore simbolico vero.
Ma proprio perché il momento era importante, vale la pena guardare anche come è stato raccontato.
La macchina celebrativa si è messa in moto con tutto il repertorio delle grandi occasioni: autorità, sindaci, fasce tricolori, sedie riservate, musica, service audio-video, diretta TV, drone, fiori, ricevimento, piante scenografiche.
Dagli atti, sommando le determine collegate alla riapertura, il conto documentale arriva a quasi 77 mila euro: affidamento a Contest per le celebrazioni, valorizzazione archeologica, piano sicurezza, performance musicale, service, addetti safety and security, ambulanza, allestimenti floreali, ricevimento, diretta TV, SIAE, drone.
Tutto regolare, per carità.
Ma anche tutto molto rivelatore.
Perché quando si spendono decine di migliaia di euro per costruire il racconto pubblico della rinascita, poi la domanda diventa inevitabile: cosa resta ai cittadini oltre alla fotografia ufficiale?
Il titolo scelto era bellissimo: “I tesori ritrovati”. I tesori ci saranno: quadreria, scavi, volume sui ritrovamenti. Ma il 29 maggio è stato soprattutto il giorno della rappresentazione pubblica: palco, autorità, cerimoniale, immagini ufficiali.
Il Palazzo riaperto, certo.
Ma anche il Palazzo messo in scena.
E per non parlare dei bambini delle elementari, seduti accanto al palco con grembiuli e palloncini gialli e blu. Erano forse il simbolo più serio della mattinata: la Mirandola di domani, quella a cui il Palazzo veniva restituito.
Eppure, nei discorsi delle autorità cittadine, non risultano salutati, ringraziati, considerati.
Visibili nell’immagine.
Invisibili nelle parole.
Presenti come colore.
Assenti come destinatari.
Una comunità che inaugura il proprio Palazzo dopo quattordici anni dovrebbe sapere riconoscere il futuro quando ce l’ha seduto davanti, con un grembiule addosso e un palloncino in mano.
E intanto, mentre si celebra con grande pompa un edificio finalmente riaperto, basta allargare lo sguardo di pochi metri per ricordarsi che il centro storico di Mirandola non è affatto “rinato”.
Di competenza comunale ci sono ancora il complesso del Gesù, la parte dell’ex Milizia su via Roma, la ex GIL.
Di competenza statale restano l’altra parte dell’ex Milizia e San Francesco.
Di competenza ecclesiastica, per citare solo il centro storico, ci sono ancora il Sacramento e la Madonna della Neve.
E poi c’è il grande convitato di pietra: il Castello dei Pico, di proprietà della Fondazione, ancora lì a ricordarci che la rinascita di Mirandola non può essere raccontata davvero finché il cuore storico della città resta una promessa sospesa.
Una città non rinasce a lotti fotografici.
Non rinasce a tagli del nastro isolati.
Non rinasce lucidando un edificio per la cerimonia mentre tutto intorno restano facciate mute, porte chiuse, chiese ferite, contenitori culturali sospesi e cantieri ancora da vedere.
E poi ci sono le piante.
A Mirandola, evidentemente, il verde non si pianta: si noleggia. Non cresce: compare. Non fa ombra ai cittadini: fa cornice alla fotografia.
Le piante diventano oggetti scenici, comparse vegetali della pompa istituzionale. Arrivano, abbelliscono, si fanno guardare, poi spariscono.
Ed ecco il finale perfetto.
I fogli colorati con i nomi per l’assegnazione dei posti sulle sedie — stampe a colori, con il logo del Comune — dopo lo smontaggio sono stati buttati bellamente a terra.
Il logo del Comune per terra.
I nomi per terra.
La carta pubblica per terra.
Non è lo scandalo del secolo. È il dettaglio che racconta il metodo.
Perché il rispetto per le istituzioni non si misura solo mentre ci sono le telecamere accese. Si misura dopo, quando non guarda più nessuno.
La riapertura del Palazzo poteva essere un momento alto. In parte lo è stato.
Ma proprio perché è importante, meriterebbe più sostanza e meno pompa.
Meno scenografia e più cura.
Meno passerella e più rispetto.
Il contenitore è tornato in piedi.
Adesso, con calma, restauriamo anche il senso del decoro pubblico.
A Mirandola il controllo del territorio è una cosa serissima.
Ce lo raccontano da anni: sicurezza urbana, prevenzione, decoro, pattugliamenti, videosorveglianza, occhi elettronici, presenza capillare, Polizia Locale sempre sul pezzo.
Poi arriva un vecchio Fiat Ducato e, senza dire una parola, smonta mezza narrazione.
Non in una carraia sperduta tra nebbia e fossi. Non in un angolo dimenticato della campagna bassa. Ma in via Montanari, nel centro di Mirandola.
Perché questo non è il caso del veicolo lasciato lì “da qualche giorno”. Questo furgone era già documentato in fotografia il 25 gennaio 2026, in condizioni che facevano pensare più a un reperto urbano che a un mezzo regolarmente in uso: sporco, ruggine, oggetti accatastati attorno, aria generale da abbandono sedimentato.
Poi, col tempo, il capolavoro urbano si è perfezionato: il furgone è stato riempito di immondizia e nei fatti è diventato quello che nessun piano del decoro aveva previsto ma che la realtà ha prodotto benissimo da sola: un cassonetto su quattro ruote.
Passano i giorni. Passano le settimane. Arriva la Polizia Locale. O, come la chiamiamo noi, la Polizia Ducale.
E cosa fa?
Fa quello che a Mirandola riesce sempre benissimo: un procedimento.
Sul vetro compare il cartello ufficiale: “veicolo in stato di abbandono”, accertamenti, rimozione e demolizione ai sensi del D.M. 22 ottobre 1999 n. 460.
Data inizio procedimento: 20/03/2026. Data presunta rimozione: 18/05/2026.
Presunta, appunto.
Perché oggi siamo al 28 maggio. E il furgone, a quanto pare, è ancora lì.
Quindi la Ducale riesce nel piccolo miracolo amministrativo di sforare due calendari contemporaneamente: quello della realtà, perché il mezzo era visibilmente lì già dal 25 gennaio; e quello della propria burocrazia, perché la data di rimozione scritta da loro stessi era il 18 maggio.
Prima il territorio segnala. Poi il degrado resta. Poi arriva il cartello. Poi scade anche il cartello. Poi resta pure il furgone. E intanto il furgone smette persino di essere solo un furgone: diventa deposito, pattumiera, contenitore abusivo, piccolo ecocentro non autorizzato in versione Ducato.
A quel punto non siamo più davanti a un veicolo abbandonato. Siamo davanti a una installazione civica permanente: “Controllo del territorio con rimozione presunta e raccolta rifiuti incorporata”.
Piccolo dialogo immaginario negli uffici della Ducale:
— Comandante, abbiamo un furgone abbandonato. — Dove? In periferia? — No, in via Montanari, in centro. — Da quanto? — Dalla foto risulta almeno dal 25 gennaio. — Bene, avviamo il procedimento. — Fatto il 20 marzo. — Ottimo. Scriviamo una data di rimozione. — Fatto: 18 maggio. — Perfetto. — E lo rimuoviamo? — Non precipitiamo. — Nel frattempo lo stanno riempiendo di immondizia. — Allora non è più solo controllo del territorio. È economia circolare.
Ed eccolo lì, il Ducato. Immobile. Fedele. Più puntuale dell’Amministrazione.
Non serviva l’intelligenza artificiale. Non serviva il drone. Non serviva il vertice sulla sicurezza. Non serviva il comunicato con le solite parole: presidio, attenzione, prevenzione, legalità, decoro.
Serviva togliere un furgone abbandonato prima che diventasse un cassonetto.
E invece il risultato è questo: un mezzo già fotografato a gennaio, in via Montanari, nel centro di Mirandola; un procedimento partito a marzo; una rimozione promessa a maggio; una data superata; e una realtà che, al 28 maggio, continua a fare pernacchie al calendario.
Perché a Mirandola il controllo del territorio funziona così: prima si vede il problema, poi si certifica il problema, poi si appiccica un foglio sul problema, poi passa la data scritta sul foglio.
Il problema, invece, resta.
E dentro ci buttano pure l’immondizia.
Fonti ficose: documentazione fotografica del 25 gennaio 2026; cartello della Polizia Locale con avvio procedimento del 20/03/2026 e data presunta rimozione del 18/05/2026; situazione ancora documentata al 28 maggio 2026 in via Montanari, centro di Mirandola; D.M. 22 ottobre 1999 n. 460 richiamato nello stesso avviso.
A Mirandola abbiamo scoperto una nuova categoria dell’emergenza: l’area di Protezione Civile che, prima di proteggere i cittadini, deve essere protetta da sé stessa.
Succede nell’area comunale tra via Giolitti, via Achille Porta e via Gregorio Agnini, vicino alla scuola Dante Alighieri. Lì c’è un cumulo di terra di riporto post-sisma, nato dagli interventi emergenziali successivi al terremoto del 2012. Una specie di monumento involontario alla gestione provvisoria diventata definitiva: non una collina naturale, non un parco, non un’opera pubblica, ma una montagna amministrativa alta circa due metri, rimasta lì a prendere sole, pioggia e determine.
Poi qualcuno ha avuto l’idea brillante: facciamoci un’area di Protezione Civile.
Perché, si sa, quando devi scegliere un posto dove accogliere la popolazione in caso di emergenza, la prima cosa che cerchi è un terreno rialzato, da caratterizzare, da scavare, da analizzare, con materiali di riporto, porzioni compatibili solo con usi commerciali/industriali e una parte potenzialmente da mandare in discarica.
La sicurezza, ma con un certo gusto per il brivido.
Gli atti dicono che l’area è stata inserita nel Piano di Protezione Civile come area di accoglienza e ricovero con Delibera di Consiglio Comunale n. 108 del 27/11/2023. Il Piano, inoltre, indica espressamente l’Area ex MIPAR via Giolitti tra le aree di accoglienza della popolazione per l’allestimento di tendopoli, roulotte e moduli abitativi. Il DOCFAP spiega poi che il lotto è in rilevato di circa due metri e che, per renderlo fruibile come area di accoglienza, si rende necessario il rimodellamento morfologico, con rimozione di circa 6.300 m³ di materiale, riportandolo possibilmente alla quota della strada e della ciclabile. Il conto? 450.000 euro. Di cui 300.000 euro per lavori, 5.000 euro per oneri della sicurezza e 145.000 euro di somme a disposizione. Una bella spalata di sicurezza urbana, naturalmente a carico del bilancio comunale.
Ora, nessuno pretende che ogni area di Protezione Civile sia un prato svizzero già pronto, con le tende piegate, il generatore acceso e il caffè caldo per gli sfollati. Ma tra “area da attrezzare” e “area da sbancare” c’è una certa differenza.
Se per trasformarla in area di accoglienza devi prima rimuovere migliaia di metri cubi di terra, fare campionamenti, distinguere Colonna A e Colonna B, valutare test di cessione, prevedere possibili conferimenti in discarica e mettere a bilancio quasi mezzo milione di euro, forse il problema non è solo il cumulo.
Forse il problema è aver scelto proprio quel cumulo come area di emergenza.
Perché le analisi non dicono semplicemente: “è tutta terra normale, spostiamola e amen”.
No.
La relazione tecnica divide il cumulo in tre mondi diversi.
C’è una parte in Colonna A, cioè compatibile con usi più sensibili: verde pubblico, verde privato, residenziale.
C’è una parte in Colonna B, cioè compatibile solo con siti commerciali e industriali.
E poi c’è la parte più antipatica, quella che rovina la poesia della Protezione Civile sulla collina: i terreni che superano i limiti del test di cessione, cioè quelli per cui non si guarda solo cosa c’è nella terra, ma cosa quella terra può rilasciare nell’ambiente e nelle acque.
La relazione Borelli è piuttosto chiara: nella zona centrale-est dell’area il materiale risulta non conforme ai test di cessione, pur risultando conforme ai requisiti di riutilizzo come terra e roccia da scavo in Colonna B. Il parametro del superamento è il cromo totale. Per quei materiali “si prospetta una definizione come rifiuto” per la possibilità di generare inquinamento delle acque, con destinazione a smaltimento da definirsi in fase operativa. In caso di esito negativo dei test di cessione, la relazione suggerisce confronto preliminare con ARPAE, asportazione del materiale non conforme e smaltimento in discarica.
E non parliamo di un cucchiaino di terra nascosto sotto il tappeto del municipio.
La stessa relazione stima circa 4.456 m³ di terreno in Colonna A, circa 1.409 m³ di terreno in Colonna B e fino a 436 m³ di “rifiuti da smaltire in discarica”, da confermare in fase esecutiva.
Quindi no: non è solo una montagnola da livellare.
È una montagnola da caratterizzare, dividere, interpretare, forse smaltire in parte come rifiuto, e comunque trasformare in un’opera pubblica da 450.000 euro prima di poter dire che lì, in caso di emergenza, ci puoi mettere delle persone.
E qui bisogna spiegare bene la differenza, perché non è un dettaglio da tecnici: è il cuore politico della faccenda.
Colonna A significa terreno compatibile con usi più sensibili: verde pubblico, verde privato, residenziale. In parole povere: terra che può stare dove stanno le persone.
Colonna B significa invece terreno compatibile con siti commerciali e industriali. In parole ancora più povere: terra che può andare bene per capannoni, piazzali, aree produttive. Non automaticamente per un luogo dove, in emergenza, dovresti mettere cittadini, famiglie, anziani, bambini, tende e moduli di accoglienza.
Quindi il terreno in Colonna B non è “veleno”, non è automaticamente da discarica, non va raccontato con l’elmetto e la sirena. Ma non è nemmeno la terra che spargeresti serenamente sopra un’area destinata ad accogliere popolazione in caso di calamità.
E la parte non conforme al test di cessione è ancora un’altra cosa: lì il problema non è solo “dove posso riusarla”, ma cosa può rilasciare e se deve essere gestita come rifiuto.
A questo punto la domanda è banale, quasi volgare nella sua semplicità:
davvero l’unica idea era prendere quasi tutta la montagna, caricarla sui camion e trasformarla in fatture?
Perché una strada alternativa, almeno da studiare, c’era.
Si poteva valutare una soluzione selettiva: rimuovere solo la porzione non conforme, smaltirla in modo autorizzato, mantenere il rilevato dove ambientalmente possibile, confinare il materiale compatibile solo con Colonna B sotto uno strato di terreno buono, coprire con terreno Colonna A o terreno pulito certificato, realizzare rampe carrabili e pedonali, drenaggi, separazioni, capping superficiale, e trasformare quella collina artificiale in una piattaforma rialzata realmente utilizzabile.
Magari ARPAE avrebbe detto no.
Magari sarebbe costato troppo.
Magari tecnicamente non sarebbe stato conveniente.
Ma allora bisognava dimostrarlo.
Non basta chiamare un documento “Documento di fattibilità delle alternative progettuali” e poi far sembrare che l’unica alternativa davvero presa sul serio sia quella più comoda da raccontare: la montagna c’è, la montagna dà fastidio, la montagna va portata via.
Anche perché il Piano comunale di Protezione Civile non parla di aree scelte a sentimento. Le aree di accoglienza o ricovero della popolazione sono definite come luoghi sicuri rispetto alle diverse tipologie di rischio, vicini a risorse idriche, elettriche e fognarie, facilmente raggiungibili anche da mezzi di grandi dimensioni. Non posti dove, prima di montare una tenda, devi smontare una collina.
Nel Consiglio comunale del 27 novembre 2023, almeno dal verbale, la presentazione del Piano scorre liscia: Doni parla di aggiornamento normativo, codici colore, allertamento, frazioni-sentinella; il geologo Castagnetti spiega la necessità di aggiornare il Piano, mappare i rischi, individuare luoghi e procedure. Tutto giusto, tutto ordinato, tutto votato all’unanimità.
Ma la domanda che oggi pesa come quei 6.300 metri cubi pare non sia stata fatta:
questa area è davvero pronta, sicura, accessibile e furba come area di accoglienza?
Perché la Protezione Civile dovrebbe essere il piano B quando tutto va storto. Qui invece pare che il piano B parta già con un problema A: prima si sceglie l’area di emergenza, poi si scopre che l’area di emergenza è essa stessa un intervento da quasi mezzo milione.
Il tutto in perfetto stile mirandolese: il sisma produce il cumulo, il cumulo resta lì, il Comune lo promuove ad area strategica, poi scopre che per usarla deve spendere 450.000 euro per sistemarla.
Dodici anni dopo il terremoto, la terra dell’emergenza diventa l’emergenza della terra.
O, per dirla ancora più chiaramente:
non hanno scelto un’area di Protezione Civile da attrezzare. Hanno scelto un’area da sbancare, caratterizzare, separare, forse bonificare e in parte mandare in discarica. Una Protezione Civile che, prima di accogliere gli sfollati, deve evacuare la propria terra.
E a questo punto la vera funzione di Protezione Civile sembra già chiara: non accogliere i cittadini in caso di calamità, ma proteggere l’amministrazione dalle domande più semplici.
Tipo questa:
chi ha guardato un’area rialzata di due metri, piena di terre da caratterizzare, con una parte compatibile solo con usi industriali e una parte potenzialmente da discarica, e ha pensato: perfetta, qui ci mettiamo la popolazione in caso di emergenza?
Fonti: Delibera di Consiglio Comunale n. 108 del 27/11/2023; Piano comunale di Protezione Civile; Delibera di Giunta n. 117 del 13/05/2026; DOCFAP “Riqualificazione dell’area per la protezione civile in via Achille Porta angolo via Gregorio Agnini”; QTE del 05/05/2026; relazione geologica Borelli sulle terre e rocce da scavo.
Ci sono cose che andrebbero lasciate fuori dal teatrino politico.
La memoria di una persona scomparsa, per esempio. Il dolore dei familiari, sicuramente. Il nome di chi non può più spiegare, rispondere, smentire o difendersi, ancora di più.
Per questo la questione non può essere liquidata con una risatina o con il solito “eh, ma sui social fanno tutti così”.
No. Non fanno tutti così.
Perché c’è una differenza enorme tra inventarsi un personaggio di fantasia e usare il nome di una persona reale.
Un personaggio satirico, una maschera, uno pseudonimo, una pagina dichiaratamente ironica o politica possono piacere o non piacere, possono essere scomodi, fastidiosi, urticanti, persino indigesti. Ma almeno sono ciò che dichiarano di essere: una costruzione narrativa, una voce pubblica, un’identità simbolica.
Altra cosa è prendere un nome e un cognome che potrebbero appartenere a una persona realmente esistita, e usarli per intervenire nel dibattito pubblico come se dietro ci fosse un cittadino in carne, ossa e indignazione civica.
Perché lì non siamo più nella satira. Non siamo più nella maschera. Non siamo più nel personaggio.
Siamo in un territorio molto più scivoloso: quello del nome preso in prestito.
Nel gennaio 2023 compariva un messaggio di cordoglio per Carlo Arrivabeni, ricordato con affetto e salutato con un “R.I.P.”. Nel 2026, però, un profilo con quello stesso nome interviene nel dibattito politico mirandolese con la vitalità di un opinionista da salotto, la severità di un censore romano e la puntualità polemica di chi sembra avere molto tempo libero e pochissima voglia di dire chi sia davvero.
Ora, per educazione e prudenza, l’ipotesi dell’omonimia si lascia sempre sul tavolo. Certo. Formalmente. Come si lascia una sedia vuota alle conferenze stampa in attesa che arrivi qualcuno.
Solo che, quando si fanno le verifiche possibili a un normale cittadino, quando si incrociano due o tre elementi, quando quel nome non emerge esattamente come presenza civica riconoscibile nel panorama mirandolese, l’ipotesi dell’omonimia comincia ad assomigliare sempre meno a una spiegazione e sempre più a una foglia di fico.
Con tutto il rispetto per le foglie. E per i fichi.
Il punto, quindi, non è il defunto. Il punto è il vivo. Sempre che ci sia.
Perché se dietro quel profilo c’è davvero un omonimo reale, esistente, appassionato di politica mirandolese e casualmente identico nel nome a una persona pubblicamente ricordata come scomparsa, benissimo: basta chiarirlo.
Una riga. Una spiegazione. Un “guardate che sono un altro”. Fine del mistero.
Ma se invece quel nome viene usato da qualcun altro per fare battaglia politica, per impartire lezioni morali, per attacchi politici e per partecipare al dibattito pubblico con un’identità presa in prestito, allora il problema cambia completamente.
Perché l’anonimato è una cosa. La satira anonima è una cosa. La critica politica anonima è una cosa. Inventarsi un personaggio di fantasia è una cosa.
Usare il nome di un morto, invece, è un’altra.
Ed è un’altra non perché offenda noi. Ma perché rischia di offendere prima di tutto chi quel nome lo ha portato davvero, e chi a quel nome è ancora legato da memoria, affetto e famiglia.
Quindi, prima di fare sermoni sulla trasparenza, sulla verità, sul rispetto e sul dibattito democratico, forse bisognerebbe partire da una domanda elementare:
chi sta scrivendo davvero?
Perché Mirandola ha già abbastanza cantieri fermi, progetti evaporati, determine scritte al contrario e miracoli amministrativi da spiegare. Non sentivamo il bisogno anche del commentatore postumo.
Con tutto il rispetto per chi non c’è più. E proprio per rispetto di chi non c’è più.
La domanda resta lì, semplice e pesante:
quel nome chi lo sta usando?
Nota finale per gli spiritisti della tastiera. Usare un nome non proprio per intervenire nel dibattito pubblico non è sempre una semplice furbata da social. Se quel nome appartiene — o è appartenuto — a una persona reale, e qualcuno lo usa per far credere agli altri di essere qualcun altro, il terreno può diventare molto scivoloso: possibile uso indebito del nome, possibile sostituzione di persona, tutela dei familiari e della memoria digitale. Noi non facciamo sentenze. Facciamo domande. Ma certe domande, quando toccano i nomi dei morti, pesano più delle battute.
A San Giacomo Roncole è successa una cosa rara, quasi commovente: una di quelle piccole epifanie amministrative che a Mirandola possono verificarsi solo quando la macchina comunale arriva talmente in ritardo da lasciare alla natura il tempo non solo di protestare, ma di progettare, eseguire, collaudare e consegnare l’opera prima ancora che qualcuno riesca a capire in quale faldone sia finita la pratica.
Perché qui non ha funzionato un ufficio, non ha funzionato un cronoprogramma, non ha funzionato una convenzione urbanistica, non ha funzionato un progetto definitivo.
Ha funzionato un bosco.
C’era un parcheggio da costruire, c’erano piani, proroghe, fideiussioni, incarichi, protocolli, planimetrie, pareri, allegati, sedute di Giunta e tutta la piccola liturgia dell’urbanistica comunale, quella in cui ogni cosa sembra sempre sul punto di accadere e invece resta sospesa per anni nella nebbia mirandolese del “provvederemo”, “valuteremo”, “completeremo”.
Poi, mentre la burocrazia cercava ancora il fascicolo giusto, è arrivato il verde.
Senza determina, senza CIG, senza CUP, senza parere contabile, senza videoconferenza su Zoom, senza comunicato stampa e senza taglio del nastro, prima è spuntato un arbusto, poi un albero, poi altri alberi, poi radici, ombra, suolo permeabile, vita, e alla fine, dove il vecchio PIP Nord di via di Mezzo voleva piazzare il famoso “parcheggio grande”, è cresciuto un bosco.
Il progetto umano voleva asfaltare.
Il progetto vegetale ha germogliato.
E ha vinto lui.
Il Piano nasce nel 2000, il lotto viene assegnato nel 2001, le opere dovevano essere completate entro il 2011, poi arrivano proroghe, altre proroghe, fino all’escussione della fideiussione nel 2018, e mentre l’amministrazione continuava a completare i verbi al futuro, il bosco completava sé stesso al presente.
Il capolavoro, però, arriva nel 2024.
Perché nel 2024 — non nel 2004, non nel 1998, non durante il Regno delle Due Sicilie — viene ancora depositato un progetto definitivo per completare quelle opere, con un quadro economico da 473.306,68 euro, di cui 375.660,90 euro di lavori, e dentro c’era ancora lui, il parcheggio grande: quello da fare proprio dove nel frattempo era nata un’area verde naturale, permeabile, con piante di alto fusto.
Nel 2024, mentre il mondo parlava di consumo di suolo, desigillazione, mitigazione climatica, aree verdi e filtri ecologici, a Mirandola qualcuno stava ancora inseguendo una planimetria del 2000 come se fosse una tavola della legge scesa dal monte Sinai con allegato computo metrico.
Peccato che i numeri, quei maleducati, dicano altro.
I posti auto previsti dal vecchio piano erano 290, quelli già realizzati sono 246, quelli necessari secondo gli standard urbanistici sono 89: ottantanove. Cioè il Comune aveva già quasi il triplo dei parcheggi necessari, ma nel 2024 si ragionava ancora come se mancasse l’ultimo tassello della civiltà occidentale: altri 73 posti auto, da ricavare sacrificando circa 3.350 metri quadrati di area verde naturale permeabile.
E non basta, perché gli atti dicono pure che i parcheggi esistenti sono utilizzati per circa il 50% e solo durante le ore lavorative: quindi il parcheggio grande non serviva agli standard, non serviva alle aziende, non serviva nemmeno alle auto, che infatti avevano già espresso parere contrario con assenza qualificata.
Ma il vecchio disegno prevedeva anche il famoso parco lineare, cioè un parchetto pubblico attrezzato che gli stessi atti descrivono come area “interclusa e lontana da abitazioni”, con conseguente difficoltà di gestione.
In pratica: prima si voleva abbattere un bosco spontaneo e funzionante, poi costruire un parcheggio sostanzialmente inutile, e dietro metterci pure un parchetto isolato, poco sorvegliabile, difficile da gestire. Una specie di natura sintetica prodotta dopo aver eliminato quella originale.
Urbanistica livello Mirandola: togliere un bosco vero per costruire un parcheggio vuoto e un parchetto problematico.
È come buttare via una gallina viva perché il regolamento del 2000 prevedeva un uovo in plastica.
Poi, nel 2026, arriva finalmente il DOCFAP e scopre l’ovvio con timbro, protocollo e firma digitale: forse è meglio non asfaltare il bosco, forse è meglio tenerlo, forse è meglio sistemarlo, forse è meglio smetterla di inseguire un parcheggio superfluo e un parchetto intercluso che già sulla carta sembrava chiedere aiuto.
E qui arriva la beffa più bella: la natura non ha solo battuto la burocrazia sul piano urbanistico e persino sul tempo, arrivando prima, crescendo prima e dando una funzione a un vuoto prima che il Comune riuscisse a trasformarlo in un altro problema.
La natura ha fatto anche risparmiare il Comune.
L’opzione del 2024 viaggiava infatti su 473.306,68 euro. La nuova opzione, quella che mantiene il bosco, sistema l’area verde, realizza il percorso e l’arredo urbano, sta a 117.640,12 euro.
Ballano più di 355 mila euro.
Tradotto: il bosco ha fatto una variante migliorativa prima ancora che qualcuno gliela chiedesse, ha ridotto il consumo di suolo, ha evitato un parcheggio inutile, ha cancellato un parchetto intercluso, ha creato un filtro verde, ha abbassato i costi e ha lasciato risorse della fideiussione disponibili per altre opere di urbanizzazione.
Però, siccome siamo a Mirandola, anche accorgersi dell’ovvio ha un costo.
Quel progetto definitivo del 2024 non è piovuto dal cielo come una foglia secca: dietro c’è l’incarico professionale conferito nel 2019 all’ingegner Pullè per progettazione definitiva-esecutiva, direzione lavori, contabilità e coordinamento della sicurezza, con compenso complessivo di 18.905,12 euro.
E poi, a fine 2025, arriva un’altra determina ancora più gustosa: siccome in circa vent’anni di disuso si è sviluppato un vero e proprio bosco urbano naturale, ma ormai inselvatichito, con rovi, sterpaglie e arbusti che bloccano il passaggio e limitano la visibilità, serve pulire l’area per permettere una qualche valutazione sul successivo livello progettuale.
Costo della traduzione dal linguaggio degli alberi al linguaggio degli uffici: 6.032,90 euro.
In pratica: prima paghiamo per progettare il completamento del vecchio disegno, poi 2024 arriva un progetto definitivo ancora agganciato a quella logica, poi ci accorgiamo che il territorio non era rimasto fermo ad aspettare il timbro comunale, poi paghiamo anche per entrare fisicamente nel bosco e capire come modificare il progetto.
Totale della pedagogia amministrativa, solo guardando queste due voci: 24.938,02 euro.
Non sono cifre gigantesche, certo.
Ma sono perfette per raccontare il metodo.
A Mirandola non basta arrivare tardi.
Bisogna anche pagare il biglietto del ritardo.
Il bosco aveva già spiegato tutto gratis: “Cari signori, qui il parcheggio non serve più, il verde esiste già, gli alberi sono cresciuti, il suolo è permeabile, le auto non mancano, forse potete fermarvi”.
Ma la burocrazia, prima di ascoltarlo, ha avuto bisogno di incarichi, determine, pulizie, valutazioni, protocolli e ulteriori passaggi, perché a Mirandola anche la realtà, per essere riconosciuta, deve presentarsi in triplice copia.
A Mirandola abbiamo inventato la spending review clorofilliana: non un assessore, non una task force, non un consulente, non un piano strategico.
Un bosco.
Il più efficace revisore della spesa comunale, alla fine, aveva le foglie.
Naturalmente adesso proveranno a raccontarcela come scelta lungimirante, come improvvisa conversione al verde, come nuova sensibilità ambientale, ma la verità è più semplice e molto più divertente: il verde li ha battuti.
Li ha battuti perché è stato più veloce della macchina comunale, più aggiornato del progetto definitivo, più utile del parcheggio, più sensato del parchetto intercluso, più economico della burocrazia e, soprattutto, più puntuale di un’Amministrazione che nel 2024 stava ancora prendendo sul serio un disegno nato nel 2000.
Il bosco non nasce da una visione politica, nasce da un ritardo; non nasce da una strategia, nasce da un’incompiuta; non nasce da una grande scelta ecologica, nasce da anni di attesa, da una convenzione scaduta, da un’opera mai completata.
Però, per una volta, l’abbandono ha prodotto qualcosa di migliore del progetto.
E questa è forse la morale più mirandolese di tutte: quando il Comune non riesce a finire un’opera, ogni tanto interviene la natura e la corregge, con più pazienza, più intelligenza e molto meno costo.
A San Giacomo Roncole non è stato approvato un grande piano verde: è successo qualcosa di molto più semplice, molto più poetico e molto più feroce.
Ci viene spiegato che a Mirandola il “cittadino comune” non avrebbe più voce.
“O tace, o si nasconde.”
Lo si apprende, naturalmente, da un lungo post pubblico, scritto liberamente, pieno di accuse pesanti, toni da città occupata e finale con l’aria negata dalle “paginette rabbiose”.
Già qui il sipario traballa.
Perché se davvero Mirandola fosse diventata un luogo dove nessuno può più parlare, forse non sarebbe così semplice pubblicare un sermone in cui si accusa “certa politica di sinistra” di aver reso la città invivibile.
Invece si parla.
Si parla eccome.
Si parla di gogna.
Di cittadini costretti al silenzio.
Di gente che al bar, al supermercato e al parco verrebbe guardata male.
Di figli che pagherebbero le opinioni dei genitori.
Di foto dei familiari e perfino dell’abitazione.
Di anonimato non come vigliaccheria, ma come “sopravvivenza”.
A leggere il post sembra di non essere più nella Bassa modenese, ma in un romanzo distopico dove il Comitato Centrale del Fico controlla il banco salumi, il reparto surgelati e l’altalena del parco.
Poi arriva la frase madre: “questo non è fare opposizione, è terrorismo psicologico da salotto”.
Meravigliosa.
Terrorismo psicologico da salotto.
Cioè, evidentemente, una cellula eversiva armata di plaid, tisana, screenshot e determine comunali. Gente pericolosissima: non mette bombe, apre l’Albo Pretorio. Non prende ostaggi, legge i quadri economici. Non semina panico, fa domande.
Ma il vero trucco del post è un altro: prende la critica politica e la trasforma in persecuzione.
Se rispondi, fai gogna.
Se ironizzi, odi.
Se contesti, intimidisci.
Se chiedi conto di un fatto pubblico, rendi Mirandola invivibile.
Comodissimo.
Così non si deve più discutere nel merito. Non servono esempi, prove, episodi precisi, nomi, circostanze. Basta evocare il “clima”.
Chi sarebbe stato messo alla gogna?
Quando?
Per quale commento?
Con quali conseguenze reali?
Non si sa.
Però c’è il “cittadino comune”.
Figura mitologica della politica locale: non ha volto, non ha dati, non ha casi concreti, ma viene tirato fuori ogni volta che bisogna trasformare una lagna di parte nella voce del popolo oppresso.
E poi c’è il capolavoro storico: “dopo 74 anni di governo di sinistra”.
Quindi, se capiamo bene, dopo due sconfitte elettorali della sinistra, il vero potere oppressivo su Mirandola non sarebbe di chi governa, comunica, decide, nomina, inaugura, taglia nastri, assegna deleghe e amministra.
No.
Sarebbe di qualche pagina satirica.
Praticamente la Spectre con la foto profilo.
Ma il meglio arriva nei commenti, dove il post decide di suicidarsi da solo.
Arriva Alex Goldoni e scrive una cosa normalissima: basta piagnistei, destra e sinistra alzano i toni, iniziate ad ascoltarvi invece di sentirvi tutti depositari della verità assoluta.
Una frase persino troppo equilibrata.
E infatti viene subito trattata come materiale radioattivo.
Prima risposta: “sono d’accordo, ma lo sarei ancora di più se lo scrivessi anche sotto i post degli altri”.
Traduzione: prima di dire una cosa sensata devi presentare il certificato di equidistanza, con marca da bollo e timbro del Comune dei Moderati.
Seconda risposta: “eh no, mi dispiace carissimo, ma si sbaglia”.
Il “carissimo” è stupendo.
È quella carezza data con la carta vetrata. Ti stanno dicendo: siediti, adesso ti spieghiamo noi cosa devi pensare.
E infatti parte subito il catechismo: prima del cambio di colore non c’era odio, poi sono arrivate le pagine anonime, la maschera della satira, le prese in giro, gli attacchi personali, il clima pesante.
Quindi Alex dice: “forse i toni li alzano tutti”.
E gli rispondono: “no, il problema siete voi”.
Perfetto.
Sotto un post che denuncia cittadini zittiti, il primo cittadino che parla fuori copione viene corretto, normalizzato, rimesso nel recinto.
Puoi parlare, certo.
Ma devi dire la frase giusta.
Devi confermare la narrazione.
Devi unirti al coro.
Altrimenti “carissimo, si sbaglia”.
Poi arriva un altro dettaglio poetico: “dal vivo bisogna avere le palle di dire le cose in faccia”.
Frase finissima.
Soprattutto sotto un post che denuncia il clima di intimidazione.
Diciamo che, per dimostrare serenità democratica, usare il lessico da retrobottega non è proprio Norberto Bobbio.
E infine c’è l’anonimato.
Le pagine sarebbero anonime.
Però, curiosamente, si sa già che sono “di sinistra”.
Anonime, ma identificate.
Mascherate, ma catalogate.
Sconosciute, ma già condannate politicamente.
A quel punto Raimondo Meloni fa la domanda più semplice, quindi la più pericolosa: se sono anonimi, come fate a dire che sono di sinistra? E se davvero c’è odio, perché non fate un esposto alla polizia?
Risposta?
“No comment.”
Meraviglioso.
Dopo un poema sul cittadino senza voce, davanti a una domanda concreta arriva il silenzio.
Non quello imposto dalle paginette.
Quello scelto quando finisce la sceneggiatura.
La verità è molto più semplice.
Il post dice: “la gente non parla più”.
I commenti dimostrano: la gente parla, ma se non dice quello che deve dire viene subito corretta.
Questa non è mancanza di libertà.
È allergia al contraddittorio.
Non vogliono cittadini liberi.
Vogliono cittadini allineati.
Non vogliono il confronto.
Vogliono il coro.
E quando qualcuno stecca, parte subito il “carissimo, si sbaglia”.
Mirandola non è invivibile perché esistono pagine critiche.
Diventa invivibile quando chi predica libertà di parola pretende in realtà il monopolio del microfono.