Categoria: Mirandola

Ida Wells

  • QUANDO LA SOMMA NON FA IL TOTALE

    ovvero: il Comune di Mirandola e la guerra personale contro l’addizione

    Ci sono amministrazioni che inciampano su una variante. Altre su una proroga. Altre ancora su una data sbagliata. E poi c’è il livello superiore: inciampare su una somma.

    Negli atti del cantiere del Lolli, a un certo punto, non siamo più davanti al classico refuso da ufficio svogliato. Siamo davanti a qualcosa di più serio e più comico insieme: la trasformazione della matematica in narrativa amministrativa. Il meccanismo è semplice. La determina elenca le percentuali dei subappalti. Il lettore le somma. Il totale che esce è uno. Il Comune, con impassibile faccia di bronzo, ne scrive un altro. E lo firma pure.

    All’inizio uno è perfino indulgente. Pensa: sarà scappata una virgola. E infatti nella 636/2025 succede proprio questo: percentuali che dovrebbero essere circa 1,35% e 2,43% diventano 0,0135% e 0,02430%. Una roba così maldestra da sembrare quasi un esercizio di sabotaggio interno. Però va bene, ci diciamo: capita. Una volta. Forse nessuno ha riletto. Forse la calcolatrice era in ferie.

    Poi arriva la 835/2025 e per un attimo sembra che abbiano ritrovato il lume della ragione: 1,35 + 2,43 + 13,503 = 17,283. Qui i conti tornano. Qui la somma fa davvero il totale. Qui uno rischia persino di tranquillizzarsi.

    Ed è esattamente lì che inizia la parte più offensiva per l’intelligenza del lettore.

    Con la determina n. 8 del 13 gennaio 2026, quella del primo subappalto a Omar Immobiliare, il Comune mette in fila le quote: 1,35%, 2,43%, 13,50%, 1,08%. Somma reale: 18,36%. Totale scritto nell’atto: 23,59%. Dunque spariscono dal nulla 5,23 punti percentuali.
    Non due decimali ballerini. Non una piccola svista. Cinque punti e rotti. Un pezzo di totale che non sta nelle quote elencate ma compare lo stesso, come i parenti lontani al momento dell’eredità.

    Con la 195/2026 il Comune rilancia: le quote elencate fanno 19,98%, ma il totale dichiarato è 25,67%.
    Mancano 5,69 punti. Con la 232/2026 la somma arriva a 22,62%, ma il totale vola a 29,06%. Mancano 6,44 punti.
    Con la 266/2026 la somma si ferma a 23,70%, ma il Comune scrive 30,44%. Mancano 6,74 punti.
    A quel punto non sei più davanti a un errore. Sei davanti a una solida incapacità di provare imbarazzo.

    E qui viene il bello. Qualcuno potrebbe obiettare: “magari il totale strano dipende dal subappalto Gtechnology, quello della determina 932/2025”. Peccato che non funzioni neppure così. Se escludi Gtechnology, come è corretto fare seguendo la filiera delle determine 2026 che ragionano sulle quote cumulate dell’importo contrattuale, i conti non tornano lo stesso: nella 8/2026 le percentuali elencate fanno 18,36%, ma il totale scritto è 23,59%; nella 195/2026 la somma fa 19,98%, ma il Comune scrive 25,67%; nella 232/2026 la somma fa 22,62%, ma l’atto dichiara 29,06%; nella 266/2026 la somma fa 23,70%, ma il totale sale magicamente a 30,44%. Però il capolavoro è che non torna nemmeno includendo Gtechnology: se infatti prendi il suo importo di 114.181,09 euro e lo rapporti all’intero importo contrattuale da 740.594,54 euro, ottieni circa 15,42%. E allora i totali veri salirebbero a circa 33,78%, 35,40%, 38,04% e 39,12%, cioè numeri ancora diversi da quelli scritti nelle determine. Tradotto: escludendo Gtechnology i conti non tornano; includendo Gtechnology tornano ancora meno. Quindi non è lui a spiegare la percentuale fantasma. Il problema non è quale subappalto considerare: il problema è che chi scrive quei totali ha un rapporto molto libero con l’addizione.

    Ed è qui che si apre il sipario.

    Intermezzo teatrale

    “Lety alla lavagna”

    Aula di sostegno amministrativo. Alla parete un cartellone: “Le somme sono un’opinione, il totale è un valore”. La maestra ha appena scritto alla lavagna quattro percentuali. In piedi, col grembiulino e lo sguardo perso nel vuoto, c’è Lety. In mano stringe un gessetto come fosse un oggetto ostile.

    Maestra:
    “Allora Lety, stai attenta. Se abbiamo 1,35 più 2,43 più 13,50 più 1,08… quanto fa?”

    Lety (mastica il gessetto con gli occhi lucidi):
    “Eh… ventitré e qualcosa?”

    Maestra:
    “No Lety. Prova con calma. Somma bene.”

    Lety:
    “Ventitré virgola cinquantanove?”

    Maestra:
    “Ma no, tesoro. Fa 18,36.”

    Lety (in difficoltà, guardando il soffitto come se la risposta fosse scritta lì):
    “Però a me piaceva di più 23,59.”

    Maestra:
    “Capisco, ma in matematica non si mette il numero che piace. Si mette quello che viene.”

    Lety (quasi offesa):
    “E allora che gusto c’è?”

    (La maestra sospira, cambia esercizio.)

    Maestra:
    “Facciamo un altro tentativo. 1,35 più 2,43 più 13,50 più 1,08 più 1,62. Quanto fa?”

    Lety (serissima, come chi ha studiato male ma con convinzione):
    “25,67.”

    Maestra:
    “No. Fa 19,98.”

    Lety:
    “Però se uno ci mette un po’ di impegno può arrivare a 25,67.”

    Maestra:
    “No, Lety. Non funziona così.”

    Lety (quasi piangendo):
    “Maestra, io le somme le sento dentro.”

    (La calcolatrice sul banco si spegne da sola per il disagio.)

    Maestra:
    “Ultimo esercizio, poi andiamo a ricreazione. 1,35 più 2,43 più 13,50 più 1,08 più 1,62 più 2,64 più 1,08. Totale?”

    Lety (chiude gli occhi, inspira profondamente, affida tutto all’universo):
    “30,44.”

    Maestra:
    “No, Lety. Fa 23,70.”

    Lety:
    “Maestra, io ci ho provato.”

    Maestra:
    “Lo so.”

    Lety:
    “Posso almeno scrivere che sono sotto il limite massimo?”

    Maestra:
    “Puoi scriverlo, ma prima impara a fare una somma.”

    Sipario. La campanella suona. Euclide esce dall’aula in silenzio e chiede il prepensionamento.

    Il punto politico, infatti, è persino peggiore della gag. Perché qui non si parla di una studentessa immaginaria alla lavagna. Qui si parla di atti amministrativi veri, firmati, protocollati, pubblicati. Roba che dovrebbe reggersi su numeri controllati e non su intuizioni mistiche. E invece il cittadino che legge si trova davanti a una specie di catechismo contabile in cui la somma è facoltativa, il totale è creativo e il controllo qualità è affidato alla Provvidenza.

    E no, non basta nemmeno la formula rituale sul “limite massimo del subappalto” per dare una parvenza di serietà. Nel bando di gara del Lolli non c’è alcun tetto numerico secco che salvi la faccia a chi non sa fare una somma. Il disciplinare dice solo che non può essere subappaltata l’integrale esecuzione delle prestazioni né la prevalente esecuzione delle medesime. Dunque il problema non è neppure il limite. Il problema è che prima di capire se sei sotto o sopra il limite, dovresti almeno saper fare il totale.

    Per non fare confusione dove l’amministrazione ne produce già abbastanza, la 932/2025 su Gtechnology va tenuta a parte, perché lì il 69,61% è riferito alla sola OG11. Ma nemmeno serve tirarla in ballo per mostrare il disastro. Basta la filiera ordinaria dei subappalti per vedere la scena completa: prima la virgola ubriaca, poi un breve momento di lucidità, poi l’istituzionalizzazione della percentuale fantasma.

    E allora sì: il problema non è solo che il Comune sbagli i conti. Il problema è che li sbaglia con un tono talmente sicuro da sembrare quasi convinto che il cretino sia chi li controlla. Questo è il vero capolavoro. Non l’errore. Ma la spudoratezza con cui l’errore viene trasformato in testo ufficiale.

    Fonti: determina n. 583/2025 (Malagoli Coperture), determina n. 636/2025 (E.M.G. Ponteggi), determina n. 835/2025 (Gemmalpe), determina n. 8/2026 (Omar Immobiliare), determina n. 195/2026 (S.R. Costruzioni), determina n. 232/2026 (estensione Omar), determina n. 266/2026 (Premac), determina n. 932/2025 (Gtechnology, solo OG11), bando/disciplinare di gara del Lolli.

  • FIERA DI MAGGIO 2026: IL BALCONE PUÒ ASPETTARE

    C’era chi (io) già si immaginava la scena: Lety affacciata dal balcone del Municipio, fascia tricolore ben tirata, sorriso da inaugurazione, mano pronta al saluto da cartolina, sotto la Fiera che rumoreggia tra bancarelle, fritto misto e autopromozione istituzionale.

    Intermezzo teatrale.
    Sipario.
    Lety entra in scena, guarda verso Piazza Costituente, allarga le braccia e sussurra:
    “Popolo mirandolese, eccomi, finalmente sul mio balcone…”
    Ma dal fondo del palco compare il tecnico col faldone. Tossicchia. Apre l’atto. E con la delicatezza di una betoniera in retromarcia le ricorda che no, sindaca, il Municipio non è semplicemente in ritardo: è ancora appeso a un’altra variante da approvare.
    Sipario che si richiude. Orchestra che attacca la Marcia della Proroga.

    Perché il punto vero della determina n. 245 del 30 marzo 2026 non è solo che il termine dei lavori viene spostato al 30 aprile 2026. Il punto vero è che il Comune scrive nero su bianco che continuano a emergere problematiche tecniche “impreviste e imprevedibili” e che queste “necessitano di una variante”. Cioè: il cantiere non è nella fase “spolveriamo e apriamo”. È nella fase “serve ancora una variante”.

    E infatti la richiesta dell’impresa del 2 marzo 2026, protocollata il 27 marzo, è ancora più esplicita: tra le lavorazioni da completare ci sono “alcune opere di variante preannunciate all’impresa, modifiche in corso d’opera, a cui farà seguito perizia di variante”. Non basta: la proroga fino al 30 aprile 2026 viene chiesta “a condizione dell’approvazione della perizia entro breve”. Tradotto dal cantierese al mirandolese corrente: per finire i lavori stanno aspettando che venga approvata un’altra variante.

    Quindi la favoletta della riapertura in tempo per la Fiera di Maggio del 13-14-15-16-17 maggio 2026 comincia ad avere la consistenza di una nuvoletta di zucchero filato sotto il diluvio. Perché tra il 30 aprile e il 13 maggio, nel fantastico mondo della propaganda, dovrebbero stare comodamente dentro: approvazione della nuova perizia di variante, completamento delle opere residue, ultimi interventi collegati agli enti gestori, verifiche finali, pulizie, sistemazioni, allestimenti e magari pure la posa del tappeto rosso per la foto di rito. Sì, certo. Come no.

    Il bello è che questa non è nemmeno la prima fermata del trenino. La determina ricorda che dopo la variante n. 1 del 2024, che aveva già concesso 450 giorni in più, sono arrivate proroghe su proroghe: ottobre, novembre, dicembre, febbraio, marzo, e adesso aprile. Ormai il vero monumento restaurato di Mirandola non è il Municipio: è la proroga, conservata benissimo, valorizzata con atto dirigenziale e riproposta in edizione stagionale.

    Quindi no, cara Fiera di Maggio: salvo miracoli dell’ultim’ora, più che dal balcone del Municipio l’inaugurazione rischia di farsi col naso all’insù, guardando un cantiere che ancora aspetta la sua prossima benedizione burocratica.
    E Lety, poverina, dal balcone per ora può fare solo una cosa: sognarlo.

  • LA COMUNE DI PIAZZA GARIBALDI

    A Mirandola siamo ormai oltre il degrado amministrativo: siamo all’autogestione popolare per sopravvivenza. Mentre l’Assessorelfo e Carofiglio continuano a galleggiare tra comparsate, chiacchiere e vuoto pneumatico, in piazza Garibaldi i cittadini hanno capito una cosa semplicissima: se aspettano il Comune, fanno prima a invecchiare. E allora si sono organizzati da soli. Non per hobby, non per folklore, ma perché quando l’ente che dovrebbe amministrare sonnecchia, qualcuno deve pur rimediare ai suoi fallimenti.

    Nasce così la Comune di Piazza Garibaldi: enclave ribelle sorta sulle macerie dell’ordinaria incapacità municipale. Primo provvedimento del governo rivoluzionario: ripristino autonomo della segnaletica stradale. Sì, avete capito bene. I cittadini rifanno le righe per terra mentre quelli buoni per le foto continuano a vendersi la favoletta della città curata, seguita, presidiata. Presidiata da chi, di grazia? Dall’inerzia? Dalla propaganda? Dall’ufficio scaricabarile?

    Il punto è questo: quando una piazza arriva a doversi mantenere da sola, non siamo davanti a un gesto pittoresco. Siamo davanti a una certificazione popolare di sfiducia. È la città che guarda il Palazzo e gli dice: “Fate talmente poco che ormai conviene saltarvi direttamente”. Altro che partecipazione civica: questa è supplenza disperata di fronte a un’amministrazione che sembra capace solo di occupare le poltrone, non i problemi.

    E così Mirandola scopre la sua verità più comica e più tragica insieme: il Comune non governa più la città, la città tampona il Comune. Piazza Garibaldi prende vita, si autorganizza, si dà da fare, mentre dal municipio arrivano come sempre ritardo, fumo e facce da inaugurazione. La differenza è che qui almeno qualcuno una riga la tira davvero. Gli altri, al massimo, tirano a campare.

  • La cosa più ridicola non è Biondalisa. È la faccia tosta.

    Per mesi a frignare contro la presunta “misoginia” del Fico, e adesso eccoli lì: caricature, targhettizzazione, sberleffi contro comuni cittadine colpevoli solo di leggere, commentare o apprezzare una pagina satirica. Non assessore, non sindaco, non potente di turno: cittadine normali. Comodissime da mettere nel mirino quando non tengono la bocca chiusa.

    Questa non è satira. È vigliaccheria travestita da ironia. È il solito repertorio da retrobottega: se una donna parla, va ridicolizzata; se dissente, va esposta; se non si allinea, va trasformata in macchietta.

    E il bello è che tutto questo arriverebbe da chi voleva fare la maestrina morale agli altri. Alla fine sotto la vernice “impegnata” resta solo un riflesso vecchio, rancoroso e parecchio miserabile: quello di una testa arretrata che usa le donne come bersaglio e poi pretende pure di passare per illuminata.

    Biondalisa misoginia a Km0

  • TRASPORTO PUBBLICO GP MIRANDOLA: CAROFIGLIO COME BINOTTO, “DOBBIAMO CAPIRE”

    A Mirandola il trasporto pubblico non si decide. Si assaggia. Si annusa. Si monitora. Si ottimizza. Si rimodula. Si proroga. E poi, con l’aria grave del genio del muretto box, l’assessore Carofiglio si presenta davanti alla città e spiega che, prima di tutto, dobbiamo capire.

    Il dettaglio comico è che questa non è una prova del weekend. La sperimentazione è stata approvata dalla Giunta il 25 maggio 2022 e il nuovo assetto è entrato in esercizio dal 20 giugno 2022. Quindi non stiamo parlando di una novità ancora da rodare: stiamo parlando di una “sperimentazione” che a marzo 2026 si porta sulle spalle quasi quattro anni di vita amministrativa.

    La stessa delibera del 23 marzo 2026 ricostruisce la saga: conferma per luglio 2023–giugno 2024, modifiche in via sperimentale il 29 maggio 2024, ulteriore ottimizzazione proposta da aMo nel novembre 2024, modifica del programma per il primo semestre 2025 il 6 dicembre 2024, adozione anche per il secondo semestre 2025 l’8 agosto 2025, proroga per il primo trimestre 2026 il 28 gennaio 2026, e ora altra proroga fino a fine aprile 2026. Più che un servizio urbano, sembra una Ferrari in conferenza stampa permanente: sempre al prossimo aggiornamento, mai al traguardo.

    Il passaggio più micidiale, però, è un altro. Dopo tutto questo tempo, l’atto scrive ancora che “durante il periodo di sperimentazione trascorso” sono state individuate alcune corse da sottoporre a monitoraggio diretto per capire se mantenerle o cancellarle. Tradotto dal burocratese al cristiano: dopo quasi quattro anni, il Comune è ancora alla fase in cui controlla se il servizio serve davvero. Non amministrano il TPL. Fanno i collaudatori eterni della linea 401 con la faccia seria di chi sta studiando il comportamento aerodinamico di un alettone.

    Poi arrivano i soldi, che sono sempre la parte più educativa. La delibera richiama una rendicontazione di aMo relativa al primo semestre 2025 e quantifica il costo del servizio “così come in sperimentazione” in 93.951,76 euro oltre IVA, cioè 103.346,94 euro per sei mesi, da cui deriva un costo mensile di 17.224,49 euro. Per prorogare ancora fino alla fine di aprile 2026, il Comune mette a bilancio proprio 17.224,49 euro. Questo è il dato certo. Il dato non certo, e quindi da non spacciare come verità rivelata, è il totale cumulato dal 2022 a oggi: la delibera non lo dice. Ma già il solo fatto che una “sperimentazione” viaggi a oltre 17 mila euro al mese dovrebbe bastare a far alzare qualche sopracciglio anche senza telemetria.

    Se poi uno vuole fare un semplice ragionamento aritmetico, non politico, basta moltiplicare quel costo mensile per dodici: a parità di importo si arriva a circa 206.693,88 euro l’anno. Non è un dato ufficiale della delibera, è l’annualizzazione del numero che l’atto stesso usa per il mese di proroga. Ed è qui che la domanda diventa legittima, feroce e soprattutto rigorosa: una sperimentazione così lunga e così costosa non è ormai un costo strutturale travestito da prova tecnica?

    Ancora meglio: costa più di un servizio ordinario di linea, aggiornato e stabilizzato?
    Su questo punto bisogna essere seri: la delibera del 23 marzo 2026 non fornisce il confronto diretto con un ipotetico servizio ordinario aggiornato. Quindi non si può scrivere onestamente “sì, costa di più” come fatto già dimostrato da questo atto. Si può però fare una domanda politica pesantissima, perché il precedente ufficiale esiste: nel comunicato comunale del 18 giugno 2022, con cui si annunciava l’avvio del nuovo assetto dal 20 giugno, il Comune scriveva che il nuovo sistema comportava “maggiori costi” e che il contributo comunale sarebbe stato “pari a circa 6 volte quello precedente”. Cioè: la sperimentazione nasce già dichiarata come più onerosa rispetto a prima.

    E allora il punto satirico, ma neppure troppo, è questo: per quasi quattro anni Mirandola non ha avuto una scelta politica chiara sul trasporto urbano. Ha avuto Carofiglio in cuffia che esce dal box e recita il rosario del rinvio: dobbiamo capire, dobbiamo monitorare, dobbiamo ottimizzare, dobbiamo verificare, dobbiamo valutare. Sempre lì. Sempre un giro dopo. Sempre la prossima delibera. Sempre il prossimo trimestre. Sempre l’ennesima “eventuale rimodulazione”.

    E intanto aMo incassa il suo pezzo di liturgia. Nel 2022 il Comune presentava il nuovo assetto come progetto elaborato da aMo in collaborazione con SETA e Comune, già accompagnato da costi più alti e da un contributo comunale circa sei volte il precedente. Nel 2026 la stessa aMo è ancora al centro della filiera della “sperimentazione” che viene nutrita con proroghe mensili da 17.224,49 euro. La domanda, quindi, non è solo se il servizio funzioni: la domanda è se a forza di non decidere si stia semplicemente trasformando una prova infinita in una mangiatoia ordinaria travestita da fase tecnica.

    Il tocco finale è quasi poetico. Perché questa stessa aMo, mentre qui continua a essere foraggiata a colpi di proroghe “sperimentali”, è stata travolta negli ultimi mesi dalla vicenda dell’ammanco nelle sue casse. A luglio 2025 la stampa locale parlava di un ammanco di circa 460 mila euro; a febbraio 2026 la Gazzetta di Modena riportava che il “buco” era salito a 582 mila euro, mentre il Comune di Modena parlava ufficialmente di “azione sociale di responsabilità già avviata”. Quindi sì, è legittimo chiedersi se proprio questa agenzia dovesse essere foraggiata a 17.224,49 euro al mese grazie a Mirandola che prolunga la “sperimentazione” per inerzia amministrativa.

    La morale, in stile Formula 1, è semplice.
    A Mirandola il trasporto pubblico non arriva mai al capolinea. Arriva sempre al debrief.
    E Carofiglio, novello Binotto delle corriere, non governa il servizio: lo commenta.

    Perciò la domanda da lasciare appesa, come una bandiera nera sul rettilineo, è questa:

    quanto ancora dobbiamo capire prima che qualcuno trovi il coraggio di dire se questo servizio va reso stabile, rifatto da capo o smesso di vendere come “sperimentale”?

    Perché se nel 2022 il Comune ammetteva che il nuovo assetto costava di più e valeva circa sei volte il contributo precedente, e nel 2026 siamo ancora a 17.224,49 euro al mese per prorogare “in via sperimentale” un servizio nato quasi quattro anni prima, allora più che mobilità urbana questa è indecisione a trazione pubblica.

  • FINALMENTE UN CASO RISOLTO. DECISIVI I CANI, IL VETERINARIO E IL MICROCHIP. GLI UMANI DELLA DUCale UN PO’ MENO

    Dopo le ormai leggendarie e a quanto pare infruttuose indagini sul Fico, la Polizia Ducale può finalmente appuntarsi una medaglia al collare: un caso è stato chiuso davvero.
    Non grazie a intuizioni fulminanti, non grazie a chissà quale acume investigativo, ma grazie a Thor e Giasone, ai loro due interpreti umani agente Zero e agente Carciofo, e pure al veterinario col lettore di chip, che in questa storia svolge il ruolo ingrato ma decisivo dell’unico strumento capace di arrivare davvero al nome del proprietario senza bisogno di tirare a indovinare.

    La scena è mirabile.
    Thor annusa, Giasone conferma, Zero e Carciofo traducono dal canese all’italiano d’ordinanza, poi entra in campo il veterinario con il suo lettore di microchip, una specie di oracolo elettronico che in pochi secondi riesce dove altre indagini, pare, si erano smarrite in sentieri assai più nebulosi.
    E miracolo: stavolta il filo non si spezza, non evapora, non diventa leggenda metropolitana.
    C’è una cucciola, c’è un chip, c’è un lettore, c’è un proprietario, c’è persino una soluzione.
    Roba enorme.
    Roba che da queste parti rischia quasi di sembrare fantascienza applicata.

    Naturalmente, appena la macchina vera del risultato ha finito il suo lavoro, parte subito la macchina simbolica del comunicato. E infatti l’assessore si precipita a spiegarci che l’episodio “conferma l’importanza del presidio sul territorio”.
    E meno male: dopo tanto presidiare, perlomeno un cane smarrito, due cani operativi e un veterinario con scanner hanno prodotto qualcosa di misurabile.
    Viene poi celebrata l’“attività svolta dalla Polizia Locale”, formula elasticissima dentro cui finisce di tutto: il fiuto di Thor e Giasone, la traduzione di Zero e Carciofo, il lavoro del veterinario, il microchip che parla da solo e, a chiusura, il timbro poetico dell’assessorelfo che arriva quando ormai il più è fatto.

    Poi, come sempre, scatta la mano di vernice buona: “anche in materia di tutela degli animali”, addirittura “a servizio della comunità”.
    E qui il quadro si completa.
    Perché il recupero della cucciola viene gonfiato fino a diventare piccola epopea amministrativa, quando in realtà la morale più sincera sarebbe un’altra: appena la Ducale ha smesso di inseguire fantasmi ed è passata a un cane con microchip, con accanto due cani veri e un veterinario col lettore, il caso si è risolto da solo.

    Il capolavoro, però, resta politico.
    I cani trovano la pista, il veterinario legge il chip, il microchip fa il resto, Zero e Carciofo seguono la procedura, ma il trofeo narrativo se lo prende l’assessorelfo, che cala dall’alto il suo sigillo e trasforma una banale catena di competenze concrete in parabola edificante sul presidio del territorio. In sostanza: il cane l’hanno trovato Thor e Giasone, il proprietario l’ha trovato il lettore del veterinario,
    il comunicato invece l’ha trovato subito l’assessore.

  • ALTOLÀ. CON BIONDOTALCO ALZI IL BRACCIO SENZA PAURA

    L’11 marzo 2026 la Giunta di Mirandola ha dovuto fare quello che nel 2024 il Consiglio non aveva voluto fare: fermarsi e ammettere che il regolamento ERP approvato due anni prima conteneva un criterio diventato indifendibile.


    La delibera di giunta n. 51 dell 11 marzo 2026 richiama la sentenza n. 1/2026 della Corte costituzionale e mette nero su bianco il punto vero: la cosiddetta “residenza storica” dava un peso preponderante a una condizione “non direttamente collegata al bisogno abitativo”.
    Non un dettaglio, non una virgola, non una limatura da tecnici: il cuore della questione. Perché se assegni punti premio agli anni di residenza, stai dicendo che nel diritto alla casa può contare di più da quanto tempo uno sta qui, rispetto a quanto bisogno ha davvero di un alloggio pubblico.

    E infatti la Giunta ha riconosciuto che il regolamento del 2024 va modificato e ha perfino sospeso ulteriori assegnazioni sulla graduatoria in essere.


    Tradotto dal burocratese: hanno dovuto tirare il freno su una graduatoria costruita anche su un criterio che la Consulta ha appena preso a schiaffi.

    Ed è qui che il ritorno al 2024 diventa uno spettacolo di cattivo odore politico.
    Perché il Biondo non fu uno che si trovò lì per caso, trascinato dalla corrente, distratto dallo smarphone o col braccio alzato per sbaglio.
    No.
    Il Biondo intervenne, parlò, rivendicò. Disse che erano “molto soddisfatti di questo regolamento” e difese la “valorizzazione dell’anzianità di residenza” come scelta ancora nelle mani dei Comuni.

    Poi spiegò pure il senso della trovata: si passava dal vecchio punteggio massimo di 5 punti fino a 15 punti per chi risultava residente da oltre 25 anni in modo continuativo sul territorio comunale.
    Cioè la casa popolare trasformata in raccolta punti del supermercato territoriale: più timbri hai sull’anagrafe, più avanzi in corsia.

    E il bisogno abitativo? In coda, come un poveraccio senza tessera fedeltà.

    La cosa più oscena, infatti, non è nemmeno il numero in sé.
    È il principio politico che ci sta sotto: in un sistema che dovrebbe servire a dare una casa a chi sta peggio, il Biondo si compiaceva di un meccanismo che premiava la permanenza, non la necessità.

    Non il disagio abitativo, non la fragilità sociale, non l’urgenza concreta di avere un tetto.

    Prima viene il radicamento, poi forse il bisogno.

    Una meraviglia da bottega ideologica: l’emergenza sociale trattata come se fosse un concorso per veterani della residenza.
    E lui lì, sorridente, a spacciare quella roba come saggezza amministrativa.
    Non era saggezza: era classismo pettinato.

    Poi arrivò il voto. E il verbale è una fotografia che non ha bisogno di filtro: la proposta viene messa in votazione per alzata di mano e passa con 14 favorevoli, 0 contrari e 1 astenuta, cioè Canossa.

    Tradotto: quello schifo se lo sono votati praticamente tutti.

    Tutti dentro. Tutti allineati.
    Tutti a benedire un criterio che faceva pesare l’anzianità di residenza più del bisogno reale di una casa.

    Qui la scena è già pronta da sola: il Biondo, braccio teso, ascella bene in vista, che sembra il testimonial del suo deodorante in stick, il mitologico Biondotalco.
    Alza il braccio (destro) senza paura.
    Senza paura di mostrare l’ascella.
    Senza paura dell’alone.
    Senza paura, soprattutto, della puzza politica che usciva da quel sì.
    Perché il problema non era il sudore: era il tanfo di un principio ingiusto travestito da regolamento serio.
    E dietro di lui quasi tutto il consiglio, senza vergogna, a spalmarsi addosso lo stesso stick istituzionale.

    Solo Canossa ha avuto il minimo gusto di non profumarsi con quella roba e di astenersi da tale schifo.

    E allora la morale è semplice. Nel 2026 la Giunta è stata costretta ad ammettere che l’anzianità di residenza non può pesare più dell’effettiva necessità di un alloggio per chi ne ha diritto.
    Nel 2024, invece, quasi tutto il Consiglio comunale si è accodato e ha votato quella schifezza senza battere ciglio.
    Il Biondo la rivendicava, la vendeva e la profumava; gli altri gliel’hanno comprata al volo, uno dopo l’altro, alzando la mano come comparse di una televendita amministrativa.

    Una sola eccezione: Canossa, che almeno non si è unita al coro. Quindi no, non siamo davanti a un banale incidente tecnico. Siamo davanti a una scelta politica collettiva, rivendicata in aula, votata quasi all’unanimità e poi smentita dai fatti, dal diritto e dal ridicolo.

    Biondotalco: alzi il braccio senza paura. La puzza, tanto, resta agli atti.

  • Ricarica Pedonale

    Grande passo avanti per la mobilità sostenibile mirandolese: alla Favorita arriva la ricarica per pedoni. L’assessorelfo l’ha inaugurata di persona. Entusiasta, carichissimo e appena appena arrostito.




  • ELEMENTARE, BIONDALISA: LA PAGINA CHE DÀ LEZIONI A TUTTI E POI CONFONDE PURE LE SCUOLE

    C’è del genio, bisogna ammetterlo, nel pippone di Elementare, Biondalisa.
    Non il genio dell’analisi, sia chiaro.
    Il genio del depistaggio travestito da spiegazione.

    Perché qui non siamo davanti a una semplice cantonata.
    Qui siamo davanti a disonestà intellettuale con il grembiulino stirato.

    La domanda era semplice, persino per una pagina che si chiama Elementare:
    perché la cucina della scuola dell’infanzia Neri, comunale, non è operativa?

    Risposta di Biondalisa:
    una centrifuga di impianti condivisi, percentuali magiche, varianti, contatori, organismi integrati e altra fuffa tecnico-liturgica che riguarda in larga parte la Chiocciola/Lumaca, cioè un’altra struttura, un altro servizio, un altro problema.

    Capolavoro.

    È come se uno chiedesse perché la Panda non parte e il meccanico rispondesse con una conferenza sul cambio della corriera di linea.
    Lungo, solenne, pieno di paroloni.
    E totalmente fuori bersaglio.

    Ma il punto non è solo che Elementare, Biondalisa confonde volutamente la Neri con la Chiocciola/Lumaca.
    Il punto è come lo fa: con quel tono da maestrina saccente, da prima della classe del burocratese, da pagina convinta di stare distribuendo verità mentre in realtà sta solo impastando due questioni diverse per non rispondere a nessuna.

    E questa non è precisione.
    Non è rigore.
    Non è approfondimento.

    È il vecchio trucco della propaganda con gli occhialini dalle lenti azzurrate:
    quando il problema è imbarazzante, non lo chiarisci.
    Lo anneghi in una pozza di tecnichese, così i fedelissimi possono applaudire pensando di aver assistito a una lezione, mentre in realtà hanno visto solo una supercazzola con protocollo.

    La verità è molto più semplice del romanzo di Biondalisa:

    • la Neri è una scuola dell’infanzia a gestione comunale/statale
    • la cucina della Neri è il problema concreto
    • la Lumaca è un’altra partita, soprattutto sul fronte impianti e la ambivalenza fra affidamento a privati della gestione del nido e il sevizio cucina in mano comunale
    • mischiare tutto insieme non è chiarezza: è confusione interessata

    E quando la confusione non serve a capire ma a coprire, si chiama in un solo modo:
    disonestà intellettuale.

    Altro che pagina seria.
    Qui siamo davanti a una specie di maga del quadro economico, che agita il ditino, sventola un 18,15%, tira fuori due determine dal cappello e spera che nessuno si accorga che il coniglio è morto da tre paragrafi.

    🍐 Il Fico osserva:
    più che Elementare, Biondalisa, qui siamo a Confondare, Supercazzalisa: quella che entra in classe per correggere gli altri e poi sbaglia perfino il nome scritto sul quaderno.

  • Comune di Mirandola, reparto copia-incolla.

    A Mirandola i papà sono talmente speciali che per far loro gli auguri il Comune non ha usato un papà di Mirandola, né una foto originale, né un’idea propria: ha preso pari pari lo stock da catalogo.
    Altro che festa del papà: questa è la festa del copia-incolla istituzionale.

    C’è qualcosa di poeticamente perfetto in tutto questo: un Comune che dovrebbe rappresentare una comunità vera, fatta di facce vere, famiglie vere, persone vere, e invece comunica come uno stagista disperato alle 17:58 con la consegna alle 18:00.
    Scrivi “super papà” su Freepik, scegli il modello con mantello, piazzi il logo del Comune sopra e via, missione compiuta: anche quest’anno l’autenticità la festeggiamo l’anno prossimo.

    Il messaggio implicito è meraviglioso:
    non “auguri ai papà mirandolesi”,
    ma “auguri a un tizio barbuto americano da archivio stock che da oggi, per decreto grafico, rappresenta ufficialmente la paternità locale”.

    Del resto è coerente: qui da noi spesso la realtà è trascurata, mentre la scenografia viene curata benissimo.
    E quindi anche i papà diventano una immagine prefabbricata, buona per tutte le stagioni, tutti i comuni e tutte le ricorrenze, purché sia in alta risoluzione.

    Il Fico fa i suoi auguri a tutti i papà veri, non quelli in abbonamento gratuito da banca immagini.
    Perché l’amore sarà pure universale, ma la comunicazione istituzionale fatta col template resta una miseria.

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