
Ci sono opere pubbliche che nascono semplici: togli due cose, sistemi il terreno, rimetti in ordine. Poi ci sono le opere pubbliche mirandolesi, dove anche un’ex area P.M.A.R. diventa un romanzo di formazione del movimento terra.
L’area di via Mazzone era servita dopo il terremoto per i Prefabbricati Modulari Abitativi Rimovibili. Rimovibili, appunto. I moduli sono stati rimossi anni fa. Il resto, invece, ha sviluppato radici, nostalgia e probabilmente anche una propria fauna amministrativa.
Ora siamo al secondo stralcio, quello che dovrebbe fare la magia finale: prendere quattro “quadre” lasciate come vasche infossate, colmare dislivelli, rifinire superfici, sistemare strade, cordoli, pozzetti, segnaletica e restituire all’area una qualche dignità di protezione civile, ciclabile, parcheggio, prove patenti, luna park o qualunque altra identità provvisoria venga estratta dal cappello.
Perché il bello è questo: non si tratta solo di “pulire un’area”.
No.
Qui c’è una coreografia di terre.
Terra del lotto 9.
Terra dell’asilo nido.
Terra da spianare.
Terra da spostare.
Terra da usare per riempire.
Terra forse da bonificare.
Terra invece certificata non contaminata.
Misto riciclato.
Misto stabilizzato.
Terreno vegetale.
Riporti.
Finiture.
Livellamenti.
Una specie di Risiko geologico comunale, dove invece dei carri armati si spostano cumuli e invece della Kamchatka c’è via Giolitti.
Nei documenti si dice che il cumulo di terreno derivante dall’asilo nido sul lotto 9, circa 650 metri cubi, “necessita di essere ridotto o spianato”. E guarda caso nel lotto 5 servono riporti per colmare i vuoti lasciati dai P.M.A.R., cioè quattro vasche da migliaia di metri quadrati, infossate rispetto alle strade.
Ma attenzione: 𝗡𝗢𝗡 𝗧𝗨𝗧𝗧𝗔 𝗟𝗔 𝗧𝗘𝗥𝗥𝗔 𝗘̀ 𝗨𝗚𝗨𝗔𝗟𝗘.
Il P.F.T.E. immaginava di usare il terreno residuo del lotto 9 per colmare il vuoto dei P.M.A.R. e tenere bassi i costi. Solo che poi, nei documenti, salta fuori che questa soluzione “non è immediatamente attuabile”, perché gli accertamenti in corso presentano problematicità tali da richiedere eventuali trattamenti preventivi di bonifica.
Di quella montagna di terra e dei suoi perché ne avevamo già parlato qui: https://ficodellamirandola.noblogs.org/2026/05/28/la-protezione-civile-sulla-montagna-dei-perche/
Traduzione dal burocratese: avevamo pensato di tappare il buco con quella terra lì, però quella terra lì forse va prima controllata, trattata, bonificata, accompagnata con prudenza e magari confessata da un geologo.
Allora entra in scena la terra dell’asilo nido: quella, invece, è certificata non contaminata. Circa 600 metri cubi. Utile, certo. Ma non basta a risolvere il rebus, perché per la sistemazione definitiva dell’area i documenti parlano, nell’ipotesi peggiore, di circa 4.500 metri cubi di terreno necessario.
Ed è qui che la relazione diventa quasi poetica: parla di 𝗜𝗡𝗗𝗘𝗧𝗘𝗥𝗠𝗜𝗡𝗔𝗧𝗘𝗭𝗭𝗔 𝗖𝗜𝗥𝗖𝗔 𝗜𝗟 𝗥𝗘𝗣𝗘𝗥𝗜𝗠𝗘𝗡𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟 𝗧𝗘𝗥𝗥𝗘𝗡𝗢 𝗡𝗘𝗖𝗘𝗦𝗦𝗔𝗥𝗜𝗢 e dice che questa indeterminatezza impone di ipotizzare scelte alternative.
Cioè: non sappiamo ancora bene da dove prendere tutta la terra, quanta terra usare, quale terra usare, quanto abbassare, quanto riempire, quanto compensare, quanto rimandare.
E allora le alternative diventano un menù degustazione del movimento terra: togliere cordoli per abbassare le aree a quota strada e ridurre il terreno da reperire; colmare il dislivello con misto riciclato o terreno riciclato da demolizioni; lasciare alla fase finale la finitura superficiale a verde delle quadre prescelte, anche perché le destinazioni non sono ancora chiarite del tutto.
In pratica: abbiamo un buco, una montagna, una terra forse problematica, una terra buona ma poca, alcune destinazioni elastiche e una gran voglia di arrivare in fondo facendo sembrare tutto lineare.
𝗠𝗶𝗿𝗮𝗻𝗱𝗼𝗹𝗮, 𝗰𝗮𝗽𝗶𝘁𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹 “𝘃𝗲𝗱𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗽𝗼𝗶 𝗰𝗼𝗻 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗿𝗶𝗲𝗺𝗽𝗶𝗮𝗺𝗼”.
Ma prima ancora delle terre, dei riporti e dei misti stabilizzati, c’è la poesia dell’abbandono. Perché i documenti descrivono un’area con alberi e cespugli spontanei, piante pioniere, residui di pavimenti dei moduli abitativi, rifiuti edili, strade asfaltate che iniziano a disgregarsi e perfino la 𝗦𝗢𝗧𝗧𝗥𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗗𝗜 𝗣𝗔𝗩𝗜𝗠𝗘𝗡𝗧𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗜 𝗔𝗨𝗧𝗢𝗕𝗟𝗢𝗖𝗖𝗔𝗡𝗧𝗜.
Che detta in italiano normale suona così: in un’area pubblica abbandonata per anni non sono cresciute solo le erbacce. Sono spariti anche pezzi.
Autobloccanti evaporati.
Rifiuti rimasti.
Rovi prosperati.
Controllo pubblico disperso come polline nella bassa.
Altro che area P.M.A.R. Qui siamo al primo caso di cava comunale involontaria: entri con il degrado, esci con il materiale.
E il secondo stralcio parte da un presupposto molto ottimista: che le quadre siano già sgombre, che il primo stralcio abbia tolto davvero tutto quello che doveva togliere, che sotto non salti fuori altro, che i riempimenti funzionino, che le quantità tornino, che la terra sia quella giusta, che il fondo tenga, che le strade non si sbriciolino di nuovo.
L’appalto è anche 𝗔 𝗠𝗜𝗦𝗨𝗥𝗔, dettaglio piccolo ma gustoso: quando tutto dipende da quantità effettive, terre, riempimenti, fondi e sorprese sotto il tappeto, la misura potrebbe iniziare a misurare anche la pazienza dei cittadini.
E poi ci sono le reti.
Acqua, energia, fogne e telecomunicazioni stanno sotto le strade e non dovrebbero essere toccate. Bene. Peccato che per la pubblica illuminazione il documento dica che ci sono tratti in tesata aerea e cavidotti sotto le travi laterali di fondazione 𝗗𝗜 𝗖𝗨𝗜 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗜 𝗖𝗢𝗡𝗢𝗦𝗖𝗘 𝗟’𝗜𝗡𝗧𝗘𝗚𝗥𝗜𝗧𝗔̀.
Meraviglioso.
Un secondo stralcio per finire tutto, ma con pezzi di impianto di cui non si conosce l’integrità.
Intanto i soldi sono quelli della ricostruzione: contributi nati per eliminare le opere incongrue delle aree ex P.M.A.R., trascinati per anni tra proroghe, conferme, scadenze, rischio di non vedere più garantito il finanziamento, poi salvataggio fino al 2027.
Prima il letargo.
Poi l’urgenza.
Prima l’area abbandonata.
Poi il cronoprogramma.
Prima le piante spontanee alte come promesse elettorali.
Poi tutti di corsa, perché i contributi non aspettano i tempi botanici della macchina comunale.
E in mezzo, come reliquia della ricostruzione dimenticata, spuntano pure bancali di 𝗠𝗔𝗧𝗧𝗢𝗡𝗜, 𝗣𝗜𝗔𝗡𝗘𝗟𝗟𝗘 𝗘 𝗠𝗔𝗥𝗠𝗜 attribuiti alla chiesa di 𝗦𝗔𝗡 𝗙𝗥𝗔𝗡𝗖𝗘𝗦𝗖𝗢, “𝗔 𝗗𝗘𝗧𝗧𝗔 𝗗𝗘𝗜 𝗦𝗘𝗥𝗩𝗜𝗭𝗜 𝗖𝗢𝗠𝗨𝗡𝗔𝗟𝗜”, accatastati nell’area come se la memoria storica della città fosse una fornitura edile avanzata.

𝗦𝗔𝗡 𝗙𝗥𝗔𝗡𝗖𝗘𝗦𝗖𝗢 𝗧𝗥𝗔 𝗜 𝗥𝗢𝗩𝗜.
I marmi tra i bancali.
Le terre tra i lotti.
La terra forse da bonificare.
La terra dell’asilo certificata non contaminata.
Gli autobloccanti sottratti.
I cavidotti forse integri.
Il tutto con destinazione finale elastica.
Poi, solo alla fine, arriva la nota di colore.
Verde, naturalmente.
Perché pochi giorni fa, durante la discussione sulla petizione cittadina sul verde, la parola “disboscamento” era stata respinta come una bestemmia ecologista, una parola eccessiva, drammatica, inaccettabile.
Poi apri le tavole comunali di via Mazzone e trovi scritto proprio così:
𝗗𝗜𝗦𝗕𝗢𝗦𝗖𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗢.

Quando lo dice un cittadino, è allarmismo.
Quando lo scrive il Comune, è progettazione esecutiva.
Mirandola è così: anche le parole mettono radici, ma solo finché non arriva il secondo stralcio.
𝗙𝗶𝗰𝘂𝘀 𝘃𝗼𝘀 𝗼𝗯𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮.











