Categoria: Mirandola

Ida Wells

  • IL BANDO DA 80/100

    o della manifestazione d’interesse che cercava un gestore, ma ha trovato la calcolatrice spenta

    A Mirandola è comparsa una nuova creatura amministrativa: il bando a completamento libero.

    Funziona così: il Comune pubblica una manifestazione d’interesse per affidare centri estivi, pre-ingresso, post-scuola e assistenza scuolabus. Servizi delicatissimi: bambini, famiglie, disabilità, scuole, personale, rette, PEF, convenzione.

    Materia da bisturi.

    E invece arriva la mannaia buona per la pcarìa.

    Prima scena: la Determina 322 dice che possono partecipare tutti gli enti del Terzo Settore. Poi arriva l’avviso e restringe tutto ad associazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale. Poi arriva il modulo di candidatura e, per non sbagliare, mette solo due caselline: volontariato o promozione sociale.

    Gli altri enti del Terzo Settore?
    Evaporati.
    Come i refusi quando li legge il Fico.

    Seconda scena: la Determina 338 approva l’avviso, ma dentro l’avviso ci sono ancora i campi da compilare: “determinazione dirigenziale n. __/2026”, “determinazione del Settore III n. __/2026”, scadenza entro le ore 11:00 del ..2026.

    Un avviso pubblico con la data a sorpresa.
    La gara in stile Settimana Enigmistica.

    Terza scena: il PEF. In determina si cita il protocollo 17569/2026. Nell’avviso compare il PEF prot. 16218/2026. Poi il PEF dei centri estivi parla di 30.000 euro di contributo massimo, mentre gli atti comunali viaggiano a 29.000.

    Mille euro spariti nel tragitto tra un allegato e l’altro.
    Forse saliti sullo scuolabus.

    Quarta scena: l’anno scolastico. Negli atti compare più volte 2026/2037. Non 2026/2027. 2037.

    Altro che prolungamento orario: qui il post-scuola dura undici anni.

    Ma il capolavoro, quello da appendere in sala consiliare accanto alla calcolatrice scarica, è la griglia dei punteggi.

    Il Comune scrive i criteri di valutazione:
    10 punti per il preingresso,
    10 per il prolungamento,
    20 per il progetto educativo,
    10 per il piano economico,
    5 per le esperienze pregresse,
    15 per struttura e personale,
    10 per le migliorie.

    Totale: 80.

    Subito sotto, però, l’avviso parla di soglia minima pari a 60/100.

    Sessanta su cento.
    Ma i punti disponibili sono ottanta.

    È una meraviglia.

    La matematica amministrativa mirandolese:
    si parte da 80, si finge 100, si boccia sotto 60 e si spera che nessuno faccia la somma.

    INTERMEZZO TEATRALE

    — “Dirigente, i punteggi al massimo fanno 80.”
    — “Perfetto.”
    — “Ma abbiamo scritto 60/100.”
    — “Ancora meglio.”
    — “Quindi il massimo è 80 su 100?”
    — “Esatto.”
    — “Ma manca il 20%.”
    — “Lo mettiamo nelle proposte migliorative.”
    — “Tipo?”
    — “Saper contare!”

    Poi arriva la Determina 376. Finalmente la rettifica. Il Comune ammette che nella 322 e nella relazione tecnica c’erano “incongruenze” che si sono “riverberate” nell’avviso.

    Che poesia.

    A Mirandola gli errori non si propagano.
    Non si copiano.
    Non si trascinano.
    Si riverberano.

    La rettifica corregge la platea dei partecipanti, rifà i punteggi e li porta finalmente a 100: 15, 15, 20, 15, 10, 15, 10.

    Miracolo.

    Dopo giorni di nebbia, qualcuno ha imparato a fare le somme.

    Però il Comune concede solo tre giorni in più: dal 9 al 13 maggio. Perché quando cambi soggetti ammessi, criteri di valutazione e struttura della procedura, vuoi mica dare troppo tempo alla gente per capirci qualcosa?

    E qui arriva il colpo finale.

    La rettifica che corregge l’avviso è, a sua volta, da correggere.

    Perché nell’ultimo avviso di rettifica restano ancora i campi vuoti: “determinazione dirigenziale di rettifica n. __/2026”. E quando deve indicare la nuova scadenza, quella che la Determina 376 fissa chiaramente al 13 maggio alle ore 12:00, l’allegato scrive ancora: entro le ore 12:00 del //2026.

    La rettifica della rettifica rettifica, ma non compila.

    È il bando matrioska: apri l’errore, trovi la rettifica; apri la rettifica, trovi un altro errore.

    Qui non siamo davanti al singolo refuso.
    Siamo davanti a una procedura che nasce storta, cammina zoppa, viene fasciata male e poi rimandata in strada con le stampelle al contrario.

    Perché un bando pubblico non è una bozza su Word. Non è il foglio appeso al frigorifero. Non è “poi mettiamo la data”. È l’atto con cui l’amministrazione dice ai soggetti interessati: questi sono i requisiti, questi sono i punteggi, questi sono i termini.

    Se i requisiti cambiano, i punteggi non tornano, i protocolli ballano, gli anni scolastici arrivano al 2037 e persino la rettifica resta con i buchi bianchi, il problema non è il Fico che legge.

    Il problema è che qualcuno scrive.
    Qualcuno pubblica.
    E qualcuno firma.

    Il Fico perdona.
    L’80/100 no.

  • IL FICO AVEVA RAGIONE. LA DUCALE SI PIEGA.

    105.000 euro tolti a SAPIDATA e spostati su SEND: miracolo a Mirandola, la satira precede gli atti.

    C’è una cosa più fastidiosa del Fico quando critica.

    Quando il Fico , purtroppo, ha ragione.

    Perché finché il Fico scrive, si può sempre dire che esagera, che fa satira, che ha il dente avvelenato con l’attuale amministrazione ed ha un odio particolare verso la Ducale.

    Poi però arriva una determina comunale.

    E lì finisce la propaganda difensiva.

    La determina è quella cosa grigia, timbrata, firmata digitalmente, che entra nella stanza e dice:
    “Scusate, il Fico aveva rotto le scatole, ma aveva letto bene.”

    Mesi fa raccontavamo le Avventure Straordinarie di un Verbale Mirandolese: la multa che nasce in Polizia Ducale e poi parte per il suo pellegrinaggio tra stampa, buste, raccomandate, ritorni AR, postalizzazioni, carta, altra carta, ancora carta, con SAPIDATA sullo sfondo e San Marino che luccica come una piccola Las Vegas a fiscalità agevolata.

    Sembrava satira.

    Era un preventivo del futuro.

    Perché adesso arriva la determinazione n. 371 del 5 maggio 2026 e succede l’impensabile: la Polizia Ducale prende 105.000 euro dall’impegno SAPIDATA e li sposta su PagoPA/SEND.

    Centocinquemila euro.

    Non la mancia del postino.
    Non il resto delle buste gialle.
    Non due spiccioli caduti dietro la stampante.

    Centocinquemila euro che salutano la vecchia liturgia cartacea e vanno verso la piattaforma digitale nazionale.

    E la parte comica, se non fosse amministrativamente imbarazzante, è la motivazione: il Comune scrive che le somme impegnate per SAPIDATA risultano superiori al fabbisogno effettivo stimato, anche perché l’introduzione della notifica digitale riduce le attività fatturabili all’Ente; al contrario, occorre aumentare le risorse per SEND per l’aumento delle transazioni e delle necessità operative del Comando.

    Traduzione per chi non parla il dialetto dei capitoli di bilancio:

    la carta era troppa.
    SEND funziona.
    SAPIDATA arretra.
    Il Fico aveva ragione.

    Lo so, è una frase dolorosa.

    Andrebbe detta con prudenza, magari preceduta da un minuto di silenzio per tutti pensieri (alcuni non troppo amichevoli) partiti da Via 29 Maggio.

    Ma tant’è.

    Il Fico aveva ragione quando diceva che il sistema delle notifiche mirandolesi sembrava progettato da un nostalgico del 1998 con il fax nel cuore e la raccomandata nel comodino. Aveva ragione quando spiegava che SEND non era un giocattolino digitale, ma uno strumento nazionale pensato proprio per ridurre il carnevale di stampa, imbustamento, postalizzazione, ritorni e lavorazioni accessorie. Aveva ragione quando diceva che il problema non era la multa, ma il viaggio ottocentesco che la multa doveva fare prima di bussare alla porta del cittadino.

    Naturalmente il Comune non poteva scrivere:
    “Confermiamo le tesi del Fico della Mirandola”.

    Sarebbe stato troppo bello e sincero.

    Hanno preferito una formula più elegante:
    “riduzione parziale per economia dell’impegno”.

    Che suona come una carezza contabile.

    Ma il senso resta quello:
    avevamo messo troppi soldi sul vecchio sistema, perché il digitale ora riduce le attività fatturabili.

    E qui arriva l’altra parte, quella che farà bene alle casse comunali più di tanti discorsi sulla modernizzazione: SEND costa molto meno.

    Se il vecchio sistema cartaceo arrivava a costare attorno agli 11,50 euro a notifica, con SEND si scende drasticamente: nel caso digitale siamo intorno ai 2 euro, quindi oltre l’80% in meno; anche quando serve il passaggio cartaceo tramite la piattaforma, il costo resta sensibilmente più basso, fino a circa il 50% in meno nei casi più favorevoli.

    In pratica: ogni verbale che smette di fare il turista tra carta, buste e ritorni AR è un piccolo respiro per il bilancio comunale.

    Attenzione: oggi quei 105.000 euro non sono ancora “risparmio libero”. La determina dice che lo spostamento avviene a parità complessiva di stanziamento. Quindi non diventano automaticamente geometri, tecnici, manutenzioni o buche tappate.

    Magari.

    Per ora fanno una migrazione: escono dal tempio della cartolina verde ed entrano nel mondo SEND.

    Ma il senso politico è chiarissimo: più il Comune userà SEND, più si creeranno economie di spesa. E quelle economie, se qualcuno non le reinfila subito in qualche altra processione amministrativa, potranno fare bene alle casse comunali.

    Casse che, poverine, a Mirandola vengono sempre descritte come sofferenti, affaticate, anemiche, stese sul lettino con la pezza bagnata sulla fronte.

    Poi scopri che per anni il verbale faceva il Grand Tour della carta.

    Nasceva in Comando, veniva impacchettato, affidato alla filiera, spedito, tracciato, restituito, scannerizzato, archiviato, coccolato come un principino di cellulosa.

    Adesso invece scopre che forse può arrivare a destinazione senza passare dalla via crucis della postalizzazione sanmarinese.

    Nel silenzio, si sente un rumore.

    È la cartolina verde che cade dalla sedia.

    La Polizia Ducale non uscirà mai con un comunicato intitolato:
    Il Fico aveva ragione, ci scusiamo per il disturbo arrecato agli alberi”.

    Però gli impegni di spesa parlano.

    E quando un impegno SAPIDATA viene tagliato di 105.000 euro mentre SEND viene aumentato dello stesso importo, la satira può anche mettersi comoda e ordinare un caffè.

    E allora sì: diciamolo senza falsa modestia, senza abbassare lo sguardo, senza fingere sorpresa.

    IL FICO AVEVA RAGIONE.

    Non perché abbia la sfera di cristallo.
    Non perché preveda il futuro.
    Non perché sia cattivo.

    Ma perché ha commesso il reato più grave nel Comune di Mirandola:

    ha letto gli atti, studiato le alternative e usato il cervello.

    La Ducale si piega.
    SAPIDATA arretra.
    SEND avanza.
    La cartolina verde prepara il testamento.

    E Mirandola scopre, con qualche annetto di ritardo, che nel 2026 una multa può essere notificata anche senza trasformarla in un romanzo borbonico con francobollo, busta e nostalgia.

    Il futuro è arrivato.

    Naturalmente protocollato.

    A questo punto il dubbio è legittimo: forse la Polizia Ducale non cercava il Fico per identificarlo.
    Forse cercava un consulente gestionale gratis.

    Perché se bastava leggere gli atti per capire che SEND avrebbe alleggerito il bilancio, allora più che indagini servivano lezioni private.

  • LA TECA AL CONTRARIO

    A Mirandola ormai anche le teche hanno poteri paranormali.

    La determina è del 28 aprile.
    Il “preventivo” entra al protocollo il 27 aprile.
    Ma la relazione di lavoro racconta ore già fatte l’8, il 9 e il 16 aprile.

    Una teca ai caduti, sì.
    Ma soprattutto una teca ai vivi: quelli che ancora credono che gli atti amministrativi vengano prima dei lavori.

    E infatti l’allegato non si chiama “preventivo”.
    Si chiama “Chiamata intervento – Relazione di lavoro”.

    Con intervento richiesto.
    Intervento eseguito.
    Ore lavorate.
    Materiali usati.
    E casella “da fatturare”.

    Poi arriva la determina, elegante come un notaio che entra in chiesa dopo il matrimonio e dice:

    “Bene, ora autorizziamo il fidanzamento”.

    Ma c’è un dettaglio ancora più gustoso.

    Il 21 aprile, in un post pubblico, qualcuno si accorge che sotto la Loggia dei Pico restaurata le foto dei partigiani non si vedono più.
    Si chiede se siano state spostate.
    O se i lavori non siano ancora finiti.

    Insomma: al 21 aprile, la teca non risulta ancora lì.

    Poi arriva il 25 aprile.
    Celebrazioni ufficiali.
    Memoria.
    Fasce.
    Corone.
    Discorsi.
    E sotto quella lapide viene deposta una ghirlanda.

    Con la teca già installata.

    Quindi riassumiamo la magia amministrativa:

    il 21 aprile la teca non c’è;
    il 25 aprile la teca c’è;
    il 27 aprile entra il “preventivo”;
    il 28 aprile il Comune affida formalmente la fornitura e posa.

    A Mirandola non si fanno affidamenti diretti.
    Si fanno affidamenti retrospettivi.

    Con variante temporale incorporata.

    Il tutto coperto dal QTE rimodulato dopo la Variante n. 2, approvata il 10 aprile.
    Peccato che due giornate di lavoro risultino già l’8 e il 9 aprile.

    E allora la domanda non è quanto costa la teca.
    La domanda è: quando è stato davvero affidato il lavoro?
    Prima della determina?
    Prima del protocollo?
    Prima ancora che il Comune si ricordasse di scrivere gli atti?

    Perché se il 25 aprile la teca era già lì, la determina del 28 aprile non sembra autorizzare un lavoro futuro.
    Sembra benedire un lavoro già fatto.

    E in fondo è perfetto: una teca per ricordare i caduti.

    Dentro, però, andrebbe messa anche una piccola foto della cronologia amministrativa.

    Caduta pure lei.

    che ci sai dello spoiler nell’immagine?

  • 🌧️ ASFALTO BAGNATO, VARIANTE CROCCANTE

    il ribasso d’asta nacque risparmio e morì tappetino

    Mirandola, lavori stradali anno 2025.

    Già il titolo fa ridere, perché quando un lavoro “anno 2025” arriva ancora vivo alla primavera 2026, non è più manutenzione straordinaria: è accanimento terapeutico sull’asfalto.

    Il quadro economico parte da 740.000 euro.
    La gara produce un ribasso del 15,25%.
    L’importo contrattuale scende a 507.240,25 euro.
    Le economie post-gara arrivano a 107.432,90 euro.

    Un cittadino ingenuo direbbe:
    “Bene, abbiamo risparmiato.”

    No, amore.
    A Mirandola il risparmio non si risparmia.
    Si guarda.
    Si annusa.
    Si lascia maturare.
    Poi lo si butta nel bitume e lo si chiama variante suppletiva.

    Il 15 dicembre 2025 i lavori vengono sospesi.
    Motivo ufficiale: condizioni climatiche non idonee.

    E va bene.
    Nessuno pretende di asfaltare con la pioggia, il freddo, il fondo bagnato e la nebbia che firma il SAL al posto del direttore lavori.

    Però negli atti non c’è solo il meteo.
    C’è anche la frase magica: nelle more della redazione della variante.

    Traduzione:

    “Pioveva, sì.
    Ma intanto stavamo preparando l’autopsia del ribasso d’asta.”

    Abbiamo guardato il meteo.
    Dal 15 dicembre al 22 aprile ci sono circa 129 giorni.
    Giorni davvero problematici per lavori stradali: circa 63.
    Giorni che non puoi buttare tutti sulle nuvole: circa 66.

    Arrivando alla determina del 28 aprile, i giorni diventano circa 135.
    Quelli meteo-problematici restano circa 63.
    Gli altri salgono a circa 72.

    Quindi no: non ha piovuto quaranta giorni e quaranta notti.
    Non siamo sull’Arca di Noè.
    Siamo nel Comune di Mirandola.

    Qui non sale l’acqua.
    Sale la variante.

    Dentro la variante finiscono Via Di Mezzo, Via Baccarella, Via Mercadante, incroci, rotatoria, segnaletica.

    Solo le tre strade lineari fanno:

    Via Di Mezzo: 1.470 metri
    Via Baccarella: 625 metri
    Via Mercadante: 150 metri

    Totale: 2.245 metri.

    Con incrocio e rotatoria siamo attorno a 2,4 / 2,5 km equivalenti di interventi.

    Il computo metrico è del 14 aprile 2026.
    La perizia viene sottoscritta il 22 aprile.
    La determina arriva il 28 aprile.

    Ora prendiamo la calcolatrice, quella vietata ai comunicati stampa.

    Dal 15 dicembre al 14 aprile passano circa 120 giorni.
    Per partorire circa 2,5 km equivalenti di variante.

    Risultato: circa 20 metri al giorno.

    Venti metri.

    Un miracolo di lentezza.
    Una lumaca con il caschetto avrebbe chiesto il subappalto.

    E qui non stiamo parlando del progetto del Ponte sullo Stretto, della galleria del Brennero o di una missione NASA su Marte.

    Stiamo parlando di strade già esistenti.
    Strade comunali.
    Asfalto.
    Binderino.
    Tappeto d’usura.

    La grande domanda progettuale, in fondo, era questa:

    “Qui riasfaltiamo o no?”

    Non bisognava inventare una nuova urbanistica della Bassa.
    Non bisognava disegnare Manhattan tra Via Di Mezzo e Via Baccarella.
    Non bisognava fondare Brasilia con il tombino in quota.

    Bisognava guardare una strada, verificare quanto era messa male, misurarla, computarla e decidere se passarci sopra col rullo.

    Eppure, dentro la sospensione, questa illuminazione tecnica avanza alla velocità gloriosa di 18-20 metri al giorno.

    Altro che lavori pubblici.
    Qui siamo alla Via Crucis del binderino: una stazione ogni venti metri, con il RUP che porta la croce, il direttore lavori che tiene il computo e il ribasso d’asta che viene flagellato a colpi di nuovo prezzo.

    E infatti il ribasso?

    Povero.

    Era nato libero.
    Era nato economia.
    Era nato 107.432,90 euro.

    Poi la variante lo ha visto passare e ha detto:

    “Vieni qua, bel risparmino, che ti trasformo in tappetino.”

    Dopo la variante restano 17.559,79 euro.

    L’importo contrattuale passa da 507.240,25 euro a 574.298,55 euro.
    La maggiore spesa complessiva della variante è 83.385,13 euro.

    Tutto sotto il limite del 15%, naturalmente.
    La variante si ferma al 13,22%.

    Che eleganza.
    Che disciplina.
    Che chirurgia.

    È come svuotare il frigo, lasciare un’oliva nel barattolo e dire:

    “Tecnicamente non ho finito tutto.”

    Poi c’è il futuro, che promette poesia nera.

    Perché tutto questo succede con il dirigente Ululì ancora formalmente in sella.
    Ma Ululì è dato in partenza verso Ululà.

    E allora la domanda nasce spontanea, come l’erba nelle crepe dell’asfalto:

    se con la macchina ancora intera, per decidere dove riasfaltare, servono mesi di sospensione e una resa amministrativa da 20 metri al giorno, cosa succederà quando inizierà il balletto del nuovo assetto?

    Chi firma?
    Chi segue?
    Chi apre il file?
    Chi sa dov’è Via Baccarella?
    Chi trova il computo?
    Chi spiega alla variante che il suo papà amministrativo è andato a comprare le sigarette?

    Intermezzo teatrale.

    Cittadino: “Scusate, i lavori stradali 2025 quando finiscono?”
    Comune: “Dipende dal meteo.”
    Cittadino: “Ma ora c’è il sole.”
    Comune: “Appunto, stiamo aspettando una variante nuvolosa.”
    Cittadino: “E il dirigente?”
    Comune: “Uluboh!.”

    La verità è semplice.

    La pioggia c’è stata.
    Il freddo pure.
    La sospensione iniziale aveva una logica.

    Ma quando un cantiere 2025 arriva ad aprile 2026, quando il ribasso evapora quasi tutto, quando una variante da oltre 83 mila euro nasce durante mesi di stop, quando per decidere se riasfaltare o no si viaggia alla velocità di 18-20 metri al giorno, allora non è più meteo.

    È metodo.

    Non pioveva soltanto acqua.
    Piovevano perizie.

    Non era nebbia.
    Era procedura in sospensione.

    Non era freddo.
    Era il ribasso d’asta che tremava, perché aveva capito come sarebbe finita.

    A Mirandola il risparmio pubblico ha una vita breve:
    nasce in gara, cresce nel quadro economico, muore asfaltato.

    Previsioni per i prossimi mesi:
    cielo variabile, ribassi in dissolvimento, varianti sparse, cantieri in decomposizione controllata e possibile peggioramento dirigenziale su tutto il territorio comunale.


    Fonti: Determina n. 357 del 28/04/2026; Relazione tecnico-illustrativa della perizia di variante; Computo metrico estimativo della variante; ricostruzione meteo sul periodo di sospensione lavori.

  • 🏠 “COMPRI CASA A MIRANDOLA? I PRIMI 6 MESI TE LI PAGA IL COMUNE!”

    Così proclama l’assesorlefo Dormi&Rumba dai social del Regno di Budrilandia.

    E tu per un attimo immagini:
    ✨ giovani felici,
    ✨ chiavi consegnate,
    ✨ mutui alleggeriti,
    ✨ Comune amico delle nuove generazioni.

    La realtà racconta una lotteria abitativa con massimale basso, fondo microscopico, precedenza alle coppie, single in fondo, graduatoria da click-day e rimborso dopo che hai già pagato.

    Partiamo dalla promessa: “i primi 6 mesi te li paga il Comune”.

    No.

    La delibera dice che il contributo massimo è:

    👉 3.000 euro per le coppie
    👉 2.000 euro per i singoli
    👉 fondo totale: 20.000 euro per tutta Mirandola.

    Ora, in un mondo normale, uno prende la calcolatrice.

    Un mutuo da 120.000 euro a 20 anni oggi può stare tranquillamente sui 650/700 euro al mese. Sei mesi fanno circa 4.000 euro.

    Quindi il Comune non paga “i primi 6 mesi”.
    Ne paga forse quattro.
    Forse.
    Se sei coppia.
    Se rientri.
    Se arrivi in tempo.
    Se i soldi non sono già evaporati come le promesse elettorali dopo il ballottaggio.

    E con 20.000 euro totali quanti giovani aiuti davvero?

    Pochi.
    Pochissimi.
    Una quantità così ridotta che più che una politica abitativa sembra una foto di gruppo con didascalia: “abbiamo fatto qualcosa”.

    Ma il capolavoro è nei criteri.

    Prima vengono:

    🥇 coppie under 35 che comprano casa;
    🥈 coppie under 35 che affittano;
    🥉 singoli under 35 che comprano;
    🥔 singoli under 35 che affittano.

    Traduzione: se sei single, mettiti in fila dietro.

    Perché evidentemente il giovane solo, con un reddito solo, una bolletta sola ma tutta intera, un affitto solo ma tutto sulle sue spalle, è meno bisognoso della coppia (magari benestante) che magari ha due stipendi.

    Geniale.

    La fragilità sociale misurata con l’album delle figurine della famiglia Mulino Bianco, a questo punto per coerenza, darei la priorità alla coppia dotata di Golden retriever.

    E l’ISEE?

    Grande assente.

    Nella delibera non si vede un criterio sociale forte che dica: prima aiutiamo chi ha davvero meno mezzi. No. Si mettono insieme priorità, età, ordine cronologico, requisiti, esclusioni, ma il bisogno economico reale resta sullo sfondo, come un assessore quando c’è da leggere gli atti.

    Così il giovane precario concorre (con l’handicap) nello stesso recinto della coppietta benestante under 35.
    Tutti uguali davanti al click.
    Meno uguali davanti al conto corrente.

    Altro gioiello: la graduatoria viene costruita anche sull’ordine cronologico di presentazione delle domande.

    Non chi sta peggio.
    Non chi ha più bisogno.
    Non chi rischia davvero di non farcela.

    La casa trasformata in una prevendita TicketOne:
    “Complimenti, sei in coda. Davanti a te ci sono 468 giovani disperati e uno con la fibra più veloce.”

    Poi c’è l’esclusione più surreale: se sei già titolare di un contratto di locazione abitativa nel territorio comunale, sei fuori.

    Quindi se sei giovane, vivi già a Mirandola, paghi già un affitto, resisti già qui, magari vorresti solo migliorare la tua condizione o comprare casa, il Comune potrebbe dirti:

    “Eh no caro, tu hai già commesso l’errore di abitare qui.”

    Politiche giovanili innovative: aiutare chi arriva, dimenticare chi c’è.

    Poi il contributo non è nemmeno anticipato, o pagato di mese in mese.

    Prima paghi tu.
    Paghi mutuo o affitto.
    Per sei mesi.
    Poi dimostri di aver pagato.
    Poi, se tutto va bene, il Comune rimborsa.

    Quindi chi non ha liquidità, chi è davvero in difficoltà, chi avrebbe bisogno dell’aiuto prima e non dopo, resta comunque col cerino acceso in mano.

    È come dire a uno che sta annegando:
    “Nuoti fino a riva, poi ti regaliamo un salvagente.”

    E attenzione ai tempi: entro 90 giorni dalla comunicazione devi presentare contratto di compravendita o locazione registrato.

    Chiunque abbia mai avuto a che fare con banche, mutui, perizie, notai, agenzie immobiliari e Agenzia delle Entrate sa che 90 giorni possono essere un tempo normale solo nella fantasia amministrativa di chi compra casa su The Sims.

    🎤 FINTA INTERVISTA ALL’ASSESORELFO DORMI&RUMBA

    Fico: Assessorelfo, ma quindi il Comune paga davvero sei mesi di mutuo?

    Dormi&Rumba: Certamente. Nel senso poetico del termine.

    Fico: Poetico?

    Dormi&Rumba: Sì. La poesia non va presa alla lettera. Anche “l’Infinito” di Leopardi non aveva il computo metrico.

    Fico: Però la delibera dice massimo 3.000 euro alle coppie e 2.000 ai single.

    Dormi&Rumba: E infatti sono sei mesi emotivi. Non sei mesi bancari.

    Fico: E con 20.000 euro quanti giovani aiutate?

    Dormi&Rumba: Abbastanza per dire che li abbiamo aiutati.

    Fico: Ma perché prima le coppie e poi i single?

    Dormi&Rumba: Perché due persone in foto rendono meglio di una.

    Fico: Ma se la coppia fosse omosessuale?

    Dormi&Rumba: Non mi ci faccia pensare, perderei l’assessorato, il Biondo me la farebbe pagare carissima.

    Fico: Non c’è un vero criterio ISEE forte.

    Dormi&Rumba: Non discriminiamo in base alla povertà. Da noi tutti possono correre ugualmente verso l’esaurimento fondi.

    Fico: La graduatoria sembra una gara a chi presenta prima la domanda.

    Dormi&Rumba: È innovazione digitale. Prima si chiamava bisogno sociale, oggi si chiama velocità di connessione.

    Fico: E il contributo arriva dopo che uno ha già pagato.

    Dormi&Rumba: Certo. Prima dimostri di non avere bisogno, poi ti aiutiamo.

    Fico: Quindi non è “il Comune ti paga sei mesi”.

    Dormi&Rumba: Per caso non è mica il fico?

    Ecco la verità.

    Questo non è un grande piano per i giovani.
    È una micro-misura con maxi-annuncio.

    Un bando che promette casa e consegna condizioni.
    Promette sei mesi e mette massimali.
    Promette sostegno e chiede anticipo.
    Promette attenzione ai giovani e mette i single in fondo.
    Promette politica abitativa e produce una corsa al click.

    A Mirandola ormai funziona così:

    prima lo slogan,
    poi il post,
    poi la faccia soddisfatta,
    poi il Fico apre la delibera
    e trova il trucco scritto in piccolo.

    Dormi&Rumba voleva pagare sei mesi di mutuo.
    Alla fine ha pagherà soprattutto la propaganda.

    Fonti: Deliberazione Giunta Comunale n. 85 del 22/04/2026.

  • 🇮🇹 DALLE ASTE DA PARATA ALLE ASTE DA FACCIATA

    A Mirandola le aste non sono più oggetti.

    Sono una malattia istituzionale.

    Prima l’asta del gonfalone della Polizia Locale, già da cambiare per misteriosa “usura”, come se fosse stata usata per sfondare il portone di Porta Pia invece che per stare ferma in un ufficio e presenziare a qualche cerimonia.

    Ora il Comune alza l’asticella.

    Letteralmente.

    Con Determina n. 353 del 24 aprile 2026 affida la fornitura e posa di due aste per bandiera in acciaio inox con pennacchio in ottone lucido, complete di canotti e staffe, più un intervento sul cancello grande dell’ingresso scalone.

    Totale: 2.336,30 euro IVA compresa.

    Le sole aste: 1.670 euro più IVA.
    Cioè 835 euro più IVA l’una.
    Circa 1.018 euro ad asta IVA compresa.

    Asta.

    Non antenna NASA.
    Non pennone del Quirinale.
    Non albero maestro dell’Amerigo Vespucci.
    Non reliquia garibaldina intagliata da Celso Ceretti.

    Asta.

    Però con pennacchio in ottone lucido.

    Lucido, perché quando devi raccontare che il Municipio è finalmente rinato, almeno qualcosa deve brillare davvero.

    Il capolavoro però non è il prezzo.

    È il tempismo.

    La determina scrive che i lavori del Palazzo Municipale sono stati ultimati il 20 aprile 2026.

    Il 21 aprile arriva il preventivo.
    Il 22 viene protocollato.
    Il 24 arriva l’affidamento.

    Quindi il Municipio era finito.

    Talmente finito che il giorno dopo servivano ancora aste, staffe, canotti, pennacchi e una ritoccatina al cancello.

    A Mirandola “ultimato” ormai vuol dire:

    finito, ma non pronto;
    pronto, ma non decoroso;
    decoroso, ma senza bandiere;
    con le bandiere, ma solo dopo altri 2.336 euro.

    Non è uno scandalo contabile.

    È molto peggio.

    È la fotografia perfetta di un’amministrazione che confonde la conclusione dei lavori con la posa della scenografia.

    Prima il cantiere.
    Poi la variante.
    Poi la proroga.
    Poi il comunicato.
    Poi il pennacchio.

    Perché qui non si governa il patrimonio pubblico.

    Si apparecchia la facciata.

    E allora eccola, la vera inaugurazione mirandolese: non quella del Municipio restituito alla città, ma quella del Municipio imbellettato, pettinato, lucidato e messo in posa come una salma prima della camera ardente amministrativa.

    Dopo l’asta da parata della Polizia Locale, arrivano le aste da facciata del Palazzo.

    Una reggeva il gonfalone.

    Queste devono reggere qualcosa di molto più pesante:

    la propaganda.

    📚 Fonti
    – Comune di Mirandola, Determinazione n. 353 del 24/04/2026.
    – Preventivo F.lli Zanasi del 21/04/2026.

  • IL RULLO CHE NON SERVE A NIENTE. TRANNE FORSE ALLE STRADE.

    C’è una frase, negli atti del Comune di Mirandola, che andrebbe incorniciata e appesa sopra ogni buca comunale: il rullo compressore SAFER 40, targa AAH597, viene messo in vendita perché, pur essendo ancora utilizzabile, “non risulta utile al conseguimento dei fini dell’Ente”.

    Ora, Fico non pretende che con un rullo del 1997 si trasformi Mirandola in una pista di Formula 1, né che basti accenderlo perché le buche si chiudano per devozione amministrativa. Per sistemare le strade servono asfalto, operai, programmazione, manutenzione, responsabilità e quella rarissima materia prima che nei cantieri pubblici mirandolesi pare più preziosa del tartufo: la voglia di farlo.

    Però un piccolo dettaglio resta.

    La perizia dice che il rullo ha 133,74 ore di lavoro, è in buono stato, non presenta nessun danno visibile ed era stimato 15.000 euro. Poi il Comune prova a venderlo. Prima asta: deserta. Secondo tentativo: prezzo ribassato a 11.250 euro. Risultato, determina 345 del 22 aprile 2026: zero offerte. Nessuno lo vuole. Nemmeno scontato.

    Insieme a lui c’è anche lo scuolabus: quasi 472 mila chilometri, Euro 2, sedili lacerati, qualche acciacco e una carriera che sembra ormai arrivata al capolinea. E infatti pure quello resta lì. Ma lo scuolabus, poveretto, almeno ha una scusa: ha portato bambini per venticinque anni. Il rullo invece avrebbe ancora una vocazione naturale. Non trasportare promesse. Compattare strade.

    Ed è qui che la faccenda diventa poesia ducale.

    Perché se il mercato non lo compra, e se le strade comunali continuano a sembrare il plastico tattile della superficie lunare, forse una domanda banale si potrebbe anche fare: ma siamo proprio sicuri che un rullo compressore non serva a un Comune che deve mantenere le strade?

    Magari non serve alla narrazione. Non serve ai post con le foto sorridenti. Non serve ai comunicati stampa con dentro tre volte la parola “attenzione al territorio”. Non serve alla grande liturgia della “valorizzazione del parco mezzi”, dove prima si dichiara che una cosa non serve, poi si prova a venderla, poi nessuno la compra, poi si torna in Giunta a chiedere “nuovi indirizzi”.

    Però alle buche, forse, un po’ servirebbe.

    Perché il cittadino medio, quando prende una voragine con la ruota, non pensa: “che bello, il Comune sta razionalizzando la flotta aziendale”. Pensa altro. Molto altro. E spesso in dialetto.

    Così Mirandola si ritrova con uno scuolabus che non parte più verso nessuna scuola, un rullo nato per compattare il fondo stradale dichiarato inutile mentre le strade chiedono pietà, un’asta che non interessa a nessuno, 14.635,50 euro di entrata prevista che evaporano, e l’ennesimo capolavoro amministrativo: vendere ciò che potrebbe servire e conservare intatta la buca.

    Il rullo non è stato venduto.

    Le strade, invece, continuano a essere compattate ogni giorno.

    Dagli ammortizzatori dei cittadini.

    SONDAGGINO FINALE DEL FICO

    ❤️ Cuoricino: teniamo il compattatore e proviamo a mettere a posto qualche strada comunale, giusto per vedere l’effetto che fa quando un mezzo pubblico serve al pubblico.

    😊 Faccina sorridente: riproviamo a vendere il compattatore, poi con calma facciamo un bel bando per fornire ammortizzatori ai cittadini mirandolesi, ormai veri strumenti di manutenzione ordinaria della viabilità.

    Fonti:

  • IL PEF DEI GIOVANI CHE NON TROVA I GIOVANI

    Ci sono atti comunali che sembrano scritti con una mano, corretti con un’altra e approvati mentre la terza cercava ancora il file giusto sul desktop.

    La Delibera di Giunta n. 72 del 10 aprile 2026 parla di attività estive, conciliazione vita-lavoro, prevenzione del disagio giovanile, fascia adolescenziale, sani stili di vita, inclusione, territorio, associazionismo. Insomma: tutto il repertorio delle parole belle.

    Poi però apri il documento e scopri che il servizio vero riguarda bambini e ragazzi dai 3 ai 14 anni. Gli adolescenti dai 12 ai 17 anni compaiono solo con la “possibilità” di iniziative aggregative e con almeno due eventi nel periodo estivo. Due eventi. La politica giovanile in formato omeopatico.

    Il capitolo di bilancio parla di attività ricreative rivolte ai giovani, ma il programma concreto guarda soprattutto a infanzia, elementari e medie. I giovani stanno nel titolo, gli adolescenti nella retorica, i bambini nei numeri.

    E già qui uno potrebbe fermarsi.

    Ma no, perché poi arriva la determina di affidamento del PEF a Media Gestum Consulting. Lì si scopre che la RDO MEPA viene pubblicata dal 29 gennaio al 5 febbraio, mentre la verifica per capire se in Comune esistessero professionalità interne capaci di fare il lavoro parte il 10 febbraio.

    Cioè: prima si cerca fuori, poi si chiede dentro.

    Intermezzo amministrativo:

    — Abbiamo qualcuno in Comune capace di fare questo PEF?
    — Non lo so, chiediamolo.
    — Bene, quando?
    — Dopo aver già chiuso la procedura esterna.
    — Ottimo. Così se qualcuno risponde sì, almeno non crea disagio.

    Su cinque operatori invitati arriva una sola offerta. E naturalmente va bene quella. La concorrenza, a Mirandola, quando è timida viene accompagnata dolcemente verso l’aggiudicazione.

    Poi c’è il dettaglio poetico: il PEF serve anche per i servizi educativi, ma l’incarico viene pagato sul capitolo degli impianti sportivi. A questo punto viene da pensare che anche il preingresso scolastico debba fare riscaldamento a bordo campo prima di entrare in classe.

    E siccome la precisione è tutto, nel PEF del preingresso e del prolungamento orario spuntano ancora formule da centro estivo: “totale costo del servizio di centri estivo”, “ricavi del servizio di centro estivo”. Evidentemente il copia-incolla era rimasto in costume da bagno.

    Anche sulle sedi qualcosa scricchiola: la delibera indica una sede, il PEF ne richiama un’altra. Magari è solo un refuso. Ma quando un atto serve a costruire una gara, affidare servizi, definire tariffe e giustificare scelte amministrative, sarebbe rassicurante che almeno sapesse dove si fanno le attività.

    Alla fine il quadro è semplice: si parla di giovani, ma il servizio si ferma quasi tutto prima; si evocano gli adolescenti, ma gli si concedono due eventi; si verifica l’assenza di competenze interne dopo aver già chiuso la ricerca esterna; si paga un PEF educativo come se fosse roba da impianti sportivi; e gli allegati si portano dietro refusi da copia-incolla.

    Non è una politica giovanile.
    È una gita scolastica dentro la nebbia amministrativa.

    Il Fico perdona. Il PEF no.

    Fonti: Delibera di Giunta n. 72 del 10/04/2026; Determina n. 255 del 31/03/2026; PEF servizi educativi prot. n. 0016218/2026 del 03/04/2026.

  • RADIO PICO COMPIE 50 ANNI.

    Il Comune festeggia la mirandolesità solo quando può metterci sopra il bollino della Lety.

    Oggi Radio Pico compie cinquant’anni.

    Nata a Mirandola, cresciuta a Mirandola, diventata voce del territorio ben prima che qualcuno in Comune scoprisse che la parola “identità” si poteva infilare in un comunicato stampa come il ripieno nei tortellini.

    Cinquant’anni di musica, notizie, piazze, terremoti, giornate qualunque e memoria collettiva.

    Insomma: mirandolesità vera.

    Non quella col logo del Comune in alto, la foto della Lety al centro e sotto la frase scritta dal reparto “radici, tradizioni e altre cose da usare quando conviene”.

    E infatti il Comune tace.

    Strano, perché Radio Pico a Palazzo la conoscono benissimo quando serve da colonna sonora agli eventi, da amplificatore alle passerelle, da microfono gentile per le occasioni buone. Quando c’è da fare atmosfera, la radio esiste. Quando c’è da farle gli auguri per mezzo secolo di storia, improvvisamente sparisce dal dial istituzionale.

    Forse oggi il giornalista della sindaca, quello vestito di nero fuori e probabilmente accordato su frequenze non proprio resistenziali dentro, era ancora provato dall’immane sforzo di essersi sorbito il 25 aprile: una giornata difficile per chi deve maneggiare la parola “Liberazione” senza scottarsi le dita.

    Lo immaginiamo lì, davanti alla tastiera, con la bozza pronta:

    “Auguri a Radio Pico per i suoi 50 anni…”

    Poi il dubbio.

    “Ma non è che così celebriamo qualcosa nato a Mirandola senza che la nostra amministrazione possa rivendicarne anche lontanamente il merito?”

    Panico.

    Meglio tacere.

    Perché il punto è questo: Radio Pico non ha avuto bisogno di una determina, di un taglio del nastro, di una variante, di una proroga, di un assessore sorridente o di una foto con la fascia tricolore ben in vista.

    Ha acceso un microfono.

    E ha parlato ai mirandolesi per cinquant’anni.

    Il Comune, invece, con ufficio stampa, sito, social, newsletter, portavoce, comunicati, retorica identitaria e tutta la fanfara della propaganda civica, oggi riesce nell’impresa più pura:

    dimenticarsi una delle cose più mirandolesi che Mirandola abbia prodotto.

    Radio Pico trasmette da mezzo secolo.

    Palazzo Comunale, oggi, è muto.

    Non per mancanza di segnale.

    Per mancanza di memoria (ma questo già lo sapevamo…).

  • IL 25 APRILE IN Re(minore)

    A Mirandola il 25 aprile non lo hanno abolito. No, sarebbe stato volgare, scoperto, quasi onesto. A Mirandola hanno fatto di meglio: lo hanno lasciato formalmente in piedi, come una delle colonnine del monumento ai Martiri, ma svuotato, deviato, ridotto, accompagnato per strade secondarie, chiuso in biblioteca e servito tiepido, con contorno di discorsi istituzionali e digestivo all’ipocrisia civile.

    La città vera, quella dove passa la gente, quella dove lo sguardo cade, quella dove il simbolo diventa presenza pubblica, è rimasta al mercato. Il listone ai banchi. Il cuore urbano alla merce. Il flusso dei cittadini alle mutande, ai calzini, agli strofinacci e al banchetto dei vannacciani perfettamente inserito nella circolazione naturale della mattina, bello esposto, bello visibile, bello democraticamente piazzato nella parte viva della città, mentre il corteo della Liberazione faceva il giro largo, il giro tortuoso, il giro che non disturba, il giro da pratica scomoda ma obbligatoria.

    La Resistenza a Mirandola non è stata celebrata: è stata smistata.

    I Martiri non sono stati onorati: sono stati raggiunti con percorso a ostacoli.

    Il 25 aprile non è entrato nel centro: gli è stato concesso un passaggio laterale, come ai fornitori.

    E poi tutti al Polo Culturale, tutti in biblioteca, tutti al chiuso, tutti composti, tutti a sorbirsi la liturgia istituzionale della memoria , quella in cui si abbassa la voce, si alza la fascia, si recita la parte, si cita la democrazia, le donne, si pronuncia la parola “libertà” con gravità da pieghevole comunale e poi si torna a casa soddisfatti, perché quest’anno la Resistenza è stata commemorata senza intralciare troppo il banco della biancheria.

    Poi, naturalmente, è arrivata l’intemerata della presidentessa dell’ANPI Mirandola, Francesca Donati, contro il banchetto dei vannacciani. E sia chiaro: sul banchetto aveva ragione. C’è qualcosa di politicamente osceno nel vedere, il 25 aprile, in mezzo al flusso dei cittadini, un banco di chi si muove in quell’area culturale dove la Liberazione viene trattata come una seccatura retorica e le nostalgie sbagliate vengono sempre presentate come “libertà di opinione”. Ma il problema, cara ANPI, non è indignarsi contro quel banco. Il problema è indignarsi solo lì.

    Perché se tu urli contro il banchetto ma accetti da anni che il monumento alla Resistenza resti mutilato, allora non stai difendendo la memoria: stai difendendo il tuo turno al microfono.

    Se ti scaldi davanti al gazebo ma non davanti alle lettere mancanti, allora il tuo antifascismo ha la vista corta.

    Se denunci la provocazione politica ma sopporti la celebrazione declassata, laterale, secondaria, infilata tra mercato e biblioteca, allora non sei più sentinella della memoria: sei parte dell’arredo cerimoniale del Comune.

    E qui non serve nemmeno il Fico. Bastano gli atti. Nel 2022 il Comune scrive che il Monumento ai Caduti di Viale 5 Martiri era stato vandalizzato con l’asportazione delle lettere della dedica e che, per ripristinarlo, erano state valutate due opzioni: rimettere le lettere bronzee oppure realizzare una lastra incisa più duratura e più difficile da deturpare. Le due soluzioni furono condivise anche con ANPI Mirandola e illustrate in Consiglio comunale. Poi, proprio in base alla volontà espressa dai componenti ANPI di mantenere inalterato il valore iconografico originale dell’opera, si decise di procedere con la ricollocazione delle lettere bronzee, salvo poi cambiare idea e dare l’avvallo a alla lastra marmorea.

    Traduzione dal burocratese: ANPI non era fuori dal quadro. ANPI non può fare la verginella sorpresa. ANPI c’era. ANPI fu coinvolta. ANPI scelse la conservazione dell’originale. ANPI volle le lettere bronzee. ANPI poi cambio idea e poi di fronte alla inerzia comunale ZITTA, non un lamento . E oggi, 25 aprile 2026, le foto mostrano un monumento ancora spellato, ancora bucato, ancora umiliato, con le lettere assenti e una colonnina superstite che sembra l’unica reduce rimasta dopo la battaglia contro l’incuria, e la perdita di memoria.

    Poi nel 2023 arriva pure il secondo capitolo della commedia: nuova determina, ulteriori danneggiamenti, due colonnine rotte, sopralluogo, offerta, riparazione, perno di fissaggio, montaggio, foratura, 380 euro più IVA. Non la ricostruzione di Montecassino. Non il Ponte sullo Stretto. Due colonnine. Due.

    Eppure oggi il monumento sembra ancora lì a fare da verbale di accusa contro tutti: contro il Comune che protocolla la memoria e poi la dimentica; contro l’ANPI che tuona contro il gazebo ma non pare aver ottenuto nemmeno il ripristino di ciò che aveva chiesto; contro una città che il 25 aprile lo celebra purché non occupi troppo spazio; contro una classe dirigente che riesce nell’impresa storica di far sembrare i Martiri un problema di viabilità.

    Intermezzo ducale

    “Scusi, passa di qui il corteo della Liberazione?”

    “No, oggi di qui passano le mutande.”

    “E i Martiri?”

    “Strada secondaria.”

    “E il monumento?”

    “Presente, ma in modalità rudere.”

    “Le lettere?”

    “Evocate.”

    “Le colonnine?”

    “Una resiste, probabilmente non deve essere iscritta a l’ANPI.”

    “ANPI?”

    “Indignata, ma a momenti.”

    “Per il monumento?”

    “No, per il banchetto.”

    “Il Comune?”

    “Ha organizzato.”

    “Il mercato?”

    “Ha vinto.”

    “La Resistenza?”

    “Ha fatto il giro.”

    “E i discorsi?”

    “In biblioteca.”

    “Perché?”

    “Perché a Mirandola la libertà si consulta come in sala lettura, quai ad alzare la voce.”

    Ed eccola qui, la fotografia perfetta del 25 aprile mirandolese: i banchi di mutande e calzini al centro, i nostalgici nel flusso, i cittadini che passano, la merce che occupa la scena, la Liberazione che si infila di lato, i discorsi messi al chiuso, il monumento ai Martiri lasciato come un dente cariato della memoria pubblica, e sopra tutto questo la solita faccia compunta di chi, alla fine, dirà che la cerimonia è stata partecipata, sentita, importante, significativa.

    No. È stata una cerimonia addomesticata.

    Una Liberazione col guinzaglio.

    Un 25 aprile da non mettere troppo in piazza, perché la piazza serviva ad altro.

    E la cosa più vergognosa è che il banchetto dei vannacciani, alla fine, non è neppure il fatto più grave. È il sintomo. Il fatto grave è che quella presenza stava dove passava la città, mentre la memoria ufficiale veniva accompagnata altrove, come una vecchia zia imbarazzante da far sedere in fondo, lontano dagli ospiti importanti.

    Il Comune ha lasciato il centro alla normalità commerciale e alla provocazione politica. ANPI ha accettato una celebrazione in tono minore e poi ha fatto la voce grossa solo quando ormai la scenografia era già stata scritta. Il monumento ai Martiri, intanto, stava lì: senza lettere, senza dignità piena, senza quel ripristino che gli atti avevano promesso, affidato, computato, giustificato, discusso, condiviso.

    E allora diciamolo senza zucchero: a Mirandola il 25 aprile non è stato tradito da un banchetto. È stato tradito dalla somma perfetta di piccole vigliaccherie amministrative, accomodamenti simbolici, silenzi comodi e indignazioni selettive.

    Il banco dei vannacciani era indecente.

    Ma un monumento alla Resistenza lasciato così, dopo determine e accordi, nel giorno in cui tutti fanno finta di inchinarsi ai Martiri, è peggio: è l’indecenza fatta monumento.

    Perché il fascismo non torna sempre con gli stivali. A volte torna come nostalgia in gazebo. Ma la memoria muore anche senza stivali: muore per incuria, per rinvio, per cerimonie laterali, per percorsi secondari, per discorsi in biblioteca, per lettere mai rimesse, per colonnine mai viste, per presidenti indignati a metà e amministratori bravissimi a fare corone davanti ai monumenti che non hanno saputo neppure rimettere a posto.

    E allora la prossima volta, prima del discorso, fate una cosa semplice.

    Non provate il microfono.

    Non sistemate la fascia.

    Non allacciatevi il fazzoletto al collo.

    Non cercate la frase solenne.

    Andate al monumento. Guardate i buchi. Contate le lettere mancanti. Guardate quella colonnina rimasta sola come un fucilato legato al palo. Poi chiedetevi se avete ancora il diritto di chiamarla celebrazione.

    Perché oggi, a Mirandola, il 25 aprile non è stato cancellato.

    È stato umiliato con metodo.

    Mercato al centro. Vannacciani nel flusso. Resistenza di lato. Discorsi in biblioteca. Monumento mutilato.

    E tutti zitti, finché non parla il Fico.