Categoria: Polizia Ducale

Ida Wells

  • 🚓 LA GUIDA SICURA DA FERMI

    Manuale pratico per sbandare restando seduti

    A Mirandola è arrivata una nuova frontiera dell’addestramento operativo: la guida sicura senza guida.

    Perché il Comune, con determinazione n. 362 del 28 aprile 2026, ha deciso di impegnare 4.692 euro per un corso di “Guida sicura” destinato a 22 operatori della Polizia Locale, da svolgersi in tre giornate presso la sede del Comando di Polizia Locale di Mirandola. Non in pista. Non in un centro guida sicura. Non in un piazzale attrezzato. Non in un’area prove. Al Comando. Dentro. In casa. Nel tempio della frenata amministrativa.

    Ora, il Fico non vuole essere maligno.
    È che la realtà arriva già con il naso rosso.

    Perché quando leggi “Guida sicura” immagini una volante che affronta una frenata d’emergenza, un ostacolo improvviso, un fondo scivoloso, una manovra evasiva, magari un istruttore che grida: “Controlli il mezzo! Non guardi l’ostacolo! Guardi la via d’uscita!”, il tutto magari in un circuito.

    Poi leggi meglio.

    E scopri che il tutto si svolge al Comando.

    A quel punto l’immagine diventa inevitabile.

    Interno giorno.
    Comando della Polizia Ducale.

    Un agente è seduto dentro un carrello del MD, mani ben salde sul bordo, occhi fissi davanti a sé. Sul petto, la pettorina catarifrangente. Sulla faccia, la concentrazione di chi sa che sta per affrontare la prova più difficile della carriera: la curva stretta tra l’ufficio del comandante e la macchinetta del caffè.

    Dietro di lui, un collega spinge.

    Non troppo forte, perché siamo pur sempre in regime di sicurezza sul lavoro.

    L’istruttore esterno osserva, prende appunti e annuncia:

    — Prima esercitazione: frenata d’emergenza davanti alla fotocopiatrice.
    — Con ABS?
    — No, con “Ahia, fermati!”.
    — Sirena?
    — Solo vocale.
    — Posso fare “ni-no-ni-no”?
    — Sì, ma con convinzione.

    Parte il carrello.

    Prima manovra: evitamento ostacolo.
    L’ostacolo è un faldone del lasciato in mezzo al corridoio, probabilmente i verbali delle indagini su fico.

    Seconda manovra: controllo del mezzo in situazione critica.
    Il mezzo sbanda leggermente davanti alla porta del comandante, ma l’agente mantiene sangue freddo e dignità, mentre il collega-spingitore corregge la traiettoria con una spallata regolamentare.

    Terza manovra: guida in emergenza.
    Un dipendente esce improvvisamente dalla sala riunioni con un caffè in mano. L’agente nel carrello deve decidere: frenare, sterzare o compilare un verbale.

    Sceglie il verbale.

    Promosso.

    E qui bisogna essere chiari: la formazione può essere utile.
    Anzi, se serve a ridurre rischi, incidenti (che non sono mancati in questi anni) e comportamenti pericolosi alla guida dei mezzi di servizio, ben venga.

    Ma allora diciamolo.

    Chiamiamolo corso teorico sulla sicurezza alla guida.
    Chiamiamolo formazione in aula sui rischi stradali.
    Chiamiamolo aggiornamento interno sui comportamenti prudenti alla guida dei veicoli di servizio.

    Ma se lo chiami “Guida sicura”, e poi dagli atti emerge che si fa al Comando, senza indicazione di pista, senza piazzale, senza prove dinamiche, senza programma pubblico dettagliato, senza modalità pratiche descritte, allora il cittadino non pensa a Nuvolari.

    Pensa al carrello.

    Anzi, al carrello operativo multifunzione a trazione umana, modello “Ducale 4×0”, alimentazione a collega, cambio a bestemmia trattenuta, frenata assistita da scarponcino tattico.

    La Polizia Ducale, sempre all’avanguardia, potrebbe inaugurare nuove specialità:

    slalom tra le sedie dell’ufficio protocollo;
    parcheggio a esse tra due cestini della carta;
    inseguimento simulato del toner mancante;
    testacoda controllato davanti alla bacheca sindacale;
    frenata d’emergenza sul tappetino dell’ingresso.

    E alla fine, naturalmente, attestato.

    Perché nella Repubblica Ducale l’importante non è guidare.
    È certificare di aver potuto teoricamente guidare in sicurezza, purché da fermi, in sede, con bollo da due euro.

    Sembra Fast & Furious.
    Ma letto l’atto, pare più Faldoni & Fotocopiatrici.

    Sembra addestramento dinamico.
    Ma sembra più una lezione in cui l’unica accelerazione vera è quella del dirigente nel firmare l’affidamento.

    Sembra pista.
    Ma il luogo indicato è il Comando.

    E allora il Fico si permette una domanda semplice, quasi infantile, quindi pericolosissima:

    ma se è guida sicura, dove si guida?

    Perché se uno fa nuoto in piscina, c’è l’acqua.
    Se uno fa tiro al poligono, c’è il bersaglio.
    Se uno fa guida sicura, di solito c’è almeno un posto dove un veicolo possa muoversi senza trasformare la stampante in un ostacolo didattico.

    A meno che, naturalmente, Mirandola non abbia inventato la guida sicura metafisica: quella in cui il veicolo non serve, la strada è interiore, il volante è concettuale e la frenata d’emergenza consiste nel bloccare una comunicazione prima che diventi un post del Fico.

    E in effetti sarebbe coerente.

    Dopo il simulatore, la formazione da fermi.
    Dopo la videosorveglianza intelligente, la volante immaginaria.
    Dopo il controllo del territorio, il controllo del corridoio.

    La nuova dottrina operativa è chiara:

    prima si presidia la macchinetta del caffè, poi eventualmente la viabilità.

    E quindi immaginiamola, la cerimonia finale.

    Gli agenti schierati.
    Il carrello Coop lucidato.
    Il comandante commosso.
    L’istruttore che consegna gli attestati.
    La Sindaca che taglia il nastro davanti al percorso indoor: partenza dall’ufficio verbali, chicane della fotocopiatrice, tornante del bagno, rettilineo del corridoio, arrivo trionfale davanti al distributore automatico.

    Sul podio, tre coppe:

    terzo posto: miglior sirena vocale;
    secondo posto: miglior frenata senza ribaltamento del cestino;
    primo posto: miglior interpretazione drammatica di inseguimento urbano in assenza totale di urbano.

    E fuori, intanto, la città.

    Con le strade vere.
    Le auto vere.
    I rischi veri.
    Gli attraversamenti veri.
    Gli incidenti veri.

    Ma quelli, si sa, sono dettagli pratici.

    E la pratica, in questa determina, sembra essere rimasta fuori dal Comando.

    Forse non aveva il badge.

    La morale è semplice: se il corso è teorico, non c’è scandalo. Basta dirlo.
    Ma se lo si chiama “Guida sicura”, allora il Fico ha diritto di immaginare la prova pratica col carrello della Coop.

    Perché a Mirandola ormai funziona così:

    la trasparenza va a passo d’uomo,
    la comunicazione va a sirene spiegate,
    e la Polizia Ducale impara la guida sicura nel modo più sicuro possibile:

    senza guidare.


    Fonte: Determinazione Comune di Mirandola n. 362 del 28/04/2026, corso “Guida sicura” per 22 operatori della Polizia Locale, tre giornate presso la sede del Comando, importo complessivo 4.692 euro.

  • 🧨 SCUOLA FINITA (MA L’ACQUA NON LO SA)

    C’è una cosa commovente nelle carte del Comune: la scuola Sergio Neri risulta finita.

    Finita, sì.
    A patto che non piova.

    Perché poi arriva, bella fresca, la Determina n. 344 del 22 aprile 2026 e ci spiega che bisogna realizzare uno scarico per l’acqua piovana verso la Tromba Panigadi.

    Non il colore delle pareti.
    Non la targhetta PNRR.
    Non il ficus nell’atrio.

    L’acqua.

    Quella cosa bagnata che, incredibilmente, cade dal cielo anche dopo l’approvazione del progetto.

    Nel progetto del 2023 l’acqua sembrava già sistemata: trincee drenanti, rete interna, tubi, pozzetti, calcoli, tutto l’armamentario tecnico per dire “tranquilli, non affogheremo i bambini”.

    Poi, nel 2026, a lavori principali dichiarati finiti, scopriamo che serve anche:
    👉 una concessione
    👉 un’autorizzazione
    👉 e soprattutto un manufatto di scarico ancora da realizzare

    E qui la meraviglia diventa arte.

    Perché questa determina non paga il lavoro.
    Paga il permesso di poter fare il lavoro.

    È burocrazia allo stato liquido:
    prima dichiari finita la scuola, poi chiedi all’acqua dove preferisce andare.

    La situazione è più o meno questa:

    il progetto diceva: “l’acqua la gestiamo”.
    il Comune dice: “i lavori sono finiti”.
    la determina dice: “serve ancora lo scarico”.
    la realtà dice: “avete presente la pioggia?”

    E i lavori veri per fare questo scarico?
    Ancora da affidare.

    Non è che trincee e troppo pieno non possano stare insieme.
    Possono benissimo.

    Il problema è che qui sembrano essersi conosciuti dopo il taglio del nastro, come due parenti dimenticati al matrimonio.

    E allora immaginiamola, la scena: scuola pronta, sorrisi istituzionali, comunicati trionfali, foto con caschetto e giubbino catarifrangente.

    Poi una nuvola.

    Silenzio.

    La Lety guarda il cielo, apre il fascicolo e sussurra:

    “Aspetta a piovere, che manca ancora l’affidamento.”

    Perché a Mirandola le opere pubbliche non finiscono quando sono finite.
    Finiscono quando anche la pioggia smette di fare opposizione.

    📚 Fonti

    Determina n. 344 del 22/04/2026; progetto esecutivo impianto acque meteoriche 2023.

  • 256 TELECAMERE, 782 MILA EURO E QUEL FASTIDIOSO VIZIO DI CONTARE DAVVERO

    A Mirandola la sicurezza è arrivata.
    Non sotto forma di persone, non sotto forma di presenza, non sotto forma di risultati.
    È arrivata sotto forma di numero.

    Duecentocinquantasei.

    “256 punti di ripresa”, recitano gli articoli. Un numero perfetto, di quelli che non si discutono, si applaudono. Un numero che serve a dire tutto senza spiegare niente.

    Poi però succede sempre la stessa cosa, quella che rovina le feste: qualcuno apre i documenti e si mette a contare.

    E lì, improvvisamente, il numero smette di essere una dichiarazione e torna ad essere matematica.
    E la matematica, si sa, è meno accomodante.

    Dagli schemi a blocchi del sistema, quelli veri, quelli che non finiscono nelle slide delle conferenze stampa, il totale degli apparati che si riesce a ricostruire è attorno a 215. Dentro questo numero ci sono già anche le telecamere OCR dei varchi, e quelle del municipio storico, quindi non stiamo dimenticando pezzi per strada. Poi si aggiungono le 26 della stazione, quelle annunciate come nuova frontiera della sicurezza cittadina, e il totale sale. Arriva intorno ai 240. Si ferma lì. Non importa quanto ci si sforzi, 256 non arriva. Resta sempre qualche passo più in là, come quei numeri che esistono benissimo nei comunicati ma fanno più fatica a vivere nei documenti.

    A quel punto si capisce che il problema non è che il numero sia “falso”. È che è costruito. Dentro quel 256 ci finisce tutto: telecamere, varchi, lettori OCR, qualsiasi cosa possa essere vagamente associata a un’immagine. Tutto diventa “punto di ripresa”. Una categoria larga, elastica, generosa. Un po’ come chiamare “posti letto” anche le sedie pieghevoli. Funziona, ma racconta una realtà diversa da quella che sembra.

    Ma la questione diventa ancora più interessante quando si guarda da dove viene tutto questo. Perché una buona parte di questo grande impianto raccontato come novità abbagliante non nasce dal nulla. Non è che fino a ieri Mirandola fosse cieca e oggi abbia aperto gli occhi. Una parte consistente delle telecamere c’era già, era già installata, era già operativa dentro un sistema precedente. Il nuovo impianto, più che una creazione, è una riorganizzazione: smonta, sostituisce, integra, ricompone. E poi prende questo insieme complesso e lo restituisce sotto forma di numero unico, pulito, perfetto per essere raccontato.

    Nel frattempo, lontano dai titoli, sono anche volati oltre 782 mila euro.
    Una cifra importante, di quelle che meritano almeno una narrazione all’altezza. E cosa si ottiene davvero, stringendo i conti? Quarantacinque nuovi siti e 137 telecamere aggiuntive. Che non sono poche, certo. Ma nemmeno l’onda d’urto tecnologica che certa comunicazione lascia intendere. Soprattutto se si considera che il sistema parte da una base già esistente e che una parte del “nuovo” è in realtà un rimpasto ben confezionato del “già visto”.

    E qui, proprio quando si pensa di aver capito tutto, arriva il vero colpo di scena. Perché mentre si discute di quante telecamere ci siano, nessuno sembra interessato a chiedersi che tipo di telecamere siano.

    Nel vecchio impianto c’erano ventuno telecamere dome. Vengono smantellate tutte. Tutte. Non una parte, non alcune: tutte. Nel nuovo impianto ne ricompaiono sette, e di queste ben cinque vengono installate attorno al Municipio. Il resto della città, invece, cambia completamente sguardo. Via le dome, dentro le bullet.

    Per chi non mastica queste cose, la differenza è semplice. Le dome sono fatte per osservare spazi: piazze, parchi, luoghi dove le persone si muovono liberamente, si fermano, cambiano direzione. Le bullet, invece, sono perfette per guardare lungo una traiettoria: una strada, un accesso, un passaggio obbligato. Sono telecamere che funzionano benissimo se vuoi controllare chi passa. Molto meno se vuoi capire cosa succede in uno spazio.

    Tradotto senza giri di parole: il nuovo sistema è ottimo se sei un’auto, o una persona che attraversa un punto preciso. Molto meno se sei semplicemente una persona che vive uno spazio pubblico.

    E a questo punto entra in scena l’assesorelfo, che con l’aria di chi sta per spiegare l’internet delle cose a un gruppo di cavernicoli, prova a mettere ordine. “Sono telecamere più moderne, più performanti, più intelligenti”, spiega. “Consentono un controllo più efficace del territorio”. E mentre parla, dietro di lui una piazza resta coperta da un occhio che guarda dritto davanti a sé, come se la città fosse un corridoio e non un luogo.

    Nel frattempo, quasi nessuno nota un altro dettaglio: l’intera infrastruttura di rete è stata rifatta. Ottimizzata. Potenziata. In ogni nodo compare uno switch industriale a otto porte. Tradotto: più capacità, più possibilità di collegare dispositivi, più margine. Anche nei nodi collegati in wireless verso il centro. Una rete, insomma, che permette di fare di più, non di meno.

    E allora arriva la domanda che rovina tutto, quella che non si dovrebbe fare perché spegne la magia:

    se hai rifatto la rete, se hai porte disponibili (in media 6 telecamere installabili per punto), se hai banda, se hai progettato un sistema più flessibile… perché hai smantellato telecamere che potevano essere integrate? Perché nel progetto iniziale l’integrazione dell’esistente era prevista, e poi nelle varianti si è scelto di togliere invece che sommare?

    Qui sotto vi è lo schema a blocchi pre-variante con la parziale integrazione dell’impianto esistente (recupero impianto di sede polizia locale, archivio comunale , stazione ff.ss ed altri siti.

    È una domanda semplice. Tecnica. Quasi innocente.
    Ma è anche quella che distingue un impianto progettato per funzionare da un impianto progettato per essere raccontato.

    Alla fine, la verità è meno spettacolare ma molto più interessante.
    A Mirandola non hanno semplicemente aumentato gli occhi. Hanno deciso quali occhi tenere (prima pochi poi in pratica nessuno), quali eliminare, dove puntarli e come presentarli. Hanno preso un sistema complesso, in parte già esistente, lo hanno riorganizzato, aggiornato, ridisegnato… e poi lo hanno riassunto in un numero perfetto.

    Duecentocinquantasei.

    Un numero che funziona benissimo nei titoli.
    Un po’ meno quando qualcuno si prende la briga di contare davvero.

    di seguito lo schema a blocchi definitivo come da collaudo dell’impianto ed il relativo conteggio delel telecamere inserite nel sistema

  • COS’È DAVVERO L’IMPIANTO DI VIDEOSORVEGLIANZA DI MIRANDOLA?

    Ti dicono: sicurezza.

    Ti vendono: tecnologia.

    Ti installano: centinaia di telecamere.

    E tu dovresti pensare che qualcuno, da qualche parte, stia davvero vedendo qualcosa di utile.

    Spoiler: non è così automatico.

    Perché una telecamera non serve a niente se non è messa nel posto giusto, nel modo giusto e per lo scopo giusto.

    E questo impianto — sulla carta perfetto — inizia già a scricchiolare proprio lì.

    COME FUNZIONA (IN TEORIA)

    Il principio è semplice: le telecamere installate sul territorio riprendono ciò che accade, trasformando la luce in segnale digitale. Questo segnale viene trasmesso tramite rete (cavo o wireless) fino a una sala server centrale, dove viene registrato e reso disponibile agli operatori.

    LA CRITICITÀ: IL RAGGIO DI IDENTIFICAZIONE

    Una telecamera non “vede” tutto allo stesso modo.

    C’è una differenza fondamentale tra:

    • rilevare una presenza
    • riconoscere una persona
    • identificare un volto o una targa

    Queste tre cose richiedono distanze, angoli e qualità dell’immagine completamente diversi.

    Il progetto prevede telecamere da 6 o 4 megapixel con zoom variabile e illuminazione IR fino a circa 50 metri.

    Ma questo dato, preso così, è fuorviante.

    Perché 50 metri significa vedere qualcosa, non identificarlo con certezza.

    In ambito tecnico si usano standard (come quelli basati su pixel per metro) che distinguono chiaramente:

    • osservazione
    • riconoscimento
    • identificazione

    E l’identificazione reale avviene a distanze molto inferiori.

    Qui non si tratta di opinioni.
    Qui ci sono numeri.

    E i numeri, purtroppo per qualcuno, sono molto meno propagandabili.

    Il progetto lo dice chiaramente:

    • 25 pixel/metro → vedi un movimento
    • 62,5 pixel/metro → osservi (capisci cosa succede)
    • 125 pixel/metro → riconosci (forse capisci chi è)
    • 250 pixel/metroidentifichi davvero

    Fermiamoci un secondo.

    👉 250 pixel/metro per identificare.

    Duecentocinquanta.


    E ORA TORNIAMO ALLA SIMULAZIONE

    Nella simulazione di prima:

    👉 a circa 18 metri → 189 pixel/metro

    Che significa?

    Significa che:

    ❌ non sei in identificazione
    ❌ sei sotto la soglia tecnica

    Sei, nella migliore delle ipotesi, in zona riconoscimento.

    Tradotto in italiano semplice:

    👉 forse capisci chi è
    👉 forse no
    👉 in tribunale… auguri


    E C’È DI PEGGIO

    Perché quei valori sono teorici.

    Il progetto stesso lo dice:

    • luce
    • angolo
    • inclinazione
    • sporco sulla lente
    • ostacoli

    👉 tutto peggiora la qualità reale

    Quindi quei 189 pixel/metro?

    Sono già ottimistici.

    Analizziamo la zona della ex autostazione, già teatro di un pestaggio pochi mesi fa.


    E niente, alla fine arriva la matematica. Quella cattiva.
    6 telecamere da 4 megapixel (non le migliori) devono coprire un area grande poco illuminata a due passi dal centro.

    Perché finché guardi le tavole del collaudo vedi i bei triangolini rossi, ordinati, rassicuranti: tutto coperto, tutto sotto controllo, tutto “sicurezza urbana integrata” come da manuale . Poi però qualcuno prende quei dati, li misura davvero, li scala sulla realtà… e succede il disastro.

    Succede che il cono di visione non è una poesia ma una geometria spietata: sotto la telecamera hai il buco nero, la zona dove semplicemente non esisti; subito dopo hai la fascia “buona”, quella in cui – forse – ti riconoscono; e poi, man mano che ti allontani, torni a dissolverti, prima in una sagoma, poi in un pixel con ambizioni. E guarda caso, nel tuo schema, quella fascia utile è una strisciolina, un corridoio stretto in mezzo al nulla.

    Tradotto: abbiamo riempito una piazzale con telecamere da 4MP, ma la zona in cui una persona è davvero identificabile è più simile a un foglio a4 ma visto in sezione.
    Il resto è scenografia: o troppo vicino per entrare nell’inquadratura, o troppo lontano per capire chi sei.

    E allora quei triangoli rossi delle tavole diventano quasi comici: non rappresentano la realtà, rappresentano l’intenzione. La differenza tra “vedere” e “capire” è tutta lì dentro. E costa pure 5.322 € da una parte e 6.705 € dall’altra.

    La cosa più notevole? Non è un errore nascosto. È tutto coerente col progetto. È proprio così che funziona. Ed è proprio questo il problema.

    Nelle future puntate analizzeremo altri siti particolarmente interessanti ed altre criticità del progetto.
    le fonti verranno pubblicate tutte assieme al termine della serie.

  • Lety’s Eye Ovvero: 767 mila euro per la libidine amministrativa del controllo

    Dopo l’approvazione del FRIA, il Fico e parecchi lettori si erano fatti la domanda più indecente che si possa rivolgere a un’amministrazione innamorata della propria propaganda: quanto ci è costata davvero questa macchina della sorveglianza?

    Per una volta non è stato necessario scavare nell’albo pretorio con badile e rosario. È bastato leggere bene la determina Nr. 289 del 10/04/2026 che mi ha evitato di fare una lunga ricerca a ritroso.

    Analiziamola:

    Il progetto definitivo-esecutivo partiva da 782.103,13 euro.
    Ma il dato serio, quello da usare quando si parla di quanto è stato effettivamente speso dopo gara e variante, è un altro: 767.324,57 euro.

    Sì: settecentosessantasettemilatrecentoventiquattro euro e cinquantasette centesimi.

    Una cifra che, già da sola, dovrebbe bastare a togliere ogni alone poetico alla solita litania sulla “sicurezza urbana integrata”, sulla “prevenzione intelligente”, sul “controllo del territorio”. Perché quando arriva il conto, la retorica si siede composta e tace.

    E attenzione: questi 767 mila euro non sono il costo nudo e crudo delle sole telecamere attaccate ai pali. Dentro c’è tutto il cucuzzaro finale dell’intervento: lavori, somme a disposizione e anche assistenza e manutenzione. Quindi nessuno provi a rifugiarsi nella solita tana del “eh, ma l’impianto in sé costava meno”. No. Il conto va preso intero, come tutte le ossessioni amministrative serie.

    Nel quadro finale, infatti, i lavori stanno a 518.707,01 euro.
    Le somme a disposizione dell’amministrazione arrivano a 181.292,99 euro.
    E il capitolo servizi di assistenza e manutenzione pesa per altri 67.324,57 euro.

    Tradotto dal comunalese: non solo abbiamo pagato una fortuna per piazzare l’occhio elettronico sul territorio, ma abbiamo pure previsto di mantenerlo, accudirlo, nutrirlo e tenerlo ben lucido, come si conviene a ogni grande idolo della religione contemporanea del controllo.

    Insomma: 767.324,57 euro, manutenzione compresa.
    Non sulla carta dei sogni.
    Non nella bozza del desiderio securitario.
    Nel quadro economico finale.

    Se poi uno vuole proprio divertirsi, può anche fare la differenza tra il progetto iniziale e il quadro finale: da 782.103,13 si scende a 767.324,57. Quindi non è neppure la favola di un costo esploso fuori controllo. È peggio, in un certo senso: significa che anche dopo gara e variante, ripulito e assestato, il grande occhio della Ducale resta comunque una macchina da oltre 767 mila euro. Cioè una montagna di soldi lo stesso.

    E qui entra in scena lei, la Lety, gran sacerdotessa della vigilanza con sorriso d’ordinanza.

    Intervistata dal Fico davanti alla cattedrale elettronica della Ducale, la Lety ha illustrato con la consueta profondità da pozzanghera la filosofia dell’investimento: “I 767 mila euro non sono una spesa. Sono una carezza istituzionale. Per anni si sono buttati soldi in cose superate come scuole, edifici, manutenzioni vere e servizi tangibili. Noi invece abbiamo scelto il futuro: pali, telecamere, lettori targhe e manutenzione dell’occhio pubblico. Oggi amministrare non significa risolvere i problemi, ma riprenderli bene. E sulla manutenzione vorrei dire basta polemiche: una telecamera, dopo che l’hai installata, va seguita, accompagnata, capita. È un rapporto che continua. Questa amministrazione non lascia solo nessuno: né i cittadini, né i pali, né le targhe.”**

    Il capolavoro, però, non è neppure la cifra.
    Il capolavoro è il contesto.

    Perché siamo nella città dove per tutto il resto spuntano sempre le stesse omelie da economia penitenziale: prudenza, scarsità di risorse, tempi difficili, equilibrio di bilancio, sacrifici necessari, senso di responsabilità, sobrietà. Poi però, quando si tratta di disseminare il territorio di occhi elettronici, lettori targhe e apparati vari, il portafoglio pubblico si apre con la spontaneità di un devoto davanti alla reliquia.

    Oltre 767 mila euro.

    Non per vedere meglio i propri ritardi.
    Non per intercettare prima le proroghe che figliano come ratti.
    Non per localizzare il punto esatto in cui un’opera pubblica smette di essere un cantiere e comincia a sembrare una punizione biblica.
    No.
    Per guardare noi.

    E questa è la parte più oscena di tutte: il numero, una volta liberato dal linguaggio ovattato delle determine, si vendica da solo.

    Perché 767.324,57 euro per videosorveglianza, lettura targhe, assistenza e manutenzione non sono un semplice intervento.
    Sono un’ossessione con quadro economico allegato.
    Un voyeurismo istituzionale finanziato.
    Una dichiarazione d’amore della politica mediocre verso il potere di fissarti mentre continua a non vedere sé stessa.

    Se le telecamere sono circa 250, il conto medio fa pure più male: siamo intorno ai 3.069 euro all inclusive per telecamera, spalmando sul totale finale dell’intervento anche il contorno amministrativo e manutentivo. Altro che occhietto discreto: qui ogni pupilla elettronica ha il suo peso specifico di bilancio.

    Questa è la morale vera:
    a Mirandola per molte cose i soldi “non ci sono”.
    Per guardare meglio i cittadini, invece, saltano fuori eccome.

    Non 20 mila.
    Non 80 mila.
    Non 200 mila.

    767.324,57 euro.

    Più che un impianto, una fissazione.
    Più che una priorità, un feticcio.
    Più che sicurezza, la pornografia amministrativa del controllo.

    Ed è bello che almeno stavolta il Comune abbia fatto una cosa utile: non risolvere un problema, non spiegare una priorità, non chiarire una scelta politica.
    No.
    Ha scritto nero su bianco il prezzo della propria ossessione.

    E il Fico, umilmente, ringrazia.

    Perché certi atti non hanno nemmeno bisogno di essere satireggiati.
    Basta leggerli bene.

    Mirandola ha speso 767.324,57 euro per l’occhio.
    Il cervello, evidentemente, era fuori quadro.

    Ps: seguirà un analisi dell’hardware utilizzato e di quanti e dove siano le telecamere da progetto, e continuerà la ricerca di informazioni in merito ai costi della infrastruttura di analisi/trattamento dei dati catturati dalle stesse.

  • La Ducale arruola l’intelligenza artificiale.

    quando a Mirandola arriva una cosa “intelligente”, bisogna subito metterla al lavoro per rimediare ai pasticci di chi fin qui ha governato molto peggio di quanto racconti.

    Il 1° aprile 2026 la Giunta approva il pacchetto della nuova religione amministrativa: FRIA, valutazione dei rischi IA, informativa privacy aggiornata e benedizione politica finale. In italiano corrente: il Comune mette il cappello giuridico a sistemi di intelligenza artificiale già “in uso o in fase di implementazione” e aggiorna i cittadini sul fatto che adesso non ci sono più solo le telecamere. Adesso ci sono le telecamere che pensano. O meglio: fingono di pensare, mentre qualcun altro finge di governarle.

    L’informativa racconta che videosorveglianza, lettura targhe e fototrappole usano IA per analizzare automaticamente le immagini, rilevare situazioni di rischio e comportamenti anomali. Però, con quella faccia tosta vellutata tipica del burocratese, ti rassicura pure dicendo che la videoanalisi “non avviene in diretta, ma esaminando la registrazione delle immagini” e che non ci sono decisioni automatizzate, perché ogni decisione resta sottoposta al controllo umano. Cioè: tranquilli cittadini, non vi inseguono in tempo reale; vi riguardano con calma dopo, con il medesimo zelo con cui da anni non riescono a chiudere un cantiere in tempo.

    Poi però uno apre davvero la FRIA, e lì la sceneggiata si incrina. Perché il sistema “VideoAnalisi LIVE” viene descritto come capace di rilevare in tempo reale comportamenti anomali o potenzialmente critici, con osservazione automatica e continua delle immagini e generazione di alert. Dunque il cittadino dovrebbe scegliere a quale favola credere: a quella per cui la videoanalisi non è in diretta, o a quella per cui il sistema osserva in tempo reale. È il solito capolavoro locale: due documenti, due versioni, una sola certezza. Quando il Comune parla di tecnologia, la prima cosa che va in crash è la coerenza.

    Il vero spettacolo, però, è la lista delle funzioni già attive. Non stiamo parlando della telecamerina che registra la piazza e poi si addormenta. No. Qui risultano già attivi il rilevamento di comportamento anomalo, il filtro ambientale AI, gli oggetti dimenticati o persi, le analitiche tripwire, la classificazione e verifica degli oggetti, il conteggio persone e veicoli, il monitoraggio della densità, il distanziamento sociale e analisi gruppi, il rilevamento gruppi e folle, lo stazionamento di persone, la ricerca forense negli avvisi, l’offuscamento automatico dei volti e il riconoscimento targhe. In pratica non una videosorveglianza, ma una specie di guardone pubblico con il gestionale. Il Comune la chiama sicurezza urbana. Il resto del mondo la chiamerebbe, più sobriamente, fame di controllo con interfaccia web.

    La cosa più ridicola è che la stessa FRIA cerca pure di minimizzare. A un certo punto scrive che il sistema “non raccoglie dati personali”. Magnifico. Peccato che l’informativa comunale dica l’opposto, e cioè che il sistema tratta dati personali costituiti da immagini e video. E peccato anche che la stessa FRIA ammetta rischi legati ai movimenti delle persone, al tempo trascorso vicino a edifici o aree specifiche, agli spostamenti, agli incontri, alle soste. Cioè riescono nel prodigio amministrativo di descrivere un sistema che segue comportamenti, conta presenze, osserva gruppi, intercetta traiettorie e legge targhe, salvo poi raccontare con aria innocente che non tratta davvero dati personali. Siamo oltre la contraddizione: siamo alla supercazzola regolatoria con allegato tecnico.

    E non è finita. La funzione “comportamento anomalo” viene spiegata dicendo che il sistema “impara la condizione di movimento ordinaria” e segnala ciò che esce dalla norma. Però poche righe prima la FRIA giura che il sistema “non apprende dai dati osservati”. È l’intelligenza artificiale di Mirandola: apprende senza apprendere, osserva senza guardare, classifica senza classificare, tratta dati personali senza trattare dati personali. Non un sistema tecnologico, ma un Giano bifronte tecnico-amministrativo: tutto e il contrario di tutto, purché timbrato, protocollato e approvato in Giunta.

    E allora sì, viene da dirlo in modo più brutale. La Ducale arruola l’intelligenza artificiale non perché sappia cosa farsene davvero, ma perché il potere di paese ha sempre avuto un debole patologico per qualsiasi cosa gli permetta di vedere di più, spiegare di meno e schermarsi dietro una sigla inglese. FRIA, AI, LIVE, alert, deployer, provider: basta il lessico da convegno per far sembrare moderno anche il solito vecchio istinto del piccolo apparato che vorrebbe controllare tutto, soprattutto quando viene messo in ridicolo. E così eccoci qua: la Polizia Ducale con la macchina che rileva anomalie, conta gruppi, traccia soste, cataloga oggetti e legge targhe. Il sogno erotico di ogni amministrazione mediocre: non risolvere i problemi, ma sorvegliarli.

    Naturalmente, da nessuna parte c’è scritto che il sistema serva a trovare il Fico. Sarebbero stati troppo onesti. Però la tentazione poetica resta irresistibile: se hai un apparato che fiuta comportamenti anomali, controlla gli stazionamenti, scandaglia le registrazioni, ricerca forense negli avvisi e sogna pure il riconoscimento facciale “su richiesta del fornitore”, è difficile non immaginare la Ducale mentre spera che da qualche pixel, da qualche targa, da qualche sosta troppo lunga, salti finalmente fuori il mostro che la perseguita. Il problema è che il Fico, purtroppo per loro, non è un oggetto smarrito, non è una folla, non è un alert, non è una targa. È il riflesso più fastidioso che possano incontrare: quello di qualcuno che legge le carte con cui cercano di proteggersi.

    Il risultato finale è quasi tenero, se non fosse tragicomico. Una Giunta che il primo aprile si mette in posa davanti alla modernità digitale. Una FRIA piena di parole grosse e contraddizioni piccole ma letali. Un’informativa che prova a tranquillizzare mentre l’allegato tecnico allarga il perimetro del controllo. E la solita Mirandola di sempre, dove quando arriva l’innovazione non serve a rendere più trasparente il potere, ma solo a renderlo più permaloso, più occhiuto e più ridicolo. La Ducale arruola l’intelligenza artificiale. Il Fico, per ora, resta non rilevato. Ma soprattutto resta non addomesticabile. E questa, per loro, è l’unica vera anomalia che il sistema non riuscirà mai a correggere.


    Un momento di serietà: visto che qui sono in gioco i diritti delle persone, sarebbe stato opportuno discutere questo documento in Consiglio Comunale. L’argomento è troppo importante e troppo carico di possibili conseguenze per essere lasciato a un allegato — la FRIA — sostanzialmente scritto dal fornitore del sistema e recepito quasi tale e quale dentro una delibera di Giunta.

    Fonti: Deliberazione di Giunta n. 68 del 01/04/2026; FRIA “Fundamental Rights Impact Assessment – Sistema di Video Analisi”; Informativa sul trattamento dei dati personali aggiornata con integrazione AI. (informativa e fria trasformati in pdf dal momento che sul sito erano caricati in word)

  • SIMULATORI DUCALI

    A Mirandola la Polizia Ducale si è comprata un simulatore di guida. Nome commerciale: AUTO NAKED. Nome politico: investimento strategico. Nome vero, molto più onesto: macchina rossa da quasi quindicimila euro che nelle scuole rischia di servire soprattutto a fare la fila. La determina parla di € 12.090 più IVA, cioè € 14.749,80, e racconta l’acquisto come strumento per l’educazione stradale degli studenti delle quarte e quinte superiori. In soccorso arriva la Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola con 12.000 euro di contributo (ma che verranno aumentati per pagare anche l’iva). E qui parte subito la solita nenia del paese: “Eh ma allora il Comune non ci mette niente”. Certo. Sempre soldi del territorio sono. E soprattutto resta intera la domanda vera: ma questo coso serve davvero alle scuole o serve soprattutto a fare scena?

    Perché la determina è bravissima a vendere il profumo dell’operazione. Sicurezza stradale. Giovani. Responsabilità. Autocontrollo. Valutazione del rischio. Tutte parole belle, lucide, istituzionali, da dépliant con piega a tre. Però si ferma un attimo prima del punto decisivo: come lo usi, concretamente, nelle scuole senza far saltare i tempi scolastici? Perché il simulatore non parla a una classe. Non lavora in gruppo. Non coinvolge trenta ragazzi insieme. Funziona uno alla volta. E appena entra in scena la matematica, tutta la poesia da delibera si sgonfia come una gomma ricostruita.

    Facciamo il conto più banale del mondo. Una classe da 22 alunni. Prova individuale da 5 minuti a testa (un tempo ridicolmente corto per capire cosa sia davvero guidare non in un videogioco). Totale: 110 minuti, cioè 1 ora e 50 minuti di solo utilizzo teorico del simulatore. Solo guida. Senza contare chi sale, chi scende, chi sistema il sedile, chi chiede dov’è la frizione, chi ride, chi blocca tutto, chi deve essere richiamato, chi vuole rifare il giro perché ha tamponato un cassonetto virtuale. Morale: una classe ti brucia circa due ore quasi soltanto per far provare il baraccone. E in quelle due ore non stai facendo educazione stradale. Stai facendo rotazione di culo sul sedile in ecopelle.

    E se allarghi lo sguardo, il castello crolla ancora meglio. Dal report della Municipale, l’attività formativa-educativa 2025 arriva a 84 ore complessive e coinvolge 1.189 alunni, di tutte le scuole di ordine e grado.

    Bene: a 5 minuti per studente, far usare il simulatore a tutti significherebbe 5.945 minuti, cioè 99 ore e 5 minuti. Avete letto bene: novantanove ore di solo simulatore, contro ottantaquattro ore di attività formativa complessiva. Quindi, se si prendesse sul serio la logica “lo usiamo per la formazione”, il giocattolo si mangerebbe da solo più ore di quante la Municipale dedichi in un anno intero all’attività educativa nel suo complesso. Prima ancora della spiegazione. Prima ancora della lezione. Prima ancora del cervello.

    E volendo stare persino dentro la favoletta ufficiale delle sole quarte e quinte superiori, la situazione non migliora: peggiora con maggiore eleganza. Se prendiamo per buono il dato di circa 2.600 studenti delle superiori a Mirandola, la platea teorica di quarta e quinta è di circa 1.040 ragazzi. A 5 minuti ciascuno sono 86 ore e 40 minuti di solo simulatore. Cioè praticamente tutto il monte ore annuo dell’attività educativa 2025, divorato non dalla formazione, ma dalla coda per accedere alla macchinetta. Una meraviglia pedagogica: per insegnare la sicurezza stradale ai ragazzi prossimi alla patente, elimini il tempo per insegnare la sicurezza stradale per tutti, dai 6 anni in su.

    Quindi no, raccontarla come grande strumento scolastico è una presa in giro gentile, di quelle con il sorriso istituzionale e il comunicato in corpo 12. Questo non è un oggetto nato sui tempi reali della scuola. È molto più plausibile che diventi quello che, sotto sotto, sembra già essere: un gadget da fiera, da gazebo, da iniziativa pubblica, da giornata-evento con utenza rarefatta e fotografi a portata di mano. Lì sì che funziona: pochi salgono, molti guardano, qualcuno applaude, tutti fanno finta che sia educazione e non intrattenimento comunale con volante. In piazza il collo di bottiglia diventa attrazione. A scuola invece resta un collo di bottiglia. E pure costoso.

    La cosa più divertente è che la determina tenta di farlo passare per scelta razionale, quasi inevitabile: affidamento diretto, operatore con esperienza, prezzo congruo, progetto nobile, contributo della Fondazione. Tutto in ordine, tutto pulito, tutto pettinato. Ma la vera domanda non è se il procedimento sia stato confezionato bene. La vera domanda è se l’oggetto acquistato abbia un senso proporzionato rispetto all’uso dichiarato. E qui la risposta, tolto il rossetto alla pratica, è parecchio più sgradevole: nelle scuole questo coso è logisticamente scomodo, didatticamente ingombrante e temporalmente incompatibile. In compenso è perfetto per una fiera: colorato, vistoso, abbastanza grosso da sembrare importante e abbastanza inutile da piacere alla politica locale.

    INTERMEZZO TEATRALE

    Il Fico in incognito sale sul Simulatore Ducale con aria composta.
    Regola il sedile.
    Impugna il volante.
    Fa due metri prudenti, quasi istituzionali.
    Un agente annuisce soddisfatto.
    L’assessorelfo sussurra: “Ecco, vede? Educazione stradale.”

    Poi succede l’imprevisto.
    Nel cervello del Fico si accende all’improvviso un ricordo lontano: la sala giochi di Marina di Ravenna, l’odore del mare, i gettoni sudati, il vecchio Sega Rally, la chiamata feroce della derapata virtuale.

    Fine della prudenza.
    Fine della pedagogia.
    Fine della simulazione civile.

    Il Fico pesta sull’acceleratore come se dovesse vendicarsi di vent’anni di rotatorie, e di semafori regolati male.
    Prima, seconda, terza, quarta.
    Il simulatore geme.
    Il monitor trema.
    Da qualche parte, nella Mirandola virtuale, l’autovelox di San Giacomo Roncole comincia a suonare come la campana dell’Apocalisse.

    Compare la scritta:
    NUOVO RECORD

    Un vigile si fa il segno della croce.
    Uno chiama il comandante.
    Un altro propone già di inserire il risultato nel PEG come performance strategica.

    Il Fico scende lentamente, si liscia la giacca, guarda il monitor e dice:
    “Mah. Bello. Però la grafica è un po’ approssimativa. Sembra Mirandola rifatta da uno che l’ha vista una volta di sfuggita da dietro il vetro sporco del treno.”

    Silenzio gelido.

    Sipario.

    E infatti è tutto qui. Non hanno comprato un presidio didattico. Hanno comprato un oggetto da esibizione con la scusa della didattica. Un totem rosso per iniziative pubbliche, benedetto dalla retorica della sicurezza stradale e travestito da rivoluzione educativa. Un simulatore di guida, sì. Ma soprattutto un meraviglioso simulatore di programmazione amministrativa: sembra intelligente finché non provi a usarlo davvero.

    Fonti: Determinazione n. 283 del 03/04/2026 del Comune di Mirandola, relativa all’acquisto del simulatore di guida “AUTO NAKED” per educazione stradale, importo € 12.090 + IVA = € 14.749,80, finalità dichiarata rivolta agli studenti delle quarte e quinte superiori; nota della Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola prot. 0013904/2026, con contributo deliberato di € 12.000 per il progetto “Simulatore di guida per educazione stradale”. I calcoli sui tempi di utilizzo sono elaborazioni sui dati del report fotografato e sulle ipotesi esplicitate nel testo.

  • GAVELLO, L’AREA SGAMBAMENTO DA 45 MILA EURO

    L’area di via Don Milani a Gavello non nasce da una grande intuizione amministrativa, ma da una storia molto più terra terra: uso post-sisma come deposito, anni di abbandono, poi riconsegna forzata fino al ritorno allo status quo. Tradotto: il Comune è semplicemente riuscito a riottenere un’area nelle condizioni in cui doveva essergli restituita.

    Poi però comincia la magia mirandolese, quella per cui un’area rimessa in riga diventa improvvisamente una quasi-leggendaria “sede distaccata” della Polizia Locale. Peccato che, quando si passa dai comunicati agli atti, il castello di cartapesta si sgonfi in fretta. La delibera di Giunta n. 58 del 23 marzo 2026 sposta 45.000 euro dal capitolo attrezzature e strumentazioni della Polizia Locale a quello della manutenzione straordinaria fabbricati – sede PL, per sistemare l’area di Gavello, destinata anche all’addestramento delle unità cinofile. E già qui arriva la carezza del realismo: l’intervento è subordinato alla verifica della sostenibilità delle spese di gestione. Cioè: per ora non c’è una sede vera, non c’è un presidio pronto, non c’è un servizio compiuto. C’è un’area da aggiustare e poi, forse, da usare.

    Ora, facciamo finta di essere seri per trenta secondi. Con 45 mila euro, nel 2026, non ci fai una delegazione di Polizia Locale per una frazione. Non ci fai sportello, ufficio, presenza stabile, locali per il personale, servizi per i cittadini e tutta la liturgia del “presidio di prossimità”. Con quella cifra, se tutto gira bene e nessuno si allarga troppo, puoi mettere insieme un assetto minimo: un prefabbricato piccolo, una scrivania con un PC, forse un bagno, un cancello, un po’ di recinzione, due allacci, qualche luce esterna e poco altro. Non un presidio territoriale: più una dependance cinofila con ambizioni istituzionali.

    Intermezzo teatrale

    Scena: Gavello. Fondo nebbioso. Davanti a un prefabbricato color tristezza amministrativa, l’Assesorelfo stringe una cartellina comunale come se contenesse i misteri di Fatima. Arriva Fico della Mirandola, taccuino in mano, faccia da uno che ha appena letto gli allegati.

    Fico: “Assessore, buongiorno. Una curiosità: il presidio di prossimità dov’è?”
    Assesorelfo: “Cominciamo male.”
    Fico: “No, cominciamo dagli atti.”
    Assesorelfo: “Lei ha sempre questo tono provocatorio.”
    Fico: “E lei ha sempre questo tono da uno che sperava non leggessero la delibera.”

    L’Assesorelfo sbuffa, si gratta un orecchio a punta, lancia un’occhiata infastidita al prefabbricato come se anche lui lo avesse appena visto per la prima volta.

    Assesorelfo: “Questa sarà un’infrastruttura avanzata, polifunzionale, al servizio della sicurezza.”
    Fico: “In italiano?”
    Assesorelfo: “Un presidio territoriale.”
    Fico: “Con 45 mila euro?”
    Assesorelfo: “Lei banalizza.”
    Fico: “No, faccio la divisione.”

    Breve silenzio. Un cane, da qualche parte, esprime più perplessità di un consigliere di maggioranza.

    Fico: “Quindi mi faccia capire: con 45 mila euro fate ufficio, sportello, presenza stabile, locali per gli agenti, servizi per Gavello…”
    Assesorelfo: “Non metta in fila parole a caso.”
    Fico: “Le ha messe in fila il comunicato, non io.”
    Assesorelfo: “Lei vuole solo screditare.”
    Fico: “No, voglio sapere se i gavellesi troveranno la Polizia Locale o un tavolino con sopra un computer e una ciotola.”

    L’Assesorelfo irrigidisce il collo. La cartellina scricchiola.

    Assesorelfo: “Troveranno un punto di riferimento.”
    Fico: “Per i cittadini o per i cani?”
    Assesorelfo: “Lei è in malafede.”
    Fico: “No, lei è a corto di metri quadri.”

    L’Assesorelfo allora tenta la fuga nel bosco del burocratese.

    Assesorelfo: “Si tratta di una progettualità dinamica, in evoluzione, subordinata a valutazioni tecnico-gestionali…”
    Fico: “Quindi, riassumendo: per adesso avete un’area, forse un prefabbricato, e molte parole.”
    Assesorelfo: “Lei non capisce la visione.”
    Fico: “Ho capito benissimo: a Gavello inaugurate la cuccia e la chiamate presidio.”

    Sipario. L’Assesorelfo resta fermo, offeso come un elfo sfrattato dal bosco, mentre Fico si allontana annotando: “servizio di prossimità avvistato solo in habitat propagandistico”.

    E qui arriva il dettaglio che rende la faccenda quasi comica. Durante l’evento K9, la Polizia Municipale di Firenze spiegava di usare per l’addestramento dei cani una cosa semplicissima: un pezzo di magazzino comunale già esistente, già disponibile, già pieno di materiali, mezzi, rumori, passaggi di personale e nascondigli perfetti per rendere l’addestramento realistico. In pratica: nessuna nuova operazione immobiliare, nessun romanzo amministrativo, nessun teatro. Solo buon senso.

    A Mirandola invece si riesce nel capolavoro opposto: prendere un’attività che altrove viene assorbita dentro spazi comunali già disponibili e appoggiarci sopra 45 mila euro, sperando che nel frattempo qualcuno si convinca che a Gavello stia sorgendo una vera sede della Locale. Ma gli atti raccontano una storia molto più modesta: se va bene, lì nascerà un punto d’appoggio per il nucleo cinofilo. Utile forse ai cani, al materiale, all’addestramento, a qualche mezzo. Molto meno ai cittadini della frazione, che non avranno uno sportello, non avranno una presenza stabile, non avranno un vero servizio di prossimità degno di questo nome.

    Perciò, tolto tutto il cerone comunicativo, il succo resta uno solo: Gavello non avrà una delegazione della Polizia Locale; rischia di avere un’area operativa per due cani con annessa scrivania. E allora sì, il titolo resta perfetto: l’area sgambamento da 45 mila euro.
    Per i residenti: poca roba.
    Per i cani: magari un upgrade.
    Per la propaganda: attico con terrazza vista sicurezza.

  • LEGGE, ORDINE E SCHERMO ACCESO

    Nel febbraio 2023 il Comune vendeva la solita epopea della sicurezza: vigilanza privata “ampliata”, presidio del territorio “rafforzato”, edifici sorvegliati da 4 a 31, 150 chilometri ogni sera, due pattuglie, capoluogo e frazioni sotto occhio. Il messaggio era chiarissimo: più presenza, più passaggi, più controllo reale sul territorio. La Mirandola del pugno duro, delle ronde notturne, della legalità raccontata con il giubbotto catarifrangente addosso e lo sguardo da sceriffo della Bassa.

    Poi però arrivano gli atti veri, quelli che non si fanno scrivere dall’ufficio propaganda ma dalla contabilità. E lì il film cambia parecchio. Nel servizio prorogato fino al 31 marzo 2026 comparivano ancora il servizio ispettivo dinamico itinerante sul territorio di Mirandola e frazioni e perfino una voce autonoma di servizio di pattugliamento. Nel nuovo affidamento dal 1° aprile 2026, invece, il Comune restringe tutto a 12 sedi e dagli atti spariscono proprio i controlli in presenza: restano telesorveglianza, collegamenti con la centrale operativa, trasmissione allarmi, noleggio impianti. In altre parole: meno uomini che girano, meno passaggi, meno territorio battuto, meno occhi veri nella notte. La ronda se n’è andata. È rimasto il led acceso.

    Ed è questo il punto politico grosso come una casa: non hanno semplicemente “rimodulato” il servizio. Hanno contratto il controllo reale. Prima raccontavano due pattuglie che macinavano chilometri e presidio diffuso su edifici, vie e quartieri. Adesso il modello è un altro: se succede qualcosa, parte il collegamento, suona l’allarme, si guarda il telecontrollo. Altro che sicurezza rafforzata: questa è sicurezza da remoto. La destra dei controlli che alla fine taglia proprio i controlli.

    E la parte economica, paradossalmente, li aiuta ancora meno. Perché la restrizione del perimetro non produce nemmeno un risparmio proporzionale. Si passa da un canone mensile di 2.223 euro più IVA a 1.329,02 euro più IVA: circa il 40% in meno. Peccato che qui non sia sparito solo un pezzettino di servizio: si passa da un assetto con pattugliamento dinamico e un numero molto più ampio di strutture a un servizio limitato a 12 sedi e centrato sul telecontrollo. Insomma, il presidio si restringe in modo drastico, ma il risparmio no. E c’è di più: telesorveglianza e allarmi collegati c’erano già prima. Non è che abbiano sostituito la ronda con una tecnologia nuova e rivoluzionaria: i collegamenti, il pronto intervento, il ponte radio e gli allarmi facevano già parte del pacchetto precedente. Quindi qui non siamo davanti a un salto di modernizzazione. Siamo davanti a una sforbiciata sui controlli in presenza, mascherata da razionalizzazione.

    E allora la morale è semplice. Prima la fanfara: 150 chilometri ogni sera, due pattuglie, presidio rafforzato. Poi la realtà: meno sedi, niente pattugliamento dinamico, niente controllo itinerante in presenza, solo sorveglianza a distanza sugli immobili rimasti. Prima gli slogan da sceriffo, poi il Comune in modalità “telecomando e speriamo bene”. A forza di spendere soldi in tutto il resto, hanno tagliato proprio la parte più concreta della vigilanza notturna: quella fatta da esseri umani che girano, vedono, controllano e segnalano. Il resto è propaganda in differita.

    Di seguito le fonti spicca la perdita del controllo alla stazione ferroviaria…

  • L’ASSESSORELFO NON SEGUE IL FICO. LO STUDIA COL PENNARELLO IN MANO.

    In consiglio comunale l’assesorelfo ha regalato una delle scene più comiche degli ultimi mesi. Prima dichiara di non seguire la pagina del Fico della Mirandola. Poi però precisa che ogni tanto qualche post lo fa ridere. E già qui il numero da avanspettacolo sarebbe completo: non la segue, ma la legge; non la legge, ma la ricorda; non la ricorda, ma ne cita i contenuti. Un capolavoro di coerenza da manuale del piccolo amministratore permaloso.

    Poi infatti parte col campionario delle presunte “cattiverie”: la sindaca rappresentata come cane, il consigliere ubriacone, la consigliera raffigurata come maiale. Ora, uno che davvero non segue una pagina non è in grado di snocciolare a memoria esempi così precisi, così selezionati e pure così datati. Uno che fa così non è un estraneo: è uno che la pagina la conosce bene, la guarda, la digerisce male e se la porta dietro come un sassolino nella scarpa. Altro che “non la seguo”: questo è monitoraggio affettivo.

    E qui arriva la perla sulle orecchie da elfo. L’assesorelfo ha provato a raccontare di essere preso in giro da più di due anni con le orecchie a punta. Peccato che pure gli archivi, quando non sono amministrati da lui, parlino chiaro: le orecchie elfiche gli sono spuntate il 3 aprile 2025. Tradotto: stanno per compiere un anno, non due. Ma si sa, nel magico mondo del Palazzo il tempo si dilata: le proroghe diventano eternità, i ritardi diventano abitudine e anche le orecchie da elfo invecchiano più in fretta dei cantieri.

    Poi il siparietto da finto moralista sulla bestemmia. Per costruire la sua indignazione, l’assesorelfo va a pescare un commento scritto al contrario da un profilo secondario del Fico, come se avesse scovato il Watergate tra i sottovasi del geranio. Però, stranamente, nel suo slancio etico si dimentica della bestemmia sentita benissimo in consiglio comunale il 29 luglio 2025, tirata da un consigliere della sua maggioranza. Quella no, quella sparisce. Niente memoria, niente scandalo, niente predica. Evidentemente alcune bestemmie, se arrivano dalla parte giusta dell’aula, diventano subito profumo d’incenso.

    E non manca nemmeno il colpo di teatro: dare del boomer al Fico. Detto da uno che gira in loden con l’aria da giovane funzionario nato vecchio, è quasi tenero. Più che un ragazzo moderno sembra il rappresentante sindacale del 1989 rimasto chiuso in una biblioteca di provincia. Il loden come manifesto politico del giovane vecchio che vuole fare il brillante ma finisce per sembrare il nipote triste di un assessore democristiano imbalsamato.

    Infine, il passaggio più spassoso di tutti: quello in cui spiega che, se il Fico dovesse vincere le prossime elezioni, allora dovrebbe rapportarsi con gli agenti di polizia locale. E grazie. È il livello zero dell’amministrazione pubblica, non una profezia di Nostradamus. Ma detto da lui suona come una specie di avvertimento da operetta, il sussurro del piccolo potere che vorrebbe farsi intimidazione e invece resta solo una posa goffa, gonfia e provinciale.

    La verità che emerge dal suo intervento è una sola, ed è bellissima: l’assesorelfo il Fico lo segue eccome. Lo legge, lo ricorda, lo mastica male e ogni tanto se lo sogna pure. E nel tentativo di negarlo, ha fatto la cosa più divertente possibile: ha dimostrato da solo di essere uno dei lettori più attenti della pagina.

    si parla del fico nei 30 minuti finali del consiglio comunale: https://mirandola.civicam.it/live107-Consiglio-Comunale-del-30-03-2026.html