Fico della Mirandola

  • Ricarica Pedonale

    Grande passo avanti per la mobilità sostenibile mirandolese: alla Favorita arriva la ricarica per pedoni. L’assessorelfo l’ha inaugurata di persona. Entusiasta, carichissimo e appena appena arrostito.




  • ELEMENTARE, BIONDALISA: LA PAGINA CHE DÀ LEZIONI A TUTTI E POI CONFONDE PURE LE SCUOLE

    C’è del genio, bisogna ammetterlo, nel pippone di Elementare, Biondalisa.
    Non il genio dell’analisi, sia chiaro.
    Il genio del depistaggio travestito da spiegazione.

    Perché qui non siamo davanti a una semplice cantonata.
    Qui siamo davanti a disonestà intellettuale con il grembiulino stirato.

    La domanda era semplice, persino per una pagina che si chiama Elementare:
    perché la cucina della scuola dell’infanzia Neri, comunale, non è operativa?

    Risposta di Biondalisa:
    una centrifuga di impianti condivisi, percentuali magiche, varianti, contatori, organismi integrati e altra fuffa tecnico-liturgica che riguarda in larga parte la Chiocciola/Lumaca, cioè un’altra struttura, un altro servizio, un altro problema.

    Capolavoro.

    È come se uno chiedesse perché la Panda non parte e il meccanico rispondesse con una conferenza sul cambio della corriera di linea.
    Lungo, solenne, pieno di paroloni.
    E totalmente fuori bersaglio.

    Ma il punto non è solo che Elementare, Biondalisa confonde volutamente la Neri con la Chiocciola/Lumaca.
    Il punto è come lo fa: con quel tono da maestrina saccente, da prima della classe del burocratese, da pagina convinta di stare distribuendo verità mentre in realtà sta solo impastando due questioni diverse per non rispondere a nessuna.

    E questa non è precisione.
    Non è rigore.
    Non è approfondimento.

    È il vecchio trucco della propaganda con gli occhialini dalle lenti azzurrate:
    quando il problema è imbarazzante, non lo chiarisci.
    Lo anneghi in una pozza di tecnichese, così i fedelissimi possono applaudire pensando di aver assistito a una lezione, mentre in realtà hanno visto solo una supercazzola con protocollo.

    La verità è molto più semplice del romanzo di Biondalisa:

    • la Neri è una scuola dell’infanzia a gestione comunale/statale
    • la cucina della Neri è il problema concreto
    • la Lumaca è un’altra partita, soprattutto sul fronte impianti e la ambivalenza fra affidamento a privati della gestione del nido e il sevizio cucina in mano comunale
    • mischiare tutto insieme non è chiarezza: è confusione interessata

    E quando la confusione non serve a capire ma a coprire, si chiama in un solo modo:
    disonestà intellettuale.

    Altro che pagina seria.
    Qui siamo davanti a una specie di maga del quadro economico, che agita il ditino, sventola un 18,15%, tira fuori due determine dal cappello e spera che nessuno si accorga che il coniglio è morto da tre paragrafi.

    🍐 Il Fico osserva:
    più che Elementare, Biondalisa, qui siamo a Confondare, Supercazzalisa: quella che entra in classe per correggere gli altri e poi sbaglia perfino il nome scritto sul quaderno.

  • Comune di Mirandola, reparto copia-incolla.

    A Mirandola i papà sono talmente speciali che per far loro gli auguri il Comune non ha usato un papà di Mirandola, né una foto originale, né un’idea propria: ha preso pari pari lo stock da catalogo.
    Altro che festa del papà: questa è la festa del copia-incolla istituzionale.

    C’è qualcosa di poeticamente perfetto in tutto questo: un Comune che dovrebbe rappresentare una comunità vera, fatta di facce vere, famiglie vere, persone vere, e invece comunica come uno stagista disperato alle 17:58 con la consegna alle 18:00.
    Scrivi “super papà” su Freepik, scegli il modello con mantello, piazzi il logo del Comune sopra e via, missione compiuta: anche quest’anno l’autenticità la festeggiamo l’anno prossimo.

    Il messaggio implicito è meraviglioso:
    non “auguri ai papà mirandolesi”,
    ma “auguri a un tizio barbuto americano da archivio stock che da oggi, per decreto grafico, rappresenta ufficialmente la paternità locale”.

    Del resto è coerente: qui da noi spesso la realtà è trascurata, mentre la scenografia viene curata benissimo.
    E quindi anche i papà diventano una immagine prefabbricata, buona per tutte le stagioni, tutti i comuni e tutte le ricorrenze, purché sia in alta risoluzione.

    Il Fico fa i suoi auguri a tutti i papà veri, non quelli in abbonamento gratuito da banca immagini.
    Perché l’amore sarà pure universale, ma la comunicazione istituzionale fatta col template resta una miseria.

    https://it.freepik.com/search?format=search&last_filter=selection&last_value=1&query=Super+papa&selection=1&type=photo#uuid=a3ae9227-8853-44f2-a391-29339febd48c

  • Bengala vietato per editto, autorizzato per fotografia:

    ora la Ducale stronchi il terrorismo chantilly.

    Il Comune firma l’ordinanza, gonfia il petto, parla di sicurezza, di pericolo, di controlli, di sanzioni, di rigore assoluto contro i fuochi pirotecnici nei locali pubblici; poi però, nel Ducato di Mirandola, basta infilare il bengala nella torta giusta e il miracolo è compiuto: ciò che sulla carta è vietato, in fotografia diventa improvvisamente edificante. E il capolavoro non è nemmeno l’infrazione in sé, già abbastanza ridicola; il capolavoro è il giornale comunale che la prende, la lucida e la mette beatamente in vetrina, come se il modo migliore per far rispettare un’ordinanza fosse pubblicarne la violazione con aria serena da bollettino parrocchial-istituzionale. Qui non siamo più all’incoerenza: siamo alla presa per i fondelli elevata a metodo di governo. Il cittadino normale si becca il sermone, il divieto, il tono marziale, la minaccia della multa; il bengala fotogenico invece viene assolto per manifesta simpatia iconografica. A Mirandola la legge non vale per tutti: vale per chi non ha il privilegio di finire impaginato nel giornalino del Palazzo. Per questo il Fico chiede alla Polizia Ducale di intervenire con la dovuta ferocia: non solo sulla torta eversiva e sulla scintilla abusiva, ma soprattutto su chi ha avuto la faccia come il marmo di trasformare un comportamento appena vietato dal Comune in materiale da propaganda sorridente. Perché il vero incendio, qui, non lo provoca la miccia sulla panna: lo provoca l’arroganza di un potere che prima fa l’ordinanza per il popolino e poi se la calpesta da solo, con tutta la tranquillità di chi è convinto che a Mirandola basti una foto ben impaginata per far sparire anche il ridicolo.

  • Bando “La Lumaca”, puntata 2

    I 28 mila euro miracolosi: dentro ci devono stare i bambini, i pennarelli e pure il profitto

    Cappello introduttivo

    Nella prima puntata il Fico ha guardato il lato impiantistico del bando della futura Lumaca e ha scoperto che il Comune sogna di separare nido e cucina in un edificio nato invece come organismo unico.
    In questa seconda puntata, invece, si passa alla parte ancora più commovente: i conti.

    Perché c’è una cifra che nei documenti meriterebbe di essere esposta in teca, tra le reliquie amministrative più ardite della Bassa:
    28.606,74 euro all’anno.

    A prima vista potrebbe sembrare una cifra seria.
    Poi però si legge bene cosa ci deve stare dentro, e si capisce che più che un margine è un atto di fede.


    La relazione economica del bando dice una cosa molto semplice e molto spietata: il 92,86% del valore annuo dell’appalto se ne va già in costo del lavoro, stimato in 372.047,90 euro.
    Per tutto il resto resta il 7,14%, cioè appunto 28.606,74 euro l’anno.

    Ed è importante dirlo subito con chiarezza:
    quelle cifre dedicate al personale sono pressoché incomprimibili.

    Non perché il Comune sia stato generoso.
    Ma perché il bando e la relazione inchiodano il servizio a una struttura minima molto rigida: il costo del lavoro è stato costruito sul CCNL delle cooperative sociali di riferimento, con livelli economici ben precisi; il capitolato richiede educatori e ausiliari con determinati profili, impone il rispetto dei rapporti numerici educatore-bambino e ausiliario-bambino per tutto l’orario di apertura, pretende sostituzioni rapide in caso di assenza, limita il turn-over e, in più, chiede in offerta tecnica un numero di addetti non inferiore a quello indicato nella relazione allegata.

    Tradotto dal giuridichese al mirandolese:
    sul personale non c’è molto grasso da tagliare.
    Non siamo davanti a una fisarmonica che il gestore può stringere e allargare a piacere.
    Siamo davanti a una struttura già quasi tutta tirata dal Comune, con pochissimo spazio vero per comprimere il costo del lavoro senza avvicinarsi pericolosamente al minimo strutturale del servizio.

    E questo rende il quadro ancora più interessante.
    Perché se il personale è già quasi tutto “bloccato” da contratto, inquadramenti, rapporti numerici, qualifiche e obblighi organizzativi, allora il vero punto di compressione non è lì.
    Il vero punto di compressione diventa tutto il resto.

    E infatti quel “tutto il resto” non è una mancia per il gestore e non è nemmeno un tesoretto allegro da usare per le feste di fine anno.
    No. Dentro quei 28.606,74 euro ci devono stare:

    • manutenzione ordinaria dell’immobile e delle pertinenze;
    • materiali di consumo;
    • attrezzature;
    • spese generali escluse quelle di personale;
    • utile di impresa;
    • e tutti gli altri costi ricompresi nel capitolato.

    Tradotto:
    dentro quella cifra ci devono convivere
    i pennarelli e il profitto,
    la pulizia e la dignità imprenditoriale,
    la manutenzione e il miracolo economico.

    Perché il capitolato, se letto senza camomilla, è abbastanza chiaro.
    Il gestore non si prende solo educatori e ausiliarie.
    Si prende anche il materiale per le attività con i bambini e le famiglie, i materiali per l’igiene e la pulizia, la sanificazione, la cura dei bambini, la lavanderia, l’integrazione di arredi, giochi e attrezzature se mancanti, la manutenzione ordinaria degli immobili e delle aree cortilive, la gestione dei giochi da esterno, la TARI per la parte in gestione, le utenze telefoniche e, quando scatterà il miracolo della separazione impiantistica, anche luce, acqua e gas.

    La manutenzione straordinaria, formalmente, resta al Comune.
    Ma con una piccola grazia amministrativa: se una straordinaria nasce da una cattiva manutenzione ordinaria, allora il problema può tornare addosso al gestore come una rondine cattiva in stagione elettorale.

    Quindi il quadro è questo:
    il Comune costruisce un appalto in cui quasi tutto il valore è già mangiato dal personale, e il personale stesso è quasi incomprimibile; di conseguenza tutto ciò che rende il servizio concretamente vivibile deve stare in un avanzo che, già a ribasso zero, è stretto come un corridoio di casa popolare.

    Ma la poesia migliora ancora quando si fa un’ipotesi molto modesta, quasi innocente:

    e se ci fosse un ribasso del 3%?

    Ecco, lì la favola si fa davvero educativa.

    Perché con un ribasso del 3% il ricavo annuo teorico scende, e quei 28.606,74 euro non restano più 28 mila. Diventano circa 16.587 euro l’anno dopo aver coperto il costo del lavoro. Questo non è un numero inventato: è una semplice elaborazione matematica sui valori della relazione economica.

    A questo punto il Fico, da vecchio contabile dell’assurdo, si permette un’ulteriore ipotesi:
    mettiamo che il gestore, già che esiste, voglia portarsi a casa almeno 10 mila euro di margine annuo. Non stiamo parlando di yacht, caviale e weekend a Cortina. Stiamo parlando del minimo sindacale per non lavorare solo per la gloria di San Bilancio.

    Bene. In quel caso, per tutto il resto resterebbero circa 6.587 euro all’anno.

    Ripetiamolo piano, come si fa con i bambini dell’infanzia quando si insegna a contare fino a dieci:

    6.587 euro all’anno.

    Cioè poco più di 500 euro al mese.
    Per tutto.

    Per i materiali didattici.
    Per la carta.
    Per i cartoncini.
    Per i pennarelli.
    Per la colla.
    Per i detergenti.
    Per il sapone.
    Per la sanificazione.
    Per i giochi da sostituire.
    Per le piccole manutenzioni.
    Per gli imprevisti.
    Per i mille accidenti quotidiani di un asilo vero.

    Insomma, più che un piano economico, sembra una puntata di “Affari tuoi” giocata con i pannolini.

    E qui arriva il punto serio, sotto la satira.

    Perché quando il costo del personale è già quasi blindato dal bando, il problema non è decidere se comprimere i costi.
    Il problema è capire dove si finirà per comprimerli.

    E la risposta purtroppo è abbastanza semplice:
    non sui livelli contrattuali,
    non sui rapporti numerici minimi,
    non sugli inquadramenti obbligati,
    ma su tutto ciò che resta intorno.

    E siccome tutto ciò che resta intorno sono attività, materiali, manutenzioni, margini organizzativi e qualità minuta del servizio, il rischio è evidente:
    il bando spinge fisiologicamente a cercare risparmio proprio sulle parti più silenziose e meno difese del nido.

    Quelle che non fanno titolo in delibera.
    Quelle che non finiscono in conferenza stampa.
    Quelle che però, nella vita vera di un asilo, fanno la differenza tra un servizio semplicemente in regola e un servizio davvero ricco, sereno e di qualità.

    Ed è qui che il bando smette di essere una faccenda per soli tecnici e diventa una faccenda politica.

    Perché se costruisci un appalto in cui il costo del personale è quasi incomprimibile e il resto è ridotto a una ciotolina di spiccioli, allora il messaggio è chiaro:
    la qualità concreta del servizio dovrà arrangiarsi dentro ciò che avanza.

    E allora il problema non è solo il bando della Lumaca.
    Il problema è una certa religione amministrativa locale:
    esternalizzare tutto, spendere il meno possibile, controllare molto (le carte… o certe pagine Facebook) e poi fingersi stupiti se la qualità rischia di vivere di rendita e di miracoli.

    Come se i servizi per l’infanzia fossero una gara a chi tira meglio la coperta.
    Come se bastasse un capitolato ben scritto per sostituire il respiro organizzativo, i margini veri e la qualità concreta.
    Come se i bambini potessero crescere serenamente dentro un modello pensato più per far quadrare il contratto che per far respirare il servizio.

    Il Fico la mette giù semplice:
    quando l’esternalizzazione diventa un riflesso automatico, la qualità non è più il punto di partenza.
    Diventa il sottoprodotto eventuale di un meccanismo costruito per risparmiare, scaricare e controllare.

    E a quel punto il rischio è sempre lo stesso:
    che il Comune inauguri il futuro,
    e che poi a gestire il presente restino i soliti santi.
    Uno l’abbiamo già conosciuto: San Contatore Martire.
    L’altro, a forza di tirare i margini, potrebbe diventare presto San Pennarello Moltiplicato.


    Documenti consultati

    • Determinazione n. 209 del 16/03/2026
    • Capitolato Speciale d’Appalto
    • Relazione tecnico-economica di gara
  • Da Mirandola allo spazio profondo del materialismo ludico

    Compagni mirandolesi,
    ha aperto la Ludoteca Gagarin: nuovo avamposto dell’educazione cosmico-popolare dove il giovane cittadino, tra un gioco in scatola e un laboratorio creativo, potrà compiere i primi passi verso la gloriosa conquista della coscienza collettiva.

    Non più solo costruzioni e pennarelli:
    da oggi anche addestramento silenzioso alla disciplina, al gioco organizzato e al superamento dell’egoismo piccolo-borghese.

    Sotto lo sguardo severo ma affettuoso dei padri della rivoluzione, i piccoli di Mirandola impareranno che:
    il dado è del popolo, il tavolo è del popolo, la fantasia è del popolo.

    Ludoteca Gagarin:
    dove il bambino non chiede “è mio?”
    ma domanda fiero:
    “di chi è?”
    E la risposta è una sola:
    nostro.

  • Bando “La Lumaca”, puntata 1

    La cucina di Schrödinger: fuori dalla gestione, dentro agli impianti

    Cappello introduttivo

    Questo è il primo di una serie di post con cui il Fico proverà a leggere il bando di gestione del futuro asilo che, per coerenza zoologica e velocità amministrativa, chiameremo “La Lumaca”.

    L’idea è semplice: meno inaugurazioni, più capitolati.
    Perché quando un Comune costruisce un edificio nuovo e poi ne mette a gara la gestione, la domanda non è solo “quanto costa?” oppure “chi se lo prende?”.

    La domanda vera è: ma questo edificio è stato progettato davvero per il tipo di gestione che il Comune sapeva già di voler fare, oppure prima si è gettato il cemento e poi si è cominciato a pensare?

    E qui, già alla prima lettura, salta fuori una meraviglia tutta mirandolese:
    La attuale maggioranza ama esternalizzare i servizi come certi devoti amano i santi patroni,
    perché quando realizza opere nuove sembra dimenticarsi di progettare anche le condizioni materiali dell’esternalizzazione?


    Il capitolato, a voler essere generosi, una cosa la spiega abbastanza bene.
    L’operatore economico gestisce il nido e tutta la sua allegra trincea quotidiana: personale educativo e ausiliario, materiali didattici, pulizie, cura dei bambini, lavanderia, manutenzione ordinaria, distribuzione dei pasti, apparecchiatura, sparecchiatura, pulizia e disinfezione delle aree in cui si mangia.

    Tradotto dal burocratese al mirandolese:
    al gestore viene affidata la vita vera dell’asilo.

    Quella fatta di pannolini, pennarelli, mocio, stoviglie, bavaglini, turni, piccoli guasti e grandi rogne.

    Poi però si arriva alla cucina.
    E lì il bando comincia a scricchiolare…

    Perché i documenti dicono che la fornitura dei pasti resta al Comune.
    “Tutto il necessario per l’espletamento del servizio mensa” lo mette la committenza.
    Il gestore invece prenota, somministra, prende e riporta i carrelli, assiste i bambini mentre mangiano e poi pulisce gli spazi dove il pasto si consuma.

    Cioè:
    il gestore non gestisce la cucina,
    ma si prende tutto ciò che ruota attorno al fatto che la cucina esista.

    Una genialata amministrativa quasi poetica:
    la cucina c’è, ma anche no.

    Sta nell’edificio, ma a metà fuori dalla gestione.
    Produce effetti, consumi, esigenze, problemi e costi, ma contrattualmente viene trattata come una creatura istituzionale semifantasma.

    Insomma: la cucina di Schrödinger.
    Fuori dalla gestione, dentro agli impianti.
    Non gestita, ma decisiva.
    Non tua, ma un po’ sì.

    Peccato che poi uno vada a leggersi il progetto edilizio e scopra che non stiamo parlando della macchinetta del caffè messa in un corridoio.
    No. Qui compare una cucina vera: cucina, dispensa, lavaggio stoviglie, locale dedicato, predisposizioni impiantistiche elettriche e idrauliche, piano di cottura con cappa, forno a vapore, lavastoviglie, frigorifero, freezer, tutta roba che consuma acqua ed energia, e non poca!

    Cioè: nel progetto dell’edificio la cucina non è un accessorio.
    Non è un soprammobile.
    Non è un optional messo lì per bellezza.
    È una funzione strutturalmente incorporata nel fabbricato.

    Ed è qui che il bando diventa un piccolo spettacolo di illusionismo.

    Perché da un lato ci raccontano una separazione gestionale elegante:
    i pasti li garantisce il Comune,
    il gestore distribuisce e pulisce,
    la TARI è a carico del gestore solo “per la parte in gestione”,
    la manutenzione straordinaria se la tiene il Comune,
    e le utenze di luce, acqua e gas passeranno al gestore

    solo quando verranno separate le utenze tra parte nido e parte cucina.

    Bellissimo.
    Pulito.
    Ordinato.
    Peccato che questa pulizia esista soprattutto nella fantasia del capitolato.

    Perché gli impianti, a differenza degli amministratori, non si impressionano davanti alle formule scritte bene.

    E infatti il progetto racconta un edificio NZEB (edificio a emissioni “quasi” zero), con pompa di calore aria/acqua, riscaldamento a pavimento, VMC, locale tecnico comune e soprattutto un fotovoltaico da 40 kWp pensato per compensare gran parte dei consumi dell’immobile.

    Tradotto: dal punto di vista energetico e impiantistico, qui non abbiamo due mondi separati che un giorno, da adulti, si divideranno civilmente le bollette.
    Qui abbiamo un organismo unico, nato per vivere come un organismo unico.

    E allora entra in scena lui:
    Salomone impiantistico.

    Solo che stavolta il bambino da tagliare in due non è un neonato conteso da due madri.
    Il bambino è l’edificio.
    Le due madri sono il nido e la cucina.
    E il Comune, invece di chiedersi prima come organizzare la convivenza, arriva dopo con la spada del capitolato e dice:
    “bene, adesso dividiamo tutto.”

    Peccato che pompa di calore, fotovoltaico, locale tecnico e quadri elettrici non si taglino in due con la spada della determina.

    Perché la domanda tecnica, quella seria, è semplice:
    come la fate davvero questa separazione?

    Con quali contatori?
    Con quali sottocontatori?
    Con quale criterio di riparto?
    Con quale contabilizzazione dell’energia autoprodotta dal fotovoltaico?
    Con quale faccia tosta si pensa di distinguere con precisione i consumi della cucina da quelli del resto del nido, quando il progetto nasce come sistema integrato?

    Perché una cosa è scrivere:
    “poi separiamo le utenze”.
    Un’altra è progettare da subito un edificio in cui quella separazione sia davvero misurabile, governabile, trasparente e credibile.

    Altrimenti siamo nel pieno della grande tradizione amministrativa padana:
    prima fai il progetto come viene,
    poi fai il bando come speri,
    poi affidi tutto alla Provvidenza, a un paio di contatori mai nati e a un elettricista con la pressione alta.

    Con il fotovoltaico unico, con gli impianti integrati e con la cucina già infilata nel corpo edilizio, la frase “poi separiamo” suona più o meno come questa:
    più avanti, con calma, provvederemo a separare il brodo dal dado.

    E qui arriva il pezzo politico.
    Perché nella relazione di progetto del 2023 si parla di economicità di gestione, ottimizzazione dei costi di manutenzione e di esercizio e attenzione all’intero ciclo di vita dell’edificio.

    Benissimo.
    Bellissime parole.
    Morbide.
    Responsabili.
    Quasi commoventi.

    Ma proprio per questo la domanda diventa ancora più cattiva:
    se nel 2023 si ragionava già sul ciclo di vita dell’edificio, e se nel 2023 la Lety era vicesindaca con delega alle opere pubbliche, com’è possibile arrivare al bando di gestione con una separazione tra nido e cucina evocata sul piano contrattuale ma ancora fumosa sul piano impiantistico?

    Perché a questo punto non siamo davanti a una grana caduta dal cielo sulla scrivania della sindaca all’ultimo minuto.
    No.
    Siamo dentro la stessa filiera politico-amministrativa che ha accompagnato l’opera mentre nasceva.

    E allora il punto non è solo:
    “oggi la Lety si trova il problema”.
    Il punto è:
    ma questo problema, quando l’opera veniva seguita sul fronte dei lavori pubblici, non doveva essere visto prima?

    Perché qui sta la contraddizione vera di Mirandola:
    il Comune ama esternalizzare,
    ma quando costruisce opere nuove sembra non progettare fino in fondo le condizioni concrete dell’esternalizzazione.

    Prima fai il contenitore.
    Poi scopri che dentro ci saranno soggetti diversi, costi diversi, oneri diversi, responsabilità diverse, bollette diverse.
    Prima il cemento.
    Poi il capitolato.
    Poi, se Dio vuole, la separazione delle utenze.
    Infine, a chiudere il cerchio, San Contatore Martire.

    E allora la sintesi di questa prima puntata sulla Lumaca è molto semplice:

    il capitolato distingue abbastanza bene chi fa cosa tra nido e cucina;
    il progetto distingue molto meno chi consuma cosa e chi paga cosa.

    E quando un Comune che vive di esternalizzazioni scopre troppo tardi di non aver progettato bene il confine tra i servizi, il rischio è che la gestione futura assomigli meno a un asilo moderno e più a un esperimento di spiritismo contabile con supporto elettrotecnico.

    Per ora, più che una separazione impiantistica, sembra una promessa affidata alla fede, alla burocrazia e a un santo che ancora aspetta la canonizzazione ufficiale:

    San Contatore Martire, protettore delle volture impossibili, dei sottocontatori immaginari e delle opere pubbliche pensate a metà.

    Fonti / documenti letti
    Determinazione n. 209 del 16/03/2026; Capitolato Speciale d’Appalto; relazione tecnico-economica di gara; Relazione Generale di progetto (Tav. 101 – REVA); Computo metrico estimativo (Tav. 112 – REVA).

  • 🎵 C’era una scuola molto carina

    (versione mirandolese) Sergio Neri feat Sergio Endrigo

    C’era una scuola molto carina
    senza giardino,
    senza cucina.

    Non si poteva correre fuori
    perché mancavano prato e fiori.

    C’erano ruspe, terra fresata,
    una montagna non ancora spianata.

    Cumuli alti quasi due metri
    che sembrano dune più che tappeti.

    Il prato?
    Arriverà, dicono piano.
    Magari con il bel tempo…
    l’anno prossimo o quello lontano.

    E la cucina?
    Per ora riposa,
    come una promessa un po’ misteriosa.

    Però la scuola è molto carina,
    dicono tutti dalla collina:

    “È quasi pronta, manca pochino,
    solo il giardino…
    e pure il fornellino.”


    🍐 Il Fico osserva

    Ora, il Fico lo dice subito:
    la scuola Sergio Neri è una cosa seria e importante.

    I lavori di adeguamento sismico, ampliamento ed efficientamento energetico sono stati un intervento necessario.
    Meglio una scuola sicura che una scuola vecchia.

    Su questo non si discute.

    Però.

    Come spesso accade nelle opere pubbliche mirandolesi, la realtà ha sempre quel piccolo dettaglio poetico che sfugge ai comunicati ufficiali.

    Per esempio.

    Nel comunicato si parla di consegna dell’edificio e di trasferimento dei bambini.
    Tutto molto ordinato, tutto molto istituzionale.

    Peccato che:

    • il giardino, a oggi, sembri più un campo arato che un’area giochi;
    • il prato è ancora un concetto filosofico;
    • e tra i cumuli di terra qualcuno giura di aver visto dune alte quasi due metri.

    Un piccolo Sahara pedagogico.

    La cucina invece, da quanto si racconta informalmente, pare essere entrata nella categoria delle entità quantistiche:
    esiste nel progetto, ma nella pratica è difficile da osservare.

    Un po’ come certe date di fine lavori.


    📋 Il dettaglio curioso

    Il Comune comunica che:

    • la consegna dell’immobile è prevista il 6 marzo
    • il trasferimento dei bambini il 16 marzo

    Quindi tutto è pronto.

    O quasi.

    Perché nel frattempo:

    • il giardino deve ancora diventare un giardino
    • e la cucina deve ancora diventare una cucina

    Ma a Mirandola siamo gente pratica.

    Se non c’è il prato si gioca sulla terra.
    Se non c’è la cucina si userà quella provvisoria del palacomini e pazienza se arriverà cibo freddo.

    Dopotutto siamo cresciuti con Sergio Endrigo.


  • Il sacrificio del casellino

    Nella pubblica amministrazione esistono decisioni strategiche.

    Piani urbanistici.
    Investimenti.
    Politiche per il territorio.

    E poi esistono decisioni ancora più profonde, quelle che toccano il vero motore della macchina pubblica: la macchinetta del caffè.

    Con la Determinazione n.168 del 3 marzo 2026 il Comune di Mirandola ha ridefinito la geografia dei distributori automatici nelle sedi comunali.

    Motivo ufficiale: la prossima riapertura del Palazzo Comunale storico in Piazza Costituente.

    Da qui la necessità di ridistribuire alcune macchinette attualmente presenti nella sede provvisoria di via Giolitti.

    La tabella allegata alla determina è, come spesso accade negli atti amministrativi, un piccolo esercizio di fantasia numerica

    — probabilmente figlio di un copia-incolla troppo entusiasta — ma la ricostruzione più plausibile è questa:

    in via Giolitti erano presenti tre coppie di distributori
    (caffè e snack).

    Con la riapertura del municipio storico una di queste coppie viene trasferita in Piazza Costituente.

    Fin qui nulla di drammatico.

    Le macchinette seguono il potere.

    Ma la vera notizia non è questa.

    La vera notizia è il sacrificio del casellino ferroviario di via Curiel.

    Per anni quel piccolo edificio ha ospita il servizio Promozione del Territorio e Accoglienza Turistica.

    Turisti (pochi).
    Mappe (tante, alcune anche belle).
    Dépliant (tanti).
    Gadget inutili (il posacenere portatile in plastica, i portachiavi…).

    E, soprattutto, una macchinetta del caffè.

    Ora però la determina stabilisce che quel distributore verrà trasferito all’Auditorium Rita Levi Montalcini, su richiesta di Emilia-Romagna Teatro.

    Il casellino perde la tazzina.

    Il turismo perde il caffè.

    Il teatro lo guadagna.

    Un perfetto riassunto delle priorità amministrative.

    Il piccolo presidio di accoglienza della città viene privato della sua unica infrastruttura caffeinica, mentre la macchina culturale istituzionale si rafforza con un nuovo distributore.

    È la redistribuzione delle risorse secondo il principio fondamentale della pubblica amministrazione locale:

    il caffè va dove c’è il potere.

    e l’assesorelfo ultime reduce della lega;
    con ombre che incombono sul suo operato, oramai del potere, conserva solo il ricordo.

    Così il glorioso ex casello ferroviario resta con le mappe e i dépliant.

    Ma senza macchinetta.

    Un dettaglio minimo, certo.

    Eppure incredibilmente simbolico.

    Perché a Mirandola può anche mancare una strategia turistica.

    Può anche mancare una tabella scritta bene dentro una determina.

    Ma una cosa è sicura.

    Quando c’è da redistribuire il caffè,
    l’amministrazione sa esattamente da dove prenderlo.


    Fonte

    Determinazione Comune di Mirandola
    n.168 del 03/03/2026
    “Concessione del servizio di somministrazione di alimenti e bevande mediante distributori automatici – modifica sedi servite”

  • Il Distretto della Disabilità… o il Distretto del Consenso?

    Piccolo derby tra la Lety e la Seppia finito nel verbale ufficiale

    I verbali amministrativi sono documenti meravigliosi.
    Scritti con la stessa vivacità narrativa del manuale della caldaia, dovrebbero raccontare solo cose tecniche: numeri, programmazioni, slide.

    E invece ogni tanto succede un piccolo miracolo:
    tra una riga e l’altra si intravede la politica vera.

    È quello che accade nel Comitato di Distretto del 2 febbraio, dove si parlava di un tema serissimo: servizi e politiche per la disabilità nell’Area Nord.

    Tema importante.
    Tema delicato.
    Tema che meriterebbe molto più di qualche slide.

    Ma nel mezzo della discussione emerge una parola interessante:

    il forum.


    Il forum che spunta dal nulla

    Dal verbale si scopre che gli assessori ai servizi sociali avevano iniziato a lavorare a un’idea: creare un forum sulla disabilità con le associazioni del territorio.

    Bellissimo.

    Partecipazione.
    Condivisione.
    Ascolto.

    Peccato che a un certo punto si capisca anche un’altra cosa:

    i sindaci non erano esattamente stati coinvolti prima.

    E infatti il presidente del distretto ricorda che servirebbe:

    maggiore coordinamento tra assessori e sindaci.

    Traduzione dal dialetto amministrativo della Bassa:

    prima di organizzare tavoli politici, magari fate un fischio a chi dovrebbe guidare il distretto.


    La Lety rincara la dose

    A questo punto interviene la Lety, con la calma istituzionale che si addice a una sindaca e con quella sua nota passione per il puntiglio, che nelle assemblee diventa spesso una sua vera arte marziale.

    Ricorda che:

    • serve coordinamento tra assessori e sindaci
    • gli inviti alle associazioni devono essere condivisi
    • bisogna evitare di vanificare il lavoro fatto.

    Tutto molto elegante.

    Ma il messaggio è chiarissimo:

    la regia politica sta ai sindaci.


    La Seppia chiarisce

    Subito dopo prende la parola l’assessora ai servizi sociali di Mirandola, la Seppia, quasi a difendersi.

    Ed è un dettaglio curioso: tra tutti gli assessori presenti è l’unica a intervenire durante quella parte della discussione.

    Il suo intervento nel verbale è molto breve:

    il lavoro svolto è stato informale.

    Quattro parole, registrate così, senza ulteriori spiegazioni.

    Una precisazione che arriva subito dopo l’intervento della Lety sul tema del coordinamento tra assessori e sindaci e sulla necessità che gli inviti alle associazioni siano condivisi.


    Il forum e il piccolo mercato del consenso

    Ed è qui che la faccenda diventa interessante.

    Perché un forum con le associazioni sulla disabilità non è solo un tavolo tecnico.

    Le associazioni su questi temi sono:

    • famiglie
    • volontari
    • operatori
    • reti sociali.

    In altre parole: territorio vero.

    E chi organizza tavoli, incontri e forum con quel mondo diventa inevitabilmente un riferimento politico per quella comunità.

    Per questo il passaggio nel verbale assume un significato particolare.

    Da una parte la Lety, che richiama il coordinamento tra sindaci e assessori.
    Dall’altra la Seppia, che precisa che il lavoro svolto con le associazioni è stato informale.

    Il forum sulla disabilità, per un attimo, smette di essere soltanto un tavolo tecnico.

    Diventa anche una questione di chi convoca, chi coordina e chi tiene i rapporti con il territorio.

    Dettagli.

    Ma nella politica locale sono proprio i dettagli che, qualche anno dopo, decidono chi guida il carro e chi porta la biada.


    Arriva la burocrazia e mette pace

    Per evitare che la seduta del distretto si trasformi in una discussione politica tra amministratori, interviene il presidente.

    La soluzione è quella classica delle assemblee:

    l’incontro con le associazioni verrà convocato ufficialmente dall’Ufficio di Piano.

    Così:

    • la politica smette di pizzicarsi (almeno in distretto)
    • la burocrazia rimette il coperchio

    Morale della riunione

    Si parlava di disabilità.
    E per fortuna.

    Ma per qualche minuto il verbale ha fatto intravedere anche un’altra cosa:

    le dinamiche interne alla politica locale.

    Quelle che nei documenti ufficiali non si raccontano mai davvero.

    Ma che ogni tanto, tra una riga e l’altra, si leggono lo stesso.


    Fonte

    Verbale Comitato di Distretto di Mirandola – seduta del 2 febbraio 2026, protocollo Comune di Mirandola n. 7315/2026.