Fico della Mirandola

  • IL TERRIBILE PESO DELLA TRASPARENZA

    A Mirandola siamo arrivati a un punto meraviglioso.

    Non c’è abbastanza personale per seguire i cantieri.
    Non c’è abbastanza personale per finire le scuole nei tempi.
    Non c’è abbastanza personale per spiegare bene ai cittadini a che punto sono i lavori.

    Però, evidentemente, c’è sempre abbastanza personale per spiegare in Consiglio comunale perché non bisogna spiegare niente a nessuno.

    La consigliera Laura Bernaroli ha presentato una mozione abbastanza eversiva.

    Non chiedeva l’abolizione della proprietà privata.
    Non chiedeva la nazionalizzazione dei geometri.
    Non chiedeva di mettere un commissario politico dentro l’Ufficio Tecnico con il cappello di Lenin.

    Chiedeva una cosa molto più pericolosa: che sugli edifici scolastici comunali l’Amministrazione facesse periodicamente il punto.

    Cioè:

    • a che punto sono i lavori;
    • quali sono i cronoprogrammi aggiornati;
    • dove ci sono ritardi;
    • perché ci sono ritardi;
    • se esistono riserve economiche o possibili contenziosi;
    • e soprattutto se un edificio è solo “finito come cantiere” oppure è davvero pronto, arredato, pulito, funzionale e utilizzabile da bambini, insegnanti e famiglie.

    Apriti cielo.

    La risposta della maggioranza è stata più o meno questa:
    “Eh no, così si sovraccaricano gli uffici”.

    Anzi, peggio.

    Lety ha parlato di “impegno fisso e imperituro”.

    Fisso e imperituro.

    Non una colata di cemento armato sulla scrivania del geometra.
    Non l’obbligo di incidere i cronoprogrammi su tavole di pietra.
    Non la condanna eterna del tecnico comunale a vagare per i corridoi con un faldone in mano, inseguito dallo spettro del PNRR.

    Una relazione trimestrale.

    Quattro volte l’anno.

    Il terribile supplizio amministrativo di sapere, ogni tre mesi, a che punto sono le scuole dei bambini.

    Poi è arrivato Tiramale, che ha parlato di “aggravio di lavoro” e di “richieste fisse”.

    Perché evidentemente a Mirandola la cosa davvero pericolosa non è avere cantieri scolastici complicati, ritardi, traslochi, giardini non pronti, arredi da acquistare e cronoprogrammi elastici.

    No.

    La cosa pericolosa è chiedere al Comune di mettere tutto in fila ogni novanta giorni.

    Infine il Biondo, che ha raggiunto una vetta quasi poetica: secondo lui una mozione del genere sarebbe un modo per “sviare l’impegno personale”, “sovraccaricando gli uffici tecnici”.

    Traduzione: se un consigliere vuole sapere qualcosa, non chieda un metodo pubblico.
    Si arrangi.
    Passi dagli uffici.
    Mandi una mail.
    Bussi.
    Aspetti.
    Faccia il bravo.
    E magari ringrazi pure.

    Quindi ricapitoliamo.

    Per Lety, Tiramale e il Biondo, avere un quadro trimestrale dello stato degli edifici scolastici non è normale amministrazione.

    È un trauma organizzativo.

    Un Comune che gestisce milioni di euro di lavori pubblici, varianti, collaudi, traslochi, arredi, giardini, contenziosi e riaperture scolastiche, non dovrebbe essere disturbato dalla pretesa barbara di fare il punto quattro volte l’anno.

    Quattro.

    Non quaranta.

    Quattro relazioni in dodici mesi.

    Meno delle sagre.
    Meno delle inaugurazioni.
    Meno delle foto con la fascia.
    Meno dei post autocelebrativi in cui tutto è sempre bellissimo, tutto è sempre sotto controllo, tutto è sempre “in fase di completamento”.

    Il Comune di Mirandola, secondo questa raffinata teoria gestionale, sarebbe in grado di amministrare cantieri complessi, ma non di riassumerne lo stato ogni novanta giorni.

    È come dire: sappiamo pilotare l’aereo, ma non chiedeteci dov’è diretto, perché compilare il piano di volo ci stressa.

    E qui sta il punto più ridicolo.

    Una relazione trimestrale non serve solo alla Bernaroli.
    Non serve solo all’opposizione.
    Non serve solo ai genitori curiosi, ansiosi o rompiscatole.

    Serve prima di tutto al Comune.

    Serve alla Giunta per capire cosa sta succedendo.
    Serve agli assessori per non arrivare sempre dopo.
    Serve agli uffici per lavorare con metodo.
    Serve alla scuola per organizzarsi.
    Serve alle famiglie per non vivere appese alle mezze frasi.
    Serve perfino a Lety per evitare di scoprire in Consiglio che “fine cantiere” non significa “edificio utilizzabile”.

    Un’Amministrazione seria non considera il monitoraggio un fastidio.

    Lo considera il minimo sindacale.

    Perché se hai un quadro aggiornato, governi meglio.
    Se hai un cronoprogramma aggiornato, comunichi meglio.
    Se conosci gli scostamenti, intervieni prima.
    Se sai dove si accumulano ritardi, non aspetti che esplodano.
    Se distingui “fine lavori” da “piena funzionalità”, eviti di vendere fumo con il fiocco tricolore.

    Ma evidentemente qui il problema non è informare i cittadini.

    Il problema è che per informare i cittadini bisognerebbe prima avere le idee chiare.

    Il capolavoro logico, infatti, arriva proprio da Lety.

    Per spiegare perché la mozione non andava bene, ha detto una cosa giustissima: che la fine di un cantiere non significa automaticamente che l’edificio sia utilizzabile il giorno dopo. Servono collaudi, certificazioni, pulizie, traslochi, arredi, finiture, approntamenti.

    Brava.

    Era esattamente uno dei punti della mozione.

    Cioè la maggioranza ha respinto una mozione spiegando, nel merito, che la mozione aveva ragione.

    Un numero di alta scuola.

    È come dire:
    “Noi siamo contrari all’ombrello, perché quando piove ci si bagna”.

    E attenzione: non stiamo parlando della sagra della frittella o della tinteggiatura del ripostiglio comunale.

    Stiamo parlando di scuole.

    Luoghi dove vanno bambini.
    Luoghi dove lavorano insegnanti.
    Luoghi dove le famiglie devono organizzare trasporti, orari, centri estivi, rientri, spostamenti, servizi.

    Ma per la maggioranza una relazione trimestrale sarebbe troppo.

    Troppo faticosa.
    Troppo ordinata.
    Troppo chiara.
    Troppo trasparente.

    Meglio il metodo “quando qualcuno protesta, poi vediamo cosa rispondere”.

    Che è un grande classico della scuola amministrativa mirandolese: prima si naviga a vista, poi quando arriva l’acqua alla cintura si comunica che il terreno era imbibito.

    La verità è semplice.

    La maggioranza non ha bocciato una mozione inutile.

    Ha bocciato l’idea che la trasparenza diventi metodo.

    Ha bocciato l’idea che sui cantieri scolastici l’Amministrazione debba rendere conto prima che i cittadini siano costretti a inseguire le informazioni.

    Ha bocciato l’idea che il Comune debba sapere, ordinare e comunicare ciò che dovrebbe già sapere, ordinare e comunicare per amministrare decentemente.

    Ha bocciato l’idea che la differenza tra “opera finita”, “opera collaudata”, “opera arredata”, “opera pulita”, “opera agibile” e “opera davvero utilizzabile” venga spiegata in modo chiaro, senza il solito gioco delle parole elastiche.

    Perché a Mirandola le parole sono fondamentali.

    “Finito” non vuol dire finito.
    “Pronto” non vuol dire pronto.
    “Utilizzabile” non vuol dire utilizzabile.
    “Trasparenza” non vuol dire informare.

    Vuol dire: se proprio vuoi sapere, fai domanda.

    E così la mozione è stata respinta.

    Undici contrari.
    Sei favorevoli.

    La maggioranza ha scelto il modello amministrativo del buio con accesso agli atti.

    Noi, modestamente, continuiamo a preferire la luce.

    Anche trimestrale.

    Fonti:
    Deliberazione del Consiglio Comunale n. 24 del 29/04/2026.
    Trascrizione del dibattito allegata alla delibera C.C. n. 24 del 29/04/2026.

  • MIRANDOLA AL 40%

    Storia del dirigente Ululì, dei lavori pubblici in saldo e della macchina comunale che perde pezzi mentre promette miracoli

    C’è un momento, nella vita amministrativa di ogni Comune, in cui la propaganda incontra la realtà.

    A Mirandola, di solito, la realtà arriva con un certo ritardo.
    Come i cantieri.
    Come le varianti.
    Come le inaugurazioni.
    Come le promesse.

    Ma quando arriva, porta sempre con sé una cartellina.

    E dentro la cartellina, questa volta, c’è scritto che il Settore II — quello di Territorio, Ambiente e Lavori Pubblici — entra ufficialmente nella gloriosa stagione del part-time istituzionale.

    Perché mentre la città aspetta scuole, palestre, edifici pubblici, recuperi, manutenzioni, progetti, risposte, cronoprogrammi e magari anche un miracolo edilizio con timbro e protocollo, il dirigente del settore, l’ingegner Andrea Lui — che per comodità poetica chiameremo il dirigente Ululì — ha vinto la procedura di mobilità volontaria esterna presso la Provincia di Cremona.

    Non un sussurro di corridoio.
    Non un pettegolezzo da bar del municipio.
    Non una di quelle voci che “si dice ma non si può dire”.

    Sta scritto nello schema di convenzione.

    Ululì a Mirandola, Cremona ululà.

    Il trasferimento definitivo scatterà dal 1° novembre 2026.
    Però, siccome a Mirandola le cose non finiscono mai di colpo, ma si sfilacciano lentamente come certi rapporti sentimentali in cui uno ha già fatto le valigie e l’altro continua a dire che va tutto bene, nel frattempo si inventano la soluzione elegante:

    dal 4 maggio al 31 ottobre 2026, il dirigente viene usato congiuntamente da Mirandola e Cremona.

    Cremona prende il 60% della prestazione lavorativa.
    Mirandola si tiene il 40%.

    Avete letto bene.

    Il Comune che non riesce a chiudere cantieri interi, ora prova a governarli con un dirigente frazionato.

    Un po’ come voler finire una scuola con mezzo geometra, una variante, tre conferenze stampa e una candela accesa davanti al quadro economico.

    Naturalmente negli atti tutto è scritto con il profumo nobile della burocrazia: la convenzione serve a permettere alla Provincia di Cremona di inserire il dirigente e al Comune di Mirandola di “approntare la riorganizzazione del proprio assetto”.

    Che tradotto dal comunalese significa:

    “Sta andando via, noi intanto vediamo come non far crollare il tavolo.”

    E attenzione, perché qui sta il punto.

    Se questa fosse una fase ordinata di passaggio di consegne, uno si aspetterebbe almeno l’ombra di un dirigente entrante.
    Una selezione avviata.
    Una nomina in arrivo.
    Un sostituto individuato.
    Un nome, una procedura, una traccia, un cartello:

    “Scusate il disagio, stiamo cercando un dirigente vero.”

    Invece, per quanto risulta dagli atti oggi disponibili, il 40% di Ululì non sembra servire ad accompagnare serenamente un nuovo dirigente dentro la macchina comunale.

    Sembra più una di quelle convivenze finali dopo la separazione, quando uno ha già trovato casa altrove e l’altro finge che basti dividersi il frigorifero per salvare il rapporto.

    Altro che passaggio di consegne.

    Qui pare più un passaggio di consegne al vuoto.

    Ma il capolavoro non finisce qui.

    Perché appena il dirigente Ululì comincia a evaporare verso Cremona, ecco arrivare un’altra carezza organizzativa: dal 1° giugno 2026, un istruttore amministrativo assegnato al Servizio Edilizia, Urbanistica, Ambiente, sempre dentro il Settore II, passa da tempo pieno a part-time 18 ore su 36.

    Cioè metà.

    Orario: lunedì, martedì, mercoledì e giovedì, dalle 8:00 alle 12:30.
    Venerdì: disperso.
    Pomeriggio: non pervenuto.
    Continuità amministrativa: rivolgersi a Thor.

    E attenzione: il problema non è il dipendente, che ha tutto il diritto di chiedere il part-time, cambiare vita, lavorare altrove o dedicarsi ad altro, ad esempio la coltivazione dei fichi…

    Il problema è che qui non stiamo parlando dell’ufficio “Decorazioni Natalizie e Cuscini da Cerimonia”.

    Stiamo parlando del settore che dovrebbe seguire territorio, ambiente, edilizia, urbanistica e lavori pubblici.

    Cioè esattamente il cuore tecnico di un Comune che ha più opere incompiute che tagli di nastro riusciti.

    E allora il quadro diventa delizioso.

    Da giugno a ottobre 2026 Mirandola rischia di trovarsi con:

    un dirigente dei Lavori Pubblici al 40%;

    nessun dirigente entrante che, allo stato degli atti disponibili, risulti già pronto a ricevere il testimone;

    un istruttore amministrativo del servizio edilizia-urbanistica-ambiente al 50%;

    i cantieri al 100%;

    i ritardi al 100%;

    le varianti al 100%;

    la propaganda, come sempre, al 200%.

    È la nuova matematica amministrativa mirandolese.

    Non si potenziano gli uffici: si assottigliano.
    Non si rafforza la macchina comunale: si mette a dieta, o come dicono certi consiglieri si formano professionisti, peccato che poi fuggono.
    Non si risolvono i problemi: si spalmano sulle poche ore rimaste.

    Il risultato è un Comune che sembra organizzato come una compagnia telefonica:

    per parlare con i Lavori Pubblici prema 1;
    per parlare con il dirigente attenda novembre;
    per parlare con il dirigente nuovo attenda che esista;
    per parlare con il servizio edilizia richiami entro le 12:30;
    per lamentarsi dei ritardi resti in linea, la sua protesta è importante per noi.

    E intanto la politica cosa fa?

    Riorganizza.
    Annuncia.
    Sorride.
    Taglia nastri immaginari.
    Promette date.
    Parla di futuro con la stessa sicurezza con cui certi cantieri parlano di “fine lavori”.

    Peccato che la realtà sia meno scenografica.

    La realtà dice che il dirigente strategico ha già un piede e mezzo a Cremona.
    La realtà dice che un altro pezzo del servizio passa a metà orario.
    La realtà dice che, al momento, questa non appare come una staffetta ordinata con un dirigente entrante, ma come una sottrazione progressiva di presidio tecnico.
    La realtà dice che gli uffici tecnici, già sotto stress, vengono lasciati a gestire l’impossibile con una dotazione sempre più leggera.

    E allora la domanda non è:

    “Perché Lui va a Cremona?”

    La domanda è molto più cattiva:

    ma se persino chi dovrebbe guidare i lavori pubblici cerca Cremona, cosa sa lui che noi cittadini ancora non sappiamo?

    Forse ha visto il cronoprogramma.
    Forse ha letto le varianti.
    Forse ha capito che a Mirandola il futuro dei cantieri non si misura in mesi, ma in ere geologiche.
    Forse, semplicemente, ha deciso che tra un’opera pubblica mirandolese e il Po, il Po è quello che scorre di più.

    Intendiamoci: nessuno è obbligato a restare.
    I dipendenti non sono prigionieri del Municipio.
    E se uno vince una procedura e va altrove, buon viaggio.

    Ma politicamente resta una fotografia impietosa.

    Un’amministrazione che ama raccontarsi come efficiente si ritrova con il settore tecnico più delicato in modalità risparmio energetico.
    Un Comune che promette opere pubbliche si tiene il dirigente al 40%.
    Una Giunta che parla di futuro deve intanto “approntare la riorganizzazione del proprio assetto”, cioè cambiare le gomme mentre la macchina è già nel fosso, il carro attrezzi non è stato ancora chiamato e l’autista sta spiegando ai passeggeri che il viaggio procede benissimo.

    E senza che, per ora, si veda il nuovo ombrello.

    Questa non è gestione.

    È equilibrismo con il caschetto da cantiere.

    E forse è proprio questa la vera cifra della Mirandola contemporanea:
    cantieri lenti, uffici alleggeriti, dirigenti in partenza, istruttori dimezzati, passaggi di consegne senza consegnatario visibile, e una politica che continua a parlare come se avesse in mano una Ferrari amministrativa.

    Poi apri gli atti e scopri che sotto il cofano c’è un triciclo.

    Con una ruota a Cremona.


    Fonti:
    Delibera di Giunta comunale n. 89 del 29/04/2026, approvazione della convenzione tra Comune di Mirandola e Provincia di Cremona per l’utilizzo congiunto del dirigente Andrea Lui.
    Schema di convenzione allegato: procedura di mobilità volontaria esterna presso la Provincia di Cremona, utilizzo dal 4/05/2026 al 31/10/2026 e prestazione al 60% per Cremona.
    Determina n. 438 del 19/05/2026: trasformazione a part-time 18/36 di un istruttore amministrativo assegnato al Servizio Edilizia Urbanistica Ambiente – Settore II, dal 1/06/2026.

  • IL FABBRICANTE DI SUPERIORITÀ

    C’è una cosa meravigliosa in certi commenti scritti con l’aria solenne di chi crede di aver appena salvato la democrazia con quattro parole difficili.

    “Analfabetismo funzionale.”

    “Fragilità cognitiva.”

    “Delega della comprensione.”

    “Ecosistema informativo parallelo.”

    Tradotto dal tecnichese da sociologo da tinello, il concetto è molto più semplice:

    cari mirandolesi, siete dei cretini.

    Naturalmente non lo dice così.

    Sarebbe troppo volgare.

    E soprattutto troppo chiaro.

    Lo dice meglio.

    Dice che non leggete.

    Dice che non capite.

    Dice che vedete due parole, vi emozionate, sbagliate data, sbagliate tragedia, sbagliate contesto, sbagliate tutto.

    Insomma: una popolazione di minorati cognitivi, incapace di distinguere un incendio da un terremoto, un atto da una promessa, una determina da una favola.

    E poi arriva il capolavoro.

    Per attaccare il Fico, non contesta un documento.

    Non prende una determina.

    Non indica una pagina.

    Non mostra un errore.

    No.

    Fa una cosa più comoda: spiega che chi legge il Fico sarebbe sostanzialmente un poveretto. Uno che non capisce gli atti, non capisce la burocrazia, non capisce il Comune, non capisce la realtà. E quindi si affida al “sedicente esperto” che gliela riscrive.

    Che meravigliosa idea dei cittadini.

    Mirandolesi adulti quando votano.

    Sovrani quando applaudono.

    Maturi quando mettono like ai comunicati ufficiali.

    Responsabili quando stanno zitti.

    Ma appena iniziano a leggere gli atti, fare domande, confrontare date, importi, proroghe, cantieri fermi diventano improvvisamente analfabeti funzionali manipolati dal Fico cattivo.

    Comodo.

    Perché il vero messaggio non è: “Il Fico sbaglia.”

    Il vero messaggio è: “Voi non siete in grado di capire.”

    Non è un attacco al Fico.

    È un insulto ai mirandolesi.

    È dare del cretino alla città intera senza sporcarsi la bocca.

    E poi c’è la perla finale: il Fico “avvelenerebbe il dibattito democratico”.

    Meraviglioso.

    Quindi il dibattito democratico sarebbe sano quando il cittadino legge il comunicato stampa, applaude, condivide la foto col taglio del nastro e ringrazia.

    Diventa invece “avvelenato” quando qualcuno prende un atto pubblico, lo legge, lo confronta con le promesse, ci trova date che non tornano, costi che aumentano, proroghe che si moltiplicano, allegati che mancano e cantieri che dormono.

    Che idea curiosa di democrazia.

    Una democrazia dove il cittadino può parlare, purché non controlli.

    Può indignarsi, purché nel verso giusto.

    Può partecipare, purché non disturbi.

    Può leggere, purché non capisca troppo.

    Perché il vero veleno del dibattito democratico non è chi fa domande sugli atti.

    Il vero veleno è chi considera le domande una malattia.

    Chi scambia il controllo civico per sabotaggio.

    Chi chiama “manipolazione” ogni lettura non autorizzata.

    Chi pretende cittadini adulti nell’urna e bambini davanti ai documenti.

    Se una determina pubblica può essere letta solo da chi l’ha scritta, non siamo davanti a un dibattito democratico.

    Siamo davanti a una recita con pubblico ammaestrato.

    E allora facciamola semplice, così magari la capiamo anche noi poveri selvaggi della Bassa.

    Se il Fico distorce gli atti, prendete un post.

    Uno solo.

    Indicate la determina.

    Indicate la pagina.

    Indicate il passaggio.

    Mostrate dove l’atto dice A e il Fico avrebbe scritto B.

    Non servono diagnosi cliniche sui lettori.

    Non servono prediche sull’analfabetismo funzionale.

    Non serve trattare Mirandola come una classe differenziale.

    Serve una prova.

    Perché quando non riesci a smentire il documento, screditi chi lo legge.

    E quando non riesci a contestarel’autore, insulti il pubblico.

    Il Fico continuerà a fare una cosa terribilmente pericolosa: leggere e studiare.

    Leggere determine.

    Leggere delibere.

    Leggere importi.

    Leggere proroghe.

    Leggere allegati presenti e allegati spariti.

    Leggere promesse e poi guardare i cantieri.

    E chi pensa che questo significhi manipolare la realtà ha un problema molto semplice.

    Non teme le bugie.

    Teme che i cittadini aprano il PDF.

    E, soprattutto, teme che non siano affatto cretini come vorrebbe raccontarli.

  • IL BIOMEDICALE È STRATEGICO. I LAVORATORI SONO ACCESSORI DI SCENA.

    Quando la crisi Gambro-Vantive scoppiò per la prima volta, la Lety corse.

    Corse con gli altri sindaci, corse con le dichiarazioni, corse con la vicinanza, corse con la fascia tricolore stirata bene e il tono grave di chi ha appena scoperto che il biomedicale non è solo uno sfondo per i convegni, ma anche gente vera che lavora, produce, timbra, si preoccupa e magari ha pure un mutuo.

    A febbraio era tutto un fiorire di “piena vicinanza”, “massima attenzione”, “non possiamo restare indifferenti”, “presenza necessaria dei sindaci”. Parole importanti. Parole solenni. Parole da mettere in cornice, possibilmente vicino al badge dell’Auditorium.

    Poi però la crisi ha avuto una pretesa fastidiosa: non si è accontentata del comunicato stampa.

    È andata avanti.

    E il 19 maggio la situazione è diventata perfino più grave: il tavolo al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, fissato da quasi due mesi, salta. Niente nuova data. Niente spiegazioni convincenti. Niente risposte chiare. I lavoratori scioperano. I sindacati chiedono trasparenza sulla vendita, sull’advisor, sul perimetro dell’operazione, sui potenziali acquirenti, sugli investimenti, sul futuro di centinaia di famiglie.

    E lì, nel momento in cui la “vicinanza” avrebbe dovuto farsi presenza, corpo, piazzale, faccia, scarpe sull’asfalto e non frasetta nel comunicato, la Lety scompare dal quadro.

    Non risulta nelle cronache del presidio.

    Non risulta protagonista della mobilitazione.

    Non risulta in prima fila con i lavoratori.

    Risulta invece, il giorno dopo, comodamente ricomparsa dove il biomedicale non puzza di sciopero, non fa domande scomode, non chiede garanzie occupazionali e soprattutto non obbliga nessuno a guardare negli occhi chi rischia il futuro.

    All’Auditorium Rita Levi Montalcini.

    Lì sì che il biomedicale torna bello.

    Pulito.

    Numerato.

    Addomesticato.

    512 imprese.
    Oltre 14.500 occupati.
    131 milioni investiti in ricerca e innovazione.
    Polo europeo.
    Asset strategico.
    Capitale umano.
    Ecosistema integrato.
    Manifattura avanzata.
    Intelligenza artificiale.
    Sostenibilità.
    Resilienza.

    Una meraviglia.

    Perfetto per il ritmo di lettura da mitragliatta della Lety.

    Peccato che appena il “capitale umano” smette di essere una formula da slide e diventa lavoratori in sciopero davanti ai cancelli, la poesia istituzionale si inceppa.

    Perché questa è la fotografia politica: davanti alla crisi vera, la sindaca che a febbraio proclamava la necessità di esserci pare molto meno necessaria. Davanti al convegno, invece, la presenza torna improvvisamente utilissima.

    Quando ci sono i lavoratori, prudenza.

    Quando ci sono i numeri, entusiasmo.

    Quando c’è il piazzale, silenzio.

    Quando c’è la poltroncina, comunicato.

    Quando c’è da chiedere conto al Ministero di un tavolo saltato senza una data, passo felpato.

    Quando c’è da celebrare il biomedicale come grande vanto territoriale, tutti in posa dentro la brochure vivente dell’eccellenza emiliana.

    E allora viene da chiedersi: ma per la Lety il biomedicale cos’è?

    Un settore da difendere quando trema?

    O un fondale da inaugurare quando brilla?

    Perché l’eccellenza industriale non è un soprammobile da esibire nei giorni buoni. Non è una vetrinetta da lucidare quando arrivano Regione, Ministero, relatori e fotografi. È anche il luogo dove centinaia di lavoratori scoprono che il proprio futuro può essere sospeso da una multinazionale, da un fondo, da una vendita globale e da un Ministero che rinvia il tavolo come fosse una riunione di condominio.

    E lì si vede la differenza tra la politica e la scenografia.

    La politica sta dove il problema brucia.

    La scenografia sta dove il problema è già stato trasformato in titolo, grafico, percentuale e applauso.

    La Lety, a febbraio, aveva detto che non si poteva restare indifferenti.

    Perfetto.

    Il Fico prende nota.

    Ma l’indifferenza non è solo non dire nulla.

    A volte l’indifferenza è dire moltissimo, purché lontano dal punto esatto in cui bisognerebbe esserci.

    A volte è riempirsi la bocca di “14.500 occupati” mentre pochi chilometri più in là centinaia di occupati veri chiedono di non essere trattati come una riga sacrificabile nel bilancio mondiale di un fondo.

    A volte è celebrare il “capitale umano” stando alla larga dagli esseri umani.

    A volte è difendere il biomedicale solo quando non disturba.

    E questa, purtroppo, è la specialità della politica da auditorium: prendere una crisi, togliere i lavoratori, aggiungere tre numeri, due formule, un relatore ministeriale, una foto istituzionale, e servirla come eccellenza del territorio.

    Il risultato è perfetto.

    Una crisi industriale con vista convegno.

    Una solidarietà a intermittenza.

    Una sindaca presente quando il biomedicale applaude se stesso, molto meno visibile quando il biomedicale chiede aiuto.

    Mirandola, cuore del distretto biomedicale.

    Peccato che quando il cuore va in fibrillazione, qualcuno preferisca misurargli il battito da una comoda poltrona.

  • NELLA MENTE DEI PAZZI NO. NEGLI ATTI DEL COMUNE SÌ.

    C’è una cosa che andrebbe detta subito, prima che qualcuno ricominci con la solita fiera delle bandierine piantate sul dolore.

    Nella mente di chi compie un gesto folle, criminale, devastante, noi non possiamo entrare.

    Non possiamo entrare nella testa di chi, nella notte tra il 20 e il 21 maggio 2019, appiccò l’incendio alla sede della Polizia Municipale di via Roma, provocando una tragedia che Mirandola non potrà mai dimenticare.

    Ma negli atti di un’Amministrazione comunale, invece, si può entrare benissimo.

    E infatti noi lì entriamo.

    Entriamo nelle determine, nelle delibere, nei quadri economici, nei progetti, negli incarichi, nelle promesse, nelle candidature, nei soldi assicurativi, nei puntelli e nelle lamiere.

    Perché il rispetto per le vittime non si misura con i post commemorativi scritti una volta all’anno.
    Si misura anche, e forse soprattutto, da ciò che una città fa del luogo materiale della tragedia.

    E qui il problema è enorme.

    Perché l’ex sede della Polizia Locale di via Roma non è solo un edificio danneggiato. È una ferita urbana. È il punto fisico in cui Mirandola ha perso due donne innocenti, ha visto famiglie evacuate, appartamenti bruciati, un presidio pubblico distrutto, una comunità lacerata.

    Eppure, a distanza di anni, quell’edificio non è stato recuperato.

    Non è stato restituito alla città.

    Non è tornato a essere un luogo vivo, utile, dignitoso.

    È rimasto lì: inagibile, chiuso, vulnerabile, degradato, raccontato mille volte negli atti e pochissime nei fatti.

    Gli atti del 2019 parlavano già di urgenza. La Giunta approvò un progetto definitivo-esecutivo per la messa in sicurezza dell’immobile, proprio per consentire l’accesso in sicurezza e procedere alla stima dei danni.
    La determinazione successiva affidò i lavori di messa in sicurezza, con posa di puntelli telescopici per sorreggere le parti danneggiate e permettere le operazioni peritali. Poi arrivarono gli incarichi di progettazione. Già nel luglio 2019 venne affidato un incarico professionale per la messa in sicurezza, il ripristino e la ristrutturazione dell’immobile denominato Ex Milizia, parte comunale, danneggiato dall’incendio. Non solo: negli atti si parlava esplicitamente anche di revoca dell’inagibilità e di rientro delle famiglie negli appartamenti.

    Poi arrivarono gli indennizzi assicurativi.

    Nel 2021 il Comune quantificò i danni al fabbricato: 407.300 euro per il Comune, 120.552 euro per ACER, più supplementi e somme legate a demolizioni e sgomberi. Nello stesso atto si richiama anche un progetto di messa in sicurezza, ripristino e ristrutturazione quantificato in 740.000 euro.

    Poi arrivò il progetto museale.

    L’Ex Milizia doveva diventare anche spazio culturale, museo, sale espositive. Nel 2021 si fecero indagini strutturali per il recupero dell’unità destinata a Museo e Sale espositive.
    Sempre nel 2021 si affidò al Politecnico di Milano un incarico per le linee di indirizzo del Museo Jean Mascii all’interno dell’Ex Milizia.

    Poi arrivò il progetto PNRR.

    Nel 2022 la Giunta approvò un progetto definitivo da 1.086.400 euro per trasformare l’immobile di via Roma/via Greco in spazio per attività culturali e socio-assistenziali: al piano terra casa delle associazioni, spazi d’incontro e sala conferenze; al primo piano tre appartamenti danneggiati dall’incendio destinati a profughi in fuga dalle guerre.

    Bellissimo.

    Sulla carta.

    Perché quel progetto non è mai partito.

    La candidatura PNRR non ha prodotto il recupero. Il cantiere di rinascita non si è visto. L’edificio non è stato restituito alla città.

    E allora la domanda è semplice: dopo anni di parole, progetti, commemorazioni, accuse, proclami e dito puntato contro quelli di prima, che cosa è stato fatto davvero?

    I consolidamenti.
    I puntelli.
    La messa in sicurezza.
    E, per quanto risulta, due lamiere messe a chiudere gli accessi posteriori.

    Due lamiere.

    Ecco il grande monumento amministrativo alla memoria.

    Non un recupero.
    Non un progetto realizzato.
    Non appartamenti restituiti all’edilizia sociale.
    Non uno spazio pubblico riconsegnato alla città.
    Non un luogo ferito trasformato in luogo di comunità.

    Due lamiere.

    Il punto non è negare la tragedia. Il punto è l’esatto contrario: prenderla finalmente sul serio.

    Perché se quell’edificio fosse stato recuperato, oggi Mirandola avrebbe potuto avere appartamenti sociali, spazi per associazioni, funzioni pubbliche, un luogo capace di ricucire almeno simbolicamente lo strappo del 2019.

    E invece no.

    La ferita è rimasta aperta.

    E questo offende prima di tutto le vittime. Offende la loro memoria. Offende i familiari. Offende i residenti che da anni vedono quel pezzo di città bloccato in una specie di lutto amministrativo permanente.

    Fa abbastanza impressione vedere certa politica ricordare ogni anno via Roma come simbolo della svolta, quando proprio quella politica, per due amministrazioni di centrodestra, non è riuscita a dare una risposta vera al luogo simbolo di quella tragedia.

    Perché una cosa è vincere le elezioni cavalcando una ferita.
    Un’altra è curarla.

    E qui la ferita non è stata curata.

    È stata protocollata.

    È stata assicurata.

    È stata candidata.

    È stata descritta in quadro economico.

    È stata destinata a museo, poi a sale espositive, poi a casa delle associazioni, poi ad alloggi per profughi.

    Ma non è stata guarita.

    A Mirandola si è detto: “abbiamo mandato a casa quelli di prima”.

    Benissimo.

    Poi però bisognava mandare avanti il recupero.

    E lì, curiosamente, la grande energia morale della propaganda si è trasformata nella consueta postura amministrativa mirandolese: schiena dritta in campagna elettorale, ginocchia molli davanti ai cantieri.

    Perché ridare dignità all’ex sede della Polizia Locale avrebbe avuto un valore enorme.

    Avrebbe significato dire alla città: qui è accaduto qualcosa di terribile, ma noi non lasciamo che il luogo della tragedia diventi un rudere, un bivacco, un retrobottega della memoria, una pratica da spostare da un ufficio all’altro.

    Avrebbe significato onorare davvero Marta Goldoni e Yaroslava Kryvoruchko.

    Non con le frasi solenni.

    Con i mattoni.

    Con gli appartamenti.

    Con una porta riaperta legalmente, non con due lamiere per impedire ingressi abusivi.

    La memoria non è solo scrivere i nomi delle vittime alla fine di un post.

    La memoria è anche impedire che il luogo in cui sono morte diventi il simbolo dell’incapacità di amministrare dopo aver predicato giustizia, sicurezza e riscatto.

    Perché nella mente di un folle non possiamo entrare.

    Ma negli atti del Comune sì.

    E gli atti, purtroppo, raccontano una cosa molto semplice:

    Mirandola ha avuto il tempo per trasformare via Roma in un segno di rinascita.

    Ha avuto progetti.

    Ha avuto indennizzi.

    Ha avuto incarichi.

    Ha avuto destinazioni d’uso.

    Ha avuto perfino il PNRR da tentare.

    Quello che non ha avuto è il recupero dell’edificio.

    E allora forse, prima di usare ancora quella tragedia come randello politico, qualcuno dovrebbe fare una cosa molto più semplice, molto più seria, molto più rispettosa.

    Aprire il fascicolo.

    Guardare l’edificio.

    Guardare le lamiere.

    E chiedersi se davvero questa sia la dignità che Mirandola doveva restituire a via Roma.

  • VIDEOSORVEGLIANZA 2.0 – LA TELECAMERA CHE SORVEGLIA LA TELECAMERA

    A Mirandola la sicurezza urbana è ormai entrata nella sua fase mistica.

    Prima abbiamo avuto il grande impianto di lettura targhe e videosorveglianza: centinaia di migliaia di euro, varchi, server, antenne, switch industriali, telecamere, manutenzione, collaudi, relazioni, varianti, certificati e comunicati da fantascienza padana, con la Città dei Pico trasformata — almeno sulla carta — in una specie di centro di NORAD della Bassa, dove anche un gatto che attraversa via Pico dovrebbe essere ripreso, archiviato, classificato e forse pure convocato in comando.

    E attenzione: non parliamo di un impianto archeologico, non parliamo delle telecamere in bianco e nero puntate sulla piazza quando ancora si pagava in lire. Il certificato di regolare esecuzione del sistema di lettura targhe e videosorveglianza è dell’aprile 2024. Quindi siamo a poco più di due anni dal collaudo, cioè praticamente ieri, in termini di opere pubbliche mirandolesi. Qui, per capirci, ci sono cantieri che in due anni non riescono nemmeno a decidere da che lato guardare il ponteggio.

    Nel frattempo, per non farci mancare nulla, si sono aggiunte anche le telecamere del Municipio storico: perché il Grande Occhio comunale, evidentemente, aveva bisogno pure della dépendance istituzionale, con vista su sala consiliare, scalone, uffici e nuova liturgia del ritorno al Palazzo.

    Eppure, dopo tutto questo, ecco la domanda fondamentale: come possiamo migliorare ancora il sistema?

    A questo punto, da qualche laboratorio di pensiero amministrativo, potrebbe essere uscita l’idea definitiva: per ogni telecamera dell’impianto, installare una seconda telecamera che controlli la prima.

    Non per controllare i cittadini, per carità. Quello sarebbe volgare.

    No: per garantire la sicurezza delle telecamere.

    Una bullet che sorveglia la dome. Una dome che controlla l’OCR. Un OCR che legge la targa del furgone che porta la nuova telecamera. E poi, per prudenza, una quarta telecamera puntata sulla telecamera che sorveglia la telecamera che controlla la telecamera, perché nella vita non si sa mai: oggi ti sparisce un cono visivo, domani ti va in ombra un assessore, dopodomani scopri che il vero punto cieco era la determina.

    La battuta fa ridere, ma l’atto esiste davvero.

    Con la determina n. 426 del 14 maggio 2026, il Comune affida direttamente un incarico da 4.000 euro per redigere un progetto di fattibilità tecnico-economica per la realizzazione di un “nuovo sistema di lettura targhe e/o videosorveglianza urbana”.

    Nuovo.

    Dopo quello nuovo.

    Dopo l’impianto appena collaudato.

    Dopo le telecamere già installate.

    Dopo le integrazioni del Municipio storico.

    Dopo la grande narrazione della sicurezza finalmente tecnologica, finalmente moderna, finalmente capillare, finalmente intelligente, finalmente così intelligente da accorgersi, due anni dopo, che forse bisogna riprogettarla.

    E qui la domanda non è: “Sono tanti 4.000 euro?”

    No. Quattromila euro, dentro questa storia, sono quasi il resto lasciato sul banco del Grande Fratello comunale.

    La domanda vera è un’altra: se il sistema era così completo, moderno e strategico, perché dopo appena due anni dal collaudo si sente già il bisogno di progettare un nuovo intervento?

    Cosa manca?

    Quali varchi sono rimasti fuori?

    Quali zone non sono coperte?

    Quali criticità sono emerse?

    Quali telecamere non vedono abbastanza?

    Quali telecamere vedono troppo?

    Quali telecamere devono essere sorvegliate da altre telecamere perché, evidentemente, anche loro hanno bisogno di sentirsi sicure?

    Poi c’è il soggetto scelto per il nuovo incarico: C.S.S. – Consulant Security Solutions di Fabio Campani, con sede a Firenze, partita IVA 06608080484.

    E qui la storia diventa interessante, perché Fabio Campani non compare per la prima volta oggi nel romanzo elettronico mirandolese. Nella precedente gara del grande sistema di lettura targhe e videosorveglianza risultava già coinvolto come commissario esterno specializzato in sicurezza urbana, dentro la commissione giudicatrice. In parole povere: prima partecipa alla fase di valutazione del grande impianto; poi, qualche tempo dopo, la sua C.S.S. riceve l’affidamento diretto per studiare la fattibilità del nuovo capitolo.

    Non stiamo dicendo che sia illecito.

    Stiamo dicendo che è curioso.

    Curioso come una telecamera puntata proprio sull’unico angolo dove tutti giurano che non ci sia nulla da vedere.

    La determina aggiunge poi che l’operatore non impiega dipendenti, ma collaboratori, e che opera in regime forfettario. Dettaglio da non trasformare in processo fiscale: non c’è nulla di male nell’essere una struttura piccola, e un professionista singolo può essere più competente di una società piena di loghi, brochure e sale riunioni col ficus. Però, visto che si parla della fattibilità di un sistema comunale di videosorveglianza e lettura targhe, sarebbe interessante capire quali esperienze concrete, documentate e verificabili abbiano portato a scegliere proprio quel soggetto.

    Così il cerchio si chiude.

    Mirandola spende per vedere meglio. Collauda. Certifica. Aggiunge telecamere. Rimette in funzione il Municipio storico e ci mette sopra altri occhi elettronici. Poi, due anni dopo il collaudo del grande sistema, affida un nuovo progettino per capire come vedere ancora meglio.

    Forse la prossima frontiera sarà davvero quella: non più la videosorveglianza urbana, ma la videosorveglianza della videosorveglianza.

    Perché a Mirandola ormai non basta più controllare il territorio.

    Bisogna controllare il controllo.

    E, possibilmente, installare una telecamera anche sulla domanda:
    ma non l’avevamo appena fatto?


    Fonti: determina n. 426 del 14/05/2026 sull’affidamento del PFTE a C.S.S.; certificato di regolare esecuzione del precedente sistema di lettura targhe e videosorveglianza; documenti comunali della precedente gara e della commissione (vedere i post precedenti su la vicenda)

  • LO ZOO POLITICO

    ovvero: quando Aristotele incontra Facebook e chiede di essere cancellato

    C’è un momento preciso in cui lo Zoon Politikon, cioè l’uomo animale politico, smette di essere una definizione filosofica e diventa una diagnosi veterinaria.

    Nel caso di Massimo Marchesi, infatti, il passaggio sembra ormai compiuto: da Zoon Politikon a Zoo Politico.

    Non più l’uomo che vive nella polis, discute, ragiona, costruisce comunità.
    No.
    Qui siamo alla gabbietta social con la mangiatoia dell’indignazione, l’abbeveratoio del sottinteso politico e il cartello all’ingresso:

    “Vietato dare da mangiare al cinismo. Si alimenta da solo.”

    La vicenda è semplice e terribile.

    Marchesi pubblica nel gruppo “A Mirandola” una immagine devastante della donna ferita a Modena, una persona appena travolta da una tragedia enorme, accompagnandola con la frasetta:

    “Fratelli tutti……”

    Prego notare i puntini.
    Perché nello Zoo Politico i puntini sono importanti.

    Non spiegano.
    Insinuano.

    Non dicono.
    Ammiccano.

    Non portano rispetto.
    Portano traffico.

    Davanti a una donna mutilata, una persona normale prova orrore, pietà, silenzio.
    Lo Zoo Politico invece vede la scena e pensa:

    “Questa mi fa post.”

    Ed ecco la grande evoluzione della specie: dall’homo sapiens all’homo condividens, sottospecie indignatus compulsivus, facilmente riconoscibile perché davanti al dolore altrui non chiama l’umanità, chiama l’algoritmo.

    Poi però il post viene ritirato.

    E qui uno potrebbe pensare: bene, ha capito.

    Macché.

    Il ritiro del post non è una presa di coscienza.
    È il tergicristallo sul parabrezza dopo essere finiti nel letame.

    Perché Marchesi non scrive:
    “Ho sbagliato, ho mancato di rispetto a una vittima, ho usato una immagine che non dovevo usare, chiedo scusa.”

    No.

    Scrive più o meno: ritiro il post su quella immagine, però ricordiamoci dei nostri fratelli in Nigeria.

    Traduzione simultanea dallo Zoo Politico all’italiano:

    “Tolgo questa tragedia dal banco frigo e vi propongo il reparto esteri.”

    Meraviglioso.

    Nemmeno il tempo di capire perché fosse indecente usare il corpo straziato di una donna come materiale politico, che il carrello dell’indignazione viene semplicemente spinto nella corsia successiva.

    Prima Modena.
    Poi Nigeria.
    Sempre sangue.
    Sempre morti.
    Sempre corpi.
    Sempre dolore altrui trattato come volantino da distribuire alla cassa.

    Il problema, quindi, non era il metodo.
    Il problema era che il metodo si era visto troppo bene.

    Piccolo intermezzo zoologico

    — Scusi, Zoo Politico, lei cosa ha visto in quella immagine?
    — Una tragedia.
    — E poi?
    — Un messaggio forte.
    — E poi?
    — Un post efficace.
    — E la vittima?
    — Quale vittima? Ah sì, quella dentro il contenuto.

    Ecco il punto.

    Quella donna non è stata trattata come una persona.
    È stata trattata come un supporto grafico.

    Una specie di immagine di copertina dell’indignazione.
    Un manifesto involontario.
    Una didascalia vivente, anzi ferita, anzi straziata, messa lì per far passare un messaggio politico.

    Questa non è compassione.
    Non è denuncia.
    Non è solidarietà.

    È pornografia del dolore.

    E il ritiro del post, fatto in quel modo, non cancella nulla. Anzi, peggiora tutto. Perché dimostra che non c’è stata una vera vergogna morale, ma solo una ritirata tecnica. Una retromarcia social. Il classico: “Oddio, forse questa volta ho esagerato”, seguito immediatamente da “però adesso vi spiego un altro massacro”.

    Come se il dolore umano fosse una playlist.
    Tolgo la traccia 1, metto la traccia 2.

    E allora bisogna dirlo chiaramente: il problema non è solo avere pubblicato una immagine indecente. Il problema è avere pensato che quella immagine fosse utilizzabile.

    Utilizzabile per una frase.
    Utilizzabile per un sottinteso.
    Utilizzabile per fare politica.
    Utilizzabile per dare la scossetta emotiva al pubblico.

    Come quei vecchi venditori ambulanti che urlavano: “Signori, avvicinatevi!”.
    Solo che qui sul banchetto non ci sono pentole, scope o calzini.

    C’è il dolore di una donna.

    Fico della Mirandola si scusa con i lettori, perché per documentare quanto accaduto pubblicherà a sua volta gli screenshot, oscurando la vittima e le parti più cruente. Non per rilanciare l’orrore, non per partecipare al mercato della carne esposta, ma per mostrare una cosa precisa: fino a dove può arrivare la politica quando perde il pudore e comincia a usare la sofferenza altrui come materiale da propaganda.

    E adesso una domanda semplice agli amministratori del gruppo “A Mirandola”.

    Visto che diversi utenti hanno lamentato post non pubblicati, contenuti rimasti in attesa, interventi filtrati o mai approvati, sarebbe interessante capire:

    quella immagine è stata approvata manualmente da qualcuno?

    Oppure Massimo Marchesi gode di una qualche forma di pre-approvazione, per cui può pubblicare direttamente anche una immagine così violenta, così grave, così moralmente indifendibile?

    Perché se il cittadino qualunque resta fermo al casello della moderazione per un post scomodo, mentre lo Zoo Politico entra col camion del dolore e parcheggia in piazza, allora il problema non è solo l’animale politico.

    È anche chi gli tiene aperta la gabbia.

  • La prima parola va ai feriti. A chi è stato travolto, colpito, aggredito in una normale giornata di città trasformata in pochi secondi in un incubo.

    La seconda parola va a chi non è scappato, a chi ha avuto il coraggio di intervenire, bloccare, fermare la furia cieca di un uomo che ha seminato sangue e terrore. A loro va un grazie vero, non da manifesto, non da comunicato, ma da comunità civile.

    Poi c’è il resto. C’è il Biondo che, davanti ai feriti ancora caldi, non trova il silenzio, non trova il rispetto, non trova nemmeno la decenza minima. Trova invece il post, l’insulto, la formula pronta, la parola d’ordine da comizio. “Remigrazione”. Come se davanti a nove feriti la priorità fosse spremere la tragedia per farne carburante politico.

    Questo non è amore per la sicurezza. Non è difesa dei cittadini. È sciacallaggio a sirene ancora accese. È l’istinto di chi vede il sangue sull’asfalto e pensa subito a come trasformarlo in consenso.

    E allora una domanda resta: mentre a pochi chilometri ci sono feriti, paura, famiglie sconvolte e una città sotto shock, è davvero il caso di andare avanti con la Fiera come se nulla fosse, tra zucchero filato, selfie e passerelle indisturbate?

  • IL DRONE FERMATO DALLA POLIZIA DUCALE

    O del Comune che assicura un milione di euro, ma forse inciampa sul biglietto da 28

    A Mirandola ormai anche i droni hanno una biografia amministrativa più movimentata di certi assessori. Nascono per guardare le tegole, crescono tra determine, polizze, QR code, broker assicurativi, rinnovi annuali, allegati tecnici e refusi assortiti, e alla fine finiscono pure fermati al posto di blocco dalla Polizia Ducale, non per eccesso di velocità, ma per sospetta assenza del più umile, minuscolo e potenzialmente devastante documento della vicenda: il pagamento d-flight.

    La storia comincia nel 2024, quando il Comune acquista un DJI Mini 4 Pro Fly More Combo con radiocomando DJI RC2 per il Settore Territorio, Ambiente e Lavori Pubblici. Finalità dichiarata: ispezionare le coperture degli immobili comunali, verificare tegole rotte, crepe, distacchi di guaine e simili, evitando di mandare personale in quota. Un’idea sensata, moderna, persino intelligente. Il drone costò 1.107,54 euro e venne scelto anche perché il peso, meno di 249 grammi, certificazione C0 e può essere usato in certe categorie senza licenza di pilotaggio remoto.

    Poi arriva la polizza. Nel maggio 2024 il Comune attiva l’assicurazione per il drone: premio annuo 200 euro, massimale RCT da un milione di euro, durata un anno senza tacito rinnovo. Nella determina si legge anche che il Comune si è registrato presso l’autorità competente e ha ricevuto il QR-Code Operatore EASA n. ITA-6190580. Dunque, almeno sulla carta, il drone non è il giocattolino del geometra in pausa caffè: è un UAS comunale con codice, assicurazione e responsabilità.

    Nel 2025 la polizza viene rinnovata. Nel 2026 viene rinnovata ancora. La determina n. 392/2026 ribadisce che il drone è in dotazione ai Lavori Pubblici, ricorda la registrazione del Comune e il codice operatore ITA-6190580, rinnova la copertura da 200 euro e impegna la relativa somma sul capitolo assicurazioni.

    Fin qui, il drone sembra un cittadino modello: comprato, assicurato, registrato, rinnovato. Poi però lo ferma la Polizia Ducale.

    Notte. Via Giolitti. Nebbiolina bassa. Una Subaru bianca con lampeggiante blu appostata tra un cartello di cantiere scaduto e una recinzione da cantiere che ha visto giorni migliori. All’improvviso, sopra il municipio, passa lui: piccolo, elegante, quattro eliche, fotocamera, aria da libellula istituzionale.

    La paletta si alza.

    “Alt! Accosti.”

    Il drone plana, tossisce in modalità GPS, atterra sul cofano.

    “Documenti.”

    Il drone mostra la determina d’acquisto.

    “Bene. Comprato per controllare tetti. Non per fare il falco pellegrino sopra la Bassa.”

    Mostra la polizza.

    “Massimale un milione. Premio 200 euro. Franchigia zero. Molto bene. Quasi commovente.”

    Mostra il codice operatore.

    “ITA-6190580. Ottimo. Vedo anche nella polizza il codice identificativo QR 1581F6Z9C23CE003JT7U. Peso 0,249 kg. Fotocamera. Operazioni Open e/o Specifiche. Pilota/operatore ‘chiunque in regola e in possesso dei requisiti previsti dal Regolamento ENAC UAS-IT’. Bravo, sembra quasi tutto in ordine.”

    Poi l’agente si avvicina, abbassa gli occhiali e pronuncia la domanda che nessun drone comunale vorrebbe mai sentire.

    “E d-flight?”

    Silenzio.

    “L’abbonamento d-flight, caro volatile del patrimonio. Il PRO. La fattura. Il bonifico. Lo split payment. Il CIG. L’ordine. La determina. Il pagamento. Il microdocumento. Il biglietto del tram digitale.”

    Il drone fa un bip.

    “Non faccia il furbo con me, che qui siamo la Polizia Ducale, mica l’ufficio stampa.”

    Perché d-flight non è un soprammobile digitale. È la piattaforma su cui l’operatore UAS si registra, gestisce il profilo, inserisce il drone nella flotta, attiva e stampa i QR code e consulta le mappe operative. Detto in modo semplice: è una specie di bollo digitale del drone, a rinnovo annuale.

    E soprattutto d-flight serve prima del volo, non dopo il botto. Le sue mappe permettono di verificare se l’area da sorvolare è compatibile con l’uso del drone: regole dell’aria, zone geografiche UAS, no-fly zone, limitazioni, aree riservate, NOTAM e possibili interferenze con altri traffici aerei. In pratica è il semaforo digitale prima del decollo: controlla che il drone non venga mandato sopra un tetto comunale sperando che il cielo sia vuoto, ma dentro un’area valutata e consentita.

    E qui la faccenda diventa tragicomica. Perché negli atti finora emersi si vede tutto ciò che pesa di più e non si vede ciò che pesa di meno. Si vede il drone da 1.107 euro. Si vede la polizza da 200 euro. Si vede il massimale da un milione. Si vedono i rinnovi. Si vedono il codice operatore e il QR del mezzo. Ma non emerge, almeno dalle ricerche fatte finora, la traccia amministrativa del pagamento d-flight: abbonamento, ordine, buono economale, fattura, bonifico, liquidazione, rendicontazione, CIG, qualcosa.

    Il manuale d-flight dice che l’abbonamento BASE costa 7 euro l’anno, quello PRO costa 28 euro l’anno, entrambi durano un anno, e soprattutto che l’utente Azienda/P.A. può sottoscrivere soltanto abbonamenti PRO. Dice anche che il primo QR UAS base è incluso nell’abbonamento e che per attivare QR code è necessario aver sottoscritto un abbonamento base/pro.

    Tradotto dal burocratese al dialetto della realtà: per una Pubblica Amministrazione non basta entrare su d-flight con la manina alzata dicendo “buongiorno, sono il Comune”. Bisogna avere il profilo giusto, l’abbonamento giusto, il pagamento giusto, e possibilmente una traccia contabile che non sia nascosta nella nebbia padana insieme alla corriera fantasma.

    E la cosa più bella, cioè più assurda, è che parliamo di 28 euro. Ventotto. Una cifra così piccola che in municipio potrebbe cadere dietro una stampante e nessuno se ne accorgerebbe. Una cifra più leggera del drone stesso. Una cifra che non fa tremare il bilancio, non sposta il DUP, non rovina il PEG, non sveglia nemmeno il revisore più sensibile.

    Ma quei 28 euro, se mancassero davvero, potrebbero diventare il chiodino ridicolo su cui si strappa il mantello dell’assicurazione da un milione.

    Perché la polizza non dice: “fate quel che volete, tanto paga Unipol”. Dice che il pilota/operatore deve essere in regola con i requisiti previsti dal Regolamento ENAC UAS-IT. Dice che il drone ha determinati dati identificativi. Dice che l’assicurazione si muove dentro un perimetro tecnico e normativo.

    Quindi attenzione: non stiamo dicendo che la polizza non valga. Non stiamo dicendo che il Comune non abbia pagato d-flight. Non stiamo dicendo che il drone voli abusivo sopra i tetti come un piccione con la determina nel becco. Stiamo dicendo una cosa molto più precisa e molto più fastidiosa: se il pagamento d-flight esiste, va mostrato; se non si trova, la domanda è legittima; se non è stato rinnovato, il problema potrebbe diventare molto serio proprio nel momento del sinistro.

    Perché se domani il drone cade su un’auto, colpisce una persona, danneggia una grondaia, finisce in un cortile privato o provoca una richiesta danni, l’assicuratore potrebbe non limitarsi a leggere il titolo della determina. Potrebbe chiedere: l’operatore era attivo? L’abbonamento era valido? Il QR era correttamente gestito? Il drone era inserito in flotta? Il pilota era “in regola”? Le condizioni operative erano rispettate? La verifica d-flight era stata fatta? Il Comune stava usando lo strumento dentro il perimetro dichiarato?

    E a quel punto non si risponde con il comunicato stampa. Si risponde con le carte.

    Non con “abbiamo il drone”.
    Non con “è sotto i 249 grammi”.
    Non con “c’è la polizza”.
    Non con “abbiamo il codice”.
    Non con “il broker ha detto”.
    Non con “lo usiamo solo per i tetti”.
    Non con “ma costa solo 28 euro”.

    Si risponde mostrando la traccia amministrativa.

    Perché se per pagare 200 euro di polizza si fanno determine, CIG, impegni, rinnovi, broker, pareri, allegati, annotazioni contabili e capitoli di bilancio, allora per il pezzettino d-flight non può valere la liturgia del “fidatevi”. La trasparenza non può diventare puntigliosa quando si tratta dell’assicurazione e vaporosa quando si tratta della piattaforma che regge registrazione, QR e operatività.

    Il bello è che d-flight, per le Pubbliche Amministrazioni, non sembra nemmeno un pagamento da bar. Il manuale prevede la procedura per Azienda/P.A., la modalità di pagamento tramite bonifico, la fattura in split payment e una casella dedicata per inserire CIG e riferimenti a determina o ordine.

    Dunque il fantasma non è filosofico. È contabile.

    Da qualche parte dovrebbe esserci una riga. Un ordine. Un buono. Una fattura. Un pagamento. Una liquidazione. Una rendicontazione economale. Un CIG. Una causale. Un documento. Anche piccolo. Anche microscopico. Anche scritto male, come “d-flait”, “diflait”, “servizio drone”, “crediti piattaforma” o “abbonamento coso volante”. Ma qualcosa.

    Invece, per ora, abbiamo il drone con la giacca buona e senza ricevuta del guardaroba.

    E allora il posto di blocco ducale riprende.

    “Lei è assicurato?”

    “Sì.”

    “Lei ha il codice operatore?”

    “Sì.”

    “Lei pesa meno di 249 grammi?”

    “Sì.”

    “Lei ha il pagamento d-flight?”

    “…bip…”

    “Scenda dalle eliche.”

    Ecco il punto politico-amministrativo: il drone in sé non è lo scandalo. Anzi, è probabilmente uno degli acquisti più sensati fatti per i Lavori Pubblici: evita rischi in quota, permette controlli rapidi, documenta coperture e danni. Ma proprio perché è sensato, andrebbe gestito in modo adulto. Con procedura, registro voli, verifica delle zone, privacy, piloti individuati, abbonamento attivo, QR coerenti, documentazione completa e pagamenti tracciabili.

    Invece qui siamo davanti alla solita commedia mirandolese: il Comune compra la tecnologia, ma poi bisogna inseguire la procedura con il retino delle farfalle. La macchina amministrativa riesce a produrre atti per tutto ciò che è grande, visibile, assicurabile, rinnovabile e protocollabile, ma rischia di perdere proprio il tassello più piccolo, quello che nessuno guarda perché costa poco. E sono spesso le cose che costano poco, negli enti pubblici, a costare carissime dopo.

    Il drone pesa 249 grammi.
    La polizza vale un milione.
    L’abbonamento d-flight costa 28 euro.
    La domanda, invece, pesa come un tetto comunale dopo dieci anni di infiltrazioni:

    dov’è la prova che il Comune ha mantenuto regolare, anno per anno, l’accesso d-flight necessario alla gestione dell’operatore, del QR e dell’UAS?

    Se c’è, la tirino fuori.
    Se è in un buono economale, lo mostrino.
    Se è in una liquidazione, la pubblichino.
    Se è in una fattura, la alleghino.
    Se è nascosto sotto un nome generico, lo dicano.
    Se invece non c’è, allora il problema non sono i 28 euro: è l’idea che si possa amministrare un drone comunale con la stessa precisione con cui si compila un post-it.

    Perché quando un Comune vola, anche basso, non può permettersi di farlo “a sentimento”. E quando un’assicurazione pretende operatori in regola, requisiti validi e dati conformi, il Comune non può rispondere con il proverbiale “abbiamo sempre fatto così”. I rotori girano, ma la responsabilità resta ferma lì, sul tavolo.

    Alla fine la Polizia Ducale lascia andare il drone con ammonizione.

    “Per questa volta può andare. Ma torni in municipio e dica agli umani che le eliche non bastano. Serve la carta.”

    Il drone riparte piano, sopra il tetto comunale. Sotto, negli uffici, qualcuno forse sta ancora cercando il pagamento d-flight. Non in cielo. Non tra le nuvole. Ma nel posto più pericoloso di Mirandola: l’archivio amministrativo.

    E lì, si sa, cadono anche i droni migliori.

    Fonti: determina di acquisto n. 224/2024 del drone; determina n. 392/2026 di rinnovo polizza UnipolSai/Unipol del drone; manuale utente d-flight versione 15, gennaio 2026.

  • LA CHIOCCIOLA E LA TERRA CHE PUZZA DI DOMANDA Puntata II – Perché proprio “smaltimento”?

    Nella prima puntata avevamo lasciato i bambini fuori dal recinto del nuovo nido La Chiocciola, incantati davanti alla ruspa: il giardino ancora da inaugurare, la collinetta già da rimuovere, il progetto che incontra la realtà e la realtà che, come spesso accade, chiede un escavatore.

    Adesso però smettiamo di guardare la ruspa.

    Guardiamo la parola.

    Perché nella determina n. 406 del 12 maggio 2026, dedicata al noleggio di uno scavatore per rimuovere il modellamento del terreno a forma di collina nel giardino del nuovo nido, il Comune non scrive soltanto “rimozione”. Non scrive “movimentazione”. Non scrive “rimodellamento”. Non scrive “riutilizzo in sito”. Scrive una cosa molto più impegnativa: “rimozione e smaltimento” del terreno.

    E allora la domanda non è cattiva. È obbligatoria.

    Perché è stato usato proprio quel termine?

    Perché “smaltimento” non è una parola da giardiniere distratto. Non è una parola ornamentale. Non è il modo elegante per dire “spostiamo un po’ di terra”. È una parola che, nel linguaggio ambientale, porta con sé un universo di responsabilità: classificazione, destinazione, tracciabilità, eventuali codici, eventuali formulari, eventuali analisi, eventuale conferimento.

    Quindi bisogna scegliere.

    O quella parola è stata usata male, con superficialità, in un atto pubblico che riguarda il giardino di un asilo nido.

    Oppure quella parola è stata usata bene, e allora bisogna spiegare tutto il resto.

    Sono state fatte analisi sul terreno?
    È stato trovato qualcosa che non va?
    Esiste una classificazione del materiale rimosso?
    Quella terra resta nel sito o viene portata altrove?
    Se viene portata altrove, da chi, dove e con quali documenti?
    Se invece è terra pulita, ordinaria, innocua, perché chiamarla “da smaltire”?

    Queste non sono domande da complottisti della zolla. Sono domande minime quando si parla di un luogo destinato alla prima infanzia. Perché qui non siamo nel retro di un capannone, non siamo in una scarpata industriale, non siamo nel piazzale dimenticato di qualche magazzino. Siamo nel giardino di un nido. Uno spazio dove dovrebbero giocare bambini da tre mesi a tre anni.

    Bambini che la terra non la frequentano con prudenza amministrativa. La toccano. La impastano. Ci cadono sopra. La portano sulle mani, sulle ginocchia, nei vestiti, nei capelli. E qualche volta, nella gloriosa tradizione sperimentale della fascia 0-3, se la mettono pure in bocca.

    Ed ecco allora il laboratorio didattico involontario della Chiocciola: analisi organolettica del terreno comunale.

    Un bambino annusa una zolla e dice:
    “Maestra, questa sa un po’ di olio.”

    Un altro la sbriciola tra le dita:
    “Io sento ferro. Tipo cancello dopo la pioggia.”

    Una bambina prepara i campioni:
    “Vasetto A: terra normale. Vasetto B: terra scura. Vasetto C: terra strana. Vasetto D: boh.”

    Poi arriva il più piccolo, sporco fino al mento, che guarda gli adulti e fa la domanda che nell’atto non trova risposta:
    “Ma se è terra del nostro giardino, perché la smaltiscono?”

    Ecco il punto.

    Nessuno sta dicendo che quella terra sia contaminata. Nessuno può dirlo senza documenti. Ma proprio per questo la domanda diventa ancora più seria: le garanzie di sicurezza di un luogo destinato alla prima infanzia sono garantite oltre ogni minimo dubbio?

    Non “abbastanza”.
    Non “presumibilmente”.
    Non “si vedrà”.
    Oltre ogni minimo dubbio.

    Perché quando si parla di bambini piccolissimi, il dubbio non si gestisce con le parole elastiche. Si scioglie con gli atti, con le analisi se necessarie, con le destinazioni chiare, con la tracciabilità, con una spiegazione limpida.

    L’affidamento è piccolo: 847,16 euro per quattro giorni di noleggio escavatore. Ma la domanda è grande. Molto più grande della collinetta. Perché non riguarda solo quanto costa togliere la terra. Riguarda cosa si sta togliendo, perché lo si chiama “smaltimento” e quali garanzie ci sono sul terreno dove dovrebbero giocare i bambini.

    Se era semplice terra pulita da livellare, allora l’atto è scritto male.

    Se invece era davvero terra da smaltire, allora l’atto dice troppo poco.

    In entrambi i casi, un’amministrazione seria dovrebbe chiarire. Subito. Non con un post celebrativo, non con una foto al taglio del nastro, non con la solita formula sul futuro dei bambini. Con documenti.

    Perché i bambini possono anche assaggiare la terra per gioco.
    Gli adulti, però, non dovrebbero chiedere ai cittadini di bersi le determine.

    La Chiocciola deve ancora aprire, ma una cosa l’ha già insegnata: quando in un giardino di nido compare la parola “smaltimento”, non basta guardare la ruspa.

    Bisogna scavare nella frase.

    Fonti: Determina Comune di Mirandola n. 406 del 12/05/2026