Fico della Mirandola

  • SIMULATORI DUCALI

    A Mirandola la Polizia Ducale si è comprata un simulatore di guida. Nome commerciale: AUTO NAKED. Nome politico: investimento strategico. Nome vero, molto più onesto: macchina rossa da quasi quindicimila euro che nelle scuole rischia di servire soprattutto a fare la fila. La determina parla di € 12.090 più IVA, cioè € 14.749,80, e racconta l’acquisto come strumento per l’educazione stradale degli studenti delle quarte e quinte superiori. In soccorso arriva la Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola con 12.000 euro di contributo (ma che verranno aumentati per pagare anche l’iva). E qui parte subito la solita nenia del paese: “Eh ma allora il Comune non ci mette niente”. Certo. Sempre soldi del territorio sono. E soprattutto resta intera la domanda vera: ma questo coso serve davvero alle scuole o serve soprattutto a fare scena?

    Perché la determina è bravissima a vendere il profumo dell’operazione. Sicurezza stradale. Giovani. Responsabilità. Autocontrollo. Valutazione del rischio. Tutte parole belle, lucide, istituzionali, da dépliant con piega a tre. Però si ferma un attimo prima del punto decisivo: come lo usi, concretamente, nelle scuole senza far saltare i tempi scolastici? Perché il simulatore non parla a una classe. Non lavora in gruppo. Non coinvolge trenta ragazzi insieme. Funziona uno alla volta. E appena entra in scena la matematica, tutta la poesia da delibera si sgonfia come una gomma ricostruita.

    Facciamo il conto più banale del mondo. Una classe da 22 alunni. Prova individuale da 5 minuti a testa (un tempo ridicolmente corto per capire cosa sia davvero guidare non in un videogioco). Totale: 110 minuti, cioè 1 ora e 50 minuti di solo utilizzo teorico del simulatore. Solo guida. Senza contare chi sale, chi scende, chi sistema il sedile, chi chiede dov’è la frizione, chi ride, chi blocca tutto, chi deve essere richiamato, chi vuole rifare il giro perché ha tamponato un cassonetto virtuale. Morale: una classe ti brucia circa due ore quasi soltanto per far provare il baraccone. E in quelle due ore non stai facendo educazione stradale. Stai facendo rotazione di culo sul sedile in ecopelle.

    E se allarghi lo sguardo, il castello crolla ancora meglio. Dal report della Municipale, l’attività formativa-educativa 2025 arriva a 84 ore complessive e coinvolge 1.189 alunni, di tutte le scuole di ordine e grado.

    Bene: a 5 minuti per studente, far usare il simulatore a tutti significherebbe 5.945 minuti, cioè 99 ore e 5 minuti. Avete letto bene: novantanove ore di solo simulatore, contro ottantaquattro ore di attività formativa complessiva. Quindi, se si prendesse sul serio la logica “lo usiamo per la formazione”, il giocattolo si mangerebbe da solo più ore di quante la Municipale dedichi in un anno intero all’attività educativa nel suo complesso. Prima ancora della spiegazione. Prima ancora della lezione. Prima ancora del cervello.

    E volendo stare persino dentro la favoletta ufficiale delle sole quarte e quinte superiori, la situazione non migliora: peggiora con maggiore eleganza. Se prendiamo per buono il dato di circa 2.600 studenti delle superiori a Mirandola, la platea teorica di quarta e quinta è di circa 1.040 ragazzi. A 5 minuti ciascuno sono 86 ore e 40 minuti di solo simulatore. Cioè praticamente tutto il monte ore annuo dell’attività educativa 2025, divorato non dalla formazione, ma dalla coda per accedere alla macchinetta. Una meraviglia pedagogica: per insegnare la sicurezza stradale ai ragazzi prossimi alla patente, elimini il tempo per insegnare la sicurezza stradale per tutti, dai 6 anni in su.

    Quindi no, raccontarla come grande strumento scolastico è una presa in giro gentile, di quelle con il sorriso istituzionale e il comunicato in corpo 12. Questo non è un oggetto nato sui tempi reali della scuola. È molto più plausibile che diventi quello che, sotto sotto, sembra già essere: un gadget da fiera, da gazebo, da iniziativa pubblica, da giornata-evento con utenza rarefatta e fotografi a portata di mano. Lì sì che funziona: pochi salgono, molti guardano, qualcuno applaude, tutti fanno finta che sia educazione e non intrattenimento comunale con volante. In piazza il collo di bottiglia diventa attrazione. A scuola invece resta un collo di bottiglia. E pure costoso.

    La cosa più divertente è che la determina tenta di farlo passare per scelta razionale, quasi inevitabile: affidamento diretto, operatore con esperienza, prezzo congruo, progetto nobile, contributo della Fondazione. Tutto in ordine, tutto pulito, tutto pettinato. Ma la vera domanda non è se il procedimento sia stato confezionato bene. La vera domanda è se l’oggetto acquistato abbia un senso proporzionato rispetto all’uso dichiarato. E qui la risposta, tolto il rossetto alla pratica, è parecchio più sgradevole: nelle scuole questo coso è logisticamente scomodo, didatticamente ingombrante e temporalmente incompatibile. In compenso è perfetto per una fiera: colorato, vistoso, abbastanza grosso da sembrare importante e abbastanza inutile da piacere alla politica locale.

    INTERMEZZO TEATRALE

    Il Fico in incognito sale sul Simulatore Ducale con aria composta.
    Regola il sedile.
    Impugna il volante.
    Fa due metri prudenti, quasi istituzionali.
    Un agente annuisce soddisfatto.
    L’assessorelfo sussurra: “Ecco, vede? Educazione stradale.”

    Poi succede l’imprevisto.
    Nel cervello del Fico si accende all’improvviso un ricordo lontano: la sala giochi di Marina di Ravenna, l’odore del mare, i gettoni sudati, il vecchio Sega Rally, la chiamata feroce della derapata virtuale.

    Fine della prudenza.
    Fine della pedagogia.
    Fine della simulazione civile.

    Il Fico pesta sull’acceleratore come se dovesse vendicarsi di vent’anni di rotatorie, e di semafori regolati male.
    Prima, seconda, terza, quarta.
    Il simulatore geme.
    Il monitor trema.
    Da qualche parte, nella Mirandola virtuale, l’autovelox di San Giacomo Roncole comincia a suonare come la campana dell’Apocalisse.

    Compare la scritta:
    NUOVO RECORD

    Un vigile si fa il segno della croce.
    Uno chiama il comandante.
    Un altro propone già di inserire il risultato nel PEG come performance strategica.

    Il Fico scende lentamente, si liscia la giacca, guarda il monitor e dice:
    “Mah. Bello. Però la grafica è un po’ approssimativa. Sembra Mirandola rifatta da uno che l’ha vista una volta di sfuggita da dietro il vetro sporco del treno.”

    Silenzio gelido.

    Sipario.

    E infatti è tutto qui. Non hanno comprato un presidio didattico. Hanno comprato un oggetto da esibizione con la scusa della didattica. Un totem rosso per iniziative pubbliche, benedetto dalla retorica della sicurezza stradale e travestito da rivoluzione educativa. Un simulatore di guida, sì. Ma soprattutto un meraviglioso simulatore di programmazione amministrativa: sembra intelligente finché non provi a usarlo davvero.

    Fonti: Determinazione n. 283 del 03/04/2026 del Comune di Mirandola, relativa all’acquisto del simulatore di guida “AUTO NAKED” per educazione stradale, importo € 12.090 + IVA = € 14.749,80, finalità dichiarata rivolta agli studenti delle quarte e quinte superiori; nota della Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola prot. 0013904/2026, con contributo deliberato di € 12.000 per il progetto “Simulatore di guida per educazione stradale”. I calcoli sui tempi di utilizzo sono elaborazioni sui dati del report fotografato e sulle ipotesi esplicitate nel testo.

  • QUANDO LA SOMMA NON FA IL TOTALE

    ovvero: il Comune di Mirandola e la guerra personale contro l’addizione

    Ci sono amministrazioni che inciampano su una variante. Altre su una proroga. Altre ancora su una data sbagliata. E poi c’è il livello superiore: inciampare su una somma.

    Negli atti del cantiere del Lolli, a un certo punto, non siamo più davanti al classico refuso da ufficio svogliato. Siamo davanti a qualcosa di più serio e più comico insieme: la trasformazione della matematica in narrativa amministrativa. Il meccanismo è semplice. La determina elenca le percentuali dei subappalti. Il lettore le somma. Il totale che esce è uno. Il Comune, con impassibile faccia di bronzo, ne scrive un altro. E lo firma pure.

    All’inizio uno è perfino indulgente. Pensa: sarà scappata una virgola. E infatti nella 636/2025 succede proprio questo: percentuali che dovrebbero essere circa 1,35% e 2,43% diventano 0,0135% e 0,02430%. Una roba così maldestra da sembrare quasi un esercizio di sabotaggio interno. Però va bene, ci diciamo: capita. Una volta. Forse nessuno ha riletto. Forse la calcolatrice era in ferie.

    Poi arriva la 835/2025 e per un attimo sembra che abbiano ritrovato il lume della ragione: 1,35 + 2,43 + 13,503 = 17,283. Qui i conti tornano. Qui la somma fa davvero il totale. Qui uno rischia persino di tranquillizzarsi.

    Ed è esattamente lì che inizia la parte più offensiva per l’intelligenza del lettore.

    Con la determina n. 8 del 13 gennaio 2026, quella del primo subappalto a Omar Immobiliare, il Comune mette in fila le quote: 1,35%, 2,43%, 13,50%, 1,08%. Somma reale: 18,36%. Totale scritto nell’atto: 23,59%. Dunque spariscono dal nulla 5,23 punti percentuali.
    Non due decimali ballerini. Non una piccola svista. Cinque punti e rotti. Un pezzo di totale che non sta nelle quote elencate ma compare lo stesso, come i parenti lontani al momento dell’eredità.

    Con la 195/2026 il Comune rilancia: le quote elencate fanno 19,98%, ma il totale dichiarato è 25,67%.
    Mancano 5,69 punti. Con la 232/2026 la somma arriva a 22,62%, ma il totale vola a 29,06%. Mancano 6,44 punti.
    Con la 266/2026 la somma si ferma a 23,70%, ma il Comune scrive 30,44%. Mancano 6,74 punti.
    A quel punto non sei più davanti a un errore. Sei davanti a una solida incapacità di provare imbarazzo.

    E qui viene il bello. Qualcuno potrebbe obiettare: “magari il totale strano dipende dal subappalto Gtechnology, quello della determina 932/2025”. Peccato che non funzioni neppure così. Se escludi Gtechnology, come è corretto fare seguendo la filiera delle determine 2026 che ragionano sulle quote cumulate dell’importo contrattuale, i conti non tornano lo stesso: nella 8/2026 le percentuali elencate fanno 18,36%, ma il totale scritto è 23,59%; nella 195/2026 la somma fa 19,98%, ma il Comune scrive 25,67%; nella 232/2026 la somma fa 22,62%, ma l’atto dichiara 29,06%; nella 266/2026 la somma fa 23,70%, ma il totale sale magicamente a 30,44%. Però il capolavoro è che non torna nemmeno includendo Gtechnology: se infatti prendi il suo importo di 114.181,09 euro e lo rapporti all’intero importo contrattuale da 740.594,54 euro, ottieni circa 15,42%. E allora i totali veri salirebbero a circa 33,78%, 35,40%, 38,04% e 39,12%, cioè numeri ancora diversi da quelli scritti nelle determine. Tradotto: escludendo Gtechnology i conti non tornano; includendo Gtechnology tornano ancora meno. Quindi non è lui a spiegare la percentuale fantasma. Il problema non è quale subappalto considerare: il problema è che chi scrive quei totali ha un rapporto molto libero con l’addizione.

    Ed è qui che si apre il sipario.

    Intermezzo teatrale

    “Lety alla lavagna”

    Aula di sostegno amministrativo. Alla parete un cartellone: “Le somme sono un’opinione, il totale è un valore”. La maestra ha appena scritto alla lavagna quattro percentuali. In piedi, col grembiulino e lo sguardo perso nel vuoto, c’è Lety. In mano stringe un gessetto come fosse un oggetto ostile.

    Maestra:
    “Allora Lety, stai attenta. Se abbiamo 1,35 più 2,43 più 13,50 più 1,08… quanto fa?”

    Lety (mastica il gessetto con gli occhi lucidi):
    “Eh… ventitré e qualcosa?”

    Maestra:
    “No Lety. Prova con calma. Somma bene.”

    Lety:
    “Ventitré virgola cinquantanove?”

    Maestra:
    “Ma no, tesoro. Fa 18,36.”

    Lety (in difficoltà, guardando il soffitto come se la risposta fosse scritta lì):
    “Però a me piaceva di più 23,59.”

    Maestra:
    “Capisco, ma in matematica non si mette il numero che piace. Si mette quello che viene.”

    Lety (quasi offesa):
    “E allora che gusto c’è?”

    (La maestra sospira, cambia esercizio.)

    Maestra:
    “Facciamo un altro tentativo. 1,35 più 2,43 più 13,50 più 1,08 più 1,62. Quanto fa?”

    Lety (serissima, come chi ha studiato male ma con convinzione):
    “25,67.”

    Maestra:
    “No. Fa 19,98.”

    Lety:
    “Però se uno ci mette un po’ di impegno può arrivare a 25,67.”

    Maestra:
    “No, Lety. Non funziona così.”

    Lety (quasi piangendo):
    “Maestra, io le somme le sento dentro.”

    (La calcolatrice sul banco si spegne da sola per il disagio.)

    Maestra:
    “Ultimo esercizio, poi andiamo a ricreazione. 1,35 più 2,43 più 13,50 più 1,08 più 1,62 più 2,64 più 1,08. Totale?”

    Lety (chiude gli occhi, inspira profondamente, affida tutto all’universo):
    “30,44.”

    Maestra:
    “No, Lety. Fa 23,70.”

    Lety:
    “Maestra, io ci ho provato.”

    Maestra:
    “Lo so.”

    Lety:
    “Posso almeno scrivere che sono sotto il limite massimo?”

    Maestra:
    “Puoi scriverlo, ma prima impara a fare una somma.”

    Sipario. La campanella suona. Euclide esce dall’aula in silenzio e chiede il prepensionamento.

    Il punto politico, infatti, è persino peggiore della gag. Perché qui non si parla di una studentessa immaginaria alla lavagna. Qui si parla di atti amministrativi veri, firmati, protocollati, pubblicati. Roba che dovrebbe reggersi su numeri controllati e non su intuizioni mistiche. E invece il cittadino che legge si trova davanti a una specie di catechismo contabile in cui la somma è facoltativa, il totale è creativo e il controllo qualità è affidato alla Provvidenza.

    E no, non basta nemmeno la formula rituale sul “limite massimo del subappalto” per dare una parvenza di serietà. Nel bando di gara del Lolli non c’è alcun tetto numerico secco che salvi la faccia a chi non sa fare una somma. Il disciplinare dice solo che non può essere subappaltata l’integrale esecuzione delle prestazioni né la prevalente esecuzione delle medesime. Dunque il problema non è neppure il limite. Il problema è che prima di capire se sei sotto o sopra il limite, dovresti almeno saper fare il totale.

    Per non fare confusione dove l’amministrazione ne produce già abbastanza, la 932/2025 su Gtechnology va tenuta a parte, perché lì il 69,61% è riferito alla sola OG11. Ma nemmeno serve tirarla in ballo per mostrare il disastro. Basta la filiera ordinaria dei subappalti per vedere la scena completa: prima la virgola ubriaca, poi un breve momento di lucidità, poi l’istituzionalizzazione della percentuale fantasma.

    E allora sì: il problema non è solo che il Comune sbagli i conti. Il problema è che li sbaglia con un tono talmente sicuro da sembrare quasi convinto che il cretino sia chi li controlla. Questo è il vero capolavoro. Non l’errore. Ma la spudoratezza con cui l’errore viene trasformato in testo ufficiale.

    Fonti: determina n. 583/2025 (Malagoli Coperture), determina n. 636/2025 (E.M.G. Ponteggi), determina n. 835/2025 (Gemmalpe), determina n. 8/2026 (Omar Immobiliare), determina n. 195/2026 (S.R. Costruzioni), determina n. 232/2026 (estensione Omar), determina n. 266/2026 (Premac), determina n. 932/2025 (Gtechnology, solo OG11), bando/disciplinare di gara del Lolli.

  • GAVELLO, L’AREA SGAMBAMENTO DA 45 MILA EURO

    L’area di via Don Milani a Gavello non nasce da una grande intuizione amministrativa, ma da una storia molto più terra terra: uso post-sisma come deposito, anni di abbandono, poi riconsegna forzata fino al ritorno allo status quo. Tradotto: il Comune è semplicemente riuscito a riottenere un’area nelle condizioni in cui doveva essergli restituita.

    Poi però comincia la magia mirandolese, quella per cui un’area rimessa in riga diventa improvvisamente una quasi-leggendaria “sede distaccata” della Polizia Locale. Peccato che, quando si passa dai comunicati agli atti, il castello di cartapesta si sgonfi in fretta. La delibera di Giunta n. 58 del 23 marzo 2026 sposta 45.000 euro dal capitolo attrezzature e strumentazioni della Polizia Locale a quello della manutenzione straordinaria fabbricati – sede PL, per sistemare l’area di Gavello, destinata anche all’addestramento delle unità cinofile. E già qui arriva la carezza del realismo: l’intervento è subordinato alla verifica della sostenibilità delle spese di gestione. Cioè: per ora non c’è una sede vera, non c’è un presidio pronto, non c’è un servizio compiuto. C’è un’area da aggiustare e poi, forse, da usare.

    Ora, facciamo finta di essere seri per trenta secondi. Con 45 mila euro, nel 2026, non ci fai una delegazione di Polizia Locale per una frazione. Non ci fai sportello, ufficio, presenza stabile, locali per il personale, servizi per i cittadini e tutta la liturgia del “presidio di prossimità”. Con quella cifra, se tutto gira bene e nessuno si allarga troppo, puoi mettere insieme un assetto minimo: un prefabbricato piccolo, una scrivania con un PC, forse un bagno, un cancello, un po’ di recinzione, due allacci, qualche luce esterna e poco altro. Non un presidio territoriale: più una dependance cinofila con ambizioni istituzionali.

    Intermezzo teatrale

    Scena: Gavello. Fondo nebbioso. Davanti a un prefabbricato color tristezza amministrativa, l’Assesorelfo stringe una cartellina comunale come se contenesse i misteri di Fatima. Arriva Fico della Mirandola, taccuino in mano, faccia da uno che ha appena letto gli allegati.

    Fico: “Assessore, buongiorno. Una curiosità: il presidio di prossimità dov’è?”
    Assesorelfo: “Cominciamo male.”
    Fico: “No, cominciamo dagli atti.”
    Assesorelfo: “Lei ha sempre questo tono provocatorio.”
    Fico: “E lei ha sempre questo tono da uno che sperava non leggessero la delibera.”

    L’Assesorelfo sbuffa, si gratta un orecchio a punta, lancia un’occhiata infastidita al prefabbricato come se anche lui lo avesse appena visto per la prima volta.

    Assesorelfo: “Questa sarà un’infrastruttura avanzata, polifunzionale, al servizio della sicurezza.”
    Fico: “In italiano?”
    Assesorelfo: “Un presidio territoriale.”
    Fico: “Con 45 mila euro?”
    Assesorelfo: “Lei banalizza.”
    Fico: “No, faccio la divisione.”

    Breve silenzio. Un cane, da qualche parte, esprime più perplessità di un consigliere di maggioranza.

    Fico: “Quindi mi faccia capire: con 45 mila euro fate ufficio, sportello, presenza stabile, locali per gli agenti, servizi per Gavello…”
    Assesorelfo: “Non metta in fila parole a caso.”
    Fico: “Le ha messe in fila il comunicato, non io.”
    Assesorelfo: “Lei vuole solo screditare.”
    Fico: “No, voglio sapere se i gavellesi troveranno la Polizia Locale o un tavolino con sopra un computer e una ciotola.”

    L’Assesorelfo irrigidisce il collo. La cartellina scricchiola.

    Assesorelfo: “Troveranno un punto di riferimento.”
    Fico: “Per i cittadini o per i cani?”
    Assesorelfo: “Lei è in malafede.”
    Fico: “No, lei è a corto di metri quadri.”

    L’Assesorelfo allora tenta la fuga nel bosco del burocratese.

    Assesorelfo: “Si tratta di una progettualità dinamica, in evoluzione, subordinata a valutazioni tecnico-gestionali…”
    Fico: “Quindi, riassumendo: per adesso avete un’area, forse un prefabbricato, e molte parole.”
    Assesorelfo: “Lei non capisce la visione.”
    Fico: “Ho capito benissimo: a Gavello inaugurate la cuccia e la chiamate presidio.”

    Sipario. L’Assesorelfo resta fermo, offeso come un elfo sfrattato dal bosco, mentre Fico si allontana annotando: “servizio di prossimità avvistato solo in habitat propagandistico”.

    E qui arriva il dettaglio che rende la faccenda quasi comica. Durante l’evento K9, la Polizia Municipale di Firenze spiegava di usare per l’addestramento dei cani una cosa semplicissima: un pezzo di magazzino comunale già esistente, già disponibile, già pieno di materiali, mezzi, rumori, passaggi di personale e nascondigli perfetti per rendere l’addestramento realistico. In pratica: nessuna nuova operazione immobiliare, nessun romanzo amministrativo, nessun teatro. Solo buon senso.

    A Mirandola invece si riesce nel capolavoro opposto: prendere un’attività che altrove viene assorbita dentro spazi comunali già disponibili e appoggiarci sopra 45 mila euro, sperando che nel frattempo qualcuno si convinca che a Gavello stia sorgendo una vera sede della Locale. Ma gli atti raccontano una storia molto più modesta: se va bene, lì nascerà un punto d’appoggio per il nucleo cinofilo. Utile forse ai cani, al materiale, all’addestramento, a qualche mezzo. Molto meno ai cittadini della frazione, che non avranno uno sportello, non avranno una presenza stabile, non avranno un vero servizio di prossimità degno di questo nome.

    Perciò, tolto tutto il cerone comunicativo, il succo resta uno solo: Gavello non avrà una delegazione della Polizia Locale; rischia di avere un’area operativa per due cani con annessa scrivania. E allora sì, il titolo resta perfetto: l’area sgambamento da 45 mila euro.
    Per i residenti: poca roba.
    Per i cani: magari un upgrade.
    Per la propaganda: attico con terrazza vista sicurezza.

  • LEGGE, ORDINE E SCHERMO ACCESO

    Nel febbraio 2023 il Comune vendeva la solita epopea della sicurezza: vigilanza privata “ampliata”, presidio del territorio “rafforzato”, edifici sorvegliati da 4 a 31, 150 chilometri ogni sera, due pattuglie, capoluogo e frazioni sotto occhio. Il messaggio era chiarissimo: più presenza, più passaggi, più controllo reale sul territorio. La Mirandola del pugno duro, delle ronde notturne, della legalità raccontata con il giubbotto catarifrangente addosso e lo sguardo da sceriffo della Bassa.

    Poi però arrivano gli atti veri, quelli che non si fanno scrivere dall’ufficio propaganda ma dalla contabilità. E lì il film cambia parecchio. Nel servizio prorogato fino al 31 marzo 2026 comparivano ancora il servizio ispettivo dinamico itinerante sul territorio di Mirandola e frazioni e perfino una voce autonoma di servizio di pattugliamento. Nel nuovo affidamento dal 1° aprile 2026, invece, il Comune restringe tutto a 12 sedi e dagli atti spariscono proprio i controlli in presenza: restano telesorveglianza, collegamenti con la centrale operativa, trasmissione allarmi, noleggio impianti. In altre parole: meno uomini che girano, meno passaggi, meno territorio battuto, meno occhi veri nella notte. La ronda se n’è andata. È rimasto il led acceso.

    Ed è questo il punto politico grosso come una casa: non hanno semplicemente “rimodulato” il servizio. Hanno contratto il controllo reale. Prima raccontavano due pattuglie che macinavano chilometri e presidio diffuso su edifici, vie e quartieri. Adesso il modello è un altro: se succede qualcosa, parte il collegamento, suona l’allarme, si guarda il telecontrollo. Altro che sicurezza rafforzata: questa è sicurezza da remoto. La destra dei controlli che alla fine taglia proprio i controlli.

    E la parte economica, paradossalmente, li aiuta ancora meno. Perché la restrizione del perimetro non produce nemmeno un risparmio proporzionale. Si passa da un canone mensile di 2.223 euro più IVA a 1.329,02 euro più IVA: circa il 40% in meno. Peccato che qui non sia sparito solo un pezzettino di servizio: si passa da un assetto con pattugliamento dinamico e un numero molto più ampio di strutture a un servizio limitato a 12 sedi e centrato sul telecontrollo. Insomma, il presidio si restringe in modo drastico, ma il risparmio no. E c’è di più: telesorveglianza e allarmi collegati c’erano già prima. Non è che abbiano sostituito la ronda con una tecnologia nuova e rivoluzionaria: i collegamenti, il pronto intervento, il ponte radio e gli allarmi facevano già parte del pacchetto precedente. Quindi qui non siamo davanti a un salto di modernizzazione. Siamo davanti a una sforbiciata sui controlli in presenza, mascherata da razionalizzazione.

    E allora la morale è semplice. Prima la fanfara: 150 chilometri ogni sera, due pattuglie, presidio rafforzato. Poi la realtà: meno sedi, niente pattugliamento dinamico, niente controllo itinerante in presenza, solo sorveglianza a distanza sugli immobili rimasti. Prima gli slogan da sceriffo, poi il Comune in modalità “telecomando e speriamo bene”. A forza di spendere soldi in tutto il resto, hanno tagliato proprio la parte più concreta della vigilanza notturna: quella fatta da esseri umani che girano, vedono, controllano e segnalano. Il resto è propaganda in differita.

    Di seguito le fonti spicca la perdita del controllo alla stazione ferroviaria…

  • L’ASSESSORELFO NON SEGUE IL FICO. LO STUDIA COL PENNARELLO IN MANO.

    In consiglio comunale l’assesorelfo ha regalato una delle scene più comiche degli ultimi mesi. Prima dichiara di non seguire la pagina del Fico della Mirandola. Poi però precisa che ogni tanto qualche post lo fa ridere. E già qui il numero da avanspettacolo sarebbe completo: non la segue, ma la legge; non la legge, ma la ricorda; non la ricorda, ma ne cita i contenuti. Un capolavoro di coerenza da manuale del piccolo amministratore permaloso.

    Poi infatti parte col campionario delle presunte “cattiverie”: la sindaca rappresentata come cane, il consigliere ubriacone, la consigliera raffigurata come maiale. Ora, uno che davvero non segue una pagina non è in grado di snocciolare a memoria esempi così precisi, così selezionati e pure così datati. Uno che fa così non è un estraneo: è uno che la pagina la conosce bene, la guarda, la digerisce male e se la porta dietro come un sassolino nella scarpa. Altro che “non la seguo”: questo è monitoraggio affettivo.

    E qui arriva la perla sulle orecchie da elfo. L’assesorelfo ha provato a raccontare di essere preso in giro da più di due anni con le orecchie a punta. Peccato che pure gli archivi, quando non sono amministrati da lui, parlino chiaro: le orecchie elfiche gli sono spuntate il 3 aprile 2025. Tradotto: stanno per compiere un anno, non due. Ma si sa, nel magico mondo del Palazzo il tempo si dilata: le proroghe diventano eternità, i ritardi diventano abitudine e anche le orecchie da elfo invecchiano più in fretta dei cantieri.

    Poi il siparietto da finto moralista sulla bestemmia. Per costruire la sua indignazione, l’assesorelfo va a pescare un commento scritto al contrario da un profilo secondario del Fico, come se avesse scovato il Watergate tra i sottovasi del geranio. Però, stranamente, nel suo slancio etico si dimentica della bestemmia sentita benissimo in consiglio comunale il 29 luglio 2025, tirata da un consigliere della sua maggioranza. Quella no, quella sparisce. Niente memoria, niente scandalo, niente predica. Evidentemente alcune bestemmie, se arrivano dalla parte giusta dell’aula, diventano subito profumo d’incenso.

    E non manca nemmeno il colpo di teatro: dare del boomer al Fico. Detto da uno che gira in loden con l’aria da giovane funzionario nato vecchio, è quasi tenero. Più che un ragazzo moderno sembra il rappresentante sindacale del 1989 rimasto chiuso in una biblioteca di provincia. Il loden come manifesto politico del giovane vecchio che vuole fare il brillante ma finisce per sembrare il nipote triste di un assessore democristiano imbalsamato.

    Infine, il passaggio più spassoso di tutti: quello in cui spiega che, se il Fico dovesse vincere le prossime elezioni, allora dovrebbe rapportarsi con gli agenti di polizia locale. E grazie. È il livello zero dell’amministrazione pubblica, non una profezia di Nostradamus. Ma detto da lui suona come una specie di avvertimento da operetta, il sussurro del piccolo potere che vorrebbe farsi intimidazione e invece resta solo una posa goffa, gonfia e provinciale.

    La verità che emerge dal suo intervento è una sola, ed è bellissima: l’assesorelfo il Fico lo segue eccome. Lo legge, lo ricorda, lo mastica male e ogni tanto se lo sogna pure. E nel tentativo di negarlo, ha fatto la cosa più divertente possibile: ha dimostrato da solo di essere uno dei lettori più attenti della pagina.

    si parla del fico nei 30 minuti finali del consiglio comunale: https://mirandola.civicam.it/live107-Consiglio-Comunale-del-30-03-2026.html

  • FIERA DI MAGGIO 2026: IL BALCONE PUÒ ASPETTARE

    C’era chi (io) già si immaginava la scena: Lety affacciata dal balcone del Municipio, fascia tricolore ben tirata, sorriso da inaugurazione, mano pronta al saluto da cartolina, sotto la Fiera che rumoreggia tra bancarelle, fritto misto e autopromozione istituzionale.

    Intermezzo teatrale.
    Sipario.
    Lety entra in scena, guarda verso Piazza Costituente, allarga le braccia e sussurra:
    “Popolo mirandolese, eccomi, finalmente sul mio balcone…”
    Ma dal fondo del palco compare il tecnico col faldone. Tossicchia. Apre l’atto. E con la delicatezza di una betoniera in retromarcia le ricorda che no, sindaca, il Municipio non è semplicemente in ritardo: è ancora appeso a un’altra variante da approvare.
    Sipario che si richiude. Orchestra che attacca la Marcia della Proroga.

    Perché il punto vero della determina n. 245 del 30 marzo 2026 non è solo che il termine dei lavori viene spostato al 30 aprile 2026. Il punto vero è che il Comune scrive nero su bianco che continuano a emergere problematiche tecniche “impreviste e imprevedibili” e che queste “necessitano di una variante”. Cioè: il cantiere non è nella fase “spolveriamo e apriamo”. È nella fase “serve ancora una variante”.

    E infatti la richiesta dell’impresa del 2 marzo 2026, protocollata il 27 marzo, è ancora più esplicita: tra le lavorazioni da completare ci sono “alcune opere di variante preannunciate all’impresa, modifiche in corso d’opera, a cui farà seguito perizia di variante”. Non basta: la proroga fino al 30 aprile 2026 viene chiesta “a condizione dell’approvazione della perizia entro breve”. Tradotto dal cantierese al mirandolese corrente: per finire i lavori stanno aspettando che venga approvata un’altra variante.

    Quindi la favoletta della riapertura in tempo per la Fiera di Maggio del 13-14-15-16-17 maggio 2026 comincia ad avere la consistenza di una nuvoletta di zucchero filato sotto il diluvio. Perché tra il 30 aprile e il 13 maggio, nel fantastico mondo della propaganda, dovrebbero stare comodamente dentro: approvazione della nuova perizia di variante, completamento delle opere residue, ultimi interventi collegati agli enti gestori, verifiche finali, pulizie, sistemazioni, allestimenti e magari pure la posa del tappeto rosso per la foto di rito. Sì, certo. Come no.

    Il bello è che questa non è nemmeno la prima fermata del trenino. La determina ricorda che dopo la variante n. 1 del 2024, che aveva già concesso 450 giorni in più, sono arrivate proroghe su proroghe: ottobre, novembre, dicembre, febbraio, marzo, e adesso aprile. Ormai il vero monumento restaurato di Mirandola non è il Municipio: è la proroga, conservata benissimo, valorizzata con atto dirigenziale e riproposta in edizione stagionale.

    Quindi no, cara Fiera di Maggio: salvo miracoli dell’ultim’ora, più che dal balcone del Municipio l’inaugurazione rischia di farsi col naso all’insù, guardando un cantiere che ancora aspetta la sua prossima benedizione burocratica.
    E Lety, poverina, dal balcone per ora può fare solo una cosa: sognarlo.

  • Commedia Mirandolese

    Canto II Visioni in Via Giolitti

    Argomento
    Fico teme la discesa nell’inferno amministrativo.
    Virgilio lo rassicura: tre donne l’hanno chiamato a questo viaggio.
    Una insegna sotto il tetto che piove, una stampa le verità sbagliate, l’ultima conosce le fondamenta che non ci sono.

    Il viaggio ha inizio.

    I. Il dubbio del Fico

    Già il neon tremava sopra il corridoio
    dove s’attende invano un’ora d’udienza,
    e il badge non dava più segno d’appoggio.

    Io, Fico, tremavo al pensier d’infangarmi
    tra determine sciolte e delibere scordate,
    e dissi a Virgilio, che sempre m’era d’ombra:

    “Ma se scendo là sotto, chi mi raccoglie?
    Qua non c’è Caronte, ma un tecnico col tablet
    che finge di sapere cos’è un CUP.

    Son forse io chiamato a cotanta fatica?
    Non fu già bastanza il taglio dei platani?
    Non bastò l’equivico segui del comando?”

    II. Virgilio risponde

    Virgilio allor si volse
    e con tono da URP rispose:
    “O Fico, perché in te si desta la paura,

    se già conosci l’odore del PEG?
    Tre donne ti invocarono con fronda e voce,
    ciascuna stretta dentro il proprio girone civile,

    e tutte dissero: ‘Sol lui può raccontare’.
    Vieni e ascolta, ché il tempo urge,
    e il cronoprogramma langue già in variante.”

    III. Beatrice – La Maestra gocciolante

    La prima fu Beatrice, dallo sguardo stanco
    e il grembiule intriso di muffa e d’umidore.
    “Insegno Dante sotto un tetto che cede,”

    disse, tenendo un secchio come compagno.
    “Le classi son fredde, la luce è sfarfallio,
    ma l’assessore ha detto: ‘è solo condensa educativa’.

    Dovevamo tornare alla Dante, e invece
    siam rimasti in esilio,
    come Ulisse coi bimbi.

    Va’, Fico.
    E scrivi ciò che noi
    possiamo solo piangere.”

    IV. Lucia – La Segretaria che Spiffera

    Venne poi Lucia, con le dita annerite
    dai toner esausti
    della stampante centrale.

    “Lavoro in segreteria,
    Comune di Mirandola.
    Conosco i faldoni più vecchi del sindaco.

    Io so dove stanno gli atti mai pubblicati,
    e quando serve,
    li lascio cadere nel posto giusto.

    Ho visto determine che non dovevano esistere,
    e progetti firmati
    prima ancora di nascere.

    Ma la verità, Fico, si sussurra soltanto
    tra una proroga
    e un rimborso chilometrico.

    Scendi. Non per me.
    Ma per chi timbra
    anche il silenzio.”

    V. Maria – La Profetessa dell’Ufficio Tecnico

    L’ultima fu Maria, curva su una tavola sbagliata
    dove il Nord
    era girato verso il delirio.

    “Ho vissuto nell’Ufficio Tecnico
    e ne sono uscita solo
    perché è crollato il controsoffitto.

    Ho visto varianti generate dal nulla,
    computi metrici
    smentiti dalla pianta,

    e fondazioni…
    senza fondamenti.
    Ogni errore è stato chiamato ‘adeguamento’,

    ogni ritardo:
    ‘frutto d’interazione
    tra enti’.

    Fico, chi entra là sotto
    ne esce o maturo
    o triturato.

    Ma solo chi racconta
    potrà far vergognare
    i committenti.”

    E poi svanì,
    inghiottita dal render
    di una rotatoria.

    VI. Ritorno della linfa

    Così parlò Virgilio,
    e io, fico smarrito,
    sentii la linfa scorrere più forte,

    come se un impiegato
    avesse acceso
    la trasparenza.

    “Va’, dunque,” disse lui.
    “È tempo d’entrare.
    Ricorda: la verità

    non ha bisogno
    d’accredito stampa.”
    E mi mossi.

    Un passo dopo l’altro,
    verso l’albo dei dannati,
    dove ogni bando ha la scadenza già scaduta.

  • Commedia Mirandolese

    Canto I – Nel mezzo del cammin di via Fulvia

    Nel mezzo del cammin di via Fulvia
    mi ritrovai in una farsa oscura,
    ché il senso civico s’era fatto bulimia.

    Ah, dir com’era è impresa un po’ matura:
    tra PEC sparite e determine scadute,
    parea d’entrare in un’oscura procura.

    Non era selva, no, ma bacheche mute
    di atti negletti e delibere farlocche,
    dove l’illecito e il lecito fan salti a fune.

    Là, dove un tempo v’era una scuola,
    ora si spianan fondamenta incerte
    e i solai crollan per una svista sola.

    Io, cittadin dal sarcasmo per fede,
    con una tastiera al posto del pugnale,
    non sapevo se ridere o dar denunzie serie.

    Quand’ecco, tra le nebbie del parere,
    m’apparve l’Alighieri in piena scocciatura:
    “Questo è l’Inferno, mica un piano pluriennale.”

    “E tu chi sei?” chiesi, già sfiduciato.
    “Son Dante, ma mi chiedo spesso il perché:
    scrissi l’originale, ma qui è molto più spietato.”

    E accanto a lui — tra faldoni e lamentele —
    un tipo arcigno con cartelle in mano:
    “Virgilio son, revisore d’altre fedi e pene.”

    “Tu sei quel Fico che infesta la città?”
    “Così mi chiamano,” risposi con fierezza,
    “e se non altro, io pago l’IMU in puntualità.”

    “Ben venga,” disse Dante, “che a questo punto
    t’accolli il viaggio tra giunte e fondazioni,
    ché qua la dannazione è a bilancio già da un anno e mezzo.”

    E ci incamminammo verso un largo fossato,
    dove l’aria puzzava di iter sospesi
    e ogni passo sprofondava nel passato.

    Un’acqua ferma, grigia come i mesi
    che attendon l’avvio di un cantiere pubblico,
    ci separava dai peggiori casi accesi.

    Sull’altra riva, l’eco d’un urlo cubico
    e un ghigno storto sopra un barcone unto
    che parea uscito da un consorzio ambiguo.

    Un vecchio traghettatore senza punto
    ci fece cenno con la lista in mano:
    “Se non c’è protocollo, restate a monte del giunto.”

    Aveva il volto stanco e padronale,
    la voce greve da protocollo fermo:
    “Mi chiamo Caronte, custode comunale.”

    E quando scorse me tra i dannati,
    piegò la lista e con sdegno palese
    gridò parole ai vivi mai registrati:

    “Chi sei tu, vivo, che ti spingi a verso
    il fondo dove stan gli amministrati,
    e ancor non porti timbro né permesso?”

    “Torna tra i vivi, e i loro bilanci sfatti!
    Questo è l’Inferno degli eterni rinvii:
    qui non si entra con sarcasmi e fatti.”

    Io stavo per parlar, ma il ciel tremò,
    ché Dante alzò la voce senza tema:
    “Lascia passare: così si vuol lassù. Lo so.”

    “Questi è il Fico, scriba e testimone estremo,
    venuto a scriver ciò che non si dice
    e a mostrar la farsa che si chiama ‘schema’.”

    Caronte digrignò, ma accettò la croce:
    ci caricò sul barcone
    e partì lento, maledicendo a voce.

    Attraversammo il fiume del rinviare,
    dove scorrono lente le motivazioni
    e affondano i bandi senza salutare.

    E mentre il remo scivolava stanco
    su fogli timbrati e varianti smarrite,
    sentivo l’odore d’appalto mai franco.

    Giunti sull’altra sponda, vidi una scritta:
    “Qui dentro stanno gli eterni in attesa,
    che cambi la norma o arrivi ditta.”

  • LA COMUNE DI PIAZZA GARIBALDI

    A Mirandola siamo ormai oltre il degrado amministrativo: siamo all’autogestione popolare per sopravvivenza. Mentre l’Assessorelfo e Carofiglio continuano a galleggiare tra comparsate, chiacchiere e vuoto pneumatico, in piazza Garibaldi i cittadini hanno capito una cosa semplicissima: se aspettano il Comune, fanno prima a invecchiare. E allora si sono organizzati da soli. Non per hobby, non per folklore, ma perché quando l’ente che dovrebbe amministrare sonnecchia, qualcuno deve pur rimediare ai suoi fallimenti.

    Nasce così la Comune di Piazza Garibaldi: enclave ribelle sorta sulle macerie dell’ordinaria incapacità municipale. Primo provvedimento del governo rivoluzionario: ripristino autonomo della segnaletica stradale. Sì, avete capito bene. I cittadini rifanno le righe per terra mentre quelli buoni per le foto continuano a vendersi la favoletta della città curata, seguita, presidiata. Presidiata da chi, di grazia? Dall’inerzia? Dalla propaganda? Dall’ufficio scaricabarile?

    Il punto è questo: quando una piazza arriva a doversi mantenere da sola, non siamo davanti a un gesto pittoresco. Siamo davanti a una certificazione popolare di sfiducia. È la città che guarda il Palazzo e gli dice: “Fate talmente poco che ormai conviene saltarvi direttamente”. Altro che partecipazione civica: questa è supplenza disperata di fronte a un’amministrazione che sembra capace solo di occupare le poltrone, non i problemi.

    E così Mirandola scopre la sua verità più comica e più tragica insieme: il Comune non governa più la città, la città tampona il Comune. Piazza Garibaldi prende vita, si autorganizza, si dà da fare, mentre dal municipio arrivano come sempre ritardo, fumo e facce da inaugurazione. La differenza è che qui almeno qualcuno una riga la tira davvero. Gli altri, al massimo, tirano a campare.