Categoria: Mirandola

Ida Wells

  • VIDEOSORVEGLIANZA, PRIVACY E LE CELLE COLORATE IN NERO

    A Mirandola la privacy è una cosa seria.

    Talmente seria che la proteggono con la tecnologia più avanzata disponibile negli uffici comunali:

    le celle colorate in nero.

    Prendono un allegato con nomi, ruoli, percentuali e importi degli incentivi tecnici.
    Colorano le celle di nero.
    Lo chiamano “Privacy”.
    Lo pubblicano.

    Poi arriva un cittadino dotato di competenze informatiche estreme — tipo saper fare CTRL+C e CTRL+V — e scopre che sotto il nero c’è ancora tutto.

    Nomi.
    Ruoli.
    Importi.
    Percentuali.
    Tutto.

    E non succede una volta sola.

    Succede nella determina vecchia.
    E succede pure nella determina nuova di rettifica.

    Perché a Mirandola l’errore non si corregge:
    si protocolla di nuovo.

    La rettifica, peraltro, non nasce perché qualcuno si accorge che il file “privacy” è privacy solo per chi non sa usare il mouse.
    No.

    La rettifica nasce perché avevano sbagliato il calcolo di CPDEL, INAIL e IRAP sugli incentivi. In pratica: prima liquidano, poi si accorgono che la contribuzione era stata calcolata male, poi correggono il netto in busta paga.

    Insomma:

    prima sbagliano i conti, poi sbagliano la privacy, poi pubblicano la privacy sbagliata anche nella versione corretta.

    Mirandola, capitale europea della revisione creativa.


    INTERMEZZO TEATRALE: “Doni e l’Addetto alle Celle Nere”

    Doni:
    «Hai corretto la determina?»

    Addetto:
    «Sì comandante. Prima avevamo sbagliato CPDEL, INAIL e IRAP.»

    Doni:
    «Bene. E la privacy?»

    Addetto:
    «Fatta anche quella. Ho colorato le celle in nero.»

    Doni:
    «Ma il testo sotto si può copiare?»

    Addetto:
    «Sì, ma solo da soggetti altamente specializzati.»

    Doni:
    «Tipo?»

    Addetto:
    «Uno con un mouse.»

    Doni:
    «Quindi se fa copia-incolla vede i nomi?»

    Addetto:
    «Tecnicamente sì. Però prima deve volerlo.»

    Doni:
    «E questo è grave.»

    Addetto:
    «Gravissimo. Siamo davanti a un cittadino intenzionato a leggere un documento pubblico.»

    Doni:
    «Allora siamo sotto attacco hacker.»

    Addetto:
    «Probabilmente ficusiano.»

    Doni:
    «Perfetto. Pubblica la rettifica.»

    Addetto:
    «Con privacy vera?»

    Doni:
    «No. Con le celle nere.»

    Addetto:
    «Ma ha già funzionato male la prima volta.»

    Doni:
    «Appunto. Se ha funzionato male la prima volta, funzionerà male anche la seconda. Questa è coerenza amministrativa.»


    Ora, tutto questo sarebbe già cabaret istituzionale.

    Ma diventa arte contemporanea se ricordiamo che stiamo parlando proprio del progetto di lettura targhe e videosorveglianza urbana. La determina originaria riguarda infatti l’approvazione del certificato di regolare esecuzione e la liquidazione degli incentivi tecnici per quel progetto; la successiva determina rettifica gli importi per l’errore contabile. Cioè: mentre si installano occhi elettronici per leggere targhe, gestire immagini, dati, accessi e flussi video, negli allegati “privacy” basta un copia-incolla per far risorgere i dati dalle celle nere.

    E allora la domanda nasce spontanea:

    se la privacy documentale viene gestita colorando le celle in nero, la privacy dell’impianto di videosorveglianza come verrà gestita?

    Con le telecamere bendate?
    Con le targhe oscurate col pennarello sul monitor?
    Con il server protetto da un post-it?
    Con la password “Mirandola123”?
    Con un bel file “Privacy_definitivo_REV01_veramente_ultimo.pdf”?

    Noi, con spirito costruttivo, proponiamo un corso base:

    “Informatica per principianti: colorare una cella non significa cancellare un dato.”

    Lezione 1: il nero non è privacy.
    Lezione 2: Excel non dimentica.
    Lezione 3: PDF Privacy.pdf non è una formula magica.
    Lezione 4: se il cittadino copia e incolla, non è Anonymous: è alfabetizzato.
    Lezione 5: prima di videosorvegliare una città, sarebbe utile saper oscurare un allegato.

    Perché qui il punto non sono i singoli importi.

    Il punto è il metodo.

    E quando il metodo è questo, più che videosorveglianza urbana sembra videosorveglianza alla Carlona™.

    Ficus vos observat.
    E, diversamente dagli omissis comunali, legge benissimo.

    fonti:

  • IL PREZZO DELLA POMPA

    La riapertura del Palazzo Comunale di Mirandola è una buona notizia. Dopo quattordici anni dal sisma, vedere quel luogo tornare accessibile ha un valore simbolico vero.

    Ma proprio perché il momento era importante, vale la pena guardare anche come è stato raccontato.

    La macchina celebrativa si è messa in moto con tutto il repertorio delle grandi occasioni: autorità, sindaci, fasce tricolori, sedie riservate, musica, service audio-video, diretta TV, drone, fiori, ricevimento, piante scenografiche.

    Dagli atti, sommando le determine collegate alla riapertura, il conto documentale arriva a quasi 77 mila euro: affidamento a Contest per le celebrazioni, valorizzazione archeologica, piano sicurezza, performance musicale, service, addetti safety and security, ambulanza, allestimenti floreali, ricevimento, diretta TV, SIAE, drone.

    Tutto regolare, per carità.

    Ma anche tutto molto rivelatore.

    Perché quando si spendono decine di migliaia di euro per costruire il racconto pubblico della rinascita, poi la domanda diventa inevitabile: cosa resta ai cittadini oltre alla fotografia ufficiale?

    Il titolo scelto era bellissimo: “I tesori ritrovati”. I tesori ci saranno: quadreria, scavi, volume sui ritrovamenti. Ma il 29 maggio è stato soprattutto il giorno della rappresentazione pubblica: palco, autorità, cerimoniale, immagini ufficiali.

    Il Palazzo riaperto, certo.

    Ma anche il Palazzo messo in scena.

    E per non parlare dei bambini delle elementari, seduti accanto al palco con grembiuli e palloncini gialli e blu. Erano forse il simbolo più serio della mattinata: la Mirandola di domani, quella a cui il Palazzo veniva restituito.

    Eppure, nei discorsi delle autorità cittadine, non risultano salutati, ringraziati, considerati.

    Visibili nell’immagine.

    Invisibili nelle parole.

    Presenti come colore.

    Assenti come destinatari.

    Una comunità che inaugura il proprio Palazzo dopo quattordici anni dovrebbe sapere riconoscere il futuro quando ce l’ha seduto davanti, con un grembiule addosso e un palloncino in mano.

    E intanto, mentre si celebra con grande pompa un edificio finalmente riaperto, basta allargare lo sguardo di pochi metri per ricordarsi che il centro storico di Mirandola non è affatto “rinato”.

    Di competenza comunale ci sono ancora il complesso del Gesù, la parte dell’ex Milizia su via Roma, la ex GIL.

    Di competenza statale restano l’altra parte dell’ex Milizia e San Francesco.

    Di competenza ecclesiastica, per citare solo il centro storico, ci sono ancora il Sacramento e la Madonna della Neve.

    E poi c’è il grande convitato di pietra: il Castello dei Pico, di proprietà della Fondazione, ancora lì a ricordarci che la rinascita di Mirandola non può essere raccontata davvero finché il cuore storico della città resta una promessa sospesa.

    Una città non rinasce a lotti fotografici.

    Non rinasce a tagli del nastro isolati.

    Non rinasce lucidando un edificio per la cerimonia mentre tutto intorno restano facciate mute, porte chiuse, chiese ferite, contenitori culturali sospesi e cantieri ancora da vedere.

    E poi ci sono le piante.

    A Mirandola, evidentemente, il verde non si pianta: si noleggia. Non cresce: compare. Non fa ombra ai cittadini: fa cornice alla fotografia.

    Le piante diventano oggetti scenici, comparse vegetali della pompa istituzionale. Arrivano, abbelliscono, si fanno guardare, poi spariscono.

    Ed ecco il finale perfetto.

    I fogli colorati con i nomi per l’assegnazione dei posti sulle sedie — stampe a colori, con il logo del Comune — dopo lo smontaggio sono stati buttati bellamente a terra.

    Il logo del Comune per terra.

    I nomi per terra.

    La carta pubblica per terra.

    Non è lo scandalo del secolo. È il dettaglio che racconta il metodo.

    Perché il rispetto per le istituzioni non si misura solo mentre ci sono le telecamere accese. Si misura dopo, quando non guarda più nessuno.

    La riapertura del Palazzo poteva essere un momento alto. In parte lo è stato.

    Ma proprio perché è importante, meriterebbe più sostanza e meno pompa.

    Meno scenografia e più cura.

    Meno passerella e più rispetto.

    Il contenitore è tornato in piedi.

    Adesso, con calma, restauriamo anche il senso del decoro pubblico.

  • LA POLIZIA DUCALE, IL CONTROLLO DEL TERRITORIO E IL FURGONE CHE BATTE IL CALENDARIO

    A Mirandola il controllo del territorio è una cosa serissima.

    Ce lo raccontano da anni: sicurezza urbana, prevenzione, decoro, pattugliamenti, videosorveglianza, occhi elettronici, presenza capillare, Polizia Locale sempre sul pezzo.

    Poi arriva un vecchio Fiat Ducato e, senza dire una parola, smonta mezza narrazione.

    Non in una carraia sperduta tra nebbia e fossi.
    Non in un angolo dimenticato della campagna bassa.
    Ma in via Montanari, nel centro di Mirandola.

    Perché questo non è il caso del veicolo lasciato lì “da qualche giorno”.
    Questo furgone era già documentato in fotografia il 25 gennaio 2026, in condizioni che facevano pensare più a un reperto urbano che a un mezzo regolarmente in uso: sporco, ruggine, oggetti accatastati attorno, aria generale da abbandono sedimentato.

    Poi, col tempo, il capolavoro urbano si è perfezionato: il furgone è stato riempito di immondizia e nei fatti è diventato quello che nessun piano del decoro aveva previsto ma che la realtà ha prodotto benissimo da sola: un cassonetto su quattro ruote.

    Passano i giorni.
    Passano le settimane.
    Arriva la Polizia Locale.
    O, come la chiamiamo noi, la Polizia Ducale.

    E cosa fa?

    Fa quello che a Mirandola riesce sempre benissimo: un procedimento.

    Sul vetro compare il cartello ufficiale: “veicolo in stato di abbandono”, accertamenti, rimozione e demolizione ai sensi del D.M. 22 ottobre 1999 n. 460.

    Data inizio procedimento: 20/03/2026.
    Data presunta rimozione: 18/05/2026.

    Presunta, appunto.

    Perché oggi siamo al 28 maggio.
    E il furgone, a quanto pare, è ancora lì.

    Quindi la Ducale riesce nel piccolo miracolo amministrativo di sforare due calendari contemporaneamente: quello della realtà, perché il mezzo era visibilmente lì già dal 25 gennaio; e quello della propria burocrazia, perché la data di rimozione scritta da loro stessi era il 18 maggio.

    Prima il territorio segnala.
    Poi il degrado resta.
    Poi arriva il cartello.
    Poi scade anche il cartello.
    Poi resta pure il furgone.
    E intanto il furgone smette persino di essere solo un furgone: diventa deposito, pattumiera, contenitore abusivo, piccolo ecocentro non autorizzato in versione Ducato.

    A quel punto non siamo più davanti a un veicolo abbandonato. Siamo davanti a una installazione civica permanente: “Controllo del territorio con rimozione presunta e raccolta rifiuti incorporata”.

    Piccolo dialogo immaginario negli uffici della Ducale:

    — Comandante, abbiamo un furgone abbandonato.
    — Dove? In periferia?
    — No, in via Montanari, in centro.
    — Da quanto?
    — Dalla foto risulta almeno dal 25 gennaio.
    — Bene, avviamo il procedimento.
    — Fatto il 20 marzo.
    — Ottimo. Scriviamo una data di rimozione.
    — Fatto: 18 maggio.
    — Perfetto.
    — E lo rimuoviamo?
    — Non precipitiamo.
    — Nel frattempo lo stanno riempiendo di immondizia.
    — Allora non è più solo controllo del territorio. È economia circolare.

    Ed eccolo lì, il Ducato. Immobile. Fedele. Più puntuale dell’Amministrazione.

    Non serviva l’intelligenza artificiale.
    Non serviva il drone.
    Non serviva il vertice sulla sicurezza.
    Non serviva il comunicato con le solite parole: presidio, attenzione, prevenzione, legalità, decoro.

    Serviva togliere un furgone abbandonato prima che diventasse un cassonetto.

    E invece il risultato è questo: un mezzo già fotografato a gennaio, in via Montanari, nel centro di Mirandola; un procedimento partito a marzo; una rimozione promessa a maggio; una data superata; e una realtà che, al 28 maggio, continua a fare pernacchie al calendario.

    Perché a Mirandola il controllo del territorio funziona così: prima si vede il problema, poi si certifica il problema, poi si appiccica un foglio sul problema, poi passa la data scritta sul foglio.

    Il problema, invece, resta.

    E dentro ci buttano pure l’immondizia.

    Fonti ficose: documentazione fotografica del 25 gennaio 2026; cartello della Polizia Locale con avvio procedimento del 20/03/2026 e data presunta rimozione del 18/05/2026; situazione ancora documentata al 28 maggio 2026 in via Montanari, centro di Mirandola; D.M. 22 ottobre 1999 n. 460 richiamato nello stesso avviso.

  • LA PROTEZIONE CIVILE SULLA MONTAGNA DEI PERCHÉ

    A Mirandola abbiamo scoperto una nuova categoria dell’emergenza: l’area di Protezione Civile che, prima di proteggere i cittadini, deve essere protetta da sé stessa.

    Succede nell’area comunale tra via Giolitti, via Achille Porta e via Gregorio Agnini, vicino alla scuola Dante Alighieri. Lì c’è un cumulo di terra di riporto post-sisma, nato dagli interventi emergenziali successivi al terremoto del 2012. Una specie di monumento involontario alla gestione provvisoria diventata definitiva: non una collina naturale, non un parco, non un’opera pubblica, ma una montagna amministrativa alta circa due metri, rimasta lì a prendere sole, pioggia e determine.

    Poi qualcuno ha avuto l’idea brillante: facciamoci un’area di Protezione Civile.

    Perché, si sa, quando devi scegliere un posto dove accogliere la popolazione in caso di emergenza, la prima cosa che cerchi è un terreno rialzato, da caratterizzare, da scavare, da analizzare, con materiali di riporto, porzioni compatibili solo con usi commerciali/industriali e una parte potenzialmente da mandare in discarica.

    La sicurezza, ma con un certo gusto per il brivido.

    Gli atti dicono che l’area è stata inserita nel Piano di Protezione Civile come area di accoglienza e ricovero con Delibera di Consiglio Comunale n. 108 del 27/11/2023. Il Piano, inoltre, indica espressamente l’Area ex MIPAR via Giolitti tra le aree di accoglienza della popolazione per l’allestimento di tendopoli, roulotte e moduli abitativi. Il DOCFAP spiega poi che il lotto è in rilevato di circa due metri e che, per renderlo fruibile come area di accoglienza, si rende necessario il rimodellamento morfologico, con rimozione di circa 6.300 m³ di materiale, riportandolo possibilmente alla quota della strada e della ciclabile. Il conto? 450.000 euro. Di cui 300.000 euro per lavori, 5.000 euro per oneri della sicurezza e 145.000 euro di somme a disposizione. Una bella spalata di sicurezza urbana, naturalmente a carico del bilancio comunale.

    Ora, nessuno pretende che ogni area di Protezione Civile sia un prato svizzero già pronto, con le tende piegate, il generatore acceso e il caffè caldo per gli sfollati. Ma tra “area da attrezzare” e “area da sbancare” c’è una certa differenza.

    Se per trasformarla in area di accoglienza devi prima rimuovere migliaia di metri cubi di terra, fare campionamenti, distinguere Colonna A e Colonna B, valutare test di cessione, prevedere possibili conferimenti in discarica e mettere a bilancio quasi mezzo milione di euro, forse il problema non è solo il cumulo.

    Forse il problema è aver scelto proprio quel cumulo come area di emergenza.

    Perché le analisi non dicono semplicemente: “è tutta terra normale, spostiamola e amen”.

    No.

    La relazione tecnica divide il cumulo in tre mondi diversi.

    C’è una parte in Colonna A, cioè compatibile con usi più sensibili: verde pubblico, verde privato, residenziale.

    C’è una parte in Colonna B, cioè compatibile solo con siti commerciali e industriali.

    E poi c’è la parte più antipatica, quella che rovina la poesia della Protezione Civile sulla collina: i terreni che superano i limiti del test di cessione, cioè quelli per cui non si guarda solo cosa c’è nella terra, ma cosa quella terra può rilasciare nell’ambiente e nelle acque.

    La relazione Borelli è piuttosto chiara: nella zona centrale-est dell’area il materiale risulta non conforme ai test di cessione, pur risultando conforme ai requisiti di riutilizzo come terra e roccia da scavo in Colonna B. Il parametro del superamento è il cromo totale. Per quei materiali “si prospetta una definizione come rifiuto” per la possibilità di generare inquinamento delle acque, con destinazione a smaltimento da definirsi in fase operativa. In caso di esito negativo dei test di cessione, la relazione suggerisce confronto preliminare con ARPAE, asportazione del materiale non conforme e smaltimento in discarica.

    E non parliamo di un cucchiaino di terra nascosto sotto il tappeto del municipio.

    La stessa relazione stima circa 4.456 m³ di terreno in Colonna A, circa 1.409 m³ di terreno in Colonna B e fino a 436 m³ di “rifiuti da smaltire in discarica”, da confermare in fase esecutiva.

    Quindi no: non è solo una montagnola da livellare.

    È una montagnola da caratterizzare, dividere, interpretare, forse smaltire in parte come rifiuto, e comunque trasformare in un’opera pubblica da 450.000 euro prima di poter dire che lì, in caso di emergenza, ci puoi mettere delle persone.

    E qui bisogna spiegare bene la differenza, perché non è un dettaglio da tecnici: è il cuore politico della faccenda.

    Colonna A significa terreno compatibile con usi più sensibili: verde pubblico, verde privato, residenziale. In parole povere: terra che può stare dove stanno le persone.

    Colonna B significa invece terreno compatibile con siti commerciali e industriali. In parole ancora più povere: terra che può andare bene per capannoni, piazzali, aree produttive. Non automaticamente per un luogo dove, in emergenza, dovresti mettere cittadini, famiglie, anziani, bambini, tende e moduli di accoglienza.

    Quindi il terreno in Colonna B non è “veleno”, non è automaticamente da discarica, non va raccontato con l’elmetto e la sirena. Ma non è nemmeno la terra che spargeresti serenamente sopra un’area destinata ad accogliere popolazione in caso di calamità.

    E la parte non conforme al test di cessione è ancora un’altra cosa: lì il problema non è solo “dove posso riusarla”, ma cosa può rilasciare e se deve essere gestita come rifiuto.

    A questo punto la domanda è banale, quasi volgare nella sua semplicità:

    davvero l’unica idea era prendere quasi tutta la montagna, caricarla sui camion e trasformarla in fatture?

    Perché una strada alternativa, almeno da studiare, c’era.

    Si poteva valutare una soluzione selettiva: rimuovere solo la porzione non conforme, smaltirla in modo autorizzato, mantenere il rilevato dove ambientalmente possibile, confinare il materiale compatibile solo con Colonna B sotto uno strato di terreno buono, coprire con terreno Colonna A o terreno pulito certificato, realizzare rampe carrabili e pedonali, drenaggi, separazioni, capping superficiale, e trasformare quella collina artificiale in una piattaforma rialzata realmente utilizzabile.

    Magari ARPAE avrebbe detto no.

    Magari sarebbe costato troppo.

    Magari tecnicamente non sarebbe stato conveniente.

    Ma allora bisognava dimostrarlo.

    Non basta chiamare un documento “Documento di fattibilità delle alternative progettuali” e poi far sembrare che l’unica alternativa davvero presa sul serio sia quella più comoda da raccontare: la montagna c’è, la montagna dà fastidio, la montagna va portata via.

    Anche perché il Piano comunale di Protezione Civile non parla di aree scelte a sentimento. Le aree di accoglienza o ricovero della popolazione sono definite come luoghi sicuri rispetto alle diverse tipologie di rischio, vicini a risorse idriche, elettriche e fognarie, facilmente raggiungibili anche da mezzi di grandi dimensioni. Non posti dove, prima di montare una tenda, devi smontare una collina.

    Nel Consiglio comunale del 27 novembre 2023, almeno dal verbale, la presentazione del Piano scorre liscia: Doni parla di aggiornamento normativo, codici colore, allertamento, frazioni-sentinella; il geologo Castagnetti spiega la necessità di aggiornare il Piano, mappare i rischi, individuare luoghi e procedure. Tutto giusto, tutto ordinato, tutto votato all’unanimità.

    Ma la domanda che oggi pesa come quei 6.300 metri cubi pare non sia stata fatta:

    questa area è davvero pronta, sicura, accessibile e furba come area di accoglienza?

    Perché la Protezione Civile dovrebbe essere il piano B quando tutto va storto. Qui invece pare che il piano B parta già con un problema A: prima si sceglie l’area di emergenza, poi si scopre che l’area di emergenza è essa stessa un intervento da quasi mezzo milione.

    Il tutto in perfetto stile mirandolese: il sisma produce il cumulo, il cumulo resta lì, il Comune lo promuove ad area strategica, poi scopre che per usarla deve spendere 450.000 euro per sistemarla.

    Dodici anni dopo il terremoto, la terra dell’emergenza diventa l’emergenza della terra.

    O, per dirla ancora più chiaramente:

    non hanno scelto un’area di Protezione Civile da attrezzare. Hanno scelto un’area da sbancare, caratterizzare, separare, forse bonificare e in parte mandare in discarica. Una Protezione Civile che, prima di accogliere gli sfollati, deve evacuare la propria terra.

    E a questo punto la vera funzione di Protezione Civile sembra già chiara: non accogliere i cittadini in caso di calamità, ma proteggere l’amministrazione dalle domande più semplici.

    Tipo questa:

    chi ha guardato un’area rialzata di due metri, piena di terre da caratterizzare, con una parte compatibile solo con usi industriali e una parte potenzialmente da discarica, e ha pensato: perfetta, qui ci mettiamo la popolazione in caso di emergenza?


    Fonti: Delibera di Consiglio Comunale n. 108 del 27/11/2023; Piano comunale di Protezione Civile; Delibera di Giunta n. 117 del 13/05/2026; DOCFAP “Riqualificazione dell’area per la protezione civile in via Achille Porta angolo via Gregorio Agnini”; QTE del 05/05/2026; relazione geologica Borelli sulle terre e rocce da scavo.

  • IL MISTERO DEL CITTADINO POSTUMO

    Ci sono cose che andrebbero lasciate fuori dal teatrino politico.

    La memoria di una persona scomparsa, per esempio.
    Il dolore dei familiari, sicuramente.
    Il nome di chi non può più spiegare, rispondere, smentire o difendersi, ancora di più.

    Per questo la questione non può essere liquidata con una risatina o con il solito “eh, ma sui social fanno tutti così”.

    No.
    Non fanno tutti così.

    Perché c’è una differenza enorme tra inventarsi un personaggio di fantasia e usare il nome di una persona reale.

    Un personaggio satirico, una maschera, uno pseudonimo, una pagina dichiaratamente ironica o politica possono piacere o non piacere, possono essere scomodi, fastidiosi, urticanti, persino indigesti. Ma almeno sono ciò che dichiarano di essere: una costruzione narrativa, una voce pubblica, un’identità simbolica.

    Altra cosa è prendere un nome e un cognome che potrebbero appartenere a una persona realmente esistita, e usarli per intervenire nel dibattito pubblico come se dietro ci fosse un cittadino in carne, ossa e indignazione civica.

    Perché lì non siamo più nella satira.
    Non siamo più nella maschera.
    Non siamo più nel personaggio.

    Siamo in un territorio molto più scivoloso: quello del nome preso in prestito.

    Nel gennaio 2023 compariva un messaggio di cordoglio per Carlo Arrivabeni, ricordato con affetto e salutato con un “R.I.P.”.
    Nel 2026, però, un profilo con quello stesso nome interviene nel dibattito politico mirandolese con la vitalità di un opinionista da salotto, la severità di un censore romano e la puntualità polemica di chi sembra avere molto tempo libero e pochissima voglia di dire chi sia davvero.

    Ora, per educazione e prudenza, l’ipotesi dell’omonimia si lascia sempre sul tavolo.
    Certo.
    Formalmente.
    Come si lascia una sedia vuota alle conferenze stampa in attesa che arrivi qualcuno.

    Solo che, quando si fanno le verifiche possibili a un normale cittadino, quando si incrociano due o tre elementi, quando quel nome non emerge esattamente come presenza civica riconoscibile nel panorama mirandolese, l’ipotesi dell’omonimia comincia ad assomigliare sempre meno a una spiegazione e sempre più a una foglia di fico.

    Con tutto il rispetto per le foglie.
    E per i fichi.

    Il punto, quindi, non è il defunto.
    Il punto è il vivo.
    Sempre che ci sia.

    Perché se dietro quel profilo c’è davvero un omonimo reale, esistente, appassionato di politica mirandolese e casualmente identico nel nome a una persona pubblicamente ricordata come scomparsa, benissimo: basta chiarirlo.

    Una riga.
    Una spiegazione.
    Un “guardate che sono un altro”.
    Fine del mistero.

    Ma se invece quel nome viene usato da qualcun altro per fare battaglia politica, per impartire lezioni morali, per attacchi politici e per partecipare al dibattito pubblico con un’identità presa in prestito, allora il problema cambia completamente.

    Perché l’anonimato è una cosa.
    La satira anonima è una cosa.
    La critica politica anonima è una cosa.
    Inventarsi un personaggio di fantasia è una cosa.

    Usare il nome di un morto, invece, è un’altra.

    Ed è un’altra non perché offenda noi.
    Ma perché rischia di offendere prima di tutto chi quel nome lo ha portato davvero, e chi a quel nome è ancora legato da memoria, affetto e famiglia.

    Quindi, prima di fare sermoni sulla trasparenza, sulla verità, sul rispetto e sul dibattito democratico, forse bisognerebbe partire da una domanda elementare:

    chi sta scrivendo davvero?

    Perché Mirandola ha già abbastanza cantieri fermi, progetti evaporati, determine scritte al contrario e miracoli amministrativi da spiegare.
    Non sentivamo il bisogno anche del commentatore postumo.

    Con tutto il rispetto per chi non c’è più.
    E proprio per rispetto di chi non c’è più.

    La domanda resta lì, semplice e pesante:

    quel nome chi lo sta usando?

    Nota finale per gli spiritisti della tastiera.
    Usare un nome non proprio per intervenire nel dibattito pubblico non è sempre una semplice furbata da social. Se quel nome appartiene — o è appartenuto — a una persona reale, e qualcuno lo usa per far credere agli altri di essere qualcun altro, il terreno può diventare molto scivoloso: possibile uso indebito del nome, possibile sostituzione di persona, tutela dei familiari e della memoria digitale. Noi non facciamo sentenze. Facciamo domande. Ma certe domande, quando toccano i nomi dei morti, pesano più delle battute.

  • IL BAVAGLIO COL MEGAFONO E IL PROCESSO AL CITTADINO NON ALLINEATO

    Partiamo dal post madre, perché merita.

    Ci viene spiegato che a Mirandola il “cittadino comune” non avrebbe più voce.

    “O tace, o si nasconde.”

    Lo si apprende, naturalmente, da un lungo post pubblico, scritto liberamente, pieno di accuse pesanti, toni da città occupata e finale con l’aria negata dalle “paginette rabbiose”.

    Già qui il sipario traballa.

    Perché se davvero Mirandola fosse diventata un luogo dove nessuno può più parlare, forse non sarebbe così semplice pubblicare un sermone in cui si accusa “certa politica di sinistra” di aver reso la città invivibile.

    Invece si parla.

    Si parla eccome.

    Si parla di gogna.

    Di cittadini costretti al silenzio.

    Di gente che al bar, al supermercato e al parco verrebbe guardata male.

    Di figli che pagherebbero le opinioni dei genitori.

    Di foto dei familiari e perfino dell’abitazione.

    Di anonimato non come vigliaccheria, ma come “sopravvivenza”.

    A leggere il post sembra di non essere più nella Bassa modenese, ma in un romanzo distopico dove il Comitato Centrale del Fico controlla il banco salumi, il reparto surgelati e l’altalena del parco.

    Poi arriva la frase madre: “questo non è fare opposizione, è terrorismo psicologico da salotto”.

    Meravigliosa.

    Terrorismo psicologico da salotto.

    Cioè, evidentemente, una cellula eversiva armata di plaid, tisana, screenshot e determine comunali. Gente pericolosissima: non mette bombe, apre l’Albo Pretorio. Non prende ostaggi, legge i quadri economici. Non semina panico, fa domande.

    Ma il vero trucco del post è un altro: prende la critica politica e la trasforma in persecuzione.

    Se rispondi, fai gogna.

    Se ironizzi, odi.

    Se contesti, intimidisci.

    Se chiedi conto di un fatto pubblico, rendi Mirandola invivibile.

    Comodissimo.

    Così non si deve più discutere nel merito. Non servono esempi, prove, episodi precisi, nomi, circostanze. Basta evocare il “clima”.

    Chi sarebbe stato messo alla gogna?

    Quando?

    Per quale commento?

    Con quali conseguenze reali?

    Non si sa.

    Però c’è il “cittadino comune”.

    Figura mitologica della politica locale: non ha volto, non ha dati, non ha casi concreti, ma viene tirato fuori ogni volta che bisogna trasformare una lagna di parte nella voce del popolo oppresso.

    E poi c’è il capolavoro storico: “dopo 74 anni di governo di sinistra”.

    Quindi, se capiamo bene, dopo due sconfitte elettorali della sinistra, il vero potere oppressivo su Mirandola non sarebbe di chi governa, comunica, decide, nomina, inaugura, taglia nastri, assegna deleghe e amministra.

    No.

    Sarebbe di qualche pagina satirica.

    Praticamente la Spectre con la foto profilo.

    Ma il meglio arriva nei commenti, dove il post decide di suicidarsi da solo.

    Arriva Alex Goldoni e scrive una cosa normalissima: basta piagnistei, destra e sinistra alzano i toni, iniziate ad ascoltarvi invece di sentirvi tutti depositari della verità assoluta.

    Una frase persino troppo equilibrata.

    E infatti viene subito trattata come materiale radioattivo.

    Prima risposta: “sono d’accordo, ma lo sarei ancora di più se lo scrivessi anche sotto i post degli altri”.

    Traduzione: prima di dire una cosa sensata devi presentare il certificato di equidistanza, con marca da bollo e timbro del Comune dei Moderati.

    Seconda risposta: “eh no, mi dispiace carissimo, ma si sbaglia”.

    Il “carissimo” è stupendo.

    È quella carezza data con la carta vetrata. Ti stanno dicendo: siediti, adesso ti spieghiamo noi cosa devi pensare.

    E infatti parte subito il catechismo: prima del cambio di colore non c’era odio, poi sono arrivate le pagine anonime, la maschera della satira, le prese in giro, gli attacchi personali, il clima pesante.

    Quindi Alex dice: “forse i toni li alzano tutti”.

    E gli rispondono: “no, il problema siete voi”.

    Perfetto.

    Sotto un post che denuncia cittadini zittiti, il primo cittadino che parla fuori copione viene corretto, normalizzato, rimesso nel recinto.

    Puoi parlare, certo.

    Ma devi dire la frase giusta.

    Devi confermare la narrazione.

    Devi unirti al coro.

    Altrimenti “carissimo, si sbaglia”.

    Poi arriva un altro dettaglio poetico: “dal vivo bisogna avere le palle di dire le cose in faccia”.

    Frase finissima.

    Soprattutto sotto un post che denuncia il clima di intimidazione.

    Diciamo che, per dimostrare serenità democratica, usare il lessico da retrobottega non è proprio Norberto Bobbio.

    E infine c’è l’anonimato.

    Le pagine sarebbero anonime.

    Però, curiosamente, si sa già che sono “di sinistra”.

    Anonime, ma identificate.

    Mascherate, ma catalogate.

    Sconosciute, ma già condannate politicamente.

    A quel punto Raimondo Meloni fa la domanda più semplice, quindi la più pericolosa: se sono anonimi, come fate a dire che sono di sinistra? E se davvero c’è odio, perché non fate un esposto alla polizia?

    Risposta?

    “No comment.”

    Meraviglioso.

    Dopo un poema sul cittadino senza voce, davanti a una domanda concreta arriva il silenzio.

    Non quello imposto dalle paginette.

    Quello scelto quando finisce la sceneggiatura.

    La verità è molto più semplice.

    Il post dice: “la gente non parla più”.

    I commenti dimostrano: la gente parla, ma se non dice quello che deve dire viene subito corretta.

    Questa non è mancanza di libertà.

    È allergia al contraddittorio.

    Non vogliono cittadini liberi.

    Vogliono cittadini allineati.

    Non vogliono il confronto.

    Vogliono il coro.

    E quando qualcuno stecca, parte subito il “carissimo, si sbaglia”.

    Mirandola non è invivibile perché esistono pagine critiche.

    Diventa invivibile quando chi predica libertà di parola pretende in realtà il monopolio del microfono.

    Gli altri possono parlare, certo.

    Ma solo se fanno da eco.

  • IL TERRIBILE PESO DELLA TRASPARENZA

    A Mirandola siamo arrivati a un punto meraviglioso.

    Non c’è abbastanza personale per seguire i cantieri.
    Non c’è abbastanza personale per finire le scuole nei tempi.
    Non c’è abbastanza personale per spiegare bene ai cittadini a che punto sono i lavori.

    Però, evidentemente, c’è sempre abbastanza personale per spiegare in Consiglio comunale perché non bisogna spiegare niente a nessuno.

    La consigliera Laura Bernaroli ha presentato una mozione abbastanza eversiva.

    Non chiedeva l’abolizione della proprietà privata.
    Non chiedeva la nazionalizzazione dei geometri.
    Non chiedeva di mettere un commissario politico dentro l’Ufficio Tecnico con il cappello di Lenin.

    Chiedeva una cosa molto più pericolosa: che sugli edifici scolastici comunali l’Amministrazione facesse periodicamente il punto.

    Cioè:

    • a che punto sono i lavori;
    • quali sono i cronoprogrammi aggiornati;
    • dove ci sono ritardi;
    • perché ci sono ritardi;
    • se esistono riserve economiche o possibili contenziosi;
    • e soprattutto se un edificio è solo “finito come cantiere” oppure è davvero pronto, arredato, pulito, funzionale e utilizzabile da bambini, insegnanti e famiglie.

    Apriti cielo.

    La risposta della maggioranza è stata più o meno questa:
    “Eh no, così si sovraccaricano gli uffici”.

    Anzi, peggio.

    Lety ha parlato di “impegno fisso e imperituro”.

    Fisso e imperituro.

    Non una colata di cemento armato sulla scrivania del geometra.
    Non l’obbligo di incidere i cronoprogrammi su tavole di pietra.
    Non la condanna eterna del tecnico comunale a vagare per i corridoi con un faldone in mano, inseguito dallo spettro del PNRR.

    Una relazione trimestrale.

    Quattro volte l’anno.

    Il terribile supplizio amministrativo di sapere, ogni tre mesi, a che punto sono le scuole dei bambini.

    Poi è arrivato Tiramale, che ha parlato di “aggravio di lavoro” e di “richieste fisse”.

    Perché evidentemente a Mirandola la cosa davvero pericolosa non è avere cantieri scolastici complicati, ritardi, traslochi, giardini non pronti, arredi da acquistare e cronoprogrammi elastici.

    No.

    La cosa pericolosa è chiedere al Comune di mettere tutto in fila ogni novanta giorni.

    Infine il Biondo, che ha raggiunto una vetta quasi poetica: secondo lui una mozione del genere sarebbe un modo per “sviare l’impegno personale”, “sovraccaricando gli uffici tecnici”.

    Traduzione: se un consigliere vuole sapere qualcosa, non chieda un metodo pubblico.
    Si arrangi.
    Passi dagli uffici.
    Mandi una mail.
    Bussi.
    Aspetti.
    Faccia il bravo.
    E magari ringrazi pure.

    Quindi ricapitoliamo.

    Per Lety, Tiramale e il Biondo, avere un quadro trimestrale dello stato degli edifici scolastici non è normale amministrazione.

    È un trauma organizzativo.

    Un Comune che gestisce milioni di euro di lavori pubblici, varianti, collaudi, traslochi, arredi, giardini, contenziosi e riaperture scolastiche, non dovrebbe essere disturbato dalla pretesa barbara di fare il punto quattro volte l’anno.

    Quattro.

    Non quaranta.

    Quattro relazioni in dodici mesi.

    Meno delle sagre.
    Meno delle inaugurazioni.
    Meno delle foto con la fascia.
    Meno dei post autocelebrativi in cui tutto è sempre bellissimo, tutto è sempre sotto controllo, tutto è sempre “in fase di completamento”.

    Il Comune di Mirandola, secondo questa raffinata teoria gestionale, sarebbe in grado di amministrare cantieri complessi, ma non di riassumerne lo stato ogni novanta giorni.

    È come dire: sappiamo pilotare l’aereo, ma non chiedeteci dov’è diretto, perché compilare il piano di volo ci stressa.

    E qui sta il punto più ridicolo.

    Una relazione trimestrale non serve solo alla Bernaroli.
    Non serve solo all’opposizione.
    Non serve solo ai genitori curiosi, ansiosi o rompiscatole.

    Serve prima di tutto al Comune.

    Serve alla Giunta per capire cosa sta succedendo.
    Serve agli assessori per non arrivare sempre dopo.
    Serve agli uffici per lavorare con metodo.
    Serve alla scuola per organizzarsi.
    Serve alle famiglie per non vivere appese alle mezze frasi.
    Serve perfino a Lety per evitare di scoprire in Consiglio che “fine cantiere” non significa “edificio utilizzabile”.

    Un’Amministrazione seria non considera il monitoraggio un fastidio.

    Lo considera il minimo sindacale.

    Perché se hai un quadro aggiornato, governi meglio.
    Se hai un cronoprogramma aggiornato, comunichi meglio.
    Se conosci gli scostamenti, intervieni prima.
    Se sai dove si accumulano ritardi, non aspetti che esplodano.
    Se distingui “fine lavori” da “piena funzionalità”, eviti di vendere fumo con il fiocco tricolore.

    Ma evidentemente qui il problema non è informare i cittadini.

    Il problema è che per informare i cittadini bisognerebbe prima avere le idee chiare.

    Il capolavoro logico, infatti, arriva proprio da Lety.

    Per spiegare perché la mozione non andava bene, ha detto una cosa giustissima: che la fine di un cantiere non significa automaticamente che l’edificio sia utilizzabile il giorno dopo. Servono collaudi, certificazioni, pulizie, traslochi, arredi, finiture, approntamenti.

    Brava.

    Era esattamente uno dei punti della mozione.

    Cioè la maggioranza ha respinto una mozione spiegando, nel merito, che la mozione aveva ragione.

    Un numero di alta scuola.

    È come dire:
    “Noi siamo contrari all’ombrello, perché quando piove ci si bagna”.

    E attenzione: non stiamo parlando della sagra della frittella o della tinteggiatura del ripostiglio comunale.

    Stiamo parlando di scuole.

    Luoghi dove vanno bambini.
    Luoghi dove lavorano insegnanti.
    Luoghi dove le famiglie devono organizzare trasporti, orari, centri estivi, rientri, spostamenti, servizi.

    Ma per la maggioranza una relazione trimestrale sarebbe troppo.

    Troppo faticosa.
    Troppo ordinata.
    Troppo chiara.
    Troppo trasparente.

    Meglio il metodo “quando qualcuno protesta, poi vediamo cosa rispondere”.

    Che è un grande classico della scuola amministrativa mirandolese: prima si naviga a vista, poi quando arriva l’acqua alla cintura si comunica che il terreno era imbibito.

    La verità è semplice.

    La maggioranza non ha bocciato una mozione inutile.

    Ha bocciato l’idea che la trasparenza diventi metodo.

    Ha bocciato l’idea che sui cantieri scolastici l’Amministrazione debba rendere conto prima che i cittadini siano costretti a inseguire le informazioni.

    Ha bocciato l’idea che il Comune debba sapere, ordinare e comunicare ciò che dovrebbe già sapere, ordinare e comunicare per amministrare decentemente.

    Ha bocciato l’idea che la differenza tra “opera finita”, “opera collaudata”, “opera arredata”, “opera pulita”, “opera agibile” e “opera davvero utilizzabile” venga spiegata in modo chiaro, senza il solito gioco delle parole elastiche.

    Perché a Mirandola le parole sono fondamentali.

    “Finito” non vuol dire finito.
    “Pronto” non vuol dire pronto.
    “Utilizzabile” non vuol dire utilizzabile.
    “Trasparenza” non vuol dire informare.

    Vuol dire: se proprio vuoi sapere, fai domanda.

    E così la mozione è stata respinta.

    Undici contrari.
    Sei favorevoli.

    La maggioranza ha scelto il modello amministrativo del buio con accesso agli atti.

    Noi, modestamente, continuiamo a preferire la luce.

    Anche trimestrale.

    Fonti:
    Deliberazione del Consiglio Comunale n. 24 del 29/04/2026.
    Trascrizione del dibattito allegata alla delibera C.C. n. 24 del 29/04/2026.

  • MIRANDOLA AL 40%

    Storia del dirigente Ululì, dei lavori pubblici in saldo e della macchina comunale che perde pezzi mentre promette miracoli

    C’è un momento, nella vita amministrativa di ogni Comune, in cui la propaganda incontra la realtà.

    A Mirandola, di solito, la realtà arriva con un certo ritardo.
    Come i cantieri.
    Come le varianti.
    Come le inaugurazioni.
    Come le promesse.

    Ma quando arriva, porta sempre con sé una cartellina.

    E dentro la cartellina, questa volta, c’è scritto che il Settore II — quello di Territorio, Ambiente e Lavori Pubblici — entra ufficialmente nella gloriosa stagione del part-time istituzionale.

    Perché mentre la città aspetta scuole, palestre, edifici pubblici, recuperi, manutenzioni, progetti, risposte, cronoprogrammi e magari anche un miracolo edilizio con timbro e protocollo, il dirigente del settore, l’ingegner Andrea Lui — che per comodità poetica chiameremo il dirigente Ululì — ha vinto la procedura di mobilità volontaria esterna presso la Provincia di Cremona.

    Non un sussurro di corridoio.
    Non un pettegolezzo da bar del municipio.
    Non una di quelle voci che “si dice ma non si può dire”.

    Sta scritto nello schema di convenzione.

    Ululì a Mirandola, Cremona ululà.

    Il trasferimento definitivo scatterà dal 1° novembre 2026.
    Però, siccome a Mirandola le cose non finiscono mai di colpo, ma si sfilacciano lentamente come certi rapporti sentimentali in cui uno ha già fatto le valigie e l’altro continua a dire che va tutto bene, nel frattempo si inventano la soluzione elegante:

    dal 4 maggio al 31 ottobre 2026, il dirigente viene usato congiuntamente da Mirandola e Cremona.

    Cremona prende il 60% della prestazione lavorativa.
    Mirandola si tiene il 40%.

    Avete letto bene.

    Il Comune che non riesce a chiudere cantieri interi, ora prova a governarli con un dirigente frazionato.

    Un po’ come voler finire una scuola con mezzo geometra, una variante, tre conferenze stampa e una candela accesa davanti al quadro economico.

    Naturalmente negli atti tutto è scritto con il profumo nobile della burocrazia: la convenzione serve a permettere alla Provincia di Cremona di inserire il dirigente e al Comune di Mirandola di “approntare la riorganizzazione del proprio assetto”.

    Che tradotto dal comunalese significa:

    “Sta andando via, noi intanto vediamo come non far crollare il tavolo.”

    E attenzione, perché qui sta il punto.

    Se questa fosse una fase ordinata di passaggio di consegne, uno si aspetterebbe almeno l’ombra di un dirigente entrante.
    Una selezione avviata.
    Una nomina in arrivo.
    Un sostituto individuato.
    Un nome, una procedura, una traccia, un cartello:

    “Scusate il disagio, stiamo cercando un dirigente vero.”

    Invece, per quanto risulta dagli atti oggi disponibili, il 40% di Ululì non sembra servire ad accompagnare serenamente un nuovo dirigente dentro la macchina comunale.

    Sembra più una di quelle convivenze finali dopo la separazione, quando uno ha già trovato casa altrove e l’altro finge che basti dividersi il frigorifero per salvare il rapporto.

    Altro che passaggio di consegne.

    Qui pare più un passaggio di consegne al vuoto.

    Ma il capolavoro non finisce qui.

    Perché appena il dirigente Ululì comincia a evaporare verso Cremona, ecco arrivare un’altra carezza organizzativa: dal 1° giugno 2026, un istruttore amministrativo assegnato al Servizio Edilizia, Urbanistica, Ambiente, sempre dentro il Settore II, passa da tempo pieno a part-time 18 ore su 36.

    Cioè metà.

    Orario: lunedì, martedì, mercoledì e giovedì, dalle 8:00 alle 12:30.
    Venerdì: disperso.
    Pomeriggio: non pervenuto.
    Continuità amministrativa: rivolgersi a Thor.

    E attenzione: il problema non è il dipendente, che ha tutto il diritto di chiedere il part-time, cambiare vita, lavorare altrove o dedicarsi ad altro, ad esempio la coltivazione dei fichi…

    Il problema è che qui non stiamo parlando dell’ufficio “Decorazioni Natalizie e Cuscini da Cerimonia”.

    Stiamo parlando del settore che dovrebbe seguire territorio, ambiente, edilizia, urbanistica e lavori pubblici.

    Cioè esattamente il cuore tecnico di un Comune che ha più opere incompiute che tagli di nastro riusciti.

    E allora il quadro diventa delizioso.

    Da giugno a ottobre 2026 Mirandola rischia di trovarsi con:

    un dirigente dei Lavori Pubblici al 40%;

    nessun dirigente entrante che, allo stato degli atti disponibili, risulti già pronto a ricevere il testimone;

    un istruttore amministrativo del servizio edilizia-urbanistica-ambiente al 50%;

    i cantieri al 100%;

    i ritardi al 100%;

    le varianti al 100%;

    la propaganda, come sempre, al 200%.

    È la nuova matematica amministrativa mirandolese.

    Non si potenziano gli uffici: si assottigliano.
    Non si rafforza la macchina comunale: si mette a dieta, o come dicono certi consiglieri si formano professionisti, peccato che poi fuggono.
    Non si risolvono i problemi: si spalmano sulle poche ore rimaste.

    Il risultato è un Comune che sembra organizzato come una compagnia telefonica:

    per parlare con i Lavori Pubblici prema 1;
    per parlare con il dirigente attenda novembre;
    per parlare con il dirigente nuovo attenda che esista;
    per parlare con il servizio edilizia richiami entro le 12:30;
    per lamentarsi dei ritardi resti in linea, la sua protesta è importante per noi.

    E intanto la politica cosa fa?

    Riorganizza.
    Annuncia.
    Sorride.
    Taglia nastri immaginari.
    Promette date.
    Parla di futuro con la stessa sicurezza con cui certi cantieri parlano di “fine lavori”.

    Peccato che la realtà sia meno scenografica.

    La realtà dice che il dirigente strategico ha già un piede e mezzo a Cremona.
    La realtà dice che un altro pezzo del servizio passa a metà orario.
    La realtà dice che, al momento, questa non appare come una staffetta ordinata con un dirigente entrante, ma come una sottrazione progressiva di presidio tecnico.
    La realtà dice che gli uffici tecnici, già sotto stress, vengono lasciati a gestire l’impossibile con una dotazione sempre più leggera.

    E allora la domanda non è:

    “Perché Lui va a Cremona?”

    La domanda è molto più cattiva:

    ma se persino chi dovrebbe guidare i lavori pubblici cerca Cremona, cosa sa lui che noi cittadini ancora non sappiamo?

    Forse ha visto il cronoprogramma.
    Forse ha letto le varianti.
    Forse ha capito che a Mirandola il futuro dei cantieri non si misura in mesi, ma in ere geologiche.
    Forse, semplicemente, ha deciso che tra un’opera pubblica mirandolese e il Po, il Po è quello che scorre di più.

    Intendiamoci: nessuno è obbligato a restare.
    I dipendenti non sono prigionieri del Municipio.
    E se uno vince una procedura e va altrove, buon viaggio.

    Ma politicamente resta una fotografia impietosa.

    Un’amministrazione che ama raccontarsi come efficiente si ritrova con il settore tecnico più delicato in modalità risparmio energetico.
    Un Comune che promette opere pubbliche si tiene il dirigente al 40%.
    Una Giunta che parla di futuro deve intanto “approntare la riorganizzazione del proprio assetto”, cioè cambiare le gomme mentre la macchina è già nel fosso, il carro attrezzi non è stato ancora chiamato e l’autista sta spiegando ai passeggeri che il viaggio procede benissimo.

    E senza che, per ora, si veda il nuovo ombrello.

    Questa non è gestione.

    È equilibrismo con il caschetto da cantiere.

    E forse è proprio questa la vera cifra della Mirandola contemporanea:
    cantieri lenti, uffici alleggeriti, dirigenti in partenza, istruttori dimezzati, passaggi di consegne senza consegnatario visibile, e una politica che continua a parlare come se avesse in mano una Ferrari amministrativa.

    Poi apri gli atti e scopri che sotto il cofano c’è un triciclo.

    Con una ruota a Cremona.


    Fonti:
    Delibera di Giunta comunale n. 89 del 29/04/2026, approvazione della convenzione tra Comune di Mirandola e Provincia di Cremona per l’utilizzo congiunto del dirigente Andrea Lui.
    Schema di convenzione allegato: procedura di mobilità volontaria esterna presso la Provincia di Cremona, utilizzo dal 4/05/2026 al 31/10/2026 e prestazione al 60% per Cremona.
    Determina n. 438 del 19/05/2026: trasformazione a part-time 18/36 di un istruttore amministrativo assegnato al Servizio Edilizia Urbanistica Ambiente – Settore II, dal 1/06/2026.

  • IL BIOMEDICALE È STRATEGICO. I LAVORATORI SONO ACCESSORI DI SCENA.

    Quando la crisi Gambro-Vantive scoppiò per la prima volta, la Lety corse.

    Corse con gli altri sindaci, corse con le dichiarazioni, corse con la vicinanza, corse con la fascia tricolore stirata bene e il tono grave di chi ha appena scoperto che il biomedicale non è solo uno sfondo per i convegni, ma anche gente vera che lavora, produce, timbra, si preoccupa e magari ha pure un mutuo.

    A febbraio era tutto un fiorire di “piena vicinanza”, “massima attenzione”, “non possiamo restare indifferenti”, “presenza necessaria dei sindaci”. Parole importanti. Parole solenni. Parole da mettere in cornice, possibilmente vicino al badge dell’Auditorium.

    Poi però la crisi ha avuto una pretesa fastidiosa: non si è accontentata del comunicato stampa.

    È andata avanti.

    E il 19 maggio la situazione è diventata perfino più grave: il tavolo al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, fissato da quasi due mesi, salta. Niente nuova data. Niente spiegazioni convincenti. Niente risposte chiare. I lavoratori scioperano. I sindacati chiedono trasparenza sulla vendita, sull’advisor, sul perimetro dell’operazione, sui potenziali acquirenti, sugli investimenti, sul futuro di centinaia di famiglie.

    E lì, nel momento in cui la “vicinanza” avrebbe dovuto farsi presenza, corpo, piazzale, faccia, scarpe sull’asfalto e non frasetta nel comunicato, la Lety scompare dal quadro.

    Non risulta nelle cronache del presidio.

    Non risulta protagonista della mobilitazione.

    Non risulta in prima fila con i lavoratori.

    Risulta invece, il giorno dopo, comodamente ricomparsa dove il biomedicale non puzza di sciopero, non fa domande scomode, non chiede garanzie occupazionali e soprattutto non obbliga nessuno a guardare negli occhi chi rischia il futuro.

    All’Auditorium Rita Levi Montalcini.

    Lì sì che il biomedicale torna bello.

    Pulito.

    Numerato.

    Addomesticato.

    512 imprese.
    Oltre 14.500 occupati.
    131 milioni investiti in ricerca e innovazione.
    Polo europeo.
    Asset strategico.
    Capitale umano.
    Ecosistema integrato.
    Manifattura avanzata.
    Intelligenza artificiale.
    Sostenibilità.
    Resilienza.

    Una meraviglia.

    Perfetto per il ritmo di lettura da mitragliatta della Lety.

    Peccato che appena il “capitale umano” smette di essere una formula da slide e diventa lavoratori in sciopero davanti ai cancelli, la poesia istituzionale si inceppa.

    Perché questa è la fotografia politica: davanti alla crisi vera, la sindaca che a febbraio proclamava la necessità di esserci pare molto meno necessaria. Davanti al convegno, invece, la presenza torna improvvisamente utilissima.

    Quando ci sono i lavoratori, prudenza.

    Quando ci sono i numeri, entusiasmo.

    Quando c’è il piazzale, silenzio.

    Quando c’è la poltroncina, comunicato.

    Quando c’è da chiedere conto al Ministero di un tavolo saltato senza una data, passo felpato.

    Quando c’è da celebrare il biomedicale come grande vanto territoriale, tutti in posa dentro la brochure vivente dell’eccellenza emiliana.

    E allora viene da chiedersi: ma per la Lety il biomedicale cos’è?

    Un settore da difendere quando trema?

    O un fondale da inaugurare quando brilla?

    Perché l’eccellenza industriale non è un soprammobile da esibire nei giorni buoni. Non è una vetrinetta da lucidare quando arrivano Regione, Ministero, relatori e fotografi. È anche il luogo dove centinaia di lavoratori scoprono che il proprio futuro può essere sospeso da una multinazionale, da un fondo, da una vendita globale e da un Ministero che rinvia il tavolo come fosse una riunione di condominio.

    E lì si vede la differenza tra la politica e la scenografia.

    La politica sta dove il problema brucia.

    La scenografia sta dove il problema è già stato trasformato in titolo, grafico, percentuale e applauso.

    La Lety, a febbraio, aveva detto che non si poteva restare indifferenti.

    Perfetto.

    Il Fico prende nota.

    Ma l’indifferenza non è solo non dire nulla.

    A volte l’indifferenza è dire moltissimo, purché lontano dal punto esatto in cui bisognerebbe esserci.

    A volte è riempirsi la bocca di “14.500 occupati” mentre pochi chilometri più in là centinaia di occupati veri chiedono di non essere trattati come una riga sacrificabile nel bilancio mondiale di un fondo.

    A volte è celebrare il “capitale umano” stando alla larga dagli esseri umani.

    A volte è difendere il biomedicale solo quando non disturba.

    E questa, purtroppo, è la specialità della politica da auditorium: prendere una crisi, togliere i lavoratori, aggiungere tre numeri, due formule, un relatore ministeriale, una foto istituzionale, e servirla come eccellenza del territorio.

    Il risultato è perfetto.

    Una crisi industriale con vista convegno.

    Una solidarietà a intermittenza.

    Una sindaca presente quando il biomedicale applaude se stesso, molto meno visibile quando il biomedicale chiede aiuto.

    Mirandola, cuore del distretto biomedicale.

    Peccato che quando il cuore va in fibrillazione, qualcuno preferisca misurargli il battito da una comoda poltrona.

  • NELLA MENTE DEI PAZZI NO. NEGLI ATTI DEL COMUNE SÌ.

    C’è una cosa che andrebbe detta subito, prima che qualcuno ricominci con la solita fiera delle bandierine piantate sul dolore.

    Nella mente di chi compie un gesto folle, criminale, devastante, noi non possiamo entrare.

    Non possiamo entrare nella testa di chi, nella notte tra il 20 e il 21 maggio 2019, appiccò l’incendio alla sede della Polizia Municipale di via Roma, provocando una tragedia che Mirandola non potrà mai dimenticare.

    Ma negli atti di un’Amministrazione comunale, invece, si può entrare benissimo.

    E infatti noi lì entriamo.

    Entriamo nelle determine, nelle delibere, nei quadri economici, nei progetti, negli incarichi, nelle promesse, nelle candidature, nei soldi assicurativi, nei puntelli e nelle lamiere.

    Perché il rispetto per le vittime non si misura con i post commemorativi scritti una volta all’anno.
    Si misura anche, e forse soprattutto, da ciò che una città fa del luogo materiale della tragedia.

    E qui il problema è enorme.

    Perché l’ex sede della Polizia Locale di via Roma non è solo un edificio danneggiato. È una ferita urbana. È il punto fisico in cui Mirandola ha perso due donne innocenti, ha visto famiglie evacuate, appartamenti bruciati, un presidio pubblico distrutto, una comunità lacerata.

    Eppure, a distanza di anni, quell’edificio non è stato recuperato.

    Non è stato restituito alla città.

    Non è tornato a essere un luogo vivo, utile, dignitoso.

    È rimasto lì: inagibile, chiuso, vulnerabile, degradato, raccontato mille volte negli atti e pochissime nei fatti.

    Gli atti del 2019 parlavano già di urgenza. La Giunta approvò un progetto definitivo-esecutivo per la messa in sicurezza dell’immobile, proprio per consentire l’accesso in sicurezza e procedere alla stima dei danni.
    La determinazione successiva affidò i lavori di messa in sicurezza, con posa di puntelli telescopici per sorreggere le parti danneggiate e permettere le operazioni peritali. Poi arrivarono gli incarichi di progettazione. Già nel luglio 2019 venne affidato un incarico professionale per la messa in sicurezza, il ripristino e la ristrutturazione dell’immobile denominato Ex Milizia, parte comunale, danneggiato dall’incendio. Non solo: negli atti si parlava esplicitamente anche di revoca dell’inagibilità e di rientro delle famiglie negli appartamenti.

    Poi arrivarono gli indennizzi assicurativi.

    Nel 2021 il Comune quantificò i danni al fabbricato: 407.300 euro per il Comune, 120.552 euro per ACER, più supplementi e somme legate a demolizioni e sgomberi. Nello stesso atto si richiama anche un progetto di messa in sicurezza, ripristino e ristrutturazione quantificato in 740.000 euro.

    Poi arrivò il progetto museale.

    L’Ex Milizia doveva diventare anche spazio culturale, museo, sale espositive. Nel 2021 si fecero indagini strutturali per il recupero dell’unità destinata a Museo e Sale espositive.
    Sempre nel 2021 si affidò al Politecnico di Milano un incarico per le linee di indirizzo del Museo Jean Mascii all’interno dell’Ex Milizia.

    Poi arrivò il progetto PNRR.

    Nel 2022 la Giunta approvò un progetto definitivo da 1.086.400 euro per trasformare l’immobile di via Roma/via Greco in spazio per attività culturali e socio-assistenziali: al piano terra casa delle associazioni, spazi d’incontro e sala conferenze; al primo piano tre appartamenti danneggiati dall’incendio destinati a profughi in fuga dalle guerre.

    Bellissimo.

    Sulla carta.

    Perché quel progetto non è mai partito.

    La candidatura PNRR non ha prodotto il recupero. Il cantiere di rinascita non si è visto. L’edificio non è stato restituito alla città.

    E allora la domanda è semplice: dopo anni di parole, progetti, commemorazioni, accuse, proclami e dito puntato contro quelli di prima, che cosa è stato fatto davvero?

    I consolidamenti.
    I puntelli.
    La messa in sicurezza.
    E, per quanto risulta, due lamiere messe a chiudere gli accessi posteriori.

    Due lamiere.

    Ecco il grande monumento amministrativo alla memoria.

    Non un recupero.
    Non un progetto realizzato.
    Non appartamenti restituiti all’edilizia sociale.
    Non uno spazio pubblico riconsegnato alla città.
    Non un luogo ferito trasformato in luogo di comunità.

    Due lamiere.

    Il punto non è negare la tragedia. Il punto è l’esatto contrario: prenderla finalmente sul serio.

    Perché se quell’edificio fosse stato recuperato, oggi Mirandola avrebbe potuto avere appartamenti sociali, spazi per associazioni, funzioni pubbliche, un luogo capace di ricucire almeno simbolicamente lo strappo del 2019.

    E invece no.

    La ferita è rimasta aperta.

    E questo offende prima di tutto le vittime. Offende la loro memoria. Offende i familiari. Offende i residenti che da anni vedono quel pezzo di città bloccato in una specie di lutto amministrativo permanente.

    Fa abbastanza impressione vedere certa politica ricordare ogni anno via Roma come simbolo della svolta, quando proprio quella politica, per due amministrazioni di centrodestra, non è riuscita a dare una risposta vera al luogo simbolo di quella tragedia.

    Perché una cosa è vincere le elezioni cavalcando una ferita.
    Un’altra è curarla.

    E qui la ferita non è stata curata.

    È stata protocollata.

    È stata assicurata.

    È stata candidata.

    È stata descritta in quadro economico.

    È stata destinata a museo, poi a sale espositive, poi a casa delle associazioni, poi ad alloggi per profughi.

    Ma non è stata guarita.

    A Mirandola si è detto: “abbiamo mandato a casa quelli di prima”.

    Benissimo.

    Poi però bisognava mandare avanti il recupero.

    E lì, curiosamente, la grande energia morale della propaganda si è trasformata nella consueta postura amministrativa mirandolese: schiena dritta in campagna elettorale, ginocchia molli davanti ai cantieri.

    Perché ridare dignità all’ex sede della Polizia Locale avrebbe avuto un valore enorme.

    Avrebbe significato dire alla città: qui è accaduto qualcosa di terribile, ma noi non lasciamo che il luogo della tragedia diventi un rudere, un bivacco, un retrobottega della memoria, una pratica da spostare da un ufficio all’altro.

    Avrebbe significato onorare davvero Marta Goldoni e Yaroslava Kryvoruchko.

    Non con le frasi solenni.

    Con i mattoni.

    Con gli appartamenti.

    Con una porta riaperta legalmente, non con due lamiere per impedire ingressi abusivi.

    La memoria non è solo scrivere i nomi delle vittime alla fine di un post.

    La memoria è anche impedire che il luogo in cui sono morte diventi il simbolo dell’incapacità di amministrare dopo aver predicato giustizia, sicurezza e riscatto.

    Perché nella mente di un folle non possiamo entrare.

    Ma negli atti del Comune sì.

    E gli atti, purtroppo, raccontano una cosa molto semplice:

    Mirandola ha avuto il tempo per trasformare via Roma in un segno di rinascita.

    Ha avuto progetti.

    Ha avuto indennizzi.

    Ha avuto incarichi.

    Ha avuto destinazioni d’uso.

    Ha avuto perfino il PNRR da tentare.

    Quello che non ha avuto è il recupero dell’edificio.

    E allora forse, prima di usare ancora quella tragedia come randello politico, qualcuno dovrebbe fare una cosa molto più semplice, molto più seria, molto più rispettosa.

    Aprire il fascicolo.

    Guardare l’edificio.

    Guardare le lamiere.

    E chiedersi se davvero questa sia la dignità che Mirandola doveva restituire a via Roma.