C’è un suono che in questi giorni rimbalza tra gli uffici comunali, tra una determina e una proroga, tra un cantiere che non finisce e una rete che trattiene i pezzi del frontone.
Non è il vento. Non è nemmeno il rumore dei lavori pubblici, perché quelli, si sa, a Mirandola si sentono poco.
È un ululato.
Ululì. Ululà. E no, non è un meme. È un trasloco.
Andrea Lui — per gli amici, da oggi, Ulului — prende e se ne va. Destinazione Provincia di Cremona. Settore pesante: strade, appalti, infrastrutture, protezione civile. Tutta roba seria. Tutta roba che, guarda caso, qui da noi era già materia quotidiana.
E allora la domanda non è dove va. La domanda è: cosa lascia.
Perché qui non stiamo parlando di un impiegato qualsiasi che cambia scrivania. Qui stiamo parlando del dirigente del cuore operativo del Comune: territorio, ambiente, lavori pubblici. Tradotto: cantieri, varianti, tempi, soldi, responsabilità.
E mentre a Cremona fanno la conferenza stampa col curriculum, qui da noi… silenzio.
🎭 INTERMEZZO TEATRALE
Lety (guardando la scrivania vuota): “Ma quindi… il dirigente?”
Assesorelfo (con un faldone in mano): “Ululì…”
Lety: “E chi firma adesso?”
Assesorelfo (sfogliando): “Ululà…”
Lety: “Ma almeno un interim?”
Assesorelfo: “Uluboh!”
🧠 IL PUNTO SERIO (CHE FA PIÙ PAURA DELLA SATIRA)
Ad oggi, dagli atti pubblici: ➡️ non risulta ancora un sostituto ufficiale ➡️ non risulta un incarico ad interim pubblicato ➡️ non risulta una procedura aperta visibile
Tradotto: il dirigente se ne va… e il sistema non ha ancora dichiarato chi prende in mano il volante.
E questo, in un Comune normale, sarebbe già un problema. A Mirandola — dove i lavori pubblici sono una saga fantasy fatta di varianti, proroghe e date che scappano più veloci dei dirigenti — è qualcosa di più.
È un rischio operativo.
Perché un settore così non è che “va avanti da solo”. Serve qualcuno che firma, qualcuno che decide, qualcuno che si prende la responsabilità, per faldoni che pesano svariati milioni di euro ciascuno.
E quando quel qualcuno sparisce, succedono due cose:
tutto rallenta
oppure qualcuno firma senza avere il peso tecnico-politico di farlo
Entrambe pessime.
🧾 LA SENSAZIONE (AMARA)
La verità è che questa non sembra una staffetta pianificata. Sembra più una di quelle situazioni in cui:
👉 la notizia esce da fuori 👉 il Comune la subisce 👉 e poi si corre dietro per tappare il buco
E nel frattempo, noi restiamo qui, con:
il Teatro da sistemare
la Ex-Gil con il progetto oramai da buttare e una gara presumibilmente da annullare
cantieri che slittano
e adesso pure il dirigente che fa ululì e ululà
🪦 CHIUSURA
C’è qualcosa di poeticamente perfetto in tutto questo.
Perché a Mirandola non si muovono solo i cantieri. Si muovono anche i dirigenti.
E mentre le opere restano ferme, le persone che dovrebbero farle partire… partono davvero.
Ci sono documenti pubblici che spiegano una scelta amministrativa, e poi ci sono documenti pubblici che, oltre a spiegare una scelta amministrativa, riescono anche a certificare che da queste parti la competenza digitale dev’essere rimasta sepolta sotto qualche faldone del 1998. La determina n. 314 del 20 aprile 2026, ufficialmente, serve a mettere a perdita 27.071,45 euro di crediti ERP ormai dichiarati inesigibili, relativi a ex assegnatari di alloggi comunali gestiti da ACER Modena. In soldoni: soldi che il Comune prende atto di non riuscire più a recuperare, perché tra decessi, eredi inesistenti, insolvibilità e antieconomicità dell’azione legale, a inseguirli ci spendi più di quanto incassi. Insomma, la solita storia triste di morosità finite nel secchio dell’“amen”.
Fin qui nulla di trascendentale. Una determina mesta, con la sua prosa cimiteriale da ragioneria sociale, che prende atto di somme perse e pratica da archiviare. Ma a Mirandola, si sa, la realtà non si limita mai a essere grigia: sente sempre il bisogno di diventare grottesca. Ed è infatti qui che entra in scena lui, il vero protagonista dell’atto, il colpo di genio, la pennellata dadaista, la vetta del dilettantismo amministrativo locale: l’omissis farlocco.
Non un omissis sbagliato. Sarebbe già una definizione troppo gentile, quasi rispettosa. No. Questo è un omissis da carnevale, un omissis in maschera, un omissis che si presenta vestito da tutela della privacy ma sotto il costume resta nudo come un verme. Perché il documento, a prima vista, fa il fenomeno: barre nere, dati coperti, identità oscurate, il solito teatrino del “tranquilli cittadini, abbiamo protetto tutto noi”. Poi però basta l’equivalente informatico del battere due sassi tra loro, cioè selezionare il testo o fare un banalissimo copia-incolla, e puff, il miracolo si compie al contrario: i morti risorgono, i nomi riappaiono, i codici fiscali ricompaiono, le date di nascita tornano a galla, i dati personali escono dalla tomba digitale dove qualcuno credeva di averli seppelliti con una passata di pennarello.
Capolavoro. Davvero. Una specie di magia amministrativa al contrario: invece di far sparire i dati, li fai sparire solo per chi guarda da lontano e con la cataratta. È la privacy per ipovedenti, la tutela dei dati in versione “vediamo se basta”, l’oscuramento concepito da qualcuno che evidentemente ritiene il mouse uno strumento esoterico, roba da hacker russi o da stregoni della Silicon Valley. Perché qui il livello tecnico richiesto per aggirare l’omissis non è “violazione sofisticata”, non è “attacco informatico”, non è “operazione da cybercriminale”: è letteralmente avere le dita e un minimo di curiosità.
E la cosa più comica, anzi più mirandolescamente tragica, è che non stiamo parlando della lista della spesa dell’oratorio. Stiamo parlando di un atto che tratta dati personali veri, riferiti a persone vere, con situazioni vere, comprese condizioni di difficoltà economica, decessi, irreperibilità, amministrazioni di sostegno, assenza di eredi e altre amenità che, in un mondo popolato da adulti competenti, verrebbero maneggiate con cautela doppia, tripla, quasi religiosa. Invece qui no: via di omissis farlocco e che Dio ce la mandi buona.
È l’eterna filosofia del Comune che non protegge, ma mimeggia la protezione. Non oscura, simula l’oscuramento. Non tutela, interpreta il ruolo della tutela. Una specie di recita scolastica della privacy, con la barra nera nel ruolo principale e il PDF nel ruolo del traditore che dopo mezzo secondo canta tutto. Siamo oltre la sciatteria. Siamo alla sciatteria con ambizioni artistiche. Alla toppa messa non sopra il buco, ma fotografata accanto al buco sperando che faccia lo stesso.
L’omissis farlocco è perfetto anche come metafora generale del governo locale: una cosa che deve sembrare fatta bene più di quanto debba esserlo davvero. Da lontano pare tutto a posto, poi ti avvicini e senti scricchiolare il cartone. È amministrazione in compensato. È riservatezza in polistirolo. È il trionfo della barra nera ornamentale, quella messa lì non per impedire l’accesso ai dati, ma per consentire al responsabile di turno di dire, con faccia innocente, “eh ma noi li avevamo oscurati”.
Certo. Come no. Oscurati con la stessa efficacia con cui si nasconde un elefante dietro una tenda da doccia.
E allora bisogna dirlo bene, senza tutta quella cortesia da comunicato istituzionale che qui sarebbe fuori luogo: questo non è un omissis, è una presa in giro. È il tipico prodotto di una macchina amministrativa che vuole assolvere l’obbligo senza sobbarcarsi la fatica di farlo davvero. Un lavoro fatto con quella precisione da sagra paesana per cui la privacy viene trattata come si tratterebbe la scritta su una locandina: coperta davanti, leggibilissima dietro. Unavoro talmente raffazzonato che se lo avesse fatto un privato qualsiasi gli avrebbero già spiegato con dovizia di dettagli la differenza tra “ho provato” e “hai fatto una porcheria”.
E poi c’è la parte forse più satirica di tutte: il contrasto tra il tono paludato dell’atto e la comicità cretina del risultato finale. Da una parte il dirigente, le premesse, i richiami normativi, la delibera di giunta, il fondo residui, il procedimento, la responsabilità, il timbro dell’amministrazione che vuole apparire seria. Dall’altra, appena tocchi il giocattolo, salta fuori il luna park: nomi, cognomi, codici fiscali, date, tutto lì, custodito con la solidità di una cerniera rotta. È come vedere un maggiordomo in frac che apre una cassaforte fatta di cartone bagnato.
Perciò il punto non è solo che il Comune mette a perdita 27 mila euro di crediti. Il punto è che nel farlo riesce anche a mettere in scena una delle più ridicole rappresentazioni della privacy mai offerte al pubblico locale: l’omissis farlocco, cioè il dato teoricamente nascosto ma praticamente servito al tavolo. Una meraviglia. Una specialità della casa. Una forma di trasparenza involontaria che probabilmente meriterebbe un suo regolamento comunale, magari approvato con barra nera sopra e testo leggibile sotto.
E chissà, magari qualche cittadino, colpito da tanta inventiva, potrebbe anche pensare di condividere questo piccolo prodigio tecnico con il Garante della privacy, non per malizia, figurarsi, ma per puro spirito educativo. Così, giusto per capire se nel vasto ordinamento italiano esista davvero una norma secondo cui basta pitturare di nero la facciata del problema per dire che il problema non si vede più. Perché qui il sospetto, più che legittimo, è che non siamo davanti a un omissis fatto male, ma a un data breach travestito da burocrazia.
Fonti
Determina n. 314 del 20/04/2026 – messa a perdita di crediti inesigibili ERP Relazione ACER del 06/02/2024 con nominativi e importi delle posizioni proposte per la messa a perdita (qua per non ledere la privacy ho caricato una versione modificata da me con gli omissis funzionanti)
A Mirandola ormai il meccanismo pare questo: prima si impegnano i soldi, poi si annuncia il rientro trionfale degli uffici, poi si prepara il clima da inaugurazione, e solo alla fine — forse, con calma, se capita — si concede ai cittadini la visione dell’atto politico che dovrebbe stare all’origine di tutto.
La determina n. 307 del 16 aprile 2026 c’è. Esiste, pesa, produce effetti, sposta soldi veri, affida lavori veri, aggiorna numeri molto reali. E non parliamo di spiccioli buttati in fondo a una delibera tecnica che nessuno legge: parliamo di una maggiore spesa di 1.180.084,25 euro per la variante n. 2 del Palazzo Comunale. Dentro ci stanno 1.117.349,43 euro per lavori e 62.734,82 euro per spese tecniche. L’importo contrattuale sale a 7.741.624,41 euro. Il quadro complessivo dell’intervento arriva a 10.114.935,30 euro. Dieci milioni abbondanti. Un’altra abbondante colata di denaro pubblico sul cantiere infinito del Municipio storico.
La stessa determina, nero su bianco, richiama la delibera di Giunta n. 73 del 10/04/2026, cioè l’atto politico che avrebbe approvato la variante, che per sua natura dovrebbe essere accompagnato anche da tutti gli allegati tecnici in grado di spiegare nel dettaglio i motivi e la descrizione puntuale delle modifiche introdotte. Benissimo. Perfetto. Magnifico. Peccato che, almeno per quanto risulta dalla pubblicazione consultabile, questa delibera non si veda ancora.
Ed è qui che il giochetto istituzionale diventa interessante. Perché in un Comune normale il percorso dovrebbe essere semplice persino per un cristiano non specializzato in archeologia amministrativa: prima la politica approva e si assume la responsabilità della scelta; poi gli uffici eseguono; poi la comunicazione racconta. A Mirandola no. Qui il film sembra montato al contrario: la determina esce, la propaganda si muove, il trasloco parte, la delibera rincorre.
Mentre l’atto politico richiamato nella determina ancora non compare pubblicamente, il Comune ha già iniziato a raccontare alla città il rientro dei servizi nel Municipio storico. Dalla prossima settimana si parte con la prima fase del trasferimento. Tornano Stato Civile, Polizia Mortuaria, Elettorale, Cimiteriale, Protocollo. L’Anagrafe arriverà dopo. E sullo sfondo si prepara pure la liturgia della piena restituzione, con tanto di cerimonia di riapertura annunciata. Capolavoro. Il trasloco è pubblico. L’annuncio è pubblico. La celebrazione è pubblica. L’atto politico che sorregge la variante milionaria, invece, per il cittadino resta ancora dietro il sipario.
È una meraviglia istituzionale tutta mirandolese: prima i fatti materiali, poi la narrazione, poi forse la trasparenza. Prima il Comune ti dice che si rientra. Poi ti mostra che si rientra. Poi ti invita quasi ad applaudire il rientro. E solo dopo, forse, ti mette nelle condizioni di leggere con ordine l’atto politico che giustifica l’ennesima variante da oltre un milione.
In pratica la politica non governa più la sequenza degli atti: la insegue. L’amministrazione la sorpassa. La comunicazione la scavalca. E il cittadino resta lì, trattato come l’ultimo a cui spiegare le cose, ma il primo chiamato a pagarle.
Perché questo è il punto che non va mai perso di vista: qui si stanno spendendo altri soldi grossi, non si sta correggendo la tinta di una parete. La variante n. 2 non è il classico ritocchino finale da cantiere complicato. Gli allegati tecnici raccontano tutt’altro: raccontano un’opera che continua a cambiare mentre è già in corsa, come se il progetto definitivo, la gara, il contratto, gli anni di lavori e perfino la variante precedente non fossero ancora bastati a definire davvero che cosa dovesse diventare questo benedetto Municipio.
Il verbale di concordamento nuovi prezzi della variante 2 mette in fila 100 nuovi prezzi: 39 per opere architettoniche, 23 per restauro, 14 per impianti termoidraulici e 24 per impianti elettrici. Non è una rifinitura. È una seconda riscrittura del palazzo mentre il palazzo è già in lavorazione da anni.
Dentro c’è di tutto. Opere esterne su via Curtatone, Piazza Mazzini, Vicolo Palazzo, Piazza Costituente. Modifiche a infissi, controsoffitti, compartimentazioni, impianti già realizzati, botole di ispezione, pavimentazioni, nuove finiture della scala, adattamenti di locali tecnici, spostamenti dell’anagrafe, prese dati, Wi-Fi, CED, marcatempo, fibra, telecamere esterne, punti acqua aggiuntivi, modifiche da fare dopo che altre cose erano già state posate. In sostanza: non solo il classico “imprevisto del palazzo storico”, ma una quantità notevole di aggiustamenti che odorano di edificio pensato una volta e ripensato una seconda, mentre i lavori sono già in stato avanzato.
E infatti negli allegati si trovano perfino lavorazioni esplicitamente richieste dalla committenza o dall’amministrazione appaltante, come la predisposizione per 15 telecamere esterne di videosorveglianza comunale richieste dall’Amministrazione appaltante e l’aggiunta di punti acqua per macchina caffè richiesti dalla committenza. È il dettaglio che smonta la favoletta della variante tutta e solo figlia del destino cinico e baro del restauro storico: qui dentro ci sono anche scelte funzionali, organizzative, aggiunte volute.
Ma la perla poetica, quella che da sola meriterebbe una targa commemorativa sulla facciata, è un’altra. Tra i nuovi prezzi compare una voce da 5.440,63 euro per la fornitura e posa di un sistema di protezione del gruppo in pietra di Nanto posto sulla facciata principale del Palazzo Municipale, cioè una rete/fodera pensata per trattenere eventuali distacchi del gruppo lapideo dell’orologio. Il documento parla di distacchi “purtroppo inevitabili”. Ed eccolo lì, il simbolo perfetto dell’intera operazione: sopra il palazzo bisogna mettere una rete per trattenere i pezzi che rischiano di cadere, e sotto il palazzo si allestisce la narrazione del rientro come se tutto fosse lineare, armonico, naturale.
È una metafora troppo bella per non dirla male: Mirandola restituisce il Municipio storico ma intanto gli mette la rete, come a certi balconi malmessi e a certe narrazioni amministrative che stanno insieme per contenimento, non per solidità. Si trattengono i pezzi del frontone. Si trattengono i pezzi del racconto. Si trattengono i pezzi della logica istituzionale.
Perché tutto questo, messo insieme, produce un’impressione sgradevolissima: la Giunta dovrebbe essere il luogo in cui la scelta politica prende forma visibile e assumibile; invece qui l’atto politico pare un’ombra evocata dalla determina, mentre il grosso della scena è occupato dagli uffici che eseguono e dalla comunicazione che lucida il risultato. In altre parole: la politica non decide davanti ai cittadini, ma viene richiamata a posteriori mentre la macchina è già partita.
E allora il problema non è solo il costo, pur enorme. Non è solo la variante, pur gigantesca. Non è solo la rete sul frontone, pur tragicomica. Il problema è il metodo. Il metodo per cui i cittadini dovrebbero accettare come normale una sequenza rovesciata: prima l’effetto economico, poi l’effetto simbolico, poi — chissà — la visibilità ordinata della causa politica.
No, non è normale. Non è sano. E non è neppure rispettoso di chi paga.
Perché qui alla fine il messaggio che passa è semplice e offensivo: voi cittadini non avete bisogno di capire prima. Vi basta vedere dopo. Vi basta il comunicato sul rientro. Vi basta la cerimonia. Vi basta il palazzo riaperto. Vi basta la foto. Le carte vere, il loro ordine, il loro peso politico, le loro omissioni temporali, quelle lasciatele a chi ha tempo di scavare.
E invece no. Proprio perché si parla di un palazzo simbolico, di una ricostruzione interminabile, di una variante da oltre un milione e di un quadro economico che supera i dieci milioni, gli atti politici dovrebbero precedere nettamente sia le determine sia la comunicazione trionfale, non inseguirle col fiatone come un parente in ritardo al matrimonio.
A Mirandola, invece, siamo alla formula definitiva del governo rovesciato: prima la determina spende, poi il Comune celebra, poi la delibera — se e quando compare — serve quasi solo a ratificare a vista un film già iniziato.
Ed è per questo che la vera immagine del Palazzo Comunale oggi non è la facciata restaurata. È la facciata restaurata con sopra la rete che trattiene i pezzi, e sotto gli scatoloni del trasloco già pronti per la festa. Una perfetta allegoria civica: sopra si contengono i crolli, sotto si anticipa la propaganda. In mezzo, la politica manca all’appello.
Fonti: determina n. 307 del 16/04/2026 sul Palazzo Municipale
E tu dovresti pensare che qualcuno, da qualche parte, stia davvero vedendo qualcosa di utile.
Spoiler: non è così automatico.
Perché una telecamera non serve a niente se non è messa nel posto giusto, nel modo giusto e per lo scopo giusto.
E questo impianto — sulla carta perfetto — inizia già a scricchiolare proprio lì.
COME FUNZIONA (IN TEORIA)
Il principio è semplice: le telecamere installate sul territorio riprendono ciò che accade, trasformando la luce in segnale digitale. Questo segnale viene trasmesso tramite rete (cavo o wireless) fino a una sala server centrale, dove viene registrato e reso disponibile agli operatori.
LA CRITICITÀ: IL RAGGIO DI IDENTIFICAZIONE
Una telecamera non “vede” tutto allo stesso modo.
C’è una differenza fondamentale tra:
rilevare una presenza
riconoscere una persona
identificare un volto o una targa
Queste tre cose richiedono distanze, angoli e qualità dell’immagine completamente diversi.
Il progetto prevede telecamere da 6 o 4 megapixel con zoom variabile e illuminazione IR fino a circa 50 metri.
Ma questo dato, preso così, è fuorviante.
Perché 50 metri significa vedere qualcosa, non identificarlo con certezza.
In ambito tecnico si usano standard (come quelli basati su pixel per metro) che distinguono chiaramente:
osservazione
riconoscimento
identificazione
E l’identificazione reale avviene a distanze molto inferiori.
Qui non si tratta di opinioni. Qui ci sono numeri.
E i numeri, purtroppo per qualcuno, sono molto meno propagandabili.
Il progetto lo dice chiaramente:
25 pixel/metro → vedi un movimento
62,5 pixel/metro → osservi (capisci cosa succede)
125 pixel/metro → riconosci (forse capisci chi è)
250 pixel/metro → identifichi davvero
Fermiamoci un secondo.
👉 250 pixel/metro per identificare.
Duecentocinquanta.
E ORA TORNIAMO ALLA SIMULAZIONE
Nella simulazione di prima:
👉 a circa 18 metri → 189 pixel/metro
Che significa?
Significa che:
❌ non sei in identificazione ❌ sei sotto la soglia tecnica
Sei, nella migliore delle ipotesi, in zona riconoscimento.
Tradotto in italiano semplice:
👉 forse capisci chi è 👉 forse no 👉 in tribunale… auguri
E C’È DI PEGGIO
Perché quei valori sono teorici.
Il progetto stesso lo dice:
luce
angolo
inclinazione
sporco sulla lente
ostacoli
👉 tutto peggiora la qualità reale
Quindi quei 189 pixel/metro?
Sono già ottimistici.
Analizziamo la zona della ex autostazione, già teatro di un pestaggio pochi mesi fa.
E niente, alla fine arriva la matematica. Quella cattiva. 6 telecamere da 4 megapixel (non le migliori) devono coprire un area grande poco illuminata a due passi dal centro.
Perché finché guardi le tavole del collaudo vedi i bei triangolini rossi, ordinati, rassicuranti: tutto coperto, tutto sotto controllo, tutto “sicurezza urbana integrata” come da manuale . Poi però qualcuno prende quei dati, li misura davvero, li scala sulla realtà… e succede il disastro.
Succede che il cono di visione non è una poesia ma una geometria spietata: sotto la telecamera hai il buco nero, la zona dove semplicemente non esisti; subito dopo hai la fascia “buona”, quella in cui – forse – ti riconoscono; e poi, man mano che ti allontani, torni a dissolverti, prima in una sagoma, poi in un pixel con ambizioni. E guarda caso, nel tuo schema, quella fascia utile è una strisciolina, un corridoio stretto in mezzo al nulla.
Tradotto: abbiamo riempito una piazzale con telecamere da 4MP, ma la zona in cui una persona è davvero identificabile è più simile a un foglio a4 ma visto in sezione. Il resto è scenografia: o troppo vicino per entrare nell’inquadratura, o troppo lontano per capire chi sei.
E allora quei triangoli rossi delle tavole diventano quasi comici: non rappresentano la realtà, rappresentano l’intenzione. La differenza tra “vedere” e “capire” è tutta lì dentro. E costa pure 5.322 € da una parte e 6.705 € dall’altra.
La cosa più notevole? Non è un errore nascosto. È tutto coerente col progetto. È proprio così che funziona. Ed è proprio questo il problema.
Nelle future puntate analizzeremo altri siti particolarmente interessanti ed altre criticità del progetto. le fonti verranno pubblicate tutte assieme al termine della serie.
ovvero: se il tavolo storico era sopravvissuto al terremoto, perché mai dovevamo regalare alla giunta un nuovo giocattolo cablato?
Ci sono spese che almeno hanno la decenza di fingersi necessarie. E poi ci sono quelle che sembrano partorite direttamente da una fantasia da piccolo ducato padano, dove il problema non è amministrare bene, ma farlo con abbastanza scenografia da far capire a tutti chi comanda.
Nel pacchetto arredi per il nuovo Palazzo municipale compare infatti un pezzo forte, anzi fortissimo: un tavolo di giunta a ferro di cavallo, modulare, completo di 13 top access, dentro una fornitura complessiva da 113.350 euro netti, pari a 138.287 euro IVA compresa.
Fin qui uno potrebbe anche sbadigliare. Ma poi arriva il dettaglio che trasforma il mobile in una dichiarazione morale. Il prospetto economico dice che il tavolo giunta fornitura e posa costa 29.000 euro, da cui vengono tolti 2.200 euro di top access “previsti inizialmente”, ottenendo un totale tavolo giunta senza elettrificazione di 26.800 euro. E subito dopo compare la vera poesia amministrativa: “elettrificazione tavolo giunta”, con 13 nuovi top access, “di due dimensioni”, completi di multiprese e cavi di alimentazione, per altri 8.957 euro netti.
Tradotto dal burocratese: il tavolo della giunta non è un tavolo. È un gadget di potere. Un altare tecnologico. Un ferro di cavallo cablato, pensato non per decidere meglio, ma per decidere con più comfort, più posa, più effetto astronave. In totale il solo tavolo, con la sua anima elettrificata, arriva a 35.757 euro netti oppure se preferite circa 43.624 euro IVA compresa
Ma il punto più irritante non è nemmeno il prezzo. È il contesto. Perché se davvero, come noto, il vecchio tavolo della giunta era stato recuperato dal municipio terremotato ed era stato reinstallato nel municipio temporaneo, allora la scelta più logica, più lineare, più perfino simbolica, sarebbe stata riportarlo a casa. Rimettere il tavolo storico nella sala storica. Restituire alla sede restaurata anche il suo arredo, invece di approfittare del rientro per mettere in scena la fiera dell’upgrade istituzionale.
Invece no. A Mirandola il ritorno nel municipio restaurato non diventa il ritorno delle cose al loro posto. Diventa il pretesto per fare il salto dal tavolo della continuità al tavolo della vanità elettrificata. Come se il problema del Comune, dopo quattordici anni di ferite, attese, proroghe, lavori e rinvii, fosse che alla giunta mancassero abbastanza botole con multiprese.
Naturalmente i documenti parlano solo di top access, prese e cavi. Non parlano, almeno per ora, di funzioni avanzate di controllo politico. Ma qui entra in campo la satira che dopo un assist del genere non può rimanere muta.
Intervista immaginaria alla Lety davanti al tavolo elettrificato
Fico: Sindaca, ci spiega perché per il tavolo della giunta servivano quasi novemila euro solo di elettrificazione?
Lety: Perché governare oggi richiede strumenti moderni.
Fico: Cioè tredici botole con prese?
Lety: Non le chiami botole. Le chiamiamo stazioni operative di comando.
Fico: E a cosa servono, precisamente?
Lety: A molte cose. Alimentare dispositivi. Ordinare i cavi. Dare efficienza all’azione amministrativa. E, nei casi più delicati, intervenire sul fattore umano.
Fico: Intervenire sul fattore umano?
Lety: Certo. Sotto il tavolo c’è un pannello nascosto. Molto discreto. Elegante. I cittadini non lo vedono, gli assessori lo temono.
Fico: E cosa fa questo pannello?
Lety: Dipende dalla modalità selezionata. C’è “silenzio istituzionale”, molto utile quando qualcuno inizia a fare domande sbagliate. C’è “immobilizzazione prudenziale”, nel caso un assessore abbia improvvisi scatti di autonomia. E poi c’è la funzione più raffinata: “richiamo elettrico”.
Fico: Vuole dire una scossa?
Lety: Io preferisco dire: un incentivo alla disciplina.
Fico: E si può scegliere l’assessore da colpire?
Lety: Questa è la bellezza della tecnologia. Una volta bisognava fulminarli tutti politicamente. Oggi puoi lavorare sul singolo.
Fico: E quale assessore sceglierebbe per primo?
Lety: Quella con i capelli rossi.
Fine dell’intervista. Ma in realtà il punto serio è proprio questo. In un Comune normale, con un minimo di pudore istituzionale, il ritorno nella sede restaurata dopo il sisma sarebbe stato raccontato anche come ricucitura materiale della storia: il palazzo torna ad essere palazzo, la sala torna ad essere sala, il tavolo della giunta torna al suo posto. Qui invece la logica sembra un’altra: non riportare, ma sostituire; non recuperare, ma allestire; non continuità, ma upgrade; non sobrietà, ma rappresentazione.
E così il tavolo della giunta diventa perfetto come simbolo di questa amministrazione: non basta sedersi a decidere, bisogna sedersi bene, sedersi su misura, sedersi cablati, sedersi con abbastanza prese da far sembrare la riunione di giunta il ponte di comando di una nave da crociera.
Tutto molto moderno. Tutto molto connesso. Tutto molto accessoriato. Tranne forse il collegamento con il senso della misura.
Perché alla fine è questo che dà fastidio. Non il legno. Non i cavi. Non le multiprese. Ma l’idea di fondo: che il ritorno nel municipio restaurato non fosse l’occasione per restituire dignità a ciò che era stato salvato, bensì per regalare alla corte un nuovo trono elettrificato.
E allora sì, forse la funzione più utile di quel pannello nascosto esiste davvero. Non serve a immobilizzare gli assessori. Serve a immobilizzare il buon senso, ogni volta che prova a sedersi al tavolo.
E se domani qualcuno venisse a raccontare che non era il tavolo della giunta ma quello del consiglio comunale, non cambierebbe assolutamente nulla: la spesa resterebbe discutibile, il principio resterebbe lo stesso e il vizio di fondo pure. Sempre di nuovo arredo costoso ed elettrificato si tratterebbe, mentre sarebbe stato assai più dignitoso riportare nella sede restaurata ciò che dal sisma era stato salvato. Con una differenza, però: in quel caso al conto si aggiungerebbe anche la figuraccia. Perché spendere così per un tavolo è già notevole; non sapere nemmeno con precisione quale tavolo si sta raccontando sarebbe il tocco finale di una comicità amministrativa involontaria.
Fonti documentali: determina n. 295 del 14/04/2026 sull’allestimento della sala consiliare e del front-office; prospetto economico con le voci “tavolo giunta a ferro di cavallo”, “totale tavolo giunta senza elettrificazione” ed “elettrificazione tavolo giunta” per 8.957 euro netti.
Dopo l’approvazione del FRIA, il Fico e parecchi lettori si erano fatti la domanda più indecente che si possa rivolgere a un’amministrazione innamorata della propria propaganda: quanto ci è costata davvero questa macchina della sorveglianza?
Per una volta non è stato necessario scavare nell’albo pretorio con badile e rosario. È bastato leggere bene la determina Nr. 289 del 10/04/2026 che mi ha evitato di fare una lunga ricerca a ritroso.
Analiziamola:
Il progetto definitivo-esecutivo partiva da 782.103,13 euro. Ma il dato serio, quello da usare quando si parla di quanto è stato effettivamente speso dopo gara e variante, è un altro: 767.324,57 euro.
Sì: settecentosessantasettemilatrecentoventiquattro euro e cinquantasette centesimi.
Una cifra che, già da sola, dovrebbe bastare a togliere ogni alone poetico alla solita litania sulla “sicurezza urbana integrata”, sulla “prevenzione intelligente”, sul “controllo del territorio”. Perché quando arriva il conto, la retorica si siede composta e tace.
E attenzione: questi 767 mila euro non sono il costo nudo e crudo delle sole telecamere attaccate ai pali. Dentro c’è tutto il cucuzzaro finale dell’intervento: lavori, somme a disposizione e anche assistenza e manutenzione. Quindi nessuno provi a rifugiarsi nella solita tana del “eh, ma l’impianto in sé costava meno”. No. Il conto va preso intero, come tutte le ossessioni amministrative serie.
Nel quadro finale, infatti, i lavori stanno a 518.707,01 euro. Le somme a disposizione dell’amministrazione arrivano a 181.292,99 euro. E il capitolo servizi di assistenza e manutenzione pesa per altri 67.324,57 euro.
Tradotto dal comunalese: non solo abbiamo pagato una fortuna per piazzare l’occhio elettronico sul territorio, ma abbiamo pure previsto di mantenerlo, accudirlo, nutrirlo e tenerlo ben lucido, come si conviene a ogni grande idolo della religione contemporanea del controllo.
Insomma: 767.324,57 euro, manutenzione compresa. Non sulla carta dei sogni. Non nella bozza del desiderio securitario. Nel quadro economico finale.
Se poi uno vuole proprio divertirsi, può anche fare la differenza tra il progetto iniziale e il quadro finale: da 782.103,13 si scende a 767.324,57. Quindi non è neppure la favola di un costo esploso fuori controllo. È peggio, in un certo senso: significa che anche dopo gara e variante, ripulito e assestato, il grande occhio della Ducale resta comunque una macchina da oltre 767 mila euro. Cioè una montagna di soldi lo stesso.
E qui entra in scena lei, la Lety, gran sacerdotessa della vigilanza con sorriso d’ordinanza.
Intervistata dal Fico davanti alla cattedrale elettronica della Ducale, la Lety ha illustrato con la consueta profondità da pozzanghera la filosofia dell’investimento: “I 767 mila euro non sono una spesa. Sono una carezza istituzionale. Per anni si sono buttati soldi in cose superate come scuole, edifici, manutenzioni vere e servizi tangibili. Noi invece abbiamo scelto il futuro: pali, telecamere, lettori targhe e manutenzione dell’occhio pubblico. Oggi amministrare non significa risolvere i problemi, ma riprenderli bene. E sulla manutenzione vorrei dire basta polemiche: una telecamera, dopo che l’hai installata, va seguita, accompagnata, capita. È un rapporto che continua. Questa amministrazione non lascia solo nessuno: né i cittadini, né i pali, né le targhe.”**
Il capolavoro, però, non è neppure la cifra. Il capolavoro è il contesto.
Perché siamo nella città dove per tutto il resto spuntano sempre le stesse omelie da economia penitenziale: prudenza, scarsità di risorse, tempi difficili, equilibrio di bilancio, sacrifici necessari, senso di responsabilità, sobrietà. Poi però, quando si tratta di disseminare il territorio di occhi elettronici, lettori targhe e apparati vari, il portafoglio pubblico si apre con la spontaneità di un devoto davanti alla reliquia.
Oltre 767 mila euro.
Non per vedere meglio i propri ritardi. Non per intercettare prima le proroghe che figliano come ratti. Non per localizzare il punto esatto in cui un’opera pubblica smette di essere un cantiere e comincia a sembrare una punizione biblica. No. Per guardare noi.
E questa è la parte più oscena di tutte: il numero, una volta liberato dal linguaggio ovattato delle determine, si vendica da solo.
Perché 767.324,57 euro per videosorveglianza, lettura targhe, assistenza e manutenzione non sono un semplice intervento. Sono un’ossessione con quadro economico allegato. Un voyeurismo istituzionale finanziato. Una dichiarazione d’amore della politica mediocre verso il potere di fissarti mentre continua a non vedere sé stessa.
Se le telecamere sono circa 250, il conto medio fa pure più male: siamo intorno ai 3.069 euro all inclusive per telecamera, spalmando sul totale finale dell’intervento anche il contorno amministrativo e manutentivo. Altro che occhietto discreto: qui ogni pupilla elettronica ha il suo peso specifico di bilancio.
Questa è la morale vera: a Mirandola per molte cose i soldi “non ci sono”. Per guardare meglio i cittadini, invece, saltano fuori eccome.
Non 20 mila. Non 80 mila. Non 200 mila.
767.324,57 euro.
Più che un impianto, una fissazione. Più che una priorità, un feticcio. Più che sicurezza, la pornografia amministrativa del controllo.
Ed è bello che almeno stavolta il Comune abbia fatto una cosa utile: non risolvere un problema, non spiegare una priorità, non chiarire una scelta politica. No. Ha scritto nero su bianco il prezzo della propria ossessione.
E il Fico, umilmente, ringrazia.
Perché certi atti non hanno nemmeno bisogno di essere satireggiati. Basta leggerli bene.
Mirandola ha speso 767.324,57 euro per l’occhio. Il cervello, evidentemente, era fuori quadro.
Ps: seguirà un analisi dell’hardware utilizzato e di quanti e dove siano le telecamere da progetto, e continuerà la ricerca di informazioni in merito ai costi della infrastruttura di analisi/trattamento dei dati catturati dalle stesse.
Furti in chiesa, offerte che spariscono, portafogli volatilizzati. Ma per l’Assesorlefo c’è anche un lato positivo: “Almeno non rubano nelle case”.
A Mirandola si ruba pure in chiesa, ma guai a farsi prendere dal pessimismo. In una città dove ogni problema viene affrontato non risolvendolo, ma reinterpretandolo con sufficiente faccia tosta, anche i furti nei luoghi sacri possono diventare l’occasione per sfoderare una nuova perla di pensiero amministrativo creativo.
La notizia è semplice: ladri in chiesa, soldi spariti, offerte volatilizzate, portafogli che prendono la via della redenzione al contrario. Ma il punto non è tanto il furto. Il punto, a Mirandola, è sempre la capacità quasi artistica di prendere una figuraccia e trasformarla in una specie di successo laterale, di risultato obliquo, di vittoria immaginaria da raccontare con aria soddisfatta.
Ed è così che, mentre i fedeli cominciano a capire che per andare a messa ormai conviene vestirsi come per una perquisizione preventiva, l’amministrazione continua a trasmettere serenità. Non sicurezza, che sarebbe troppo. Serenità. Che costa meno e si produce meglio.
Per comprendere fino in fondo la raffinata profondità strategica di questa fase, abbiamo raggiunto l’Assesorlefo, visibilmente ispirato, con le orecchie tese verso l’infinito e lo sguardo perso in quel punto indefinito dove si incontrano la propaganda, il catechismo e il ridicolo.
Gli abbiamo chiesto se l’aumento dei furti in chiesa debba preoccupare i cittadini.
Lui ha sospirato, si è ricomposto il risvoltino istituzionale e ha risposto con quella calma ovattata che precede sempre una sciocchezza memorabile:
“Io inviterei tutti a non drammatizzare. Se i ladri vanno in chiesa, banalmente non stanno andando nelle case. È già una forma di contenimento territoriale del fenomeno.”
Contenimento territoriale del fenomeno. Capite il livello. A Mirandola non si prevengono i reati: si apprezza il fatto che cambino indirizzo.
Abbiamo allora chiesto se, oltre al vantaggio logistico, intravedesse anche un elemento umano, spirituale, magari perfino pastorale in questa nuova abitudine delinquenziale.
L’Assesorlefo, a quel punto, si è illuminato:
“Certamente. Entrare in chiesa, anche con intenzioni sbagliate, è comunque entrare in un luogo sacro. Noi crediamo che la frequentazione, nel medio-lungo periodo, possa favorire percorsi di consapevolezza e, chissà, persino di pentimento.”
Ecco dunque la nuova frontiera della sicurezza mirandolese: non più repressione, non più deterrenza, non più controllo del territorio. No. Evangelizzazione passiva del ladro. Tu rubi il bancomat, intanto però respiri un po’ d’incenso, guardi un crocifisso, senti due letture e magari, mentre esci con le offerte e il portafoglio, cominci un percorso interiore.
Gli abbiamo fatto notare che, nel frattempo, i soldi spariscono davvero.
Lui ha annuito con l’aria grave di chi sta per dire una cosa enorme e invece sta solo guadagnando tempo:
“Ma il pentimento non è mai un processo immediato. Non possiamo aspettarci che uno entri ladro ed esca santo nella stessa mattinata. Serve pazienza. Serve fiducia. Serve accompagnamento.”
Accompagnamento. Al massimo, finora, si è visto l’accompagnamento del bancomat fino allo sportello.
A quel punto abbiamo provato a riportare la conversazione su un piano pratico. Cosa devono fare i fedeli? Come ci si deve comportare, ora che pure la chiesa entra ufficialmente nel circuito dei luoghi dove è bene controllarsi le tasche?
L’Assesorlefo non si è fatto trovare impreparato. Anzi, ha mostrato la consueta prontezza di chi ha sempre una non-soluzione da offrire:
“Il consiglio è semplice: andare in chiesa sprovvisti di denaro, gioielli e preziosi in genere. Meno tentazioni ci sono, meno occasioni si creano. Per quanto riguarda le offerte, oggi esistono strumenti moderni e pienamente compatibili con la fede, come il bonifico online.”
Ed eccola qui, la Mirandola del futuro. Il fedele entra in chiesa alleggerito di tutto: niente contanti, niente portafoglio, niente orologio, niente catenina, niente anello, possibilmente niente borsa. Un cristiano essenziale, smaterializzato, quasi mistico. Le offerte si fanno da casa, col banking app. La devozione passa dallo SPID. Il Vangelo secondo l’home banking.
Restava un ultimo punto, inevitabile. In una città che da anni ama raccontarsi come presidio avanzato di ordine, controllo e cani poliziotto da dépliant, era lecito domandare: e Thor e Giasone?
L’Assesorlefo ha abbassato lo sguardo, col tono mesto di chi deve dare una brutta notizia alla cittadinanza:
“Purtroppo i due esemplari non hanno potuto intervenire. Da quanto mi è stato riferito, sarebbero rimasti temporaneamente storditi dall’incenso. È una criticità operativa che stiamo monitorando.”
Storditi dall’incenso. I cani antidroga piegati dal turibolo. La grande macchina della sicurezza mirandolese neutralizzata da una nuvoletta liturgica. Altro che fiuto investigativo: qui basta una messa ben fatta per mandare in tilt l’unità cinofila.
E in fondo è l’immagine perfetta di tutta la faccenda. Da una parte i fedeli invitati a entrare in chiesa come in una zona a rischio, ripuliti di ogni avere. Dall’altra l’amministrazione che non ammette mai il fallimento, ma lo rilegge sempre come fase transitoria, occasione pedagogica, segnale incoraggiante. In mezzo, come sempre, Mirandola: una città dove i problemi non vengono mai affrontati di petto, ma accarezzati con parole vuote finché non sembrano quasi normali.
Così oggi il messaggio è chiaro: si può rubare in chiesa, ma con moderazione spirituale. Si possono portare via offerte e portafogli, purché resti aperta, da qualche parte, la speranza del ravvedimento. E se proprio i ladri non si convertono, pazienza: almeno, ci spiegano, non sono andati nelle case.
Una consolazione splendida. Quasi quanto un bonifico fatto ai missionari perché in chiesa non ci si fida più a lasciare nemmeno le monete.
C’è una cosa poeticamente mirandolese, quasi commovente, nel vedere un Comune che ama tanto raccontarsi amico della mobilità dolce, della sostenibilità, della città a misura di bici, e poi, quando arriva il momento della verità, decide che la cosa più semplice da tagliare non è il nastro inaugurale, ma direttamente la pista ciclabile.
Succede così con l’intervento della pista ciclabile di via Emilia-Romagna e altri tratti: progetto approvato, progetto esecutivo già confezionato, aree pubbliche, intervento modesto, tempi brevi, soluzione tecnica lineare. Eppure niente. La Giunta, con atto del 1 aprile 2026, decide di interrompere l’iter, archiviare l’opera, recedere dai contratti e recuperare le somme vincolate per usarle altrove. Non perché il progetto fosse sbagliato. Non perché mancassero le aree. Non perché fossero emersi vincoli insormontabili. Semplicemente perché a un certo punto la ciclabile è diventata improvvisamente meno importante di altre cose.
Ed è qui che il giochetto diventa interessante.
Perché questa non era una fantasia da convegno sulla sostenibilità. Il progetto esecutivo del 2024 era già bello pronto: due tratti per complessivi circa 213 metri, uno da circa 50 metri tra via Piemonte e il percorso già esistente, e l’altro da circa 163 metri per collegare il bosco urbano al tratto ciclabile di via Emilia-Romagna. Tutto su aree pubbliche. Tutto tecnicamente piuttosto semplice.
Il primo tratto era poco più che un collegamento in area verde tra recinzioni già esistenti, con larghezza compresa fra 2,25 e 2,35 metri, pavimentazione in asfalto rosso, tre caditoie e allaccio alla rete di smaltimento di via Piemonte. Il secondo tratto era ancora più disarmante nella sua semplicità: percorso in macadam naturale, qualche tombinamento di scoline, raccordo con il bosco urbano, niente grandi opere strutturali, niente montagne da spostare, niente archeologia perduta dell’impero romano. Perfino l’illuminazione era già prevista, con pali da 4 metri fuori terra e interasse di 20 metri.
Insomma: non il ponte sullo Stretto, ma una ciclabile di quartiere già pensata, disegnata, verificata e validata. E con tempi pure ridicoli, nel senso buono del termine: il cronoprogramma stimava 21 giorni naturali per il primo tratto e 49 giorni naturali per il secondo. In pratica, meno tempo di certe proroghe con cui in questo Comune si spostano i cartelli di fine lavori.
Eppure il Comune che ama i ciclisti ha deciso di fare una cosa ancora più innovativa: tagliare le piste ciclabili prima ancora di realizzarle.
La delibera del 2026 è chiarissima. L’opera viene fermata perché bisogna conservare risorse comunali per interventi considerati prioritari. Tradotto dal burocratese: questa ciclabile, che fino a ieri era abbastanza importante da meritarsi un progetto esecutivo e un posto nella programmazione, oggi non è più abbastanza importante da meritarsi i soldi comunali. Però attenzione: non la seppelliscono del tutto. La mettono in naftalina, sperando magari di tirarla fuori un giorno e farla pagare a qualche bando esterno. Cioè: con i soldi nostri no, con i soldi degli altri forse.
La parte più comica, naturalmente, è che nel frattempo qualche soldo l’hanno già speso. La delibera di stop dice che sul capitolo incarichi erano previsti 17.763,20 euro, di cui 6.796,96 euro già liquidati al professionista. E per uscire dal contratto bisognerà aggiungere anche 686,70 euro IVA compresa per il recesso. Quindi la città si ritrova con un progetto pronto, già pagato in parte, ma destinato al magnifico museo comunale delle opere approvate e poi lasciate a stagionare in attesa di tempi migliori.
E questo è il punto politico vero: qui non siamo davanti a un progetto impossibile. Siamo davanti a un progetto facile, corto, modesto, interamente su aree pubbliche, con criticità tecniche apparentemente minime e tempi di esecuzione contenuti. Proprio per questo il taglio pesa di più. Perché se cominci a sforbiciare perfino le opere così, allora il messaggio è chiaro: appena il bilancio tira un po’, appena passano all’orizzonte due nuvole un po’ più nere del solito, il primo a saltare è il nastro verde della propaganda ciclabile.
INTERMEZZO TEATRALE
Sala Giunta. Fuori il cielo è grigio, plumbeo, metaforicamente contabile. La Lety entra con passo solenne, impugna una grossa forbice dorata da inaugurazione, la guarda un istante e poi sospira.
“Signori, bisogna cominciare a stringere la cinghia.”
Silenzio.
“E a tagliare.”
Un assessore, emozionato, si illumina: “Il nastro, sindaca?”
La Lety scuote piano la testa, guarda l’orizzonte come una capitana che avvista la tempesta. “No. Ci sono nubi molto scure all’orizzonte.”
Altro silenzio.
“Da oggi,” continua grave, “si inaugura meno e si sforbicia di più.”
Un tecnico prova timidamente: “Ma veramente questa era una ciclabile piccola, tutta su aree pubbliche, già progettata, tempi brevi…”
La Lety alza la mano. “Appunto. È proprio dalle cose piccole che si vede il rigore.”
“E i soldi già spesi?”
“Quelli,” risponde lei con la serenità dei grandi statisti del rinvio, “servivano a capire se fosse il caso di non farla.”
Sipario.
Il capolavoro, in fondo, è tutto qui: prima si approva il progetto esecutivo, poi si verifica, poi si valida, poi si paga un pezzo di progettazione, e infine si scopre che la priorità era non farlo. Una meraviglia di amministrazione omeopatica: la mobilità sostenibile in dosi talmente piccole da scomparire del tutto.
Il Comune amico dei ciclisti, per ora, si conferma soprattutto amico delle ciclabili purché restino sulla carta. Quelle non consumano asfalto, non impegnano cantieri e soprattutto si possono sempre tirare fuori alla bisogna, in attesa del prossimo bando, del prossimo slogan, del prossimo post sulla città green.
Nel frattempo, forbice alla mano, si taglia dove è più facile: non i ritardi eterni, non i grandi pasticci, non i cantieri maledetti. No. Si taglia la pistina da 213 metri. Che è un po’ come vantarsi di fare la dieta saltando un grissino mentre si continua a divorare il resto del banchetto.
Fonti: delibera di Giunta comunale n. 66 del 01/04/2026, “Intervento di realizzazione della pista ciclabile di via Emilia-Romagna e altri tratti. Atto di indirizzo per l’interruzione e archiviazione dell’intervento e contestuale rescissione unilaterale del contratto”; delibera di Giunta comunale n. 70 del 08/05/2024 di approvazione del progetto esecutivo; relazione generale e tecnica del progetto esecutivo “Pista ciclabile di via Emilia-Romagna e altri tratti”.
sul Municipio, sui faretti e soprattutto sulle acrobazie contabili del Comune.
A Mirandola succede anche questo: dopo anni di cantiere, varianti, ritardi e trombette istituzionali, il Comune tira fuori una nuova determina per il progetto illuminotecnico esterno del Palazzo Municipale. Formalmente l’atto dice che l’illuminazione esterna non era compresa nelle opere in appalto del Municipio. Ma a leggere tutto il contesto, viene da pensare altro. Oppure, più probabilmente, non siamo davanti a una dimenticanza. Siamo davanti a un’aggiunta di rappresentanza. L’impressione non è che mancasse la luce. L’impressione è che mancasse la grandeur. E allora ecco quasi centomila euro di faretti, così il Palazzo Municipale potrà finalmente brillare abbastanza da distrarre i mirandolesi dai fallimenti di chi lo amministra.
Naturalmente non stiamo parlando di due lampadine avvitate con la scaletta del nonno. No. Qui c’è tutta la poesia della spesa pubblica di pregio: luci per colonne, archi, capitelli, finestre, porticati ed elementi decorativi, così il Municipio potrà finalmente scintillare come una bomboniera istituzionale pagata dai cittadini. Il problema è che questa poesia costa. E costa parecchio.
Il conto infatti è di quelli che fanno luce soprattutto sul portafoglio dei mirandolesi: 76.500 euro, più 2.000 euro di oneri per la sicurezza, più IVA, per un totale di 95.770 euro. Con i 35 euro di ANAC, l’annotazione contabile arriva a 95.805 euro. Quasi centomila euro di luce, non per risolvere un problema essenziale, ma per mettere in scena un effetto wow da cartolina amministrativa.
E qui arriva il colpo d’autore, il momento in cui la determina smette di essere un atto amministrativo e diventa cabaret involontario: questa spesa per l’illuminazione esterna del Palazzo Municipale viene imputata al capitolo “Acquisto arredi per uffici comunali”. Sì, proprio così. Quasi 96 mila euro di faretti, luci architetturali, valorizzazione monumentale e impianto esterno… classificati come arredi per uffici. Ormai a Mirandola l’arredamento è una categoria mistica: una sedia è arredo, una scrivania è arredo, un faretto sotto un arco del palazzo storico pure. Domani magari ci mettono anche il campanile tra i mobili bassi.
Poi c’è la procedura, che è sempre una carezza per chi ama la concorrenza: trattativa diretta MePA con un unico operatore, la GREEN TECHNOLOGY STORE S.R.L. L’atto lo dice con quella sincerità che ormai sfiora la performance artistica: trattativa diretta, un solo fornitore, niente pluralità di partecipazione, niente vera gara. In pratica, quando il Comune “fa luce”, preferisce farla con un solo interruttore in mano.
E non è finita, perché l’affidamento viene pure approvato mentre la verifica dei requisiti dell’operatore è ancora in corso. Tradotto dal burocratese: intanto procediamo, poi vediamo. Se va bene, bene. Se no, revoca. Una specie di fidanzamento amministrativo al buio: prima ti affido, poi controllo chi sei.
Intermezzo teatrale
— Scusate, ma questa luce esterna del Municipio non era prevista? — Formalmente no. — E allora perché la fate adesso? — Per valorizzare l’immobile. — Cioè per farlo sembrare ancora più bello? — Esattamente. — E quanto costa questa improvvisa voglia di grandeur? — Novantacinquemila e rotti. — E dove la mettiamo a bilancio? — Negli arredi per uffici comunali. — Ma sono luci. — Anche la faccia tosta, se ben illuminata, arreda.
Sipario.
Il punto politico è persino più offensivo del dettaglio contabile. Perché questa determina racconta il solito vizio di fondo: le cose importanti saltano fuori dopo. Prima il progetto. Poi la variante. Poi i tempi che si allungano. Poi il pezzo aggiuntivo. Stavolta non mancava semplicemente la luce: mancava l’effetto scenico. Serviva una mano di brillantezza architettonica per dare al Palazzo quella imponenza che i risultati di questa amministrazione non sono mai riusciti a produrre da soli.
La verità è molto più semplice e molto più misera: non stanno solo illuminando il Palazzo Municipale. Stanno illuminando, una determina dopo l’altra, il loro modo di amministrare. Un modo in cui il buio non è un incidente. È un metodo. E la luce, invece di chiarire, serve a distrarre.
Fonti: Determinazione n. 282 del 03/04/2026, Comune di Mirandola, “Sisma 2012 – Lavori di ripristino e ristrutturazione del fabbricato denominato Palazzo Municipale – progetto illuminotecnico con fornitura e posa in opera dei corpi illuminanti”.
A Mirandola la Polizia Ducale si è comprata un simulatore di guida. Nome commerciale: AUTO NAKED. Nome politico: investimento strategico. Nome vero, molto più onesto: macchina rossa da quasi quindicimila euro che nelle scuole rischia di servire soprattutto a fare la fila. La determina parla di € 12.090 più IVA, cioè € 14.749,80, e racconta l’acquisto come strumento per l’educazione stradale degli studenti delle quarte e quinte superiori. In soccorso arriva la Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola con 12.000 euro di contributo (ma che verranno aumentati per pagare anche l’iva). E qui parte subito la solita nenia del paese: “Eh ma allora il Comune non ci mette niente”. Certo. Sempre soldi del territorio sono. E soprattutto resta intera la domanda vera: ma questo coso serve davvero alle scuole o serve soprattutto a fare scena?
Perché la determina è bravissima a vendere il profumo dell’operazione. Sicurezza stradale. Giovani. Responsabilità. Autocontrollo. Valutazione del rischio. Tutte parole belle, lucide, istituzionali, da dépliant con piega a tre. Però si ferma un attimo prima del punto decisivo: come lo usi, concretamente, nelle scuole senza far saltare i tempi scolastici? Perché il simulatore non parla a una classe. Non lavora in gruppo. Non coinvolge trenta ragazzi insieme. Funziona uno alla volta. E appena entra in scena la matematica, tutta la poesia da delibera si sgonfia come una gomma ricostruita.
Facciamo il conto più banale del mondo. Una classe da 22 alunni. Prova individuale da 5 minuti a testa (un tempo ridicolmente corto per capire cosa sia davvero guidare non in un videogioco). Totale: 110 minuti, cioè 1 ora e 50 minuti di solo utilizzo teorico del simulatore. Solo guida. Senza contare chi sale, chi scende, chi sistema il sedile, chi chiede dov’è la frizione, chi ride, chi blocca tutto, chi deve essere richiamato, chi vuole rifare il giro perché ha tamponato un cassonetto virtuale. Morale: una classe ti brucia circa due ore quasi soltanto per far provare il baraccone. E in quelle due ore non stai facendo educazione stradale. Stai facendo rotazione di culo sul sedile in ecopelle.
E se allarghi lo sguardo, il castello crolla ancora meglio. Dal report della Municipale, l’attività formativa-educativa 2025 arriva a 84 ore complessive e coinvolge 1.189 alunni, di tutte le scuole di ordine e grado.
Bene: a 5 minuti per studente, far usare il simulatore a tutti significherebbe 5.945 minuti, cioè 99 ore e 5 minuti. Avete letto bene: novantanove ore di solo simulatore, contro ottantaquattro ore di attività formativa complessiva. Quindi, se si prendesse sul serio la logica “lo usiamo per la formazione”, il giocattolo si mangerebbe da solo più ore di quante la Municipale dedichi in un anno intero all’attività educativa nel suo complesso. Prima ancora della spiegazione. Prima ancora della lezione. Prima ancora del cervello.
E volendo stare persino dentro la favoletta ufficiale delle sole quarte e quinte superiori, la situazione non migliora: peggiora con maggiore eleganza. Se prendiamo per buono il dato di circa 2.600 studenti delle superiori a Mirandola, la platea teorica di quarta e quinta è di circa 1.040 ragazzi. A 5 minuti ciascuno sono 86 ore e 40 minuti di solo simulatore. Cioè praticamente tutto il monte ore annuo dell’attività educativa 2025, divorato non dalla formazione, ma dalla coda per accedere alla macchinetta. Una meraviglia pedagogica: per insegnare la sicurezza stradale ai ragazzi prossimi alla patente, elimini il tempo per insegnare la sicurezza stradale per tutti, dai 6 anni in su.
Quindi no, raccontarla come grande strumento scolastico è una presa in giro gentile, di quelle con il sorriso istituzionale e il comunicato in corpo 12. Questo non è un oggetto nato sui tempi reali della scuola. È molto più plausibile che diventi quello che, sotto sotto, sembra già essere: un gadget da fiera, da gazebo, da iniziativa pubblica, da giornata-evento con utenza rarefatta e fotografi a portata di mano. Lì sì che funziona: pochi salgono, molti guardano, qualcuno applaude, tutti fanno finta che sia educazione e non intrattenimento comunale con volante. In piazza il collo di bottiglia diventa attrazione. A scuola invece resta un collo di bottiglia. E pure costoso.
La cosa più divertente è che la determina tenta di farlo passare per scelta razionale, quasi inevitabile: affidamento diretto, operatore con esperienza, prezzo congruo, progetto nobile, contributo della Fondazione. Tutto in ordine, tutto pulito, tutto pettinato. Ma la vera domanda non è se il procedimento sia stato confezionato bene. La vera domanda è se l’oggetto acquistato abbia un senso proporzionato rispetto all’uso dichiarato. E qui la risposta, tolto il rossetto alla pratica, è parecchio più sgradevole: nelle scuole questo coso è logisticamente scomodo, didatticamente ingombrante e temporalmente incompatibile. In compenso è perfetto per una fiera: colorato, vistoso, abbastanza grosso da sembrare importante e abbastanza inutile da piacere alla politica locale.
INTERMEZZO TEATRALE
Il Fico in incognito sale sul Simulatore Ducale con aria composta. Regola il sedile. Impugna il volante. Fa due metri prudenti, quasi istituzionali. Un agente annuisce soddisfatto. L’assessorelfo sussurra: “Ecco, vede? Educazione stradale.”
Poi succede l’imprevisto. Nel cervello del Fico si accende all’improvviso un ricordo lontano: la sala giochi di Marina di Ravenna, l’odore del mare, i gettoni sudati, il vecchio Sega Rally, la chiamata feroce della derapata virtuale.
Fine della prudenza. Fine della pedagogia. Fine della simulazione civile.
Il Fico pesta sull’acceleratore come se dovesse vendicarsi di vent’anni di rotatorie, e di semafori regolati male. Prima, seconda, terza, quarta. Il simulatore geme. Il monitor trema. Da qualche parte, nella Mirandola virtuale, l’autovelox di San Giacomo Roncole comincia a suonare come la campana dell’Apocalisse.
Compare la scritta: NUOVO RECORD
Un vigile si fa il segno della croce. Uno chiama il comandante. Un altro propone già di inserire il risultato nel PEG come performance strategica.
Il Fico scende lentamente, si liscia la giacca, guarda il monitor e dice: “Mah. Bello. Però la grafica è un po’ approssimativa. Sembra Mirandola rifatta da uno che l’ha vista una volta di sfuggita da dietro il vetro sporco del treno.”
Silenzio gelido.
Sipario.
E infatti è tutto qui. Non hanno comprato un presidio didattico. Hanno comprato un oggetto da esibizione con la scusa della didattica. Un totem rosso per iniziative pubbliche, benedetto dalla retorica della sicurezza stradale e travestito da rivoluzione educativa. Un simulatore di guida, sì. Ma soprattutto un meraviglioso simulatore di programmazione amministrativa: sembra intelligente finché non provi a usarlo davvero.
Fonti: Determinazione n. 283 del 03/04/2026 del Comune di Mirandola, relativa all’acquisto del simulatore di guida “AUTO NAKED” per educazione stradale, importo € 12.090 + IVA = € 14.749,80, finalità dichiarata rivolta agli studenti delle quarte e quinte superiori; nota della Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola prot. 0013904/2026, con contributo deliberato di € 12.000 per il progetto “Simulatore di guida per educazione stradale”. I calcoli sui tempi di utilizzo sono elaborazioni sui dati del report fotografato e sulle ipotesi esplicitate nel testo.