Fico della Mirandola

  • 𝗩𝗜𝗔 𝗠𝗔𝗭𝗭𝗢𝗡𝗘, 𝗢 𝗟𝗔 𝗣𝗔𝗟𝗨𝗗𝗘 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗥𝗜𝗖𝗢𝗦𝗧𝗥𝗨𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘

    Ci sono opere pubbliche che nascono semplici: togli due cose, sistemi il terreno, rimetti in ordine. Poi ci sono le opere pubbliche mirandolesi, dove anche un’ex area P.M.A.R. diventa un romanzo di formazione del movimento terra.

    L’area di via Mazzone era servita dopo il terremoto per i Prefabbricati Modulari Abitativi Rimovibili. Rimovibili, appunto. I moduli sono stati rimossi anni fa. Il resto, invece, ha sviluppato radici, nostalgia e probabilmente anche una propria fauna amministrativa.

    Ora siamo al secondo stralcio, quello che dovrebbe fare la magia finale: prendere quattro “quadre” lasciate come vasche infossate, colmare dislivelli, rifinire superfici, sistemare strade, cordoli, pozzetti, segnaletica e restituire all’area una qualche dignità di protezione civile, ciclabile, parcheggio, prove patenti, luna park o qualunque altra identità provvisoria venga estratta dal cappello.

    Perché il bello è questo: non si tratta solo di “pulire un’area”.

    No.

    Qui c’è una coreografia di terre.

    Terra del lotto 9.
    Terra dell’asilo nido.
    Terra da spianare.
    Terra da spostare.
    Terra da usare per riempire.
    Terra forse da bonificare.
    Terra invece certificata non contaminata.
    Misto riciclato.
    Misto stabilizzato.
    Terreno vegetale.
    Riporti.
    Finiture.
    Livellamenti.

    Una specie di Risiko geologico comunale, dove invece dei carri armati si spostano cumuli e invece della Kamchatka c’è via Giolitti.

    Nei documenti si dice che il cumulo di terreno derivante dall’asilo nido sul lotto 9, circa 650 metri cubi, “necessita di essere ridotto o spianato”. E guarda caso nel lotto 5 servono riporti per colmare i vuoti lasciati dai P.M.A.R., cioè quattro vasche da migliaia di metri quadrati, infossate rispetto alle strade.

    Ma attenzione: 𝗡𝗢𝗡 𝗧𝗨𝗧𝗧𝗔 𝗟𝗔 𝗧𝗘𝗥𝗥𝗔 𝗘̀ 𝗨𝗚𝗨𝗔𝗟𝗘.

    Il P.F.T.E. immaginava di usare il terreno residuo del lotto 9 per colmare il vuoto dei P.M.A.R. e tenere bassi i costi. Solo che poi, nei documenti, salta fuori che questa soluzione “non è immediatamente attuabile”, perché gli accertamenti in corso presentano problematicità tali da richiedere eventuali trattamenti preventivi di bonifica.

    Di quella montagna di terra e dei suoi perché ne avevamo già parlato qui: https://ficodellamirandola.noblogs.org/2026/05/28/la-protezione-civile-sulla-montagna-dei-perche/

    Traduzione dal burocratese: avevamo pensato di tappare il buco con quella terra lì, però quella terra lì forse va prima controllata, trattata, bonificata, accompagnata con prudenza e magari confessata da un geologo.

    Allora entra in scena la terra dell’asilo nido: quella, invece, è certificata non contaminata. Circa 600 metri cubi. Utile, certo. Ma non basta a risolvere il rebus, perché per la sistemazione definitiva dell’area i documenti parlano, nell’ipotesi peggiore, di circa 4.500 metri cubi di terreno necessario.

    Ed è qui che la relazione diventa quasi poetica: parla di 𝗜𝗡𝗗𝗘𝗧𝗘𝗥𝗠𝗜𝗡𝗔𝗧𝗘𝗭𝗭𝗔 𝗖𝗜𝗥𝗖𝗔 𝗜𝗟 𝗥𝗘𝗣𝗘𝗥𝗜𝗠𝗘𝗡𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟 𝗧𝗘𝗥𝗥𝗘𝗡𝗢 𝗡𝗘𝗖𝗘𝗦𝗦𝗔𝗥𝗜𝗢 e dice che questa indeterminatezza impone di ipotizzare scelte alternative.

    Cioè: non sappiamo ancora bene da dove prendere tutta la terra, quanta terra usare, quale terra usare, quanto abbassare, quanto riempire, quanto compensare, quanto rimandare.

    E allora le alternative diventano un menù degustazione del movimento terra: togliere cordoli per abbassare le aree a quota strada e ridurre il terreno da reperire; colmare il dislivello con misto riciclato o terreno riciclato da demolizioni; lasciare alla fase finale la finitura superficiale a verde delle quadre prescelte, anche perché le destinazioni non sono ancora chiarite del tutto.

    In pratica: abbiamo un buco, una montagna, una terra forse problematica, una terra buona ma poca, alcune destinazioni elastiche e una gran voglia di arrivare in fondo facendo sembrare tutto lineare.

    𝗠𝗶𝗿𝗮𝗻𝗱𝗼𝗹𝗮, 𝗰𝗮𝗽𝗶𝘁𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹 “𝘃𝗲𝗱𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗽𝗼𝗶 𝗰𝗼𝗻 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗿𝗶𝗲𝗺𝗽𝗶𝗮𝗺𝗼”.

    Ma prima ancora delle terre, dei riporti e dei misti stabilizzati, c’è la poesia dell’abbandono. Perché i documenti descrivono un’area con alberi e cespugli spontanei, piante pioniere, residui di pavimenti dei moduli abitativi, rifiuti edili, strade asfaltate che iniziano a disgregarsi e perfino la 𝗦𝗢𝗧𝗧𝗥𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗗𝗜 𝗣𝗔𝗩𝗜𝗠𝗘𝗡𝗧𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗜 𝗔𝗨𝗧𝗢𝗕𝗟𝗢𝗖𝗖𝗔𝗡𝗧𝗜.

    Che detta in italiano normale suona così: in un’area pubblica abbandonata per anni non sono cresciute solo le erbacce. Sono spariti anche pezzi.

    Autobloccanti evaporati.
    Rifiuti rimasti.
    Rovi prosperati.
    Controllo pubblico disperso come polline nella bassa.

    Altro che area P.M.A.R. Qui siamo al primo caso di cava comunale involontaria: entri con il degrado, esci con il materiale.

    E il secondo stralcio parte da un presupposto molto ottimista: che le quadre siano già sgombre, che il primo stralcio abbia tolto davvero tutto quello che doveva togliere, che sotto non salti fuori altro, che i riempimenti funzionino, che le quantità tornino, che la terra sia quella giusta, che il fondo tenga, che le strade non si sbriciolino di nuovo.

    L’appalto è anche 𝗔 𝗠𝗜𝗦𝗨𝗥𝗔, dettaglio piccolo ma gustoso: quando tutto dipende da quantità effettive, terre, riempimenti, fondi e sorprese sotto il tappeto, la misura potrebbe iniziare a misurare anche la pazienza dei cittadini.

    E poi ci sono le reti.

    Acqua, energia, fogne e telecomunicazioni stanno sotto le strade e non dovrebbero essere toccate. Bene. Peccato che per la pubblica illuminazione il documento dica che ci sono tratti in tesata aerea e cavidotti sotto le travi laterali di fondazione 𝗗𝗜 𝗖𝗨𝗜 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗜 𝗖𝗢𝗡𝗢𝗦𝗖𝗘 𝗟’𝗜𝗡𝗧𝗘𝗚𝗥𝗜𝗧𝗔̀.

    Meraviglioso.

    Un secondo stralcio per finire tutto, ma con pezzi di impianto di cui non si conosce l’integrità.

    Intanto i soldi sono quelli della ricostruzione: contributi nati per eliminare le opere incongrue delle aree ex P.M.A.R., trascinati per anni tra proroghe, conferme, scadenze, rischio di non vedere più garantito il finanziamento, poi salvataggio fino al 2027.

    Prima il letargo.
    Poi l’urgenza.

    Prima l’area abbandonata.
    Poi il cronoprogramma.

    Prima le piante spontanee alte come promesse elettorali.
    Poi tutti di corsa, perché i contributi non aspettano i tempi botanici della macchina comunale.

    E in mezzo, come reliquia della ricostruzione dimenticata, spuntano pure bancali di 𝗠𝗔𝗧𝗧𝗢𝗡𝗜, 𝗣𝗜𝗔𝗡𝗘𝗟𝗟𝗘 𝗘 𝗠𝗔𝗥𝗠𝗜 attribuiti alla chiesa di 𝗦𝗔𝗡 𝗙𝗥𝗔𝗡𝗖𝗘𝗦𝗖𝗢, “𝗔 𝗗𝗘𝗧𝗧𝗔 𝗗𝗘𝗜 𝗦𝗘𝗥𝗩𝗜𝗭𝗜 𝗖𝗢𝗠𝗨𝗡𝗔𝗟𝗜”, accatastati nell’area come se la memoria storica della città fosse una fornitura edile avanzata.

    𝗦𝗔𝗡 𝗙𝗥𝗔𝗡𝗖𝗘𝗦𝗖𝗢 𝗧𝗥𝗔 𝗜 𝗥𝗢𝗩𝗜.
    I marmi tra i bancali.
    Le terre tra i lotti.
    La terra forse da bonificare.
    La terra dell’asilo certificata non contaminata.
    Gli autobloccanti sottratti.
    I cavidotti forse integri.
    Il tutto con destinazione finale elastica.

    Poi, solo alla fine, arriva la nota di colore.

    Verde, naturalmente.

    Perché pochi giorni fa, durante la discussione sulla petizione cittadina sul verde, la parola “disboscamento” era stata respinta come una bestemmia ecologista, una parola eccessiva, drammatica, inaccettabile.

    Poi apri le tavole comunali di via Mazzone e trovi scritto proprio così:

    𝗗𝗜𝗦𝗕𝗢𝗦𝗖𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗢.

    Quando lo dice un cittadino, è allarmismo.
    Quando lo scrive il Comune, è progettazione esecutiva.

    Mirandola è così: anche le parole mettono radici, ma solo finché non arriva il secondo stralcio.

    𝗙𝗶𝗰𝘂𝘀 𝘃𝗼𝘀 𝗼𝗯𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮.

  • 𝗟’𝗜𝗡𝗤𝗨𝗜𝗦𝗜𝗧𝗢𝗥𝗘 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗦𝗔𝗚𝗥𝗔

    A Mirandola, mentre l’ufficio comunicazione genera maccheroni al pettine senza pettine, nei commenti appare lui.
    Il consigliere Righetti.
    Non un semplice consigliere comunale.
    No.
    𝗜𝗹 𝗖𝗼𝗺𝗺𝗶𝘀𝘀𝗮𝗿𝗶𝗼 𝗗𝗼𝗴𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗦𝗮𝗴𝗿𝗮.
    L’uomo che davanti a un cittadino che segnala educatamente la mancanza di Cividale al Pettine non dice: “Grazie, verifichiamo”.
    Non dice: “Sì, forse poteva starci”.
    Non dice: “È comunque una bella realtà della frazione”.
    No.
    Righetti estrae il breviario, sistema il colletto liturgico, apre il vocabolario alla voce “sagra” e proclama:
    𝗡𝗼𝗻 𝗲̀ 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗮𝗴𝗿𝗮.


    Perché, secondo il nuovo Sant’Uffizio Righettiano, la sagra deriverebbe dal sacro.
    Quindi servono patrono, altare, tradizione religiosa, cero acceso, benedizione, autorizzazione canonica e probabilmente anche il timbro dell’Ufficio Protocollo Celeste.
    Peccato che nel calendario ufficiale delle sagre comunali ci siano già eresie grosse come cocomeri.
    C’è Gavello in Festa, che già dal nome compie il peccato mortale di chiamarsi festa.
    C’è la Sagra del Cocomero, solenne celebrazione di San Citrullo Martire, protettore delle angurie aperte col coltello da cucina e dei semi sputati a distanza regolamentare.
    E poi c’è la Sagra d’la Fuiada di Tramuschio.
    Qui Righetti dovrebbe convocare immediatamente un concilio.
    Perché se la sagra dev’essere sacra, allora Tramuschio non è più una frazione: è diventata la capitale della deriva pastafariana della Bassa.
    Siamo alla celebrazione della Tagliatella Volante.
    Matterello elevato a pastorale.
    Ragù usato come acqua santa.
    Sfoglia assunta in cielo tra cori di rezdore, cherubini infarinati e fedeli inginocchiati davanti alla spianatoia.
    A questo punto, però, la domanda è semplice.
    Se il cocomero può essere sacro, se la fuiada può diventare liturgia, se la tagliatella può volare nei cieli del pastafarianesimo comunale, perché Cividale al Pettine deve restare fuori dal paradiso delle sagre?
    Forse perché non ha presentato domanda all’Ispettore Righetti in triplice copia?
    Forse perché mancava il certificato di autenticità spirituale del maccherone?
    O forse perché a Mirandola la parola “comunità” va benissimo nei comunicati, ma appena una frazione vera alza la mano arriva il controllore del significato con la paletta rossa?
    E il bello è che Cividale al Pettine non organizza la “Festa della Prolunga e del Tavolo Pieghevole”.
    È fra gli organizzatori del Palio del Maccherone al Pettine, uno degli eventi conviviali, culturali e gastronomici più identitari del territorio mirandolese.
    Il maccherone al pettine, quello vero.
    Quello con le scanalature ortogonali date dal pettine.
    Quello fatto con tecnica, mano, memoria, cucina, tradizione.
    Non quello del manifesto comunale.
    Perché nel manifesto comunale, naturalmente, il costoso apparato comunicativo riesce nel miracolo contrario: celebrare le tradizioni locali sbagliando la pasta.
    Il vero maccherone al pettine ha il segno del pettine.
    Quello generato nel manifesto sembra un rigatone qualsiasi uscito da un’intelligenza artificiale dopo un prompt scritto tra un caffè e una riunione: “fai qualcosa di tradizionale, con pasta, grano, borgo, sole, Mirandola, un po’ di terra del Pico, ma senza disturbare troppo la realtà”.
    Risultato:
    𝗟𝗮 𝘁𝗿𝗮𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗲𝗹 𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼.
    𝗜𝗹 𝗺𝗮𝗰𝗰𝗵𝗲𝗿𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗯𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮𝘁𝗼 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗶𝗺𝗺𝗮𝗴𝗶𝗻𝗲.
    𝗟𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗻𝗲𝗹 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮𝘁𝗼.
    𝗟𝗮 𝗳𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗿𝗿𝗲𝘁𝘁𝗮 𝗻𝗲𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶.
    𝗘 𝗥𝗶𝗴𝗵𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗮 𝗳𝗮𝗿𝗲 𝗹’𝗶𝗻𝗾𝘂𝗶𝘀𝗶𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗮𝗴𝗿𝗮.
    Perché il problema non è che il manifesto mostra un maccherone sbagliato.
    Il problema, evidentemente, è che qualcuno osi chiamare sagra una festa senza prima inginocchiarsi davanti al tribunale semantico del consigliere.
    D’ora in poi, ogni frazione dovrà adeguarsi.
    Prima di montare un gazebo: richiesta preventiva.
    Prima di friggere: parere liturgico.
    Prima di tagliare un cocomero: verifica di compatibilità sacra.
    Prima di tirare la sfoglia: controllo anti-eresia pastafariana.
    Prima di dire “sagra”: autorizzazione firmata da Righetti, con formula solenne:
    “Visto il latino, considerato il sacro, accertata la presenza del patrono, verificata la non pericolosità teologica del maccherone, si concede alla presente festa la qualifica temporanea di sagra, salvo revoca in caso di eccessiva convivialità”.
    Mirandola ormai è questa.
    Un Comune che parla di tradizioni senza riconoscere il maccherone al pettine.
    Un ufficio comunicazione che celebra la tipicità con immagini da IA pigra.
    E un consigliere che, invece di accorgersi della figuraccia, si mette il cappello da ispettore e va a fare il vigile urbano dell’etimologia.
    𝗣𝗿𝗼𝘀𝘀𝗶𝗺𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝗮: 𝗶𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗔𝗹𝗯𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗦𝗮𝗴𝗿𝗲 𝗩𝗲𝗿𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗦𝗮𝗴𝗿𝗲.
    Presidente onorario: Righetti.
    Segretaria verbalizzante: la Tagliatella Volante.
    Santo protettore: San Citrullo Martire.
    Allegato tecnico obbligatorio: una foto di maccherone al pettine vero, così magari la prossima volta lo riconoscono.

  • 𝗟𝗔 𝗦𝗖𝗨𝗢𝗟𝗔 𝗜𝗡𝗙𝗜𝗡𝗜𝗧𝗔

    Alla ex Dante Alighieri non siamo più davanti a un cantiere.
    Siamo davanti a una serie TV amministrativa.
    Ogni volta che qualcuno dice “fine lavori”, esce una nuova stagione.

    Il 24 marzo 2026 Point Costruzioni chiede altri 60 giorni di proroga.
    E non racconta un piccolo imprevisto.
    Racconta un cantiere che sembra essersi mangiato il progetto.

    Schemi elettrici modificati.
    Impianti aggiornati solo il 13 marzo.
    Materiali con consegne oltre 30 giorni.
    Porte REI da aspettare anche tre mesi.
    Scavi esterni passati da 200 mc a 600 mc.
    Pali di illuminazione non previsti.
    Tinteggiature aumentate di circa 20.000 euro.

    𝗣𝗶ù 𝗰𝗵𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗮, 𝘂𝗻𝗮 𝗲𝘀𝗰𝗮𝗽𝗲 𝗿𝗼𝗼𝗺 𝗰𝗼𝗻 𝗶𝗹 𝗰𝗼𝗺𝗽𝘂𝘁𝗼 𝗺𝗲𝘁𝗿𝗶𝗰𝗼.

    E infatti Point scrive che servono “ulteriori opere”.
    E che serve una nuova perizia di variante.

    𝗟𝗔 𝗙𝗔𝗠𝗢𝗦𝗔 𝗩𝗔𝗥𝗜𝗔𝗡𝗧𝗘 𝟮.

    Quella che non è ancora pubblicata.
    Ma che intanto aleggia sul cantiere come il fantasma del PNRR.

    Poi arriva Paola Rossi, Direzione Lavori.
    E lì la favola si rompe.

    La DL concede la proroga, ma scrive che l’impresa non ha inviato aggiornamenti del cronoprogramma dal 13/11/2025.
    Nonostante i solleciti.

    𝗗𝗔𝗟 𝟭𝟯 𝗡𝗢𝗩𝗘𝗠𝗕𝗥𝗘 𝟮𝟬𝟮𝟱.

    Non dalla settimana prima.
    Da novembre.

    Mentre la politica raccontava la scuola che rinasceva, il cronoprogramma era già finito nel reparto mitologia.

    Poi il Comune concede comunque la proroga.
    Fine lavori fissata al 14 giugno 2026.
    “Coerente con i target PNRR”.

    𝗖𝗼𝗲𝗿𝗲𝗻𝘁𝗲.

    Come dire che il Titanic era coerente con l’Atlantico.

    E poi arriva il capolavoro.

    Il 18 giugno 2026.
    Quattro giorni dopo la data fissata per la fine lavori.
    Il Comune firma altre due determine.

    65.910,79 euro per i corpi illuminanti.
    34.540 euro per i parapetti metallici delle scale interne.

    𝗧𝗢𝗧𝗔𝗟𝗘: 𝗢𝗟𝗧𝗥𝗘 𝟭𝟬𝟬.𝟬𝟬𝟬 𝗘𝗨𝗥𝗢.

    Dopo la fine lavori.

    Per dettagli marginali?
    No.

    Luci interne.
    Parapetti delle scale.
    Cioè funzionalità e sicurezza.

    Il genere di cose che in una scuola dovrebbero venire prima del gong finale.
    Non quattro giorni dopo.

    E le luci?
    Da installare entro il 25 giugno.
    Cinque giorni prima della scadenza PNRR del 30 giugno.

    𝗖𝗶𝗻𝗾𝘂𝗲 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗶 𝗽𝗲𝗿 𝗶𝗹𝗹𝘂𝗺𝗶𝗻𝗮𝗿𝗲, 𝗺𝗼𝗻𝘁𝗮𝗿𝗲, 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗮𝗿𝗲 𝗲 𝗽𝗿𝗲𝗴𝗮𝗿𝗲 𝗦𝗮𝗻 𝗖𝗿𝗼𝗻𝗼𝗽𝗿𝗼𝗴𝗿𝗮𝗺𝗺𝗮.

    Poi la frase più bella.

    Quelle spese saranno “riformulate” nella Variante 2.

    𝗟𝗔 𝗩𝗔𝗥𝗜𝗔𝗡𝗧𝗘 𝟮 𝗡𝗢𝗡 𝗘̀ 𝗔𝗡𝗖𝗢𝗥𝗔 𝗣𝗨𝗕𝗕𝗟𝗜𝗖𝗔𝗧𝗔.

    Però produce già spese.
    Non la puoi leggere.
    Ma la puoi pagare.

    Non la puoi controllare.
    Ma intanto sistema i conti.

    𝗟𝗔 𝗩𝗔𝗥𝗜𝗔𝗡𝗧𝗘 𝗜𝗡𝗩𝗜𝗦𝗜𝗕𝗜𝗟𝗘 𝗔 𝗣𝗔𝗚𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗢 𝗜𝗠𝗠𝗘𝗗𝗜𝗔𝗧𝗢.

    La Dante Alighieri doveva essere il simbolo della ricostruzione.
    Sta diventando il monumento alla rincorsa amministrativa.

    Un cantiere che doveva finire.
    Un cronoprogramma che sparisce.
    Una Variante 2 che non si vede.

    E le lampade?

    Quelle arrivano alla fine.

    Perfette.

    𝗗𝗼𝗽𝗼 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗮𝘁𝗶 𝗮 𝘁𝗲𝗻𝗲𝗿𝗲 𝗶 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮𝗱𝗶𝗻𝗶 𝗮𝗹 𝗯𝘂𝗶𝗼, 𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗿𝗮𝘁𝗼 𝗹’𝗶𝗹𝗹𝘂𝗺𝗶𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲.

  • 𝐋𝐀 𝐒𝐂𝐔𝐎𝐋𝐀 𝐃𝐀 𝟒,𝟑 𝐌𝐈𝐋𝐈𝐎𝐍𝐈 𝐂𝐎𝐋 𝐏𝐈𝐍𝐆𝐔𝐈𝐍𝐎 𝐀𝐋𝐋𝐀 𝐅𝐈𝐍𝐄𝐒𝐓𝐑𝐀

    Alla scuola dell’infanzia Sergio Neri non siamo davanti alla solita lamentela estiva, non siamo davanti al genitore che pretende il Polo Nord in aula, non siamo davanti al capriccio climatizzato di chi confonde una scuola pubblica con un villaggio turistico; siamo davanti a una cosa molto più semplice e molto più grave: 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚 𝐝𝐚 𝐨𝐥𝐭𝐫𝐞 𝟒,𝟐 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐞𝐮𝐫𝐨 che, nei corpi A e B, finisce con i condizionatori portatili, il tubo fuori dalla finestra aperta, le prolunghe volanti, gli adattatori e i cavi in giro.

    E la cosa non riguarda un angolo secondario, un ripostiglio, un magazzino, una stanza dimenticata dietro la cucina: i corpi A e B sono il nucleo originario della scuola, la parte storica, quella degli anni Settanta, quella dove stanno le sezioni, il salone, la mensa, gli spazi in cui i bambini vivono davvero la giornata; e proprio per caratteristiche costruttive, per età dell’edificio, per materiali, per solai, per esposizione e per impostazione generale, erano con ogni probabilità 𝐢 𝐥𝐨𝐜𝐚𝐥𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐛𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐫𝐚𝐟𝐟𝐫𝐞𝐬𝐜𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐬𝐞𝐫𝐢𝐨, non di una soluzione da campeggio con il tubo che scappa fuori dalla finestra come in un monolocale a Riccione il 15 agosto.

    Perché il punto è questo: 𝐥’𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚𝐭𝐚.

    Peggio.

    𝐄𝐫𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚.
    𝐏𝐨𝐢 𝐞̀ 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐥𝐜𝐢𝐚𝐭𝐚.

    Nel computo di variante il sistema VRF dei corpi A e B viene fatto sparire con una precisione quasi commovente: via le macchine esterne, via le unità interne, via le tubazioni del refrigerante, via gli scarichi condensa, via i comandi locali, via il comando centralizzato caldo/freddo/deumidificazione.

    Tutto a zero.

    Non un ritardo.
    Non un guasto.
    Non “poi vediamo”.
    𝐔𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐥𝐜𝐢𝐨.

    E qui arriva il numero che rende la faccenda quasi offensiva: su un intervento complessivo da circa 𝐪𝐮𝐚𝐭𝐭𝐫𝐨 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐞 𝐭𝐫𝐞𝐜𝐞𝐧𝐭𝐨𝐦𝐢𝐥𝐚 𝐞𝐮𝐫𝐨, l’impianto di raffrescamento stralciato per A e B valeva circa 𝐬𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐭𝐚𝐭𝐫𝐞𝐦𝐢𝐥𝐚 𝐞𝐮𝐫𝐨 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐥𝐢, cioè più o meno 𝐥’𝟏,𝟓% 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐨𝐭𝐚𝐥𝐞.

    Uno virgola cinque per cento.

    La percentuale di una mancia, non di una rivoluzione.

    E anche volendo accettare la solita predica del “non ci sono i soldi adesso”, c’era una soluzione minima, razionale, perfino banale: 𝐥𝐚𝐬𝐜𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐬𝐞𝐫𝐢𝐞 — tubi, scarichi condensa, derivazioni e controlli — e rinviare al prossimo esercizio di bilancio l’acquisto e l’installazione delle macchine.

    Sapete quanto valeva questa scelta minima di buon senso?

    Circa 𝐭𝐫𝐞𝐝𝐢𝐜𝐢𝐦𝐢𝐥𝐚 𝐞 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞𝐜𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐞𝐮𝐫𝐨 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐥𝐢.

    Su 𝐨𝐥𝐭𝐫𝐞 𝟒,𝟐 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢.

    Circa 𝐥𝐨 𝟎,𝟑%.

    Zero virgola tre per cento.

    Ma no: hanno tolto anche quello, perché evidentemente a Mirandola la programmazione funziona così: prima si chiude il cantiere, poi arriva il caldo, poi si scopre che i bambini sudano ed in alcuni casi svengono, poi si tira fuori il Pinguino, poi si apre la finestra per buttare fuori il tubo, e infine qualcuno parlerà sicuramente di “soluzione temporanea”.

    Temporanea come tante cose mirandolesi: cioè abbastanza temporanea da diventare normale.

    Intanto però, quando si tratta del comfort del Palazzo, la musica cambia subito: per gli arredi del Municipio si trovano 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐨𝐭𝐫𝐞𝐧𝐭𝐨𝐭𝐭𝐨𝐦𝐢𝐥𝐚 𝐞𝐮𝐫𝐨, tra sedute, tavoli, elettrificazioni, top access, braccioli in alluminio, reti ignifughe e ogni delicatezza ergonomica per la democrazia seduta.

    Per il Palazzo: 𝐭𝐚𝐯𝐨𝐥𝐢 𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐫𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐭𝐢.
    Per i bambini: 𝐛𝐞𝐯𝐞𝐭𝐞 𝐭𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐚𝐜𝐪𝐮𝐚.

    Per i consiglieri in aula: prese integrate e sedie comode.
    Per i bambini che il futuro dovrebbero viverlo: finestra aperta, tubo fuori, prolunga volante.

    E allora il problema non è solo tecnico, non è solo climatico, non è solo impiantistico.

    È morale.

    Perché quando il comfort serve alla politica diventa decoro istituzionale, rappresentanza, funzionalità, allestimento; quando serve ai bambini diventa una voce tagliabile, rinviabile, sacrificabile, abbastanza piccola da sparire nel computo e abbastanza grande da farsi sentire in aula quando arriva giugno.

    La Sergio Neri doveva essere la scuola moderna, sicura, efficiente, sostenibile.

    Nei corpi A e B rischia di diventare il monumento mirandolese all’efficientamento energetico con la finestra aperta.

    𝐇𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐬𝐩𝐞𝐬𝐨 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢.
    𝐇𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐥𝐜𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐟𝐫𝐞𝐬𝐜𝐨.
    𝐇𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐭𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢.
    𝐏𝐨𝐢 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐦𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐢𝐥 𝐏𝐢𝐧𝐠𝐮𝐢𝐧𝐨 𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐠𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐥𝐢𝐦𝐚𝐭𝐢𝐜𝐨.

    Mirandola è riuscita nell’impresa: consegnare ai bambini una scuola da oltre quattro milioni di euro che, quando arriva il caldo, funziona come un appartamento in emergenza estiva.

    E chiamarlo pure efficientamento energetico.

  • LA NASCITA DELLA CONSIGLIERLFA

    Sandro Bottifìco e bottega
    tempera su tela di lino, fine XV secolo
    Mirandola, Gallerie Ducali

    Guardatela bene, quest’opera. Guardatela senza la pigrizia mentale di chi vede una conchiglia e pensa subito di aver capito tutto. Qui non siamo davanti a una semplice scena mitologica, né a un giochino da dopolavoro satirico. Qui siamo davanti a una macchina allegorica perfetta, feroce proprio perché elegante.

    Al centro nasce la Consiglierlfa. E nasce, si badi bene, non da una capasanta monumentale, nobile, pellegrina, troppo internazionale, troppo da grande museo e da manuale scolastico. No. Qui la capasanta è stata sostituita da una vongola, e il dettaglio è decisivo.

    Perché la Consiglierlfa non nasce dal mare degli dèi, ma da un Adriatico minore, sabbioso, domestico, fatto di acque basse, ogni tanto mucillaginose. Un mare dove le divinità non scendono dall’Olimpo: affiorano piano, dal fondale, tra una secca e una promessa di stagione. La vongola è dunque il vero manifesto dell’opera: più bassa, più padana, più romagnola, più adriatica. Meno Venere universale, più creatura di costa. Meno mito classico, più mitologia di provincia.

    La figura centrale è nuda, ma non indifesa. È nuda come sono nude le allegorie: non perché mostrino il corpo, ma perché mostrano il meccanismo. Il braccio che copre il seno è pudore, certo, ma è anche controllo della narrazione. La foglia di fico, poi, è straordinaria: non è un dettaglio comico, è un trattato di comunicazione pubblica. Copre poco, pochissimo, ma consente a tutti di dire che la decenza è salva.

    E poi ci sono le orecchie da elfo. Magnifiche. Necessarie. Definitive. Chi le scambia per insulto non ha capito nulla, e probabilmente non capirebbe nemmeno un capitello romanico se gli cadesse in testa. Le orecchie da elfo non sono odio. Lo ripetiamo per i distratti: non è odio. È allegoria. È satira. È trasformazione del reale in figura.

    L’arte fa questo da sempre: prende un volto, un ruolo, una postura pubblica, e li porta oltre la cronaca. La Consiglierlfa diventa così una creatura intermedia: metà persona e metà funzione, metà bosco incantato e metà sala consiliare, capace di udire prima degli altri il fruscio delle appartenenze, il vento delle opportunità, il bisbiglio delle benedizioni.

    A sinistra, i due personaggi sospesi nell’aria sono il capolavoro morale della composizione. Non sono semplici venti. Sono i Soffiatori della Carriera. Non portano primavera: portano posizionamento. Non sospingono una dea verso la riva: sospingono una figura verso la sua consacrazione pubblica. Uno soffia, l’altro accompagna, e insieme producono quel meraviglioso fenomeno atmosferico che in provincia si chiama: “è venuta fuori da sola”.

    Ma non viene mai fuori niente da solo. Qualcuno soffia sempre.

    Sulla destra, la donna col manto non veste soltanto la Consiglierlfa: la rende presentabile. È la Sacerdotessa del Decoro, colei che arriva con il drappo fiorito delle parole buone: comunità, territorio, servizio, ascolto, futuro. Parole bellissime, per carità. Ma nell’opera diventano stoffa. Tessuto. Copertura. Apparato scenico. Perché il potere, prima di esercitarsi, deve essere vestito bene.

    Il paesaggio è apparentemente dolce, quasi innocente. Ma è proprio lì la cattiveria dell’opera. Il mare è fermo perché la tempesta è stata già neutralizzata. Il bosco sul fondo è scuro perché contiene ciò che non si dice. I fiori volano come grazie celesti, ma sembrano anche piccoli comunicati, piccoli like, piccole benedizioni sparse nell’aria per rendere l’apparizione più profumata.

    Ecco la grandezza della Nascita della Consiglierlfa: non urla, non insulta, non sbraita. Fa una cosa molto più grave: mostra.

    Mostra il potere nel momento in cui finge di essere natura.
    Mostra la costruzione mentre si presenta come destino.
    Mostra il consenso mentre si traveste da grazia.

    Questa non è cattiveria. Questa è pittura satirica. È intelligenza figurativa. È la provincia trasformata in mito, con la sua vongola adriatica, i suoi venti favorevoli, il suo mantello del decoro, la sua inevitabile foglia di fico e le sue orecchie appuntite.

    Chi ci vede odio, semplicemente, ha paura dell’allegoria.

  • 𝗦𝗔𝗟𝗔 𝗡𝗨𝗢𝗩𝗔, 𝗣𝗢𝗟𝗜𝗧𝗜𝗖𝗔 𝗩𝗘𝗖𝗖𝗛𝗜𝗔

    Il Consiglio comunale è tornato nella 𝗦𝗮𝗹𝗮 𝗚𝗿𝗮𝗻𝗱𝗮 del municipio restaurato, con muri nuovi, microfoni nuovi e solennità da grande occasione; peccato che siano bastate poche ore per capire che il restauro si è fermato all’intonaco, perché il modo di trattare cittadini, critiche e dissenso è rimasto quello vecchio: molta burocrazia quando bisogna rispondere, molta permalosità quando bisogna ascoltare, molta retorica quando bisogna inaugurare.

    La petizione sul verde chiedeva una cosa semplice: 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗮𝗹𝗯𝗲𝗿𝗶, 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗼𝗺𝗯𝗿𝗮, 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝘂𝗿𝗯𝗮𝗻𝗮, dopo anni di tagli e filari impoveriti. La risposta è stata il solito capolavoro mirandolese: prima ringraziamenti solenni, poi parole bellissime su biodiversità e resilienza climatica, infine la lezione ai cittadini perché avevano osato parlare di 𝗱𝗶𝘀𝗯𝗼𝘀𝗰𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗶𝗻𝗱𝗶𝘀𝗰𝗿𝗶𝗺𝗶𝗻𝗮𝘁𝗼. Prima ancora di piantare alberi, l’amministrazione ha sentito il bisogno di potare le parole dei cittadini: guai a usare il termine sbagliato, perché a Mirandola un albero può sparire, ma un sostantivo fuori posto no.

    Poi sono arrivati i numeri: un censimento da quasi 𝟵𝟬.𝟬𝟬𝟬 𝗲𝘂𝗿𝗼, lungo quasi 𝗱𝘂𝗲 𝗮𝗻𝗻𝗶, perché evidentemente a Mirandola per contare gli alberi serve lo stesso tempo che altrove impiegano per piantarli, migliaia di schede arboree, 𝟮𝟬𝟯 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗲 𝗽𝗶𝗮𝗻𝘁𝘂𝗺𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶, 𝟭𝟱 𝗽𝗹𝗮𝘁𝗮𝗻𝗶 𝗽𝗿𝗲𝗻𝗼𝘁𝗮𝘁𝗶, 𝟰𝟬 𝗼 𝟰𝟱 𝗮𝗹𝗯𝗲𝗿𝗶 𝗮𝗹𝗹’𝗮𝗻𝗻𝗼. Tutto utile, per carità, ma un platano adulto non diventa una casella Excel, un viale storico non si compensa con una statistica e una piantina forestale in alveolo non restituisce l’ombra, la memoria e il paesaggio che sono stati tolti.

    Il cittadino entra in Consiglio dicendo “ci avete tolto alberi, ombra e bellezza” e ne esce sapendo che il Comune ha un software con i puntini verdi, che il regolamento arriverà, che il PUG conferma, che tutto è previsto, tutto è programmato, tutto è quasi pronto. A Mirandola, più degli alberi, crescono rigogliosi i 𝗳𝘂𝘁𝘂𝗿𝗶 𝗮𝗻𝗻𝘂𝗻𝗰𝗶𝗮𝘁𝗶.

    E quando dal pubblico in aula è arrivato qualche mormorio di dissenso — almeno così pare dal contesto — Golinelli ha pensato bene di tradurlo nel linguaggio più alto della nuova sala consiliare: 𝗵𝗼 𝘀𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗼 𝗾𝘂𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗰𝗼𝗿𝗿𝗲𝗴𝗴𝗶𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 e 𝗵𝗼 𝘀𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗼 𝘂𝗻 𝗽𝗲𝘁𝗼 𝘂𝘀𝗰𝗶𝗿𝗲 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗯𝗼𝗰𝗰𝗮 𝗱𝗶 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗰𝘂𝗻𝗼. La sala nuova, invece di essere il luogo nobile del confronto pubblico, per qualche minuto si è trasformata in 𝘂𝗻𝗮 𝘃𝗮𝗻𝘃𝗲𝗿𝗮: entrano cittadini, alberi, ombra e qualità urbana; escono peti, scoregge e relazioni tecniche.

    Poi è arrivata 𝗔𝗜𝗠𝗔𝗚, altro capolavoro: mezzo milione abbondante di consulenze per un’operazione Hera finita contro il muro della realtà, risposte poco convincenti, responsabilità sfumate e il solito tentativo di spiegare che, in fondo, se non capiamo è perché il disegno era troppo raffinato per noi poveri mortali. Anche qui: quando la politica sbaglia, diventa tecnica; quando la tecnica costa, diventa strategia; quando la strategia fallisce, diventa “contesto”.

    Infine la discussione sul linguaggio d’odio ha chiuso il cerchio. Il nome torna sempre: 𝗚𝗼𝗹𝗶𝗻𝗲𝗹𝗹𝗶. Lo stesso delle 𝘀𝗰𝗼𝗿𝗿𝗲𝗴𝗴𝗲 e dei 𝗽𝗲𝘁𝗶 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗯𝗼𝗰𝗰𝗮 è anche quello delle espressioni richiamate in aula come 𝗿𝗶𝘀𝗼𝗿𝘀𝗮 𝗱𝗶 𝗺𝗲𝗿𝗱𝗮 e 𝗿𝗲𝗺𝗶𝗴𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 sui propri canali social. A quel punto non siamo davanti a una battuta infelice, ma a uno stile politico: quando parlano i cittadini, sono peti; quando si parla degli stranieri, sono “risorse di merda”; quando parla il Fico, invece, improvvisamente diventa odio.

    Ed è qui che entra in scena la consigliera 𝗠𝗮𝗶𝗻𝗶, al suo primo vero intervento da quando ha preso posto su quello scranno. Uno si aspetterebbe un esordio sui temi della città, sul verde, sulle scuole, su AIMAG, sui servizi, sulla sanità, sulla sicurezza, sui problemi concreti dei mirandolesi. E invece no: il debutto politico viene consacrato alla grande emergenza democratica del momento, cioè 𝗶𝗹 𝗙𝗶𝗰𝗼. Non le parole di Golinelli, non il clima che si alimenta sui social, non la differenza tra critica politica e linguaggio d’odio, ma la satira feroce, le caricature, le orecchie a punta, come se il vero scandalo non fosse il potere che parla come una fogna, ma qualcuno che osa ridergli in faccia.

    Il doppio standard è meraviglioso: se il potere usa parole pesanti verso chi sta in basso, bisogna contestualizzare; se una pagina satirica mette le orecchie a punta a un assessore, parte il tribunale morale della satira feroce. Ma la differenza è semplice: 𝗹𝗮 𝘀𝗮𝘁𝗶𝗿𝗮 𝗰𝗼𝗹𝗽𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗰𝗵𝗶 𝗴𝗼𝘃𝗲𝗿𝗻𝗮, chi firma atti, chi gestisce soldi pubblici, chi taglia nastri, taglia alberi, affida, proroga e poi pretende pure di non essere preso in giro. Il linguaggio d’odio, invece, colpisce categorie, origini, fragilità e appartenenze.

    Alla fine questa prima seduta nella sala restaurata ci lascia una lezione chiarissima: a Mirandola un platano può diventare una scheda, una petizione può diventare una relazione, AIMAG può diventare una 𝘀𝘂𝗽𝗲𝗿𝗰𝗮𝘇𝘇𝗼𝗹𝗮 𝗱𝗮 𝟱𝟮𝟬.𝟬𝟬𝟬 𝗲𝘂𝗿𝗼, un dissenso può diventare un peto e il primo intervento di una consigliera può diventare un processo al Fico.

    Hanno restaurato il municipio.

    𝗔𝗱𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗺𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗿𝗲𝘀𝘁𝗮𝘂𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮.

  • IL FURGONE, L’ADESIVO E LA RIMOZIONE PRESUNTA

    A Mirandola, città dove la burocrazia non cammina ma procede per sedimentazione geologica, la Polizia Locale ha recentemente acquistato 300 adesivi per fermo e sequestro amministrativo, perché evidentemente, dopo anni di studi, riunioni, determine, capitoli, sottocapitoli, impegni di spesa e piccoli miracoli contabili, si è giunti alla conclusione che il vero problema dell’ordine pubblico locale fosse la carenza strutturale di adesivi.

    Spesa totale: 278,16 euro.

    Una cifra modesta, si dirà.

    E invece no.

    Perché a Mirandola anche comprare degli adesivi diventa una piccola manovra finanziaria, una legge di bilancio in miniatura, una sessione notturna della Ragioneria Generale del Regno: qualche euro recuperato dal capitolo del mangime dell’unità cinofila, qualche euro dal ponte radio, ed ecco finalmente apparire all’orizzonte l’arma definitiva contro il degrado urbano: l’adesivo comunale, personalizzato, intestato, plastificato, lucido, pronto a posarsi sui veicoli irregolari con la stessa solennità con cui un notaio appone il sigillo su un testamento.

    Nel frattempo, però, mentre la macchina amministrativa si preparava a questa epica campagna adesiva, in città c’era — e c’è ancora — un furgone che non richiede particolari attività investigative, intercettazioni ambientali, droni tattici, unità cinofile, ponte radio, lampeggianti o corsi avanzati di polizia predittiva.

    È lì.

    Fermo.

    Aperto.

    Sporco.

    Abbandonato.

    Con i rifiuti attorno, l’aria da relitto post-industriale e quella compostezza tragica delle cose che ormai non aspettano più la rimozione, ma direttamente la beatificazione come monumento al rinvio amministrativo.

    E non basta.

    Perché il mezzo, da verifica sul Portale dell’Automobilista, risulta anche non in regola con gli obblighi assicurativi RCA, dettaglio che in un Comune normale potrebbe forse produrre un certo dinamismo operativo, una telefonata, un verbale, magari perfino quell’antica pratica ormai desueta chiamata “intervento”.

    Ma siamo a Mirandola.

    E a Mirandola il tempo non scorre: viene protocollato.

    Infatti sul furgone c’è già un avviso della Polizia Locale, molto bello, molto serio, molto istituzionale, fissato con una quantità di nastro adesivo che da sola basterebbe probabilmente a sigillare il casello di Modena Nord:

    data inizio procedimento: 20 marzo 2026
    data presunta rimozione: 18 maggio 2026

    Oggi è 17 giugno.

    Quindi siamo davanti a un raffinato esperimento di filosofia amministrativa: una “data presunta di rimozione” talmente presunta che, alla prova dei fatti, ha rimosso soltanto sé stessa.

    Il furgone è ancora lì, evidentemente non informato della scadenza, oppure perfettamente consapevole del funzionamento degli uffici comunali e quindi serenamente convinto che, in assenza di un sollecito, una conferenza dei servizi, una variazione di PEG, una riunione con il responsabile del procedimento e magari un sopralluogo propedeutico al sopralluogo, nessuno oserà disturbarlo.

    A questo punto le possibilità sono due, entrambe meravigliose.

    Se il furgone è davvero un veicolo abbandonato, allora esiste già un procedimento ai sensi del D.M. 460/1999, con una data di rimozione indicata e abbondantemente superata, il che farebbe pensare che il problema non sia capire cosa fare, ma trovare qualcuno disposto a farlo.

    Se invece il furgone è ancora considerato un veicolo presente su area pubblica, allora il fatto che risulti senza RCA non è un ornamento narrativo, non è una nota di colore, non è una pennellata di realismo mirandolese: è un problema da Codice della Strada.

    Ma il Comune, con ammirevole equilibrio, sembra aver scelto una terza via, tutta locale, tutta nostra, tutta padana: non rimuoverlo come veicolo abbandonato, non sequestrarlo come veicolo senza assicurazione, ma lasciarlo lì come installazione urbana temporanea a durata indefinita, forse in attesa che il degrado maturi, che il mezzo completi il proprio ciclo biologico e che un giorno, aprendo il portellone, ne esca direttamente un assessore ai lavori pubblici con in mano una nuova proroga.

    E allora viene spontanea una domanda.

    I 300 adesivi per fermo e sequestro servono davvero a fermare i veicoli irregolari, oppure sono destinati a certificare ufficialmente quelli che si sono già fermati da soli, per stanchezza, abbandono e sfiducia nelle istituzioni?

    Perché qui non manca l’adesivo.

    Non manca il cartello.

    Non manca il procedimento.

    Non manca la data.

    Non manca nemmeno il nastro, che anzi pare l’unico materiale comunale utilizzato con abbondanza e determinazione.

    Manca solo quella piccola, trascurabile, quasi secondaria formalità amministrativa che i cittadini, con linguaggio rozzo e non conforme al lessico degli atti, chiamerebbero semplicemente:

    togliere il furgone.

    In entrambi i casi, l’unica cosa che sembra rispettare perfettamente le scadenze è l’odore nauseabondo che proviene dal mezzo.

    Fonti: Determina Comune di Mirandola n. 495 del 03/06/2026, acquisto 300 adesivi per fermo/sequestro amministrativo, € 278,16. D.M. 22 ottobre 1999 n. 460 sui veicoli rinvenuti da organi pubblici o non reclamati. Portale dell’Automobilista, verifica copertura RCA: dati aggiornati in tempo reale dalle compagnie assicuratrici. Art. 193 Codice della Strada, obbligo assicurazione RCA e conseguenze per veicoli senza copertura.
    Nota RCA: l’obbligo assicurativo non riguarda solo il veicolo “che sta circolando” in senso stretto, ma anche quello fermo o in sosta: l’art. 122 del Codice delle Assicurazioni prevede infatti che l’obbligo si applichi a prescindere dal terreno su cui il veicolo è utilizzato e dal fatto che sia fermo o in movimento, salvo specifiche deroghe di legge.

  • Ruggero, Presidentessa di AIMAG, nelle vesti di Ofelia

    Sir Edmund Alistair Willowbrook, 1856 circaolio su tela, Galleria Ducale

    Qui Willowbrook, pittore appartato della seconda stagione preraffaellita inglese, abbandona ogni tentazione narrativa per consegnarci una delle sue più perturbanti meditazioni sull’acqua, sul potere e sulla resa. Ruggero non è semplicemente raffigurata come Ofelia: è Ofelia dopo il pronunciamento della Corte dei conti. Non annega per amore, ma per competenza.

    La figura giace nel ruscello con quella compostezza ambigua che non è morte, non è sonno, non è pace: è sospensione istituzionale. Il capo reclinato, la nuca lambita dall’acqua, il volto ancora vigile ma già consegnato alla corrente raccontano una resa non urlata, non spettacolare, ma proprio per questo più definitiva. Ruggero non precipita: scivola. Non affonda: viene accompagnata. Non lotta: prende atto.

    Intorno, la natura preraffaellita esplode con una precisione quasi crudele. Ogni foglia, ogni fiore, ogni riflesso sull’acqua sembra dipinto con l’ossessione botanica di chi vuole salvare il dettaglio mentre il destino generale è già compromesso. Quei fiori, apparentemente innocenti, non sono ornamento: sono petali di verbali, minute assembleari, promesse di autonomia, rassicurazioni territoriali lasciate galleggiare come ghirlande funebri.

    E l’acqua, magnifica e terribile, non ha nulla della purezza battesimale. È un’acqua bassa, lenta, amministrativa. Non travolge: persuade. Non uccide: ingloba. È il ruscello delle grandi manovre, dove le partecipate non vengono cedute ma “valorizzate”, non vengono perdute ma “rafforzate”, non vengono consegnate ad altri ma, con sublime ipocrisia pittorica, semplicemente lasciate andare alla corrente.

    Il volto di Ruggero è il vero centro morale del quadro. Non c’è disperazione, non c’è scandalo, non c’è nemmeno stupore. C’è quella malinconia composta di chi ha capito troppo tardi che il ruscello non era un ruscello, ma un canale di scolo politico; e che i fiori non erano omaggi, ma corone deposte in anticipo.

    La grandezza dell’opera sta proprio qui: nella distanza fra la bellezza formale e l’orrore simbolico. Willowbrook dipinge una scena di struggente eleganza, ma sotto la superficie vegetale e sentimentale vibra una domanda ferocissima: quanta grazia può avere una resa, quando viene chiamata strategia? E quanta acqua serve per lavare via un parere, quando ormai il parere è diventato destino?

    Opera capitale, dunque, della pittura partecipata vittoriano-mirandolese: non la morte di Ofelia, ma la lenta immersione di AIMAG nel fiume delle decisioni prese altrove. Una tragedia senza pugnali, senza grida, senza sangue. Solo acqua, foglie, silenzio.

    E, da qualche parte, già firmato, il verbale.

  • Cristofano dell’Altissimo e bottega

    Assesorelfus Mirandolensis

    olio su tavola, seconda metà del XVI secolo
    Mirandola, Galleria Ducale

    Il ritratto dell’Assesorelfus Mirandolensis appartiene alla medesima serie illustre del più noto Lety della Mirandola, ma ne rappresenta una variante più enigmatica, quasi alchemica. Qui la ritrattistica di corte abbandona la semplice celebrazione del rango e si avventura nel territorio sottile della metamorfosi: non più soltanto uomo, non ancora creatura fantastica, ma figura sospesa tra incarico terreno e vocazione silvana.

    Il profilo è netto, inciso, costruito con quella severità che appartiene ai ritratti destinati non alla confidenza privata, ma alla memoria pubblica. Il volto guarda a sinistra con composta sicurezza, senza cercare lo spettatore. È lo sguardo di chi non domanda approvazione: la presuppone. La linea del naso, la bocca chiusa, il mento trattenuto compongono un’immagine di misurata ambizione, più diplomatica che guerriera.

    Straordinario è l’orecchio appuntito, vero fulcro iconografico dell’opera. Non appare come deformazione grottesca, ma come segno araldico, quasi una concessione della natura a una stirpe intermedia. L’artista lo dipinge con attenzione minuziosa, lasciandolo emergere dal profilo con naturalezza inquietante: non un dettaglio comico, ma una rivelazione. È lì che il quadro smette di essere semplice ritratto e diventa leggenda.

    Gli occhiali tondi, rarissima aggiunta nella solennità della posa antica, introducono una nota di modernissima pedanteria. Non indeboliscono il personaggio: lo precisano. Conferiscono all’Assesorelfus un’aria da giovane umanista di cancelleria, da chierico laico delle carte, da consigliere di corte che ha letto molto, capito abbastanza e annotato tutto con grafia minuta.

    Il berretto rosso, compatto e autorevole, riprende il codice dei dotti e degli illustri, ma sulla testa dell’elfo produce un effetto quasi teatrale: non corona, non mitria, non cappello accademico, bensì piccolo segnale di investitura. La veste scura, bordata d’oro, chiude la figura in una dignità severa, mentre le maniche rosse, preziosamente lavorate, accendono il dipinto di una ricchezza controllata.

    In alto, l’iscrizione ASSESORELFUS MIRANDOLENSIS non identifica soltanto il personaggio: lo consacra. La formula latinizzante lo sottrae alla cronaca e lo consegna alla favola ducale. Non siamo davanti a un semplice funzionario, ma a una creatura di soglia: metà consigliere, metà apparizione boschiva, metà promessa di efficienza e metà incantesimo non ancora riuscito.

    Il fondo bruno, profondo, quasi fumoso, accentua l’isolamento della figura. Nessun paesaggio, nessun attributo narrativo, nessuna distrazione. Tutto converge sul profilo, sull’orecchio, sugli occhiali, su quella immobilità composta che rende il ritratto insieme nobile e lievemente perturbante.

    L’opera colpisce perché non forza mai il ridicolo. Lo custodisce. L’Assesorelfus non viene deriso apertamente: viene elevato a effigie. Ed è proprio questa elevazione a generare la satira più sottile. La pittura lo tratta come un uomo illustre; l’occhio, però, continua a vedere l’elfo.

    È un ritratto di potere minore, ma dipinto con ambizione maggiore. Una piccola icona cortigiana in cui la Mirandola ducale sembra aver voluto fissare non un volto, ma una funzione magica: quella dell’assessore evocato dal bosco, vestito da umanista e consegnato all’eternità con un paio d’occhiali e due orecchie impossibili.

  • Ficolangelo Buonafico

    Tondo Budri

    tempera su tavola, fine XVI secolo
    Mirandola, Galleria Ducale

    Il cosiddetto Tondo Budri, conservato presso la Galleria Ducale di Mirandola, è una delle opere più singolari attribuite alla tarda maniera di Ficolangelo Buonafico, artista di temperamento inquieto, capace di innestare sulla solennità del modello michelangiolesco una vena sottile, quasi enigmatica, di ironia cortigiana.

    L’opera si presenta come un grande tondo devozionale, riccamente incorniciato, nel quale la costruzione rinascimentale della scena è portata a una misura di fasto quasi cerimoniale. Al centro siede la figura femminile, tradizionalmente identificata con Lety, avvolta in panneggi rosa e azzurri di grande ampiezza plastica. La posa è composta, il busto ruotato con naturalezza studiata, il volto trattenuto in un profilo nobile e severo. Non vi è sentimentalismo, ma dominio della forma: la figura non appare colta in un momento privato, bensì innalzata a immagine esemplare.

    Fra le braccia tiene il piccolo Thor, cucciolo di malinois, elemento iconografico di rara originalità. L’animale, reso con attenzione quasi fiamminga nel muso vigile e nelle orecchie tese, assume un valore simbolico evidente: non semplice presenza domestica, ma segno di fedeltà, custodia e forza ancora acerba. Ficolangelo sostituisce così il consueto motivo infantile con una creatura araldica, viva e all’erta, trasformando la tenerezza in emblema.

    Alle spalle della donna compare la figura maschile detta il Biondo, posta in leggero arretramento ma centrale nell’equilibrio dell’insieme. Il suo volto, rischiarato da una luce più fredda, emerge come presenza protettiva e insieme vigilante. È una figura di sostegno, quasi un custode silenzioso della scena, dipinta non con enfasi drammatica ma con una compostezza che ne accresce l’autorità.

    Lo sfondo, popolato da nudi, architetture antiche e lontananze azzurrine, richiama apertamente la cultura figurativa del pieno Rinascimento. I corpi laterali, più scultorei che narrativi, non partecipano davvero all’azione: la circondano, la commentano, la rendono solenne. Sono apparizioni di una classicità convocata per dare peso monumentale a un soggetto altrimenti intimo e domestico.

    Di eccezionale interesse è la cornice, probabilmente coeva, lavorata con un fitto intreccio di motivi vegetali, grottesche e piccole teste affioranti. Questi volti, dal carattere quasi elfico, sembrano emergere dalla materia dorata come spiriti ornamentali o maschere di corte. Non sono mero decoro: partecipano alla visione, trasformando la cornice in una seconda scena, un teatro minore che avvolge e sorveglia il dipinto.

    Il Tondo Budri colpisce per questa ambiguità sapientemente controllata: appare antico, devoto, nobile, e tuttavia lascia trapelare una vena di sottile straniamento. È una pittura di corte travestita da immagine sacra, una celebrazione familiare elevata a mito, una composizione in cui la grazia del gesto e la magnificenza dell’oro nascondono un sorriso appena trattenuto.

    Un’opera, direbbe qualcuno, non bella: necessaria. Perché quando la pittura riesce a trasformare un cane in simbolo, una posa in potere e una cornice in destino, allora non siamo più davanti a un semplice tondo, ma a una piccola macchina mitologica della Mirandola ducale.