ovvero: quando Aristotele incontra Facebook e chiede di essere cancellato
C’è un momento preciso in cui lo Zoon Politikon, cioè l’uomo animale politico, smette di essere una definizione filosofica e diventa una diagnosi veterinaria.
Nel caso di Massimo Marchesi, infatti, il passaggio sembra ormai compiuto: da Zoon Politikon a Zoo Politico.
Non più l’uomo che vive nella polis, discute, ragiona, costruisce comunità. No. Qui siamo alla gabbietta social con la mangiatoia dell’indignazione, l’abbeveratoio del sottinteso politico e il cartello all’ingresso:
“Vietato dare da mangiare al cinismo. Si alimenta da solo.”
La vicenda è semplice e terribile.
Marchesi pubblica nel gruppo “A Mirandola” una immagine devastante della donna ferita a Modena, una persona appena travolta da una tragedia enorme, accompagnandola con la frasetta:
“Fratelli tutti……”
Prego notare i puntini. Perché nello Zoo Politico i puntini sono importanti.
Non spiegano. Insinuano.
Non dicono. Ammiccano.
Non portano rispetto. Portano traffico.
Davanti a una donna mutilata, una persona normale prova orrore, pietà, silenzio. Lo Zoo Politico invece vede la scena e pensa:
“Questa mi fa post.”
Ed ecco la grande evoluzione della specie: dall’homo sapiens all’homo condividens, sottospecie indignatus compulsivus, facilmente riconoscibile perché davanti al dolore altrui non chiama l’umanità, chiama l’algoritmo.
Poi però il post viene ritirato.
E qui uno potrebbe pensare: bene, ha capito.
Macché.
Il ritiro del post non è una presa di coscienza. È il tergicristallo sul parabrezza dopo essere finiti nel letame.
Perché Marchesi non scrive: “Ho sbagliato, ho mancato di rispetto a una vittima, ho usato una immagine che non dovevo usare, chiedo scusa.”
No.
Scrive più o meno: ritiro il post su quella immagine, però ricordiamoci dei nostri fratelli in Nigeria.
Traduzione simultanea dallo Zoo Politico all’italiano:
“Tolgo questa tragedia dal banco frigo e vi propongo il reparto esteri.”
Meraviglioso.
Nemmeno il tempo di capire perché fosse indecente usare il corpo straziato di una donna come materiale politico, che il carrello dell’indignazione viene semplicemente spinto nella corsia successiva.
Prima Modena. Poi Nigeria. Sempre sangue. Sempre morti. Sempre corpi. Sempre dolore altrui trattato come volantino da distribuire alla cassa.
Il problema, quindi, non era il metodo. Il problema era che il metodo si era visto troppo bene.
Piccolo intermezzo zoologico
— Scusi, Zoo Politico, lei cosa ha visto in quella immagine? — Una tragedia. — E poi? — Un messaggio forte. — E poi? — Un post efficace. — E la vittima? — Quale vittima? Ah sì, quella dentro il contenuto.
Ecco il punto.
Quella donna non è stata trattata come una persona. È stata trattata come un supporto grafico.
Una specie di immagine di copertina dell’indignazione. Un manifesto involontario. Una didascalia vivente, anzi ferita, anzi straziata, messa lì per far passare un messaggio politico.
Questa non è compassione. Non è denuncia. Non è solidarietà.
È pornografia del dolore.
E il ritiro del post, fatto in quel modo, non cancella nulla. Anzi, peggiora tutto. Perché dimostra che non c’è stata una vera vergogna morale, ma solo una ritirata tecnica. Una retromarcia social. Il classico: “Oddio, forse questa volta ho esagerato”, seguito immediatamente da “però adesso vi spiego un altro massacro”.
Come se il dolore umano fosse una playlist. Tolgo la traccia 1, metto la traccia 2.
E allora bisogna dirlo chiaramente: il problema non è solo avere pubblicato una immagine indecente. Il problema è avere pensato che quella immagine fosse utilizzabile.
Utilizzabile per una frase. Utilizzabile per un sottinteso. Utilizzabile per fare politica. Utilizzabile per dare la scossetta emotiva al pubblico.
Come quei vecchi venditori ambulanti che urlavano: “Signori, avvicinatevi!”. Solo che qui sul banchetto non ci sono pentole, scope o calzini.
C’è il dolore di una donna.
Fico della Mirandola si scusa con i lettori, perché per documentare quanto accaduto pubblicherà a sua volta gli screenshot, oscurando la vittima e le parti più cruente. Non per rilanciare l’orrore, non per partecipare al mercato della carne esposta, ma per mostrare una cosa precisa: fino a dove può arrivare la politica quando perde il pudore e comincia a usare la sofferenza altrui come materiale da propaganda.
E adesso una domanda semplice agli amministratori del gruppo “A Mirandola”.
Visto che diversi utenti hanno lamentato post non pubblicati, contenuti rimasti in attesa, interventi filtrati o mai approvati, sarebbe interessante capire:
quella immagine è stata approvata manualmente da qualcuno?
Oppure Massimo Marchesi gode di una qualche forma di pre-approvazione, per cui può pubblicare direttamente anche una immagine così violenta, così grave, così moralmente indifendibile?
Perché se il cittadino qualunque resta fermo al casello della moderazione per un post scomodo, mentre lo Zoo Politico entra col camion del dolore e parcheggia in piazza, allora il problema non è solo l’animale politico.
La seconda parola va a chi non è scappato, a chi ha avuto il coraggio di intervenire, bloccare, fermare la furia cieca di un uomo che ha seminato sangue e terrore. A loro va un grazie vero, non da manifesto, non da comunicato, ma da comunità civile.
Poi c’è il resto. C’è il Biondo che, davanti ai feriti ancora caldi, non trova il silenzio, non trova il rispetto, non trova nemmeno la decenza minima. Trova invece il post, l’insulto, la formula pronta, la parola d’ordine da comizio. “Remigrazione”. Come se davanti a nove feriti la priorità fosse spremere la tragedia per farne carburante politico.
Questo non è amore per la sicurezza. Non è difesa dei cittadini. È sciacallaggio a sirene ancora accese. È l’istinto di chi vede il sangue sull’asfalto e pensa subito a come trasformarlo in consenso.
E allora una domanda resta: mentre a pochi chilometri ci sono feriti, paura, famiglie sconvolte e una città sotto shock, è davvero il caso di andare avanti con la Fiera come se nulla fosse, tra zucchero filato, selfie e passerelle indisturbate?
O del Comune che assicura un milione di euro, ma forse inciampa sul biglietto da 28
A Mirandola ormai anche i droni hanno una biografia amministrativa più movimentata di certi assessori. Nascono per guardare le tegole, crescono tra determine, polizze, QR code, broker assicurativi, rinnovi annuali, allegati tecnici e refusi assortiti, e alla fine finiscono pure fermati al posto di blocco dalla Polizia Ducale, non per eccesso di velocità, ma per sospetta assenza del più umile, minuscolo e potenzialmente devastante documento della vicenda: il pagamento d-flight.
La storia comincia nel 2024, quando il Comune acquista un DJI Mini 4 Pro Fly More Combo con radiocomando DJI RC2 per il Settore Territorio, Ambiente e Lavori Pubblici. Finalità dichiarata: ispezionare le coperture degli immobili comunali, verificare tegole rotte, crepe, distacchi di guaine e simili, evitando di mandare personale in quota. Un’idea sensata, moderna, persino intelligente. Il drone costò 1.107,54 euro e venne scelto anche perché il peso, meno di 249 grammi, certificazione C0 e può essere usato in certe categorie senza licenza di pilotaggio remoto.
Poi arriva la polizza. Nel maggio 2024 il Comune attiva l’assicurazione per il drone: premio annuo 200 euro, massimale RCT da un milione di euro, durata un anno senza tacito rinnovo. Nella determina si legge anche che il Comune si è registrato presso l’autorità competente e ha ricevuto il QR-Code Operatore EASA n. ITA-6190580. Dunque, almeno sulla carta, il drone non è il giocattolino del geometra in pausa caffè: è un UAS comunale con codice, assicurazione e responsabilità.
Nel 2025 la polizza viene rinnovata. Nel 2026 viene rinnovata ancora. La determina n. 392/2026 ribadisce che il drone è in dotazione ai Lavori Pubblici, ricorda la registrazione del Comune e il codice operatore ITA-6190580, rinnova la copertura da 200 euro e impegna la relativa somma sul capitolo assicurazioni.
Fin qui, il drone sembra un cittadino modello: comprato, assicurato, registrato, rinnovato. Poi però lo ferma la Polizia Ducale.
Notte. Via Giolitti. Nebbiolina bassa. Una Subaru bianca con lampeggiante blu appostata tra un cartello di cantiere scaduto e una recinzione da cantiere che ha visto giorni migliori. All’improvviso, sopra il municipio, passa lui: piccolo, elegante, quattro eliche, fotocamera, aria da libellula istituzionale.
La paletta si alza.
“Alt! Accosti.”
Il drone plana, tossisce in modalità GPS, atterra sul cofano.
“Documenti.”
Il drone mostra la determina d’acquisto.
“Bene. Comprato per controllare tetti. Non per fare il falco pellegrino sopra la Bassa.”
Mostra la polizza.
“Massimale un milione. Premio 200 euro. Franchigia zero. Molto bene. Quasi commovente.”
Mostra il codice operatore.
“ITA-6190580. Ottimo. Vedo anche nella polizza il codice identificativo QR 1581F6Z9C23CE003JT7U. Peso 0,249 kg. Fotocamera. Operazioni Open e/o Specifiche. Pilota/operatore ‘chiunque in regola e in possesso dei requisiti previsti dal Regolamento ENAC UAS-IT’. Bravo, sembra quasi tutto in ordine.”
Poi l’agente si avvicina, abbassa gli occhiali e pronuncia la domanda che nessun drone comunale vorrebbe mai sentire.
“E d-flight?”
Silenzio.
“L’abbonamento d-flight, caro volatile del patrimonio. Il PRO. La fattura. Il bonifico. Lo split payment. Il CIG. L’ordine. La determina. Il pagamento. Il microdocumento. Il biglietto del tram digitale.”
Il drone fa un bip.
“Non faccia il furbo con me, che qui siamo la Polizia Ducale, mica l’ufficio stampa.”
Perché d-flight non è un soprammobile digitale. È la piattaforma su cui l’operatore UAS si registra, gestisce il profilo, inserisce il drone nella flotta, attiva e stampa i QR code e consulta le mappe operative. Detto in modo semplice: è una specie di bollo digitale del drone, a rinnovo annuale.
E soprattutto d-flight serve prima del volo, non dopo il botto. Le sue mappe permettono di verificare se l’area da sorvolare è compatibile con l’uso del drone: regole dell’aria, zone geografiche UAS, no-fly zone, limitazioni, aree riservate, NOTAM e possibili interferenze con altri traffici aerei. In pratica è il semaforo digitale prima del decollo: controlla che il drone non venga mandato sopra un tetto comunale sperando che il cielo sia vuoto, ma dentro un’area valutata e consentita.
E qui la faccenda diventa tragicomica. Perché negli atti finora emersi si vede tutto ciò che pesa di più e non si vede ciò che pesa di meno. Si vede il drone da 1.107 euro. Si vede la polizza da 200 euro. Si vede il massimale da un milione. Si vedono i rinnovi. Si vedono il codice operatore e il QR del mezzo. Ma non emerge, almeno dalle ricerche fatte finora, la traccia amministrativa del pagamento d-flight: abbonamento, ordine, buono economale, fattura, bonifico, liquidazione, rendicontazione, CIG, qualcosa.
Il manuale d-flight dice che l’abbonamento BASE costa 7 euro l’anno, quello PRO costa 28 euro l’anno, entrambi durano un anno, e soprattutto che l’utente Azienda/P.A. può sottoscrivere soltanto abbonamenti PRO. Dice anche che il primo QR UAS base è incluso nell’abbonamento e che per attivare QR code è necessario aver sottoscritto un abbonamento base/pro.
Tradotto dal burocratese al dialetto della realtà: per una Pubblica Amministrazione non basta entrare su d-flight con la manina alzata dicendo “buongiorno, sono il Comune”. Bisogna avere il profilo giusto, l’abbonamento giusto, il pagamento giusto, e possibilmente una traccia contabile che non sia nascosta nella nebbia padana insieme alla corriera fantasma.
E la cosa più bella, cioè più assurda, è che parliamo di 28 euro. Ventotto. Una cifra così piccola che in municipio potrebbe cadere dietro una stampante e nessuno se ne accorgerebbe. Una cifra più leggera del drone stesso. Una cifra che non fa tremare il bilancio, non sposta il DUP, non rovina il PEG, non sveglia nemmeno il revisore più sensibile.
Ma quei 28 euro, se mancassero davvero, potrebbero diventare il chiodino ridicolo su cui si strappa il mantello dell’assicurazione da un milione.
Perché la polizza non dice: “fate quel che volete, tanto paga Unipol”. Dice che il pilota/operatore deve essere in regola con i requisiti previsti dal Regolamento ENAC UAS-IT. Dice che il drone ha determinati dati identificativi. Dice che l’assicurazione si muove dentro un perimetro tecnico e normativo.
Quindi attenzione: non stiamo dicendo che la polizza non valga. Non stiamo dicendo che il Comune non abbia pagato d-flight. Non stiamo dicendo che il drone voli abusivo sopra i tetti come un piccione con la determina nel becco. Stiamo dicendo una cosa molto più precisa e molto più fastidiosa: se il pagamento d-flight esiste, va mostrato; se non si trova, la domanda è legittima; se non è stato rinnovato, il problema potrebbe diventare molto serio proprio nel momento del sinistro.
Perché se domani il drone cade su un’auto, colpisce una persona, danneggia una grondaia, finisce in un cortile privato o provoca una richiesta danni, l’assicuratore potrebbe non limitarsi a leggere il titolo della determina. Potrebbe chiedere: l’operatore era attivo? L’abbonamento era valido? Il QR era correttamente gestito? Il drone era inserito in flotta? Il pilota era “in regola”? Le condizioni operative erano rispettate? La verifica d-flight era stata fatta? Il Comune stava usando lo strumento dentro il perimetro dichiarato?
E a quel punto non si risponde con il comunicato stampa. Si risponde con le carte.
Non con “abbiamo il drone”. Non con “è sotto i 249 grammi”. Non con “c’è la polizza”. Non con “abbiamo il codice”. Non con “il broker ha detto”. Non con “lo usiamo solo per i tetti”. Non con “ma costa solo 28 euro”.
Si risponde mostrando la traccia amministrativa.
Perché se per pagare 200 euro di polizza si fanno determine, CIG, impegni, rinnovi, broker, pareri, allegati, annotazioni contabili e capitoli di bilancio, allora per il pezzettino d-flight non può valere la liturgia del “fidatevi”. La trasparenza non può diventare puntigliosa quando si tratta dell’assicurazione e vaporosa quando si tratta della piattaforma che regge registrazione, QR e operatività.
Il bello è che d-flight, per le Pubbliche Amministrazioni, non sembra nemmeno un pagamento da bar. Il manuale prevede la procedura per Azienda/P.A., la modalità di pagamento tramite bonifico, la fattura in split payment e una casella dedicata per inserire CIG e riferimenti a determina o ordine.
Dunque il fantasma non è filosofico. È contabile.
Da qualche parte dovrebbe esserci una riga. Un ordine. Un buono. Una fattura. Un pagamento. Una liquidazione. Una rendicontazione economale. Un CIG. Una causale. Un documento. Anche piccolo. Anche microscopico. Anche scritto male, come “d-flait”, “diflait”, “servizio drone”, “crediti piattaforma” o “abbonamento coso volante”. Ma qualcosa.
Invece, per ora, abbiamo il drone con la giacca buona e senza ricevuta del guardaroba.
E allora il posto di blocco ducale riprende.
“Lei è assicurato?”
“Sì.”
“Lei ha il codice operatore?”
“Sì.”
“Lei pesa meno di 249 grammi?”
“Sì.”
“Lei ha il pagamento d-flight?”
“…bip…”
“Scenda dalle eliche.”
Ecco il punto politico-amministrativo: il drone in sé non è lo scandalo. Anzi, è probabilmente uno degli acquisti più sensati fatti per i Lavori Pubblici: evita rischi in quota, permette controlli rapidi, documenta coperture e danni. Ma proprio perché è sensato, andrebbe gestito in modo adulto. Con procedura, registro voli, verifica delle zone, privacy, piloti individuati, abbonamento attivo, QR coerenti, documentazione completa e pagamenti tracciabili.
Invece qui siamo davanti alla solita commedia mirandolese: il Comune compra la tecnologia, ma poi bisogna inseguire la procedura con il retino delle farfalle. La macchina amministrativa riesce a produrre atti per tutto ciò che è grande, visibile, assicurabile, rinnovabile e protocollabile, ma rischia di perdere proprio il tassello più piccolo, quello che nessuno guarda perché costa poco. E sono spesso le cose che costano poco, negli enti pubblici, a costare carissime dopo.
Il drone pesa 249 grammi. La polizza vale un milione. L’abbonamento d-flight costa 28 euro. La domanda, invece, pesa come un tetto comunale dopo dieci anni di infiltrazioni:
dov’è la prova che il Comune ha mantenuto regolare, anno per anno, l’accesso d-flight necessario alla gestione dell’operatore, del QR e dell’UAS?
Se c’è, la tirino fuori. Se è in un buono economale, lo mostrino. Se è in una liquidazione, la pubblichino. Se è in una fattura, la alleghino. Se è nascosto sotto un nome generico, lo dicano. Se invece non c’è, allora il problema non sono i 28 euro: è l’idea che si possa amministrare un drone comunale con la stessa precisione con cui si compila un post-it.
Perché quando un Comune vola, anche basso, non può permettersi di farlo “a sentimento”. E quando un’assicurazione pretende operatori in regola, requisiti validi e dati conformi, il Comune non può rispondere con il proverbiale “abbiamo sempre fatto così”. I rotori girano, ma la responsabilità resta ferma lì, sul tavolo.
Alla fine la Polizia Ducale lascia andare il drone con ammonizione.
“Per questa volta può andare. Ma torni in municipio e dica agli umani che le eliche non bastano. Serve la carta.”
Il drone riparte piano, sopra il tetto comunale. Sotto, negli uffici, qualcuno forse sta ancora cercando il pagamento d-flight. Non in cielo. Non tra le nuvole. Ma nel posto più pericoloso di Mirandola: l’archivio amministrativo.
E lì, si sa, cadono anche i droni migliori.
Fonti: determina di acquisto n. 224/2024 del drone; determina n. 392/2026 di rinnovo polizza UnipolSai/Unipol del drone; manuale utente d-flight versione 15, gennaio 2026.
Nella prima puntata avevamo lasciato i bambini fuori dal recinto del nuovo nido La Chiocciola, incantati davanti alla ruspa: il giardino ancora da inaugurare, la collinetta già da rimuovere, il progetto che incontra la realtà e la realtà che, come spesso accade, chiede un escavatore.
Adesso però smettiamo di guardare la ruspa.
Guardiamo la parola.
Perché nella determina n. 406 del 12 maggio 2026, dedicata al noleggio di uno scavatore per rimuovere il modellamento del terreno a forma di collina nel giardino del nuovo nido, il Comune non scrive soltanto “rimozione”. Non scrive “movimentazione”. Non scrive “rimodellamento”. Non scrive “riutilizzo in sito”. Scrive una cosa molto più impegnativa: “rimozione e smaltimento” del terreno.
E allora la domanda non è cattiva. È obbligatoria.
Perché è stato usato proprio quel termine?
Perché “smaltimento” non è una parola da giardiniere distratto. Non è una parola ornamentale. Non è il modo elegante per dire “spostiamo un po’ di terra”. È una parola che, nel linguaggio ambientale, porta con sé un universo di responsabilità: classificazione, destinazione, tracciabilità, eventuali codici, eventuali formulari, eventuali analisi, eventuale conferimento.
Quindi bisogna scegliere.
O quella parola è stata usata male, con superficialità, in un atto pubblico che riguarda il giardino di un asilo nido.
Oppure quella parola è stata usata bene, e allora bisogna spiegare tutto il resto.
Sono state fatte analisi sul terreno? È stato trovato qualcosa che non va? Esiste una classificazione del materiale rimosso? Quella terra resta nel sito o viene portata altrove? Se viene portata altrove, da chi, dove e con quali documenti? Se invece è terra pulita, ordinaria, innocua, perché chiamarla “da smaltire”?
Queste non sono domande da complottisti della zolla. Sono domande minime quando si parla di un luogo destinato alla prima infanzia. Perché qui non siamo nel retro di un capannone, non siamo in una scarpata industriale, non siamo nel piazzale dimenticato di qualche magazzino. Siamo nel giardino di un nido. Uno spazio dove dovrebbero giocare bambini da tre mesi a tre anni.
Bambini che la terra non la frequentano con prudenza amministrativa. La toccano. La impastano. Ci cadono sopra. La portano sulle mani, sulle ginocchia, nei vestiti, nei capelli. E qualche volta, nella gloriosa tradizione sperimentale della fascia 0-3, se la mettono pure in bocca.
Ed ecco allora il laboratorio didattico involontario della Chiocciola: analisi organolettica del terreno comunale.
Un bambino annusa una zolla e dice: “Maestra, questa sa un po’ di olio.”
Un altro la sbriciola tra le dita: “Io sento ferro. Tipo cancello dopo la pioggia.”
Una bambina prepara i campioni: “Vasetto A: terra normale. Vasetto B: terra scura. Vasetto C: terra strana. Vasetto D: boh.”
Poi arriva il più piccolo, sporco fino al mento, che guarda gli adulti e fa la domanda che nell’atto non trova risposta: “Ma se è terra del nostro giardino, perché la smaltiscono?”
Ecco il punto.
Nessuno sta dicendo che quella terra sia contaminata. Nessuno può dirlo senza documenti. Ma proprio per questo la domanda diventa ancora più seria: le garanzie di sicurezza di un luogo destinato alla prima infanzia sono garantite oltre ogni minimo dubbio?
Non “abbastanza”. Non “presumibilmente”. Non “si vedrà”. Oltre ogni minimo dubbio.
Perché quando si parla di bambini piccolissimi, il dubbio non si gestisce con le parole elastiche. Si scioglie con gli atti, con le analisi se necessarie, con le destinazioni chiare, con la tracciabilità, con una spiegazione limpida.
L’affidamento è piccolo: 847,16 euro per quattro giorni di noleggio escavatore. Ma la domanda è grande. Molto più grande della collinetta. Perché non riguarda solo quanto costa togliere la terra. Riguarda cosa si sta togliendo, perché lo si chiama “smaltimento” e quali garanzie ci sono sul terreno dove dovrebbero giocare i bambini.
Se era semplice terra pulita da livellare, allora l’atto è scritto male.
Se invece era davvero terra da smaltire, allora l’atto dice troppo poco.
In entrambi i casi, un’amministrazione seria dovrebbe chiarire. Subito. Non con un post celebrativo, non con una foto al taglio del nastro, non con la solita formula sul futuro dei bambini. Con documenti.
Perché i bambini possono anche assaggiare la terra per gioco. Gli adulti, però, non dovrebbero chiedere ai cittadini di bersi le determine.
La Chiocciola deve ancora aprire, ma una cosa l’ha già insegnata: quando in un giardino di nido compare la parola “smaltimento”, non basta guardare la ruspa.
Bisogna scavare nella frase.
Fonti: Determina Comune di Mirandola n. 406 del 12/05/2026
Puntata I – Il giardino ripensato prima ancora di partire
C’era una volta un nido nuovo di zecca, bello, moderno, finanziato, progettato, costruito, pronto a presentarsi come piccolo gioiello dell’infanzia contemporanea. Un luogo dove tutto avrebbe dovuto parlare di bambini, educazione, crescita, qualità degli spazi, armonia tra architettura e funzione. E invece, prima ancora dell’apertura prevista con l’inizio del prossimo anno scolastico, ecco il primo insegnamento concreto offerto alla cittadinanza: se progetti senza ascoltare davvero chi poi quegli spazi li deve usare, prima o poi arriva l’escavatore. La determina n. 406 del 12 maggio 2026 racconta infatti una piccola storia meravigliosa nella sua sincerità involontaria: l’area esterna del nuovo nido La Chiocciola va già rimodellata, perché bisogna rimuovere il modellamento del terreno “a forma di collina” previsto nella sistemazione originaria, così da consentire un adeguato inserimento degli arredi e delle attrezzature ludiche per i bambini, a seguito delle richieste del personale docente. Tradotto dal burocratese al mirandolese corrente: il giardino era stato pensato in un modo, poi sono arrivati quelli che coi bambini ci lavorano davvero e hanno fatto notare che forse, in un nido, oltre alla poesia della collinetta servono anche spazi concretamente utilizzabili.
Ed è qui che la vicenda diventa davvero istruttiva. Perché un giardino di un nido non è il contorno di un rendering, non è il prezzemolino verde da mettere attorno all’edificio per far colpo nella tavola progettuale, non è l’angolino bucolico che fa tanto “pedagogia naturale” se visto da lontano. Un giardino di un nido è uno spazio educativo. È un luogo dove si mettono arredi, giochi, percorsi, momenti di attività, scoperta, movimento. È uno spazio che non deve solo essere guardato: deve funzionare. E se, prima ancora dell’apertura, si scopre che quella collina va tolta perché impedisce o complica l’allestimento della parte esterna, allora il problema non è l’uso che ha consumato il giardino. Il problema è che il giardino nasce già da correggere.
In altre parole: la Chiocciola non ha ancora aperto davvero ai bambini, ma ha già aperto il cantiere della correzione del progetto.
È questo il punto che colpisce di più. Non siamo davanti a un’area esterna modificata dopo anni di utilizzo, non siamo davanti a una struttura che ha rivelato limiti solo dopo l’esperienza sul campo, non siamo davanti a un fisiologico adattamento di uno spazio vissuto. No. Siamo molto prima. Siamo ancora nella fase in cui il nido deve partire, eppure una parte della sistemazione esterna viene già ripensata. Il che porta a una domanda molto semplice e molto fastidiosa: ma durante la progettazione, un confronto serio con chi avrebbe poi usato quello spazio c’è stato davvero?
Perché la sensazione è quella che si conosce bene in tante opere pubbliche: prima si disegna, poi si approva, poi si realizza, poi si scopre che l’uso reale non coincide con l’idea astratta che qualcuno aveva messo su carta. E allora si corregge. Il tutto con quella solennità amministrativa che rende tutto normale: una collinetta compare nel progetto, la collinetta viene realizzata, poi la collinetta diventa d’intralcio, quindi la collinetta si leva. La montagna pedagogica che partorì la ruspa.
E qui entra in scena il momento più poetico di tutta la faccenda: i bambini. Non quelli che ancora non possono entrare nel nido, ma quelli che, idealmente, già offrono la chiave di lettura perfetta dell’intera vicenda. Perché la scena comica è servita su un piatto d’argilla: un gruppo di bambini affacciati fuori dal recinto, con gli occhi spalancati e il naso alle sbarre, che osservano estasiati le operazioni di movimento terra nel giardino del loro futuro nido. Altro che atelier creativo, altro che laboratorio sensoriale, altro che outdoor education. La prima attività educativa non ufficiale della Chiocciola rischia di essere: “Osserviamo insieme la ruspa che corregge il giardino appena progettato”.
E in fondo, per dei bambini piccoli, la ruspa è una meraviglia assoluta. Fa rumore, scava, alza terra, sposta montagne, affascina. Da questo punto di vista bisogna riconoscere all’amministrazione una certa coerenza involontaria: se il nido ancora non apre, almeno offre da fuori uno spettacolo gratuito di ingegneria correttiva. Una sorta di pre-inaugurazione didattica: benvenuti alla Chiocciola, dove prima ancora di giocare in giardino puoi assistere alla fase in cui il giardino viene ripensato perché evidentemente qualcuno, a monte, non aveva pensato abbastanza.
Il tutto per 847,16 euro di noleggio escavatore per quattro giorni. Cifra modesta, certo. Ma qui il punto non è il costo in sé. Il punto è il valore simbolico di quella spesa. Perché quei pochi euro raccontano tantissimo: raccontano una progettazione che, almeno sulla sistemazione esterna, non sembra aver trovato subito il punto di equilibrio tra forma e funzione; raccontano un ascolto degli utilizzatori arrivato dopo, non prima; raccontano un’opera nuova che già necessita di aggiustamenti; raccontano, insomma, quella versione tutta mirandolese del principio per cui il confronto vero arriva quando il cemento è già asciutto e la terra è già da rispostare.
La morale architettonica di questa prima puntata è quindi piuttosto semplice: il problema non è la collina in sé, poveretta. Il problema è il metodo. Perché quando uno spazio pensato per bambini da zero a tre anni viene corretto prima ancora di cominciare a vivere, il tema non è solo “togliere un rialzo di terra”. Il tema è chiedersi se chi ha progettato abbia davvero dialogato abbastanza con chi quel luogo lo avrebbe abitato ogni giorno. E se la risposta è no, l’escavatore diventa il più sincero degli strumenti di verifica progettuale.
Per ora fermiamoci qui, alla puntata architettonica: il nido che deve ancora aprire, il giardino che deve già essere corretto, la collinetta che non convince, i bambini che guardano da fuori la ruspa come fosse il primo spettacolo educativo della stagione.
Ma attenzione, perché questa è solo la prima puntata.
Nella prossima, infatti, si scava ancora un po’. Non solo nel terreno, ma soprattutto nelle parole usate dall’atto. E lì, più che l’architettura, comincia un’altra storia.
Fonti: Determina Comune di Mirandola n. 406 del 12/05/2026, affidamento diretto per il noleggio di uno scavatore presso il nido La Chiocciola.
Alla fine della grande epopea della Palestra Ondina Valla non arriva una palestra.
Arriva una determina, che sa di funerale.
Niente taglio del nastro, niente ragazzi che tornano a fare ginnastica, niente società sportive che riaprono la porta, niente “ce l’abbiamo fatta”. Arriva una determina di recesso. Che è il modo elegante con cui la burocrazia dice: il recupero non ha recuperato, però almeno possiamo protocollare il decesso.
E leggendo l’atto viene in mente quella vecchia battuta feroce: l’operazione è andata benissimo, ma il paziente è morto.
Perché la determina fa quasi tutto bene, nel suo piccolo mondo di timbri, SAL e pallottolieri. Conta, compensa, recupera, sistema, chiude. L’impresa aveva ricevuto 72.275,25 euro di anticipazione; il SAL finale riconosce 26.627,46 euro di lavori; poi entrano risarcimenti da sospensione, mancati utili, spese generali, lavorazioni aggiuntive. Totale compensato: 72.250,27 euro. Differenza residua: 24,98 euro oltre IVA.
Meraviglioso.
L’operazione contabile è riuscita. Il paziente, cioè la palestra, no.
Il Comune può quasi dire di aver recuperato tutto, eccetto la palestra. Peccato che abbia recuperato quasi tutto tranne la cosa che contava: la Ondina Valla. Ha salvato l’anticipo, non il parquet. Ha chiuso il contratto, non il cantiere. Ha sistemato i numeri, non il servizio pubblico.
Bravi. Il pallottoliere respira. Il paziente è in obitorio.
E pensare che prima della cura la Ondina Valla era viva. Vecchia, certo. Da sistemare, certo. Ma funzionante, conosciuta, apprezzata. Non era un rudere da salvare, non era una carcassa edilizia, non era un vuoto urbano in cerca della grande visione della Giunta. Era una palestra.
Poi arriva la riqualificazione: progetto da 436.500 euro. Non demolizione, non palazzetto da tre milioni, non rigenerazione urbana ambientale e sociale con trombetta ministeriale. Una palestra esistente da migliorare.
Il cantiere parte, si ferma dopo 18 giorni di lavori, resta sospeso, emergono problemi (del cartongesso che non ci doveva essere niente di così estremo), crescono costi, si arriva al recesso. E alla fine, invece di una palestra riaperta, abbiamo una determina che fa i conti al centesimo.
Ventiquattro euro e novantotto.
Poco di più del costo di una pizza e una birra .
La parte più irritante è che tutto viene raccontato con la freddezza dell’atto tecnico. “Recesso”. “SAL finale”. “Compensazioni”. “Somme da recuperare”. Parole pulite, igieniche, senza sangue. Ma sotto quella lingua ordinata c’è un fatto semplicissimo: una palestra funzionante è entrata in un progetto di recupero/efficentamento ed è uscita come edificio da demolire.
Anzi: non è nemmeno uscita.
È rimasta lì.
E qui entra la Giunta, con la sua specialità: prendere una sconfitta, cambiarle nome e chiamarla futuro.
Il vecchio recupero non regge più? Nessun problema: demolizione e ricostruzione. Il progetto da 436.500 euro è finito male? Nessun problema: nuovo progetto da 3.026.000 euro. La palestra recuperata non c’è? Nessun problema: rigenerazione urbana, ambientale e sociale.
La Giunta prende il paziente morto, gli mette gli occhiali da sole, gli cambia CUP e lo porta al bando.
Ed ecco Sport e Periferie 2025: richiesta di contributo da 2.500.000 euro, cofinanziamento comunale da 526.000 euro, grande scenario, grande futuro, grande palazzetto. Tutto bellissimo. Tutto solenne. Tutto pronto per il comunicato con la parola “visione” lucidissima in prima fila.
Solo che Mirandola non è stata finanziata.
E allora bisogna avere il coraggio di dirlo: non è morto solo il vecchio recupero. È morto pure il nuovo progetto.
Il primo è morto in cantiere. Il secondo è morto in graduatoria.
Uno sotto il controsoffitto. L’altro sotto l’esaurimento delle risorse.
Perché un progetto da tre milioni senza il finanziamento principale non è una palestra nuova: è un rendering orfano. È una promessa appesa. È un cadavere amministrativo più elegante, profumato di nZEB e rigenerazione urbana, ma sempre cadavere resta.
La Giunta è riuscita nell’impresa completa: prima ha trasformato una palestra funzionante in un recupero fallito; poi ha trasformato il recupero fallito in un progetto nuovo; poi ha portato il progetto nuovo a un bando che non lo ha finanziato.
È una doppia sepoltura.
La vecchia Ondina Valla è morta come palestra recuperabile. La nuova Ondina Valla è morta come palestra non finanziata.
E in mezzo resta la determina finale, con il suo tono da chirurgo soddisfatto: l’operazione è andata benissimo, il paziente è morto, il trapianto non è stato finanziato, ma il pallottoliere respira ancora.
La domanda vera, però, resta lì: chi ha governato il cantiere mentre il cantiere non lavorava? Perché arrivare dopo e scrivere che ci sono infiltrazioni e parquet compromesso non è controllo. È autopsia. Il controllo serve prima. Dopo sono capaci tutti di constatare che il paziente è freddo.
Alla fine la determina non chiude una storia gloriosa. Chiude un fallimento con bella calligrafia. Non restituisce la palestra alla città. Restituisce una contabilità quasi in pari.
A Mirandola ormai non si costruiscono palestre: si producono certificati di morte con allegato quadro economico.
E lo sport, evidentemente, lo fanno le determine.
La Giunta, invece, fa ginnastica artistica con le parole.
Fonti Determinazione n. 395/2026; SAL finale e documenti di chiusura; D.G.C. n. 51/2025; D.G.C. n. 67/2025; graduatoria Sport e Periferie 2025 – Linea B.
A Mirandola, capitale morale dell’allegato creativo, è accaduto un piccolo prodigio amministrativo: per rinnovare il servizio SMTP Cloud Aruba Business, necessario all’invio massivo delle fatture dei servizi scolastici, il Comune approva un affidamento diretto da 281,80 euro più IVA, per un totale di 343,80 euro. Fin qui nulla di scandaloso: il servizio serve, l’importo è modesto, il rinnovo è plausibile.
Il problema, come spesso accade nei romanzi gotici dell’albo pretorio, non è il mostro. È il lenzuolo con cui hanno provato a coprirlo.
Perché la determina parla di un’offerta allegata al presente atto quale parte integrante e sostanziale, offerta che viene approvata e sulla base della quale si procede all’affidamento. Solo che l’allegato, per quello che si vede, non sembra affatto una vera offerta commerciale: non un preventivo formale, non un PDF intestato, non un documento con numero offerta, data chiara, condizioni contrattuali, firma, riferimenti alla procedura, CIG o dichiarazioni. No. E’ uno screenshot di una mail automatica da noreply@arubabusiness.it che dice, in sostanza: gentile cliente, il servizio è in rinnovo, il prezzo è questo.
Ed ecco il miracolo: nasce promemoria, cresce screenshot, muore allegato sostanziale.
Ma il capolavoro continua. La determina dice che “con la medesima offerta” Aruba avrebbe autocertificato il possesso dei requisiti generali. Solo che nello screenshot non c’è nessuna autocertificazione. Non c’è una dichiarazione sostitutiva. Non c’è una firma. Non c’è un modulo. Non c’è un “ai sensi del DPR 445/2000”. Non c’è nulla che assomigli a una dichiarazione sui requisiti ex articoli 94 e 95. C’è il prezzo del rinnovo. Fine. Quindi le possibilità sono due: o esiste un altro documento che non è stato pubblicato insieme all’allegato visibile, oppure a Mirandola lo screenshot ha acquisito poteri taumaturgici e può diventare, a seconda delle necessità, offerta, autocertificazione, dichiarazione sostitutiva e forse anche certificato di battesimo digitale.
INTERMEZZO TEATRALE — LA SCOPERTA DEL TASTO STAMP
Immaginiamo la scena.
Ufficio comunale. Tarda mattinata. Neon acceso. Scrivania piena di fascicoli. Una determina aperta sullo schermo. Qualcuno si gratta la testa davanti all’eterno mistero:
“Ma l’offerta Aruba dov’è?”
Silenzio.
Qualcuno apre la posta. Qualcuno cerca nel protocollo. Qualcuno pronuncia parole solenni: “CIG”, “DURC”, “requisiti generali”, “parte integrante e sostanziale”.
Poi, all’improvviso, il dipendente pigro — quello della fantasia ficologica, naturalmente — abbassa lo sguardo sulla tastiera.
E lo vede.
Tra F12, Bloc Scorr e i tasti dimenticati dalla civiltà occidentale appare lui:
STAMP.
Gli occhi si illuminano.
Non serve chiedere un’offerta formale. Non serve scaricare un PDF. Non serve protocollare un preventivo. Non serve pretendere una dichiarazione sostitutiva. Non serve nemmeno capire se quello che si sta allegando sia davvero un documento amministrativo.
Basta premere.
Tac.
La mail viene catturata.
La schermata diventa file. Il file diventa allegato. L’allegato diventa offerta. L’offerta diventa autocertificazione. L’autocertificazione diventa atto pubblico.
Il dipendente guarda il PNG appena nato e sussurra:
“È fatta.”
Da quel momento, la pubblica amministrazione mirandolese entra nella nuova era digitale: non più Amministrazione Trasparente, ma Amministrazione Screenshot.
E qui il Fico, nel suo piccolo, si commuove. Perché persino lui, nel suo modestissimo blog di provincia, senza uffici, senza PEG, senza CIG, senza responsabile della transizione digitale e senza timbri, ha ormai smesso quasi del tutto di fare screenshot, se non quando sono davvero indispensabili. I documenti li carica completi, nel formato originale, perché chi legge possa aprirli, verificarli, scaricarli, controllarli e, se vuole, perfino dargli torto.
Il blog satirico prova a comportarsi da archivio documentale. L’ente pubblico, invece, prende una mail automatica da noreply, la trasforma in immaginetta e la promuove a “offerta allegata quale parte integrante e sostanziale”. Così accade l’impossibile: il buffone conserva meglio gli atti del palazzo.
E non è finita. Perché dentro la determina compare anche una frase meravigliosa: Aruba sarebbe l’unico operatore in grado di fornire il “servizio di consultazione richiesto”. Consultazione? Ma qui non si sta affidando un servizio di consultazione. Qui si parla di SMTP Cloud, posta in uscita, invio massivo di email per delle fatture scolastiche. Sembra il classico fossile da determina precedente, il pezzetto di copia-incolla rimasto attaccato al testo come la mollica sotto la tovaglia dopo il pranzo della domenica. Solo che qui non siamo a tavola: siamo in un atto pubblico.
Poi c’è il gioiellino minore: “allegata al presenta atto”. Da solo sarebbe un refuso, e il Fico non farebbe certo una guerra mondiale per una lettera inciampata. Ma quando il refuso vive dentro una determina in cui una email noreply diventa offerta, un PNG diventa allegato sostanziale, un’autocertificazione viene evocata ma non si vede, e un servizio SMTP viene chiamato “servizio di consultazione”, allora il refuso smette di essere un errore e diventa firma stilistica.
Sia chiaro: non siamo davanti al buco di bilancio del secolo. Parliamo di 343,80 euro. Ma proprio perché l’importo è piccolo, viene da chiedersi come sia possibile produrre un atto così solenne e insieme così sciatto. Bastava documentare bene il rinnovo. Bastava allegare l’offerta vera, se esiste. Bastava pubblicare il documento originale, non una schermata. Bastava evitare il copia-incolla del “servizio di consultazione”. Bastava non scrivere che l’autocertificazione sta “nella medesima offerta” se in quella schermata non c’è.
Invece abbiamo il rito completo: Codice dei contratti, principio di rotazione, Consip, Intercent-ER, requisiti generali, DURC, CIG, impegno di spesa, parte integrante e sostanziale. E al centro dell’altare, lui: il PNG miracoloso.
A Mirandola ormai funziona così: se serve una prova, si allega uno screenshot; se serve un’offerta, si allega una mail; se serve un’autocertificazione, si scrive che c’è; se il testo parla di un altro servizio, pazienza, tanto il copia-incolla ha sempre ragione.
Il Fico propone dunque una nuova categoria documentale per l’albo pretorio:
“Allegato sostanziale in formato immaginetta, valido salvo ingrandimento.”
Fonti: Determinazione n. 383 del 07/05/2026 del Comune di Mirandola, affidamento diretto del canone annuale per servizio SMTP Cloud Aruba Business; allegato PNG di rinnovo Aruba Business
C’è un momento, nella vita di ogni amministrazione prudente, in cui davanti a una questione “molto particolare” e “senza precedenti giurisprudenziali specifici” uno si ferma, respira, convoca i tecnici, misura il rischio e magari evita di partire lancia in resta contro il conto corrente di un’eredità giacente.
A Mirandola, invece, devono aver letto “materia senza precedenti” come si legge “strada libera”.
E così il Comune parte: pignoramento presso terzi contro Illimity Bank, conto dell’eredità giacente Pozzetti Oscar, incasso da € 52.863,80 nelle casse comunali. La macchina tributaria ducale si mette in moto, prende i soldi, chiude il forziere e probabilmente pensa: missione compiuta.
Poi arriva il Tribunale di Modena.
E il Tribunale dice no.
Con sentenza n. 1477/2025 accoglie l’opposizione, condanna il Comune a restituire l’importo versato dalla banca e aggiunge pure le spese di giudizio. A quel punto la Giunta decide di fare appello, sostenendo che la sentenza sia contraddittoria e ingiusta. E fin qui, sia chiaro, nessuno contesta in astratto il diritto del Comune di difendere le proprie ragioni in giudizio, soprattutto su una questione tecnica complessa come quella del trattamento dell’IMU in caso di eredità giacente.
Il punto è un altro.
Il punto è la prudenza selettiva.
Quando si trattava di prendere i soldi dal conto dell’eredità giacente, il Comune non pare essersi fatto paralizzare dal dubbio. La materia era particolare? Senza precedenti specifici? Giuridicamente scivolosa? Pazienza: pignoramento, banca, incasso, avanti tutta.
Quando però il Tribunale stabilisce — almeno per ora — che quei soldi vanno restituiti, allora improvvisamente la cautela diventa una virtù amministrativa urgentissima. La Giunta autorizza l’appello e chiede pure la sospensione dell’esecutività della sentenza, sostenendo che, nelle more del giudizio, le somme potrebbero essere distribuite dal curatore dell’eredità giacente e quindi non essere più recuperabili.
Traduzione dal burocratese: quando i soldi sono entrati nelle casse comunali, tutto bene. Quando devono uscire perché un giudice ha stabilito che erano stati incassati indebitamente — almeno fino a diversa decisione in appello — allora scatta il panico da irreperibilità delle somme.
È una prudenza a corrente alternata: assente al momento del pignoramento, solennemente invocata al momento della restituzione.
E qui sta il cuore politico della vicenda. Non si contesta che il Comune possa proporre appello. Si contesta il fatto che, proprio su una materia che lo stesso Comune definisce incerta e priva di precedenti specifici, forse un atteggiamento più prudente prima di pignorare avrebbe giovato alle casse comunali. Perché tutelare un credito è una cosa; trasformare una questione giuridicamente incerta in un’azione esecutiva che poi torna indietro con interessi, spese e incarichi legali incorporati è un’altra.
La Giunta, il 17 dicembre 2025, riunita in videoconferenza, decide comunque all’unanimità di andare in appello. Presenti Budri, Marchi, Donnarumma, Carafoli, Secchia e Luppi. Tutti compatti nel difendere la linea. Del resto, quando la buca è profonda, la soluzione mirandolese è ordinare una trivella. Poi però la Corte d’Appello di Bologna rigetta la sospensiva. E qui il pignoramento diventa boomerang: il Comune deve impegnare € 74.641,77. Dentro ci sono i € 52.863,80 da restituire, € 2.402,05 di interessi e € 19.375,92 di spese di giudizio. Ma non basta, perché l’appello autorizzato dalla Giunta porta con sé anche un incarico legale da € 9.728,86.
Risultato provvisorio della brillante operazione: per un pignoramento da circa 52 mila euro, la vicenda arriva già ad almeno 84 mila euro tra restituzione, interessi, spese e appello. Quasi 32 mila euro in più rispetto alla somma originaria. Una riscossione con effetto moltiplicatore: peccato che moltiplichi dalla parte sbagliata.
Naturalmente tutto è formalmente elegante. C’è il capitolo, c’è il parere, c’è il dirigente, c’è la copertura, c’è l’esigibilità 2026, c’è la continuità della linea difensiva. Manca solo una cosa: qualcuno che dica ai cittadini se questa strategia fosse davvero prudente o se, ancora una volta, il Comune abbia scambiato la tutela dell’interesse pubblico con il gusto costoso di insistere.
Perché qui il problema non è solo fare causa. Può capitare. Il problema è quando si parte all’attacco su un terreno che lo stesso Comune definisce incerto, si pignora, si incassa, si perde, si chiede una sospensiva solo dopo essere stati condannati a restituire, si viene respinti anche lì, e poi si presenta il conto alla collettività con l’aria grave di chi ha appena scoperto che i boomerang, a volte, tornano indietro.
E quando tornano, non portano interessi politici.
Portano interessi passivi.
Fonti: Delibera di Giunta n. 227 del 17/12/2025; Determina n. 370 del 05/05/2026.
L’Assessorlefo ci ha spiegato che i cartelloni con scritto JOE BASTIANICK saranno corretti “subito”, “in giornata” e “senza alcun costo per il Comune”.
Di domenica.
E qui bisogna riconoscergli del talento: non tanto nella grafica, non tanto nel controllo bozze, non tanto nella verifica dei nomi, ma nella capacità di trasformare un cartellone già stampato e già affisso in un file Word con il correttore automatico.
Nella sua fantasia amministrativa basta un colpo di bacchetta elfica: la K sparisce, la tipografia si sveglia, l’attacchino prende il volo, il manifesto si autocorregge e Mirandola torna a essere capitale mondiale della promozione territoriale fatta in maniera cinofallica.
Peccato che i cartelloni non siano come un post modificabile.
È roba fisica. Grande. Stampata. Messa in strada. Con il nome dell’ospite principale scritto sbagliato in formato “guardami anche dalla rotonda”.
E nessuno l’ha visto.
Non l’Assessorlefo. Non chi ha impaginato. Non chi ha approvato. Non chi ha mandato in stampa. Non chi si è fermato davanti al manifesto pensando: “Bene, ottimo lavoro”.
Poi arriva il popolo mirandolese, vede la K abusiva, e improvvisamente parte l’operazione speciale: Salvate il Soldato Bastianich.
Con una differenza: il soldato, almeno, il cognome ce l’aveva giusto.
La parte migliore è il “senza costi per il Comune”, detta con la solennità di chi pensa di aver chiuso la questione. Come se il problema fosse solo chi paga la toppa, non chi ha mandato in giro un manifesto ufficiale senza nemmeno fare il controllo base: scrivere correttamente il nome del personaggio usato per vendere l’evento.
Alla fine l’unico vero ufficio controllo qualità della Fiera è stato il cittadino che passa, fotografa e segnala.
Gratis. Senza deleghe. Senza fascia. Senza orecchie a punta.
A Mirandola ormai funziona così: l’Assessorlefo sbaglia il piatto, Facebook assaggia, il Comune promette di rifarlo in giornata e il conto, per fortuna, “non lo paga nessuno”.
Resta solo una domanda:
ma se per scrivere Bastianich serviva una task force domenicale, per organizzare tutta la Fiera chi hanno chiamato?
Quando la comunicazione è spreco solo se non la fa tuo fratello
C’è un momento, nella politica della Bassa, in cui la satira può smettere di inventare e limitarsi a leggere.
A Carpi Giulio Bonzanini, consigliere comunale della Lega e vice segretario provinciale del partito, attacca il Comune perché spenderebbe oltre 17mila euro per reel e contenuti social. Secondo lui, da una parte ci sarebbe chi sostiene “le persone, le giovani famiglie e il diritto alla casa”; dall’altra chi investe in strumenti che rischiano di diventare “comunicazione autocelebrativa”.
Poi arriva il colpo di teatro: come esempio virtuoso cita Mirandola.
Mirandola.
Cioè uno dei Comuni in cui la comunicazione autocelebrativa non è un inciampo: è una funzione amministrativa, una postura politica, una specialità locale, un prodotto tipico da promuovere con cartellonistica dedicata.
A Mirandola ormai tutto diventa comunicazione. Il cantiere diventa racconto. La proroga diventa traguardo. Il bando fragile diventa visione. Il comunicato anticipa la realtà, la foto la lucida, il post la imbelletta.
E infatti, aprendo gli atti, si scopre che il modello mirandolese ha un Servizio Comunicazione esterno che nel 2025 vale 70.000 euro solo per gli incarichi. Dentro ci sono Enrico Bonzanini, incaricato della comunicazione digitale per 37.000 euro nel 2025, e Nicola Pozzati, per 11.000 euro nel 2025. Totale Bonzanini-Pozzati: 48.000 euro.
Quindi ricapitoliamo con calma, perché la scena merita.
A Carpi 17mila euro per i social sono uno scandalo (ed in parte condivido).
A Mirandola 70mila euro di incarichi comunicativi sono sobrietà istituzionale.
A Carpi i reel sono rischio di propaganda.
A Mirandola comunicati, social, news, sito, pagina istituzionale autocelebrativa ed autoreferenziale diventano servizio pubblico.
Il dettaglio più gustoso, però, è un altro.
Il Bonzanini carpigiano usa Mirandola come manganello politico contro Carpi. Solo che dentro il modello mirandolese portato a esempio c’è Enrico Bonzanini, suo fratello, incaricato della comunicazione digitale del Comune. Qui non siamo più al dibattito sulla comunicazione pubblica.
Qui siamo alla comunicazione parentale comparata.
Il fratello di Carpi denuncia i social di casa sua.
Il fratello di Mirandola gestisce i social di casa d’altri.
Il primo spiega che una buona amministrazione non si misura nella quantità di comunicazione prodotta.
Il secondo lavora dentro una macchina che produce comunicati, aggiornamenti, contenuti, canali social e narrazione dell’azione amministrativa.
Manca solo il tutorial:
“Come criticare i reel altrui mentre in famiglia si presidia la comunicazione istituzionale del Comune modello.”
E qui arriva la parte migliore: Bonzanini non si limita a dire che Carpi spende troppo. Costruisce una contrapposizione morale. Da una parte Carpi, città dei reel. Dall’altra Mirandola, città del mutuo, dell’affitto, della giovane coppia aiutata, del welfare concreto.
Peccato che il famoso bando mirandolese, già criticato, abbia tutti i tratti del welfare da vetrina: graduatoria in ordine di arrivo, nessuna vera valutazione della situazione economica, bando riservato a i non residenti.
Non “prima chi ha più bisogno”.
Non “prima chi è più fragile”.
Non “prima chi rischia davvero di restare fuori casa”.
No.
Prima chi arriva prima.
Il welfare col cronometro.
La politica abitativa in formato sportello numerato.
Il sostegno sociale trasformato in mini click day con comunicato stampa incorporato.
Così il Comune mette circa 20mila euro su una misura piccola, discutibile, politicamente spendibile, e poi quella misura viene usata per fare la morale a Carpi. Nel frattempo, però, Mirandola sostiene una struttura comunicativa da 70mila euro annui di incarichi esterni.
Ventimila euro di bando.
Settantamila euro di comunicazione.
E Bonzanini riesce comunque a raccontarla come “mutui contro reel”.
Complimenti.
È un esercizio di equilibrismo politico notevole: tenere in mano la bandierina del welfare mentre dietro passa il camion della comunicazione istituzionale con sopra il cognome di famiglia.
Intervista immaginata
Giulio Bonzanini: “A Carpi spendono soldi pubblici per i social!”
Fico: “Terribile. E Mirandola?”
Giulio Bonzanini: “Mirandola aiuta le giovani coppie.”
Fico: “Benissimo. E chi gestisce la comunicazione digitale di Mirandola?”
Giulio Bonzanini: “Un professionista.”
Fico: “Nome?”
Giulio Bonzanini: “Enrico.”
Fico: “Cognome?”
Giulio Bonzanini: “Bonzanini.”
Fico: “Parentela?”
Giulio Bonzanini: “…”
Fico: “Importo annuo?”
Giulio Bonzanini: “…”
Fico: “37mila euro solo lui. 48mila con l’amichetto Pozzati. 70mila il pacchetto incarichi comunicazione. Però a Carpi 17mila euro sono il disastro della pubblica amministrazione.”
Giulio Bonzanini: “Ma a Mirandola è diverso.”
Fico: “Certo. A Mirandola anche la propaganda cambia nome: si parentela.”
La verità è molto semplice.
Bonzanini dice una cosa giusta: la comunicazione autocelebrativa pagata con soldi pubblici è un problema serio.
Perfetto.
Allora partiamo da Mirandola.
Perché Mirandola non è l’alternativa alla comunicazione autocelebrativa.
Mirandola ne è il laboratorio.
È il Comune dove ogni cosa deve diventare racconto edificante: il bando, il cantiere, l’inaugurazione, la mezza misura, la promessa, la proroga, la toppa, il rattoppo e perfino il silenzio quando gli atti non convengono.
La comunicazione non accompagna più l’azione amministrativa.
La precede.
La veste.
La trucca.
La spinge in vetrina.
Poi, quando qualcuno guarda dietro il fondale, trova determine, incarichi, costi, affidamenti, ruoli e cognomi.
E allora il problema non sono i reel di Carpi.
Il problema è la faccia tosta di chi usa Mirandola come modello anti-propaganda mentre Mirandola ha fatto della comunicazione autocelebrativa uno dei propri principali strumenti di governo.
Conclusione:
Bonzanini ha ragione. La comunicazione pubblica va controllata. Soprattutto quando chi denuncia quella degli altri ha un fratello pagato per fare quella del Comune portato a esempio.