LA PROTEZIONE CIVILE SULLA MONTAGNA DEI PERCHÉ

A Mirandola abbiamo scoperto una nuova categoria dell’emergenza: l’area di Protezione Civile che, prima di proteggere i cittadini, deve essere protetta da sé stessa.

Succede nell’area comunale tra via Giolitti, via Achille Porta e via Gregorio Agnini, vicino alla scuola Dante Alighieri. Lì c’è un cumulo di terra di riporto post-sisma, nato dagli interventi emergenziali successivi al terremoto del 2012. Una specie di monumento involontario alla gestione provvisoria diventata definitiva: non una collina naturale, non un parco, non un’opera pubblica, ma una montagna amministrativa alta circa due metri, rimasta lì a prendere sole, pioggia e determine.

Poi qualcuno ha avuto l’idea brillante: facciamoci un’area di Protezione Civile.

Perché, si sa, quando devi scegliere un posto dove accogliere la popolazione in caso di emergenza, la prima cosa che cerchi è un terreno rialzato, da caratterizzare, da scavare, da analizzare, con materiali di riporto, porzioni compatibili solo con usi commerciali/industriali e una parte potenzialmente da mandare in discarica.

La sicurezza, ma con un certo gusto per il brivido.

Gli atti dicono che l’area è stata inserita nel Piano di Protezione Civile come area di accoglienza e ricovero con Delibera di Consiglio Comunale n. 108 del 27/11/2023. Il Piano, inoltre, indica espressamente l’Area ex MIPAR via Giolitti tra le aree di accoglienza della popolazione per l’allestimento di tendopoli, roulotte e moduli abitativi. Il DOCFAP spiega poi che il lotto è in rilevato di circa due metri e che, per renderlo fruibile come area di accoglienza, si rende necessario il rimodellamento morfologico, con rimozione di circa 6.300 m³ di materiale, riportandolo possibilmente alla quota della strada e della ciclabile. Il conto? 450.000 euro. Di cui 300.000 euro per lavori, 5.000 euro per oneri della sicurezza e 145.000 euro di somme a disposizione. Una bella spalata di sicurezza urbana, naturalmente a carico del bilancio comunale.

Ora, nessuno pretende che ogni area di Protezione Civile sia un prato svizzero già pronto, con le tende piegate, il generatore acceso e il caffè caldo per gli sfollati. Ma tra “area da attrezzare” e “area da sbancare” c’è una certa differenza.

Se per trasformarla in area di accoglienza devi prima rimuovere migliaia di metri cubi di terra, fare campionamenti, distinguere Colonna A e Colonna B, valutare test di cessione, prevedere possibili conferimenti in discarica e mettere a bilancio quasi mezzo milione di euro, forse il problema non è solo il cumulo.

Forse il problema è aver scelto proprio quel cumulo come area di emergenza.

Perché le analisi non dicono semplicemente: “è tutta terra normale, spostiamola e amen”.

No.

La relazione tecnica divide il cumulo in tre mondi diversi.

C’è una parte in Colonna A, cioè compatibile con usi più sensibili: verde pubblico, verde privato, residenziale.

C’è una parte in Colonna B, cioè compatibile solo con siti commerciali e industriali.

E poi c’è la parte più antipatica, quella che rovina la poesia della Protezione Civile sulla collina: i terreni che superano i limiti del test di cessione, cioè quelli per cui non si guarda solo cosa c’è nella terra, ma cosa quella terra può rilasciare nell’ambiente e nelle acque.

La relazione Borelli è piuttosto chiara: nella zona centrale-est dell’area il materiale risulta non conforme ai test di cessione, pur risultando conforme ai requisiti di riutilizzo come terra e roccia da scavo in Colonna B. Il parametro del superamento è il cromo totale. Per quei materiali “si prospetta una definizione come rifiuto” per la possibilità di generare inquinamento delle acque, con destinazione a smaltimento da definirsi in fase operativa. In caso di esito negativo dei test di cessione, la relazione suggerisce confronto preliminare con ARPAE, asportazione del materiale non conforme e smaltimento in discarica.

E non parliamo di un cucchiaino di terra nascosto sotto il tappeto del municipio.

La stessa relazione stima circa 4.456 m³ di terreno in Colonna A, circa 1.409 m³ di terreno in Colonna B e fino a 436 m³ di “rifiuti da smaltire in discarica”, da confermare in fase esecutiva.

Quindi no: non è solo una montagnola da livellare.

È una montagnola da caratterizzare, dividere, interpretare, forse smaltire in parte come rifiuto, e comunque trasformare in un’opera pubblica da 450.000 euro prima di poter dire che lì, in caso di emergenza, ci puoi mettere delle persone.

E qui bisogna spiegare bene la differenza, perché non è un dettaglio da tecnici: è il cuore politico della faccenda.

Colonna A significa terreno compatibile con usi più sensibili: verde pubblico, verde privato, residenziale. In parole povere: terra che può stare dove stanno le persone.

Colonna B significa invece terreno compatibile con siti commerciali e industriali. In parole ancora più povere: terra che può andare bene per capannoni, piazzali, aree produttive. Non automaticamente per un luogo dove, in emergenza, dovresti mettere cittadini, famiglie, anziani, bambini, tende e moduli di accoglienza.

Quindi il terreno in Colonna B non è “veleno”, non è automaticamente da discarica, non va raccontato con l’elmetto e la sirena. Ma non è nemmeno la terra che spargeresti serenamente sopra un’area destinata ad accogliere popolazione in caso di calamità.

E la parte non conforme al test di cessione è ancora un’altra cosa: lì il problema non è solo “dove posso riusarla”, ma cosa può rilasciare e se deve essere gestita come rifiuto.

A questo punto la domanda è banale, quasi volgare nella sua semplicità:

davvero l’unica idea era prendere quasi tutta la montagna, caricarla sui camion e trasformarla in fatture?

Perché una strada alternativa, almeno da studiare, c’era.

Si poteva valutare una soluzione selettiva: rimuovere solo la porzione non conforme, smaltirla in modo autorizzato, mantenere il rilevato dove ambientalmente possibile, confinare il materiale compatibile solo con Colonna B sotto uno strato di terreno buono, coprire con terreno Colonna A o terreno pulito certificato, realizzare rampe carrabili e pedonali, drenaggi, separazioni, capping superficiale, e trasformare quella collina artificiale in una piattaforma rialzata realmente utilizzabile.

Magari ARPAE avrebbe detto no.

Magari sarebbe costato troppo.

Magari tecnicamente non sarebbe stato conveniente.

Ma allora bisognava dimostrarlo.

Non basta chiamare un documento “Documento di fattibilità delle alternative progettuali” e poi far sembrare che l’unica alternativa davvero presa sul serio sia quella più comoda da raccontare: la montagna c’è, la montagna dà fastidio, la montagna va portata via.

Anche perché il Piano comunale di Protezione Civile non parla di aree scelte a sentimento. Le aree di accoglienza o ricovero della popolazione sono definite come luoghi sicuri rispetto alle diverse tipologie di rischio, vicini a risorse idriche, elettriche e fognarie, facilmente raggiungibili anche da mezzi di grandi dimensioni. Non posti dove, prima di montare una tenda, devi smontare una collina.

Nel Consiglio comunale del 27 novembre 2023, almeno dal verbale, la presentazione del Piano scorre liscia: Doni parla di aggiornamento normativo, codici colore, allertamento, frazioni-sentinella; il geologo Castagnetti spiega la necessità di aggiornare il Piano, mappare i rischi, individuare luoghi e procedure. Tutto giusto, tutto ordinato, tutto votato all’unanimità.

Ma la domanda che oggi pesa come quei 6.300 metri cubi pare non sia stata fatta:

questa area è davvero pronta, sicura, accessibile e furba come area di accoglienza?

Perché la Protezione Civile dovrebbe essere il piano B quando tutto va storto. Qui invece pare che il piano B parta già con un problema A: prima si sceglie l’area di emergenza, poi si scopre che l’area di emergenza è essa stessa un intervento da quasi mezzo milione.

Il tutto in perfetto stile mirandolese: il sisma produce il cumulo, il cumulo resta lì, il Comune lo promuove ad area strategica, poi scopre che per usarla deve spendere 450.000 euro per sistemarla.

Dodici anni dopo il terremoto, la terra dell’emergenza diventa l’emergenza della terra.

O, per dirla ancora più chiaramente:

non hanno scelto un’area di Protezione Civile da attrezzare. Hanno scelto un’area da sbancare, caratterizzare, separare, forse bonificare e in parte mandare in discarica. Una Protezione Civile che, prima di accogliere gli sfollati, deve evacuare la propria terra.

E a questo punto la vera funzione di Protezione Civile sembra già chiara: non accogliere i cittadini in caso di calamità, ma proteggere l’amministrazione dalle domande più semplici.

Tipo questa:

chi ha guardato un’area rialzata di due metri, piena di terre da caratterizzare, con una parte compatibile solo con usi industriali e una parte potenzialmente da discarica, e ha pensato: perfetta, qui ci mettiamo la popolazione in caso di emergenza?


Fonti: Delibera di Consiglio Comunale n. 108 del 27/11/2023; Piano comunale di Protezione Civile; Delibera di Giunta n. 117 del 13/05/2026; DOCFAP “Riqualificazione dell’area per la protezione civile in via Achille Porta angolo via Gregorio Agnini”; QTE del 05/05/2026; relazione geologica Borelli sulle terre e rocce da scavo.

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