
Ci sono cose che andrebbero lasciate fuori dal teatrino politico.
La memoria di una persona scomparsa, per esempio.
Il dolore dei familiari, sicuramente.
Il nome di chi non può più spiegare, rispondere, smentire o difendersi, ancora di più.
Per questo la questione non può essere liquidata con una risatina o con il solito “eh, ma sui social fanno tutti così”.
No.
Non fanno tutti così.
Perché c’è una differenza enorme tra inventarsi un personaggio di fantasia e usare il nome di una persona reale.
Un personaggio satirico, una maschera, uno pseudonimo, una pagina dichiaratamente ironica o politica possono piacere o non piacere, possono essere scomodi, fastidiosi, urticanti, persino indigesti. Ma almeno sono ciò che dichiarano di essere: una costruzione narrativa, una voce pubblica, un’identità simbolica.
Altra cosa è prendere un nome e un cognome che potrebbero appartenere a una persona realmente esistita, e usarli per intervenire nel dibattito pubblico come se dietro ci fosse un cittadino in carne, ossa e indignazione civica.
Perché lì non siamo più nella satira.
Non siamo più nella maschera.
Non siamo più nel personaggio.
Siamo in un territorio molto più scivoloso: quello del nome preso in prestito.

Nel gennaio 2023 compariva un messaggio di cordoglio per Carlo Arrivabeni, ricordato con affetto e salutato con un “R.I.P.”.
Nel 2026, però, un profilo con quello stesso nome interviene nel dibattito politico mirandolese con la vitalità di un opinionista da salotto, la severità di un censore romano e la puntualità polemica di chi sembra avere molto tempo libero e pochissima voglia di dire chi sia davvero.
Ora, per educazione e prudenza, l’ipotesi dell’omonimia si lascia sempre sul tavolo.
Certo.
Formalmente.
Come si lascia una sedia vuota alle conferenze stampa in attesa che arrivi qualcuno.
Solo che, quando si fanno le verifiche possibili a un normale cittadino, quando si incrociano due o tre elementi, quando quel nome non emerge esattamente come presenza civica riconoscibile nel panorama mirandolese, l’ipotesi dell’omonimia comincia ad assomigliare sempre meno a una spiegazione e sempre più a una foglia di fico.
Con tutto il rispetto per le foglie.
E per i fichi.
Il punto, quindi, non è il defunto.
Il punto è il vivo.
Sempre che ci sia.
Perché se dietro quel profilo c’è davvero un omonimo reale, esistente, appassionato di politica mirandolese e casualmente identico nel nome a una persona pubblicamente ricordata come scomparsa, benissimo: basta chiarirlo.
Una riga.
Una spiegazione.
Un “guardate che sono un altro”.
Fine del mistero.
Ma se invece quel nome viene usato da qualcun altro per fare battaglia politica, per impartire lezioni morali, per attacchi politici e per partecipare al dibattito pubblico con un’identità presa in prestito, allora il problema cambia completamente.
Perché l’anonimato è una cosa.
La satira anonima è una cosa.
La critica politica anonima è una cosa.
Inventarsi un personaggio di fantasia è una cosa.
Usare il nome di un morto, invece, è un’altra.
Ed è un’altra non perché offenda noi.
Ma perché rischia di offendere prima di tutto chi quel nome lo ha portato davvero, e chi a quel nome è ancora legato da memoria, affetto e famiglia.
Quindi, prima di fare sermoni sulla trasparenza, sulla verità, sul rispetto e sul dibattito democratico, forse bisognerebbe partire da una domanda elementare:
chi sta scrivendo davvero?
Perché Mirandola ha già abbastanza cantieri fermi, progetti evaporati, determine scritte al contrario e miracoli amministrativi da spiegare.
Non sentivamo il bisogno anche del commentatore postumo.
Con tutto il rispetto per chi non c’è più.
E proprio per rispetto di chi non c’è più.
La domanda resta lì, semplice e pesante:
quel nome chi lo sta usando?
Nota finale per gli spiritisti della tastiera.
Usare un nome non proprio per intervenire nel dibattito pubblico non è sempre una semplice furbata da social. Se quel nome appartiene — o è appartenuto — a una persona reale, e qualcuno lo usa per far credere agli altri di essere qualcun altro, il terreno può diventare molto scivoloso: possibile uso indebito del nome, possibile sostituzione di persona, tutela dei familiari e della memoria digitale. Noi non facciamo sentenze. Facciamo domande. Ma certe domande, quando toccano i nomi dei morti, pesano più delle battute.

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