Categoria: Polizia Ducale

Ida Wells

  • 𝗟𝗔 𝗠𝗔𝗥𝗖𝗜𝗔 𝗗𝗘𝗜 𝗣𝗜𝗡𝗚𝗨𝗜𝗡𝗜: 𝗜𝗟 𝗖𝗢𝗠𝗨𝗡𝗘 𝗡𝗢𝗡 𝗥𝗜𝗦𝗣𝗢𝗡𝗗𝗘, 𝗥𝗘𝗖𝗜𝗧𝗔 𝗟𝗘 𝗗𝗘𝗧𝗘𝗥𝗠𝗜𝗡𝗘

    Il Comune scrive ai genitori della scuola Sergio Neri e prova a trasformare un elenco di problemi già noti in una favoletta amministrativa con carta intestata.

    La formula è bellissima: lavori conclusi, bambini rientrati a marzo, restano solo “interventi residuali”.

    𝗥𝗲𝘀𝗶𝗱𝘂𝗮𝗹𝗶.

    Cioè: bagno docenti da allacciare, scarico delle acque meteoriche da completare, giardino da rifare, prato da seminare a novembre, giochi da consegnare dopo settembre, recinzioni da sistemare, potenza elettrica da aumentare, climatizzazione e VMC da attivare, cucina pienamente funzionante solo da settembre, gas da allacciare, certificazioni da fare, materiali ancora accatastati al piano primo, tinteggiature rimaste in sospeso, servizi igienici del personale cucina da riattivare, elettromagneti sulle porte REI da installare.

    𝗦𝗲 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗿𝗲𝘀𝗶𝗱𝘂𝗶, 𝗶𝗹 𝗰𝗮𝗻𝘁𝗶𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗼 𝗰𝗼𝘀’𝗲𝗿𝗮? 𝗨𝗻 𝗵𝗼𝗯𝗯𝘆 𝗽𝗲𝗿 𝗴𝗲𝗼𝗺𝗲𝘁𝗿𝗶?

    Ma il punto vero è un altro.

    Quella lettera non sembra una risposta alle preoccupazioni dei genitori. Sembra il riassuntino profumato di cose che il Comune aveva già deciso, già affidato, già messo in determina.

    Lo scarico delle acque meteoriche? Non nasce dalla lettera ai genitori. C’era già la determina del 22 aprile per il manufatto di scarico verso la Tromba Panigadi.

    Il verde? Non nasce dalla lettera ai genitori. C’era già la determina del 28 maggio. E lì il Comune scrive una cosa chiarissima: il cortile era stato usato come area di cantiere, il terreno era significativamente compattato e bisognava ripristinare condizioni agronomiche, funzionali e paesaggistiche.

    Tradotto dal burocratese: non era un giardino scolastico pronto. Era un pezzo di cantiere da rimettere in piedi.

    E infatti nella determina si dice che bisognava procedere “senza ulteriori indugi” per completare le lavorazioni prima della ripresa delle attività scolastiche di settembre.

    Aspetta.

    Ma i bambini non erano già rientrati a marzo?

    Quindi a marzo abbiamo riaperto una scuola con il cortile ancora da recuperare dopo l’uso come area di cantiere, con il verde da rifare, il prato rimandato a novembre e i giochi che arriveranno, forse, dopo settembre?

    𝗤𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝘂𝗻𝗮 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗼𝘀𝘁𝗮.
    𝗘̀ 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝗰𝗮𝗿𝘁𝗮 𝗶𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝗮𝘁𝗮.

    Poi c’è l’elettrico.

    A dicembre 2025 il Comune affidava già l’intervento di disalimentazione e messa in sicurezza della connessione BT per sostituire i cavi di alimentazione della scuola, a seguito degli interventi di ampliamento, efficientamento e adeguamento sismico.

    Poi arriva la richiesta di aumento potenza. Poi la determina. Poi, a fine giugno, la comunicazione ai genitori: dal 30 giugno E-Distribuzione aumenterà la potenza a circa 98 kW per far funzionare climatizzazione e VMC.

    Quindi non era una sorpresa. Non era il fulmine d’estate. Era un pezzo tecnico della scuola noto da mesi.

    𝗔 𝗺𝗮𝗿𝘇𝗼 𝗶 𝗯𝗮𝗺𝗯𝗶𝗻𝗶 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗿𝗶𝗲𝗻𝘁𝗿𝗮𝘁𝗶.
    𝗔 𝗴𝗶𝘂𝗴𝗻𝗼 𝘀𝘁𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝗮𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗹𝗮 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗳𝗮𝗿 𝗳𝘂𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗿𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝗶𝗺𝗽𝗶𝗮𝗻𝘁𝗶.

    Poi c’è il capolavoro del caldo.

    Nella lettera ci spiegano che per la parte vecchia della scuola faranno un sopralluogo per valutare se serva davvero la climatizzazione, perché magari l’efficientamento energetico, la coibentazione e le schermature solari bastano.

    Peccato che, stando ai documenti della variante, sulla parte esistente — i corpi A e B — non ci sia stato solo qualche ritocchino poetico.

    Nella variante si dice che sugli impianti meccanici una parte significativa delle lavorazioni previste è stata stralciata, mantenendo esclusivamente l’impianto di riscaldamento radiante. Tradotto: sulla parte vecchia il progetto del clima è stato alleggerito, tagliato, riscritto.

    Non solo. Negli elaborati della variante compaiono anche modifiche al sistema di isolamento termico e acustico dei corpi A e B. Cioè proprio il sistema con cui l’edificio dovrebbe difendersi dal caldo, dal freddo e dalle dispersioni.

    Quindi ricapitoliamo il numero di magia.

    Prima si stralciano pezzi degli impianti meccanici.
    Poi si modificano i pacchetti di isolamento dei corpi A e B.
    Poi si dice ai genitori che forse, grazie a coibentazione e schermature, la climatizzazione nella parte vecchia potrebbe non servire.
    Poi, lo stesso giorno, il Comune compra 10 condizionatori portatili, i famosi pinguini, perché bisogna garantire condizioni microclimatiche adeguate nelle scuole dell’infanzia e primarie.

    𝗜𝗹 𝗰𝗼𝗺𝗳𝗼𝗿𝘁 𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗰𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗖𝗼𝗺𝘂𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗠𝗶𝗿𝗮𝗻𝗱𝗼𝗹𝗮: 𝗶𝗻 𝗹𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗮 𝗲̀ 𝘂𝗻 𝘀𝘂𝗰𝗰𝗲𝘀𝘀𝗼, 𝗶𝗻 𝗱𝗲𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗮 𝗲̀ 𝘂𝗻 𝗽𝗶𝗻𝗴𝘂𝗶𝗻𝗼.

    Altro che efficientamento energetico. Qui siamo al gioco delle tre carte con il termostato.

    Perché il comfort non si misura con le frasi belle. Si misura con le temperature nelle sezioni, con gli impianti realmente installati, con le certificazioni, con i bambini dentro e con le maestre che devono lavorare.

    E se per stare a scuola servono i pinguini, forse il pinguino non è un accessorio. È la smentita con le rotelle.

    E la cucina?

    Nella comunicazione si dice che sarà pienamente in funzione da settembre. Quindi a marzo, quando i bambini sono rientrati, la cucina era pienamente funzionante oppure no? Perché se a luglio bisogna ancora allacciare il tubo del gas e fare la certificazione, la parola “concluso” comincia a somigliare molto a una parola magica pronunciata davanti ai genitori per far sparire il cantiere.

    E attenzione al gioco del collaudo.

    Il Comune può anche dire: “ma il collaudatore era stato incaricato”. Certo. Ma incaricare un collaudatore non significa mostrare il collaudo fatto. Un conto è l’incarico. Un conto sono gli esiti, i certificati, la chiusura formale, la consegna reale degli spazi.

    La rassicurazione vera avrebbe dovuto dire altro.

    Avrebbe dovuto dire: ecco la data di fine lavori.
    Ecco il verbale di consegna.
    Ecco la chiusura del cantiere.
    Ecco i collaudi.
    Ecco le certificazioni.
    Ecco quali spazi erano utilizzabili a marzo e quali no.
    Ecco come sono state gestite le interferenze tra bambini, insegnanti, personale, ditte, cantonieri, aree esterne e lavorazioni ancora da completare.

    Invece ci danno il calendario delle cose rimaste da fare.

    E lo chiamano “residuale”.

    Noi lo chiamiamo in un altro modo: 𝗿𝗶𝗮𝗽𝗲𝗿𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗶𝗽𝗮𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗱𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗮𝗻𝘁𝗶𝗲𝗿𝗲 𝗮𝘁𝘁𝗮𝗰𝗰𝗮𝘁𝗮 𝗱𝗶𝗲𝘁𝗿𝗼.

    E qui arriva la morale del pinguino.

    Perché non stiamo parlando di un Comune senza soldi, costretto a scegliere tra il condizionatore e il pane secco. Stiamo parlando di un Comune che ha scelto volontariamente di destinare 170.000 euro di risorse pubbliche al sostegno delle scuole dell’infanzia paritarie.

    Scelta legittima? Politica.
    Discutibile? Molto.

    Non diciamo che i capitoli di bilancio si spostino con la bacchetta magica. Diciamo una cosa più semplice: le priorità politiche si vedono dai soldi che si trovano e da quelli che si tagliano.

    Perché con 170.000 euro si sarebbe potuto coprire abbondantemente il pezzo di impianto stralciato in variante, evitando di trasformare il comfort della scuola pubblica in una processione di pinguini portatili.

    Quando si tratta della scuola pubblica, si taglia, si rinvia, si valuta, si compra il pinguino con le rotelle.
    Quando si tratta delle paritarie, si trova un budget onnicomprensivo da 170.000 euro.

    𝗜𝗹 𝗰𝗮𝗹𝗱𝗼 𝗲̀ “𝗿𝗲𝘀𝗶𝗱𝘂𝗮𝗹𝗲”.
    𝗜𝗹 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗶𝗯𝘂𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗽𝗮𝗿𝗶𝘁𝗮𝗿𝗶𝗲, 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗰𝗲, 𝗲̀ “𝗼𝗻𝗻𝗶𝗰𝗼𝗺𝗽𝗿𝗲𝗻𝘀𝗶𝘃𝗼”.

    E allora la domanda finale è una sola:

    𝗮 𝗺𝗮𝗿𝘇𝗼 𝗮𝘃𝗲𝘁𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝘁𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗮 𝗼 𝗮𝘃𝗲𝘁𝗲 𝗮𝗽𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗮𝗶 𝗯𝗮𝗺𝗯𝗶𝗻𝗶 𝘂𝗻 𝗰𝗮𝗻𝘁𝗶𝗲𝗿𝗲 𝘃𝗲𝘀𝘁𝗶𝘁𝗼 𝗱𝗮 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗮?

    Ficus vos observat.

    Comunicazione Comune ai genitori Sergio Neri, prot. 28530 del 25/06/2026
    Fonte principale per: “interventi residuali”, rientro a marzo, lavori da completare a luglio, verde, giochi, potenza elettrica, climatizzazione/VMC, cucina da settembre, piano primo, porte REI.

    Determina n. 344 del 22/04/2026
    Fonte per: scarico acque meteoriche verso Tromba Panigadi / Canale Burana già oggetto di atto precedente alla lettera ai genitori.

    Determina n. 481 del 28/05/2026
    Fonte per: area cortiliva usata come area di cantiere, terreno significativamente compattato, ripristino agronomico/funzionale/paesaggistico, lavorazioni da completare prima di settembre. Determina n. 1105 del 04/12/2025
    Fonte per: intervento elettrico già noto da dicembre 2025, disalimentazione e messa in sicurezza connessione BT per sostituzione cavi alimentazione scuola.

    Determina n. 198 dell’11/03/2026
    Fonte per: aumento potenza da 50 kW a 100 kW, preventivo richiesto già il 09/01/2026, costo complessivo 5.747,74 €.

    Perizia di variante n. 1, relazione del 31/10/2025
    Fonte per: variante, modifiche all’impianto termico, impianto idrico-sanitario/scarichi, sistemazioni area verde, opere di efficientamento energetico, nuove lavorazioni e tempi aggiuntivi.

    Determina n. 583 del 25/06/2026
    Fonte per: acquisto di 10 condizionatori portatili, “pinguini”, per garantire condizioni microclimatiche adeguate nelle scuole dell’infanzia e primarie; importo 3.249,90 €.

    Determina n. 274 del 03/04/2026
    Fonte per: ripristino attrezzature cucina Sergio Neri, ripresa produzione pasti dopo chiusura struttura per attività di cantiere.

    Determina n. 961 dell’08/11/2024
    Fonte per: cronologia lavori, proroga termini, incarico collaudo statico/tecnico-amministrativo richiamato, scadenze PNRR e quadro dell’appalto.

    Determina n. 936 del 24/10/2025
    Fonte per: contributo alle tre scuole dell’infanzia paritarie, budget complessivo 170.000 €, ripartizione fra Don Adani, Santa Maria ad Nives e Filomena Budri.

    Convenzione scuole infanzia paritarie 2025/2026
    Fonte integrativa per: art. 16, budget onnicomprensivo di 170.000 € stanziato dal Comune per le tre paritarie.

  • LA NASCITA DELLA CONSIGLIERLFA

    Sandro Bottifìco e bottega
    tempera su tela di lino, fine XV secolo
    Mirandola, Gallerie Ducali

    Guardatela bene, quest’opera. Guardatela senza la pigrizia mentale di chi vede una conchiglia e pensa subito di aver capito tutto. Qui non siamo davanti a una semplice scena mitologica, né a un giochino da dopolavoro satirico. Qui siamo davanti a una macchina allegorica perfetta, feroce proprio perché elegante.

    Al centro nasce la Consiglierlfa. E nasce, si badi bene, non da una capasanta monumentale, nobile, pellegrina, troppo internazionale, troppo da grande museo e da manuale scolastico. No. Qui la capasanta è stata sostituita da una vongola, e il dettaglio è decisivo.

    Perché la Consiglierlfa non nasce dal mare degli dèi, ma da un Adriatico minore, sabbioso, domestico, fatto di acque basse, ogni tanto mucillaginose. Un mare dove le divinità non scendono dall’Olimpo: affiorano piano, dal fondale, tra una secca e una promessa di stagione. La vongola è dunque il vero manifesto dell’opera: più bassa, più padana, più romagnola, più adriatica. Meno Venere universale, più creatura di costa. Meno mito classico, più mitologia di provincia.

    La figura centrale è nuda, ma non indifesa. È nuda come sono nude le allegorie: non perché mostrino il corpo, ma perché mostrano il meccanismo. Il braccio che copre il seno è pudore, certo, ma è anche controllo della narrazione. La foglia di fico, poi, è straordinaria: non è un dettaglio comico, è un trattato di comunicazione pubblica. Copre poco, pochissimo, ma consente a tutti di dire che la decenza è salva.

    E poi ci sono le orecchie da elfo. Magnifiche. Necessarie. Definitive. Chi le scambia per insulto non ha capito nulla, e probabilmente non capirebbe nemmeno un capitello romanico se gli cadesse in testa. Le orecchie da elfo non sono odio. Lo ripetiamo per i distratti: non è odio. È allegoria. È satira. È trasformazione del reale in figura.

    L’arte fa questo da sempre: prende un volto, un ruolo, una postura pubblica, e li porta oltre la cronaca. La Consiglierlfa diventa così una creatura intermedia: metà persona e metà funzione, metà bosco incantato e metà sala consiliare, capace di udire prima degli altri il fruscio delle appartenenze, il vento delle opportunità, il bisbiglio delle benedizioni.

    A sinistra, i due personaggi sospesi nell’aria sono il capolavoro morale della composizione. Non sono semplici venti. Sono i Soffiatori della Carriera. Non portano primavera: portano posizionamento. Non sospingono una dea verso la riva: sospingono una figura verso la sua consacrazione pubblica. Uno soffia, l’altro accompagna, e insieme producono quel meraviglioso fenomeno atmosferico che in provincia si chiama: “è venuta fuori da sola”.

    Ma non viene mai fuori niente da solo. Qualcuno soffia sempre.

    Sulla destra, la donna col manto non veste soltanto la Consiglierlfa: la rende presentabile. È la Sacerdotessa del Decoro, colei che arriva con il drappo fiorito delle parole buone: comunità, territorio, servizio, ascolto, futuro. Parole bellissime, per carità. Ma nell’opera diventano stoffa. Tessuto. Copertura. Apparato scenico. Perché il potere, prima di esercitarsi, deve essere vestito bene.

    Il paesaggio è apparentemente dolce, quasi innocente. Ma è proprio lì la cattiveria dell’opera. Il mare è fermo perché la tempesta è stata già neutralizzata. Il bosco sul fondo è scuro perché contiene ciò che non si dice. I fiori volano come grazie celesti, ma sembrano anche piccoli comunicati, piccoli like, piccole benedizioni sparse nell’aria per rendere l’apparizione più profumata.

    Ecco la grandezza della Nascita della Consiglierlfa: non urla, non insulta, non sbraita. Fa una cosa molto più grave: mostra.

    Mostra il potere nel momento in cui finge di essere natura.
    Mostra la costruzione mentre si presenta come destino.
    Mostra il consenso mentre si traveste da grazia.

    Questa non è cattiveria. Questa è pittura satirica. È intelligenza figurativa. È la provincia trasformata in mito, con la sua vongola adriatica, i suoi venti favorevoli, il suo mantello del decoro, la sua inevitabile foglia di fico e le sue orecchie appuntite.

    Chi ci vede odio, semplicemente, ha paura dell’allegoria.

  • IL FURGONE, L’ADESIVO E LA RIMOZIONE PRESUNTA

    A Mirandola, città dove la burocrazia non cammina ma procede per sedimentazione geologica, la Polizia Locale ha recentemente acquistato 300 adesivi per fermo e sequestro amministrativo, perché evidentemente, dopo anni di studi, riunioni, determine, capitoli, sottocapitoli, impegni di spesa e piccoli miracoli contabili, si è giunti alla conclusione che il vero problema dell’ordine pubblico locale fosse la carenza strutturale di adesivi.

    Spesa totale: 278,16 euro.

    Una cifra modesta, si dirà.

    E invece no.

    Perché a Mirandola anche comprare degli adesivi diventa una piccola manovra finanziaria, una legge di bilancio in miniatura, una sessione notturna della Ragioneria Generale del Regno: qualche euro recuperato dal capitolo del mangime dell’unità cinofila, qualche euro dal ponte radio, ed ecco finalmente apparire all’orizzonte l’arma definitiva contro il degrado urbano: l’adesivo comunale, personalizzato, intestato, plastificato, lucido, pronto a posarsi sui veicoli irregolari con la stessa solennità con cui un notaio appone il sigillo su un testamento.

    Nel frattempo, però, mentre la macchina amministrativa si preparava a questa epica campagna adesiva, in città c’era — e c’è ancora — un furgone che non richiede particolari attività investigative, intercettazioni ambientali, droni tattici, unità cinofile, ponte radio, lampeggianti o corsi avanzati di polizia predittiva.

    È lì.

    Fermo.

    Aperto.

    Sporco.

    Abbandonato.

    Con i rifiuti attorno, l’aria da relitto post-industriale e quella compostezza tragica delle cose che ormai non aspettano più la rimozione, ma direttamente la beatificazione come monumento al rinvio amministrativo.

    E non basta.

    Perché il mezzo, da verifica sul Portale dell’Automobilista, risulta anche non in regola con gli obblighi assicurativi RCA, dettaglio che in un Comune normale potrebbe forse produrre un certo dinamismo operativo, una telefonata, un verbale, magari perfino quell’antica pratica ormai desueta chiamata “intervento”.

    Ma siamo a Mirandola.

    E a Mirandola il tempo non scorre: viene protocollato.

    Infatti sul furgone c’è già un avviso della Polizia Locale, molto bello, molto serio, molto istituzionale, fissato con una quantità di nastro adesivo che da sola basterebbe probabilmente a sigillare il casello di Modena Nord:

    data inizio procedimento: 20 marzo 2026
    data presunta rimozione: 18 maggio 2026

    Oggi è 17 giugno.

    Quindi siamo davanti a un raffinato esperimento di filosofia amministrativa: una “data presunta di rimozione” talmente presunta che, alla prova dei fatti, ha rimosso soltanto sé stessa.

    Il furgone è ancora lì, evidentemente non informato della scadenza, oppure perfettamente consapevole del funzionamento degli uffici comunali e quindi serenamente convinto che, in assenza di un sollecito, una conferenza dei servizi, una variazione di PEG, una riunione con il responsabile del procedimento e magari un sopralluogo propedeutico al sopralluogo, nessuno oserà disturbarlo.

    A questo punto le possibilità sono due, entrambe meravigliose.

    Se il furgone è davvero un veicolo abbandonato, allora esiste già un procedimento ai sensi del D.M. 460/1999, con una data di rimozione indicata e abbondantemente superata, il che farebbe pensare che il problema non sia capire cosa fare, ma trovare qualcuno disposto a farlo.

    Se invece il furgone è ancora considerato un veicolo presente su area pubblica, allora il fatto che risulti senza RCA non è un ornamento narrativo, non è una nota di colore, non è una pennellata di realismo mirandolese: è un problema da Codice della Strada.

    Ma il Comune, con ammirevole equilibrio, sembra aver scelto una terza via, tutta locale, tutta nostra, tutta padana: non rimuoverlo come veicolo abbandonato, non sequestrarlo come veicolo senza assicurazione, ma lasciarlo lì come installazione urbana temporanea a durata indefinita, forse in attesa che il degrado maturi, che il mezzo completi il proprio ciclo biologico e che un giorno, aprendo il portellone, ne esca direttamente un assessore ai lavori pubblici con in mano una nuova proroga.

    E allora viene spontanea una domanda.

    I 300 adesivi per fermo e sequestro servono davvero a fermare i veicoli irregolari, oppure sono destinati a certificare ufficialmente quelli che si sono già fermati da soli, per stanchezza, abbandono e sfiducia nelle istituzioni?

    Perché qui non manca l’adesivo.

    Non manca il cartello.

    Non manca il procedimento.

    Non manca la data.

    Non manca nemmeno il nastro, che anzi pare l’unico materiale comunale utilizzato con abbondanza e determinazione.

    Manca solo quella piccola, trascurabile, quasi secondaria formalità amministrativa che i cittadini, con linguaggio rozzo e non conforme al lessico degli atti, chiamerebbero semplicemente:

    togliere il furgone.

    In entrambi i casi, l’unica cosa che sembra rispettare perfettamente le scadenze è l’odore nauseabondo che proviene dal mezzo.

    Fonti: Determina Comune di Mirandola n. 495 del 03/06/2026, acquisto 300 adesivi per fermo/sequestro amministrativo, € 278,16. D.M. 22 ottobre 1999 n. 460 sui veicoli rinvenuti da organi pubblici o non reclamati. Portale dell’Automobilista, verifica copertura RCA: dati aggiornati in tempo reale dalle compagnie assicuratrici. Art. 193 Codice della Strada, obbligo assicurazione RCA e conseguenze per veicoli senza copertura.
    Nota RCA: l’obbligo assicurativo non riguarda solo il veicolo “che sta circolando” in senso stretto, ma anche quello fermo o in sosta: l’art. 122 del Codice delle Assicurazioni prevede infatti che l’obbligo si applichi a prescindere dal terreno su cui il veicolo è utilizzato e dal fatto che sia fermo o in movimento, salvo specifiche deroghe di legge.

  • LADRI DI BICICLETTE

    Ovvero: il caso risolto prima ancora di trovare il ladro

    Mirandola, città dal 1597, informa la cittadinanza che giovedì 4 giugno la Polizia Locale ha portato a termine un’operazione destinata a essere ricordata negli archivi della sicurezza urbana: ha ritrovato una bicicletta.

    Non il ladro.
    Non una rete criminale.
    Non il mandante occulto del pedale sottratto.
    La bicicletta.

    E fin qui, bene. Anzi: benissimo. Due ragazzi segnalano il furto, la pattuglia raccoglie le informazioni, cerca il mezzo e lo ritrova in circa mezz’ora nei pressi della stazione. La bici torna al proprietario. Applausi sinceri.

    Poi però arriva il comunicato istituzionale.
    E lì la bicicletta smette di essere una bicicletta e diventa la Corazzata Potëmkin col cestino davanti.

    Il testo è un capolavoro di trombonismo municipale: prontezza, tempi rapidissimi, immediatamente, senza esitazione, intervento tempestivo, risposta immediata, attenzione costante alla tutela del territorio.

    In pratica, una pattuglia ha fatto quello che una pattuglia dovrebbe fare: ricevuta una segnalazione, ha cercato l’oggetto rubato.

    Ma scritto così sembra che Stusky e Utch abbiano liberato Mirandola da una banda internazionale specializzata nel traffico di Graziella.

    La parte migliore, però, è il corto circuito narrativo.

    All’inizio il comunicato dice che è stato “risolto un caso di furto di bicicletta”.

    Alla fine, però, precisa che sono ancora in corso le verifiche sulle telecamere “al fine di risalire all’autore del furto”.

    Traduzione:

    la bici è stata trovata, il ladro no.

    Quindi il caso non è risolto.
    È risolto a metà.
    È risolto come certi lavori pubblici mirandolesi: inaugurato nel titolo, incompleto nel contenuto.

    La scena dev’essere stata questa:

    Stusky: «Abbiamo trovato la bicicletta.»
    Utch: «E il ladro?»
    Stusky: «Lo stiamo ancora cercando.»
    Ufficio comunicazione: «Perfetto, scrivete: caso risolto.»
    Utch: «Ma manca l’autore del furto.»
    Ufficio comunicazione: «Dettagli. Il post deve uscire prima delle indagini.»

    Ed eccoci dunque davanti al nuovo metodo investigativo mirandolese:

    Prima il comunicato, poi eventualmente il colpevole.

    Altro elemento poetico: la pattuglia cinofila.

    Nel racconto, dei cani non si sa nulla. Non fiutano, non seguono tracce, non trovano il sellino, non puntano il cestino, non abbaiano davanti alla stazione. Il loro ruolo operativo, almeno nel testo, è pari a quello del logo in alto a sinistra.

    Però dire “pattuglia cinofila” serve.
    Serve perché bisogna ricordare al popolo che Mirandola ha le unità cinofile. Anche quando l’operazione descritta non sembra avere nulla di cinofilo, ma molto di automobilistico: qualcuno segnala una bici rubata, gli agenti girano, la trovano.

    Quindi, onore al recupero.
    Ma meno fanfare.

    Perché se per una bicicletta ritrovata serve un comunicato da operazione speciale, quando troveranno anche il ladro cosa faranno? Una conferenza stampa con Stusky e Utch in alta uniforme, i cani sull’attenti e la bici esposta in sala consiliare tra due piante noleggiate?

    Il Fico è contento per il ragazzo.
    Il Fico è contento che la bici sia tornata a casa.
    Il Fico è contento che gli agenti abbiano fatto il loro lavoro.

    Ma il Fico ricorda sommessamente che “Ladri di biciclette” è un capolavoro del neorealismo.

    Questo invece pare più una fiction istituzionale:

    “Biciclette ritrovate, ladri cercasi, propaganda già pubblicata.”

  • VIDEOSORVEGLIANZA, PRIVACY E LE CELLE COLORATE IN NERO

    A Mirandola la privacy è una cosa seria.

    Talmente seria che la proteggono con la tecnologia più avanzata disponibile negli uffici comunali:

    le celle colorate in nero.

    Prendono un allegato con nomi, ruoli, percentuali e importi degli incentivi tecnici.
    Colorano le celle di nero.
    Lo chiamano “Privacy”.
    Lo pubblicano.

    Poi arriva un cittadino dotato di competenze informatiche estreme — tipo saper fare CTRL+C e CTRL+V — e scopre che sotto il nero c’è ancora tutto.

    Nomi.
    Ruoli.
    Importi.
    Percentuali.
    Tutto.

    E non succede una volta sola.

    Succede nella determina vecchia.
    E succede pure nella determina nuova di rettifica.

    Perché a Mirandola l’errore non si corregge:
    si protocolla di nuovo.

    La rettifica, peraltro, non nasce perché qualcuno si accorge che il file “privacy” è privacy solo per chi non sa usare il mouse.
    No.

    La rettifica nasce perché avevano sbagliato il calcolo di CPDEL, INAIL e IRAP sugli incentivi. In pratica: prima liquidano, poi si accorgono che la contribuzione era stata calcolata male, poi correggono il netto in busta paga.

    Insomma:

    prima sbagliano i conti, poi sbagliano la privacy, poi pubblicano la privacy sbagliata anche nella versione corretta.

    Mirandola, capitale europea della revisione creativa.


    INTERMEZZO TEATRALE: “Doni e l’Addetto alle Celle Nere”

    Doni:
    «Hai corretto la determina?»

    Addetto:
    «Sì comandante. Prima avevamo sbagliato CPDEL, INAIL e IRAP.»

    Doni:
    «Bene. E la privacy?»

    Addetto:
    «Fatta anche quella. Ho colorato le celle in nero.»

    Doni:
    «Ma il testo sotto si può copiare?»

    Addetto:
    «Sì, ma solo da soggetti altamente specializzati.»

    Doni:
    «Tipo?»

    Addetto:
    «Uno con un mouse.»

    Doni:
    «Quindi se fa copia-incolla vede i nomi?»

    Addetto:
    «Tecnicamente sì. Però prima deve volerlo.»

    Doni:
    «E questo è grave.»

    Addetto:
    «Gravissimo. Siamo davanti a un cittadino intenzionato a leggere un documento pubblico.»

    Doni:
    «Allora siamo sotto attacco hacker.»

    Addetto:
    «Probabilmente ficusiano.»

    Doni:
    «Perfetto. Pubblica la rettifica.»

    Addetto:
    «Con privacy vera?»

    Doni:
    «No. Con le celle nere.»

    Addetto:
    «Ma ha già funzionato male la prima volta.»

    Doni:
    «Appunto. Se ha funzionato male la prima volta, funzionerà male anche la seconda. Questa è coerenza amministrativa.»


    Ora, tutto questo sarebbe già cabaret istituzionale.

    Ma diventa arte contemporanea se ricordiamo che stiamo parlando proprio del progetto di lettura targhe e videosorveglianza urbana. La determina originaria riguarda infatti l’approvazione del certificato di regolare esecuzione e la liquidazione degli incentivi tecnici per quel progetto; la successiva determina rettifica gli importi per l’errore contabile. Cioè: mentre si installano occhi elettronici per leggere targhe, gestire immagini, dati, accessi e flussi video, negli allegati “privacy” basta un copia-incolla per far risorgere i dati dalle celle nere.

    E allora la domanda nasce spontanea:

    se la privacy documentale viene gestita colorando le celle in nero, la privacy dell’impianto di videosorveglianza come verrà gestita?

    Con le telecamere bendate?
    Con le targhe oscurate col pennarello sul monitor?
    Con il server protetto da un post-it?
    Con la password “Mirandola123”?
    Con un bel file “Privacy_definitivo_REV01_veramente_ultimo.pdf”?

    Noi, con spirito costruttivo, proponiamo un corso base:

    “Informatica per principianti: colorare una cella non significa cancellare un dato.”

    Lezione 1: il nero non è privacy.
    Lezione 2: Excel non dimentica.
    Lezione 3: PDF Privacy.pdf non è una formula magica.
    Lezione 4: se il cittadino copia e incolla, non è Anonymous: è alfabetizzato.
    Lezione 5: prima di videosorvegliare una città, sarebbe utile saper oscurare un allegato.

    Perché qui il punto non sono i singoli importi.

    Il punto è il metodo.

    E quando il metodo è questo, più che videosorveglianza urbana sembra videosorveglianza alla Carlona™.

    Ficus vos observat.
    E, diversamente dagli omissis comunali, legge benissimo.

    fonti:

  • LA POLIZIA DUCALE, IL CONTROLLO DEL TERRITORIO E IL FURGONE CHE BATTE IL CALENDARIO

    A Mirandola il controllo del territorio è una cosa serissima.

    Ce lo raccontano da anni: sicurezza urbana, prevenzione, decoro, pattugliamenti, videosorveglianza, occhi elettronici, presenza capillare, Polizia Locale sempre sul pezzo.

    Poi arriva un vecchio Fiat Ducato e, senza dire una parola, smonta mezza narrazione.

    Non in una carraia sperduta tra nebbia e fossi.
    Non in un angolo dimenticato della campagna bassa.
    Ma in via Montanari, nel centro di Mirandola.

    Perché questo non è il caso del veicolo lasciato lì “da qualche giorno”.
    Questo furgone era già documentato in fotografia il 25 gennaio 2026, in condizioni che facevano pensare più a un reperto urbano che a un mezzo regolarmente in uso: sporco, ruggine, oggetti accatastati attorno, aria generale da abbandono sedimentato.

    Poi, col tempo, il capolavoro urbano si è perfezionato: il furgone è stato riempito di immondizia e nei fatti è diventato quello che nessun piano del decoro aveva previsto ma che la realtà ha prodotto benissimo da sola: un cassonetto su quattro ruote.

    Passano i giorni.
    Passano le settimane.
    Arriva la Polizia Locale.
    O, come la chiamiamo noi, la Polizia Ducale.

    E cosa fa?

    Fa quello che a Mirandola riesce sempre benissimo: un procedimento.

    Sul vetro compare il cartello ufficiale: “veicolo in stato di abbandono”, accertamenti, rimozione e demolizione ai sensi del D.M. 22 ottobre 1999 n. 460.

    Data inizio procedimento: 20/03/2026.
    Data presunta rimozione: 18/05/2026.

    Presunta, appunto.

    Perché oggi siamo al 28 maggio.
    E il furgone, a quanto pare, è ancora lì.

    Quindi la Ducale riesce nel piccolo miracolo amministrativo di sforare due calendari contemporaneamente: quello della realtà, perché il mezzo era visibilmente lì già dal 25 gennaio; e quello della propria burocrazia, perché la data di rimozione scritta da loro stessi era il 18 maggio.

    Prima il territorio segnala.
    Poi il degrado resta.
    Poi arriva il cartello.
    Poi scade anche il cartello.
    Poi resta pure il furgone.
    E intanto il furgone smette persino di essere solo un furgone: diventa deposito, pattumiera, contenitore abusivo, piccolo ecocentro non autorizzato in versione Ducato.

    A quel punto non siamo più davanti a un veicolo abbandonato. Siamo davanti a una installazione civica permanente: “Controllo del territorio con rimozione presunta e raccolta rifiuti incorporata”.

    Piccolo dialogo immaginario negli uffici della Ducale:

    — Comandante, abbiamo un furgone abbandonato.
    — Dove? In periferia?
    — No, in via Montanari, in centro.
    — Da quanto?
    — Dalla foto risulta almeno dal 25 gennaio.
    — Bene, avviamo il procedimento.
    — Fatto il 20 marzo.
    — Ottimo. Scriviamo una data di rimozione.
    — Fatto: 18 maggio.
    — Perfetto.
    — E lo rimuoviamo?
    — Non precipitiamo.
    — Nel frattempo lo stanno riempiendo di immondizia.
    — Allora non è più solo controllo del territorio. È economia circolare.

    Ed eccolo lì, il Ducato. Immobile. Fedele. Più puntuale dell’Amministrazione.

    Non serviva l’intelligenza artificiale.
    Non serviva il drone.
    Non serviva il vertice sulla sicurezza.
    Non serviva il comunicato con le solite parole: presidio, attenzione, prevenzione, legalità, decoro.

    Serviva togliere un furgone abbandonato prima che diventasse un cassonetto.

    E invece il risultato è questo: un mezzo già fotografato a gennaio, in via Montanari, nel centro di Mirandola; un procedimento partito a marzo; una rimozione promessa a maggio; una data superata; e una realtà che, al 28 maggio, continua a fare pernacchie al calendario.

    Perché a Mirandola il controllo del territorio funziona così: prima si vede il problema, poi si certifica il problema, poi si appiccica un foglio sul problema, poi passa la data scritta sul foglio.

    Il problema, invece, resta.

    E dentro ci buttano pure l’immondizia.

    Fonti ficose: documentazione fotografica del 25 gennaio 2026; cartello della Polizia Locale con avvio procedimento del 20/03/2026 e data presunta rimozione del 18/05/2026; situazione ancora documentata al 28 maggio 2026 in via Montanari, centro di Mirandola; D.M. 22 ottobre 1999 n. 460 richiamato nello stesso avviso.

  • IL FABBRICANTE DI SUPERIORITÀ

    C’è una cosa meravigliosa in certi commenti scritti con l’aria solenne di chi crede di aver appena salvato la democrazia con quattro parole difficili.

    “Analfabetismo funzionale.”

    “Fragilità cognitiva.”

    “Delega della comprensione.”

    “Ecosistema informativo parallelo.”

    Tradotto dal tecnichese da sociologo da tinello, il concetto è molto più semplice:

    cari mirandolesi, siete dei cretini.

    Naturalmente non lo dice così.

    Sarebbe troppo volgare.

    E soprattutto troppo chiaro.

    Lo dice meglio.

    Dice che non leggete.

    Dice che non capite.

    Dice che vedete due parole, vi emozionate, sbagliate data, sbagliate tragedia, sbagliate contesto, sbagliate tutto.

    Insomma: una popolazione di minorati cognitivi, incapace di distinguere un incendio da un terremoto, un atto da una promessa, una determina da una favola.

    E poi arriva il capolavoro.

    Per attaccare il Fico, non contesta un documento.

    Non prende una determina.

    Non indica una pagina.

    Non mostra un errore.

    No.

    Fa una cosa più comoda: spiega che chi legge il Fico sarebbe sostanzialmente un poveretto. Uno che non capisce gli atti, non capisce la burocrazia, non capisce il Comune, non capisce la realtà. E quindi si affida al “sedicente esperto” che gliela riscrive.

    Che meravigliosa idea dei cittadini.

    Mirandolesi adulti quando votano.

    Sovrani quando applaudono.

    Maturi quando mettono like ai comunicati ufficiali.

    Responsabili quando stanno zitti.

    Ma appena iniziano a leggere gli atti, fare domande, confrontare date, importi, proroghe, cantieri fermi diventano improvvisamente analfabeti funzionali manipolati dal Fico cattivo.

    Comodo.

    Perché il vero messaggio non è: “Il Fico sbaglia.”

    Il vero messaggio è: “Voi non siete in grado di capire.”

    Non è un attacco al Fico.

    È un insulto ai mirandolesi.

    È dare del cretino alla città intera senza sporcarsi la bocca.

    E poi c’è la perla finale: il Fico “avvelenerebbe il dibattito democratico”.

    Meraviglioso.

    Quindi il dibattito democratico sarebbe sano quando il cittadino legge il comunicato stampa, applaude, condivide la foto col taglio del nastro e ringrazia.

    Diventa invece “avvelenato” quando qualcuno prende un atto pubblico, lo legge, lo confronta con le promesse, ci trova date che non tornano, costi che aumentano, proroghe che si moltiplicano, allegati che mancano e cantieri che dormono.

    Che idea curiosa di democrazia.

    Una democrazia dove il cittadino può parlare, purché non controlli.

    Può indignarsi, purché nel verso giusto.

    Può partecipare, purché non disturbi.

    Può leggere, purché non capisca troppo.

    Perché il vero veleno del dibattito democratico non è chi fa domande sugli atti.

    Il vero veleno è chi considera le domande una malattia.

    Chi scambia il controllo civico per sabotaggio.

    Chi chiama “manipolazione” ogni lettura non autorizzata.

    Chi pretende cittadini adulti nell’urna e bambini davanti ai documenti.

    Se una determina pubblica può essere letta solo da chi l’ha scritta, non siamo davanti a un dibattito democratico.

    Siamo davanti a una recita con pubblico ammaestrato.

    E allora facciamola semplice, così magari la capiamo anche noi poveri selvaggi della Bassa.

    Se il Fico distorce gli atti, prendete un post.

    Uno solo.

    Indicate la determina.

    Indicate la pagina.

    Indicate il passaggio.

    Mostrate dove l’atto dice A e il Fico avrebbe scritto B.

    Non servono diagnosi cliniche sui lettori.

    Non servono prediche sull’analfabetismo funzionale.

    Non serve trattare Mirandola come una classe differenziale.

    Serve una prova.

    Perché quando non riesci a smentire il documento, screditi chi lo legge.

    E quando non riesci a contestarel’autore, insulti il pubblico.

    Il Fico continuerà a fare una cosa terribilmente pericolosa: leggere e studiare.

    Leggere determine.

    Leggere delibere.

    Leggere importi.

    Leggere proroghe.

    Leggere allegati presenti e allegati spariti.

    Leggere promesse e poi guardare i cantieri.

    E chi pensa che questo significhi manipolare la realtà ha un problema molto semplice.

    Non teme le bugie.

    Teme che i cittadini aprano il PDF.

    E, soprattutto, teme che non siano affatto cretini come vorrebbe raccontarli.

  • VIDEOSORVEGLIANZA 2.0 – LA TELECAMERA CHE SORVEGLIA LA TELECAMERA

    A Mirandola la sicurezza urbana è ormai entrata nella sua fase mistica.

    Prima abbiamo avuto il grande impianto di lettura targhe e videosorveglianza: centinaia di migliaia di euro, varchi, server, antenne, switch industriali, telecamere, manutenzione, collaudi, relazioni, varianti, certificati e comunicati da fantascienza padana, con la Città dei Pico trasformata — almeno sulla carta — in una specie di centro di NORAD della Bassa, dove anche un gatto che attraversa via Pico dovrebbe essere ripreso, archiviato, classificato e forse pure convocato in comando.

    E attenzione: non parliamo di un impianto archeologico, non parliamo delle telecamere in bianco e nero puntate sulla piazza quando ancora si pagava in lire. Il certificato di regolare esecuzione del sistema di lettura targhe e videosorveglianza è dell’aprile 2024. Quindi siamo a poco più di due anni dal collaudo, cioè praticamente ieri, in termini di opere pubbliche mirandolesi. Qui, per capirci, ci sono cantieri che in due anni non riescono nemmeno a decidere da che lato guardare il ponteggio.

    Nel frattempo, per non farci mancare nulla, si sono aggiunte anche le telecamere del Municipio storico: perché il Grande Occhio comunale, evidentemente, aveva bisogno pure della dépendance istituzionale, con vista su sala consiliare, scalone, uffici e nuova liturgia del ritorno al Palazzo.

    Eppure, dopo tutto questo, ecco la domanda fondamentale: come possiamo migliorare ancora il sistema?

    A questo punto, da qualche laboratorio di pensiero amministrativo, potrebbe essere uscita l’idea definitiva: per ogni telecamera dell’impianto, installare una seconda telecamera che controlli la prima.

    Non per controllare i cittadini, per carità. Quello sarebbe volgare.

    No: per garantire la sicurezza delle telecamere.

    Una bullet che sorveglia la dome. Una dome che controlla l’OCR. Un OCR che legge la targa del furgone che porta la nuova telecamera. E poi, per prudenza, una quarta telecamera puntata sulla telecamera che sorveglia la telecamera che controlla la telecamera, perché nella vita non si sa mai: oggi ti sparisce un cono visivo, domani ti va in ombra un assessore, dopodomani scopri che il vero punto cieco era la determina.

    La battuta fa ridere, ma l’atto esiste davvero.

    Con la determina n. 426 del 14 maggio 2026, il Comune affida direttamente un incarico da 4.000 euro per redigere un progetto di fattibilità tecnico-economica per la realizzazione di un “nuovo sistema di lettura targhe e/o videosorveglianza urbana”.

    Nuovo.

    Dopo quello nuovo.

    Dopo l’impianto appena collaudato.

    Dopo le telecamere già installate.

    Dopo le integrazioni del Municipio storico.

    Dopo la grande narrazione della sicurezza finalmente tecnologica, finalmente moderna, finalmente capillare, finalmente intelligente, finalmente così intelligente da accorgersi, due anni dopo, che forse bisogna riprogettarla.

    E qui la domanda non è: “Sono tanti 4.000 euro?”

    No. Quattromila euro, dentro questa storia, sono quasi il resto lasciato sul banco del Grande Fratello comunale.

    La domanda vera è un’altra: se il sistema era così completo, moderno e strategico, perché dopo appena due anni dal collaudo si sente già il bisogno di progettare un nuovo intervento?

    Cosa manca?

    Quali varchi sono rimasti fuori?

    Quali zone non sono coperte?

    Quali criticità sono emerse?

    Quali telecamere non vedono abbastanza?

    Quali telecamere vedono troppo?

    Quali telecamere devono essere sorvegliate da altre telecamere perché, evidentemente, anche loro hanno bisogno di sentirsi sicure?

    Poi c’è il soggetto scelto per il nuovo incarico: C.S.S. – Consulant Security Solutions di Fabio Campani, con sede a Firenze, partita IVA 06608080484.

    E qui la storia diventa interessante, perché Fabio Campani non compare per la prima volta oggi nel romanzo elettronico mirandolese. Nella precedente gara del grande sistema di lettura targhe e videosorveglianza risultava già coinvolto come commissario esterno specializzato in sicurezza urbana, dentro la commissione giudicatrice. In parole povere: prima partecipa alla fase di valutazione del grande impianto; poi, qualche tempo dopo, la sua C.S.S. riceve l’affidamento diretto per studiare la fattibilità del nuovo capitolo.

    Non stiamo dicendo che sia illecito.

    Stiamo dicendo che è curioso.

    Curioso come una telecamera puntata proprio sull’unico angolo dove tutti giurano che non ci sia nulla da vedere.

    La determina aggiunge poi che l’operatore non impiega dipendenti, ma collaboratori, e che opera in regime forfettario. Dettaglio da non trasformare in processo fiscale: non c’è nulla di male nell’essere una struttura piccola, e un professionista singolo può essere più competente di una società piena di loghi, brochure e sale riunioni col ficus. Però, visto che si parla della fattibilità di un sistema comunale di videosorveglianza e lettura targhe, sarebbe interessante capire quali esperienze concrete, documentate e verificabili abbiano portato a scegliere proprio quel soggetto.

    Così il cerchio si chiude.

    Mirandola spende per vedere meglio. Collauda. Certifica. Aggiunge telecamere. Rimette in funzione il Municipio storico e ci mette sopra altri occhi elettronici. Poi, due anni dopo il collaudo del grande sistema, affida un nuovo progettino per capire come vedere ancora meglio.

    Forse la prossima frontiera sarà davvero quella: non più la videosorveglianza urbana, ma la videosorveglianza della videosorveglianza.

    Perché a Mirandola ormai non basta più controllare il territorio.

    Bisogna controllare il controllo.

    E, possibilmente, installare una telecamera anche sulla domanda:
    ma non l’avevamo appena fatto?


    Fonti: determina n. 426 del 14/05/2026 sull’affidamento del PFTE a C.S.S.; certificato di regolare esecuzione del precedente sistema di lettura targhe e videosorveglianza; documenti comunali della precedente gara e della commissione (vedere i post precedenti su la vicenda)

  • IL FICO AVEVA RAGIONE. LA DUCALE SI PIEGA.

    105.000 euro tolti a SAPIDATA e spostati su SEND: miracolo a Mirandola, la satira precede gli atti.

    C’è una cosa più fastidiosa del Fico quando critica.

    Quando il Fico , purtroppo, ha ragione.

    Perché finché il Fico scrive, si può sempre dire che esagera, che fa satira, che ha il dente avvelenato con l’attuale amministrazione ed ha un odio particolare verso la Ducale.

    Poi però arriva una determina comunale.

    E lì finisce la propaganda difensiva.

    La determina è quella cosa grigia, timbrata, firmata digitalmente, che entra nella stanza e dice:
    “Scusate, il Fico aveva rotto le scatole, ma aveva letto bene.”

    Mesi fa raccontavamo le Avventure Straordinarie di un Verbale Mirandolese: la multa che nasce in Polizia Ducale e poi parte per il suo pellegrinaggio tra stampa, buste, raccomandate, ritorni AR, postalizzazioni, carta, altra carta, ancora carta, con SAPIDATA sullo sfondo e San Marino che luccica come una piccola Las Vegas a fiscalità agevolata.

    Sembrava satira.

    Era un preventivo del futuro.

    Perché adesso arriva la determinazione n. 371 del 5 maggio 2026 e succede l’impensabile: la Polizia Ducale prende 105.000 euro dall’impegno SAPIDATA e li sposta su PagoPA/SEND.

    Centocinquemila euro.

    Non la mancia del postino.
    Non il resto delle buste gialle.
    Non due spiccioli caduti dietro la stampante.

    Centocinquemila euro che salutano la vecchia liturgia cartacea e vanno verso la piattaforma digitale nazionale.

    E la parte comica, se non fosse amministrativamente imbarazzante, è la motivazione: il Comune scrive che le somme impegnate per SAPIDATA risultano superiori al fabbisogno effettivo stimato, anche perché l’introduzione della notifica digitale riduce le attività fatturabili all’Ente; al contrario, occorre aumentare le risorse per SEND per l’aumento delle transazioni e delle necessità operative del Comando.

    Traduzione per chi non parla il dialetto dei capitoli di bilancio:

    la carta era troppa.
    SEND funziona.
    SAPIDATA arretra.
    Il Fico aveva ragione.

    Lo so, è una frase dolorosa.

    Andrebbe detta con prudenza, magari preceduta da un minuto di silenzio per tutti pensieri (alcuni non troppo amichevoli) partiti da Via 29 Maggio.

    Ma tant’è.

    Il Fico aveva ragione quando diceva che il sistema delle notifiche mirandolesi sembrava progettato da un nostalgico del 1998 con il fax nel cuore e la raccomandata nel comodino. Aveva ragione quando spiegava che SEND non era un giocattolino digitale, ma uno strumento nazionale pensato proprio per ridurre il carnevale di stampa, imbustamento, postalizzazione, ritorni e lavorazioni accessorie. Aveva ragione quando diceva che il problema non era la multa, ma il viaggio ottocentesco che la multa doveva fare prima di bussare alla porta del cittadino.

    Naturalmente il Comune non poteva scrivere:
    “Confermiamo le tesi del Fico della Mirandola”.

    Sarebbe stato troppo bello e sincero.

    Hanno preferito una formula più elegante:
    “riduzione parziale per economia dell’impegno”.

    Che suona come una carezza contabile.

    Ma il senso resta quello:
    avevamo messo troppi soldi sul vecchio sistema, perché il digitale ora riduce le attività fatturabili.

    E qui arriva l’altra parte, quella che farà bene alle casse comunali più di tanti discorsi sulla modernizzazione: SEND costa molto meno.

    Se il vecchio sistema cartaceo arrivava a costare attorno agli 11,50 euro a notifica, con SEND si scende drasticamente: nel caso digitale siamo intorno ai 2 euro, quindi oltre l’80% in meno; anche quando serve il passaggio cartaceo tramite la piattaforma, il costo resta sensibilmente più basso, fino a circa il 50% in meno nei casi più favorevoli.

    In pratica: ogni verbale che smette di fare il turista tra carta, buste e ritorni AR è un piccolo respiro per il bilancio comunale.

    Attenzione: oggi quei 105.000 euro non sono ancora “risparmio libero”. La determina dice che lo spostamento avviene a parità complessiva di stanziamento. Quindi non diventano automaticamente geometri, tecnici, manutenzioni o buche tappate.

    Magari.

    Per ora fanno una migrazione: escono dal tempio della cartolina verde ed entrano nel mondo SEND.

    Ma il senso politico è chiarissimo: più il Comune userà SEND, più si creeranno economie di spesa. E quelle economie, se qualcuno non le reinfila subito in qualche altra processione amministrativa, potranno fare bene alle casse comunali.

    Casse che, poverine, a Mirandola vengono sempre descritte come sofferenti, affaticate, anemiche, stese sul lettino con la pezza bagnata sulla fronte.

    Poi scopri che per anni il verbale faceva il Grand Tour della carta.

    Nasceva in Comando, veniva impacchettato, affidato alla filiera, spedito, tracciato, restituito, scannerizzato, archiviato, coccolato come un principino di cellulosa.

    Adesso invece scopre che forse può arrivare a destinazione senza passare dalla via crucis della postalizzazione sanmarinese.

    Nel silenzio, si sente un rumore.

    È la cartolina verde che cade dalla sedia.

    La Polizia Ducale non uscirà mai con un comunicato intitolato:
    Il Fico aveva ragione, ci scusiamo per il disturbo arrecato agli alberi”.

    Però gli impegni di spesa parlano.

    E quando un impegno SAPIDATA viene tagliato di 105.000 euro mentre SEND viene aumentato dello stesso importo, la satira può anche mettersi comoda e ordinare un caffè.

    E allora sì: diciamolo senza falsa modestia, senza abbassare lo sguardo, senza fingere sorpresa.

    IL FICO AVEVA RAGIONE.

    Non perché abbia la sfera di cristallo.
    Non perché preveda il futuro.
    Non perché sia cattivo.

    Ma perché ha commesso il reato più grave nel Comune di Mirandola:

    ha letto gli atti, studiato le alternative e usato il cervello.

    La Ducale si piega.
    SAPIDATA arretra.
    SEND avanza.
    La cartolina verde prepara il testamento.

    E Mirandola scopre, con qualche annetto di ritardo, che nel 2026 una multa può essere notificata anche senza trasformarla in un romanzo borbonico con francobollo, busta e nostalgia.

    Il futuro è arrivato.

    Naturalmente protocollato.

    A questo punto il dubbio è legittimo: forse la Polizia Ducale non cercava il Fico per identificarlo.
    Forse cercava un consulente gestionale gratis.

    Perché se bastava leggere gli atti per capire che SEND avrebbe alleggerito il bilancio, allora più che indagini servivano lezioni private.

  • Mirandola celebra il ritorno del codice F240

    La Sindaca Lety esprime le più vive, solenni e autocompiaciute congratulazioni ai neogenitori per la nascita della loro bambina, avvenuta nel territorio comunale di Mirandola e destinata a restituire all’Ufficio Anagrafe un’emozione che pareva ormai perduta: scrivere di nuovo Mirandola nel campo “Comune di nascita”.

    Dopo la chiusura del Punto Nascita, infatti, il vecchio codice catastale F240 giaceva lì, silenzioso, dimenticato, quasi ornamentale.

    Un codice non morto.
    Solo disoccupato.

    Poi, all’improvviso, il miracolo amministrativo: non una riapertura, non un reparto, non una sala parto, non una scelta sanitaria.

    Molto meglio.

    Un parto in ambulanza.

    «È un giorno storico» dichiara la Sindaca. «Oggi Mirandola dimostra che si può tornare a nascere qui anche senza avere più un posto dove nascere. Basta che il parto sia rapido, Carpi abbastanza lontana e il destino abbastanza preciso da fermarsi entro i confini comunali».

    Secondo indiscrezioni, negli uffici dell’Anagrafe il ritorno del codice F240 avrebbe provocato forte commozione.

    Un impiegato avrebbe sussurrato:
    «Allora esiste ancora…»

    Un altro, aprendo il gestionale, avrebbe chiesto:
    «Sicuri che non sia Carpi?»

    E invece no.

    Per una volta no.

    Mirandola non ha riaperto il Punto Nascita.
    Ma ha riattivato occasionalmente il codice F240.

    Un trionfo.
    Una rinascita catastale.
    Il primo esempio di Punto Nascita diffuso su gomma.

    La Giunta valuterà ora una targa all’ingresso dell’Anagrafe:

    “Qui si conserva il codice F240.
    Talvolta, se il parto corre più della sanità, lo si usa ancora.”