Categoria: Polizia Ducale

Ida Wells

  • VIDEOSORVEGLIANZA 2.0 – LA TELECAMERA CHE SORVEGLIA LA TELECAMERA

    A Mirandola la sicurezza urbana è ormai entrata nella sua fase mistica.

    Prima abbiamo avuto il grande impianto di lettura targhe e videosorveglianza: centinaia di migliaia di euro, varchi, server, antenne, switch industriali, telecamere, manutenzione, collaudi, relazioni, varianti, certificati e comunicati da fantascienza padana, con la Città dei Pico trasformata — almeno sulla carta — in una specie di centro di NORAD della Bassa, dove anche un gatto che attraversa via Pico dovrebbe essere ripreso, archiviato, classificato e forse pure convocato in comando.

    E attenzione: non parliamo di un impianto archeologico, non parliamo delle telecamere in bianco e nero puntate sulla piazza quando ancora si pagava in lire. Il certificato di regolare esecuzione del sistema di lettura targhe e videosorveglianza è dell’aprile 2024. Quindi siamo a poco più di due anni dal collaudo, cioè praticamente ieri, in termini di opere pubbliche mirandolesi. Qui, per capirci, ci sono cantieri che in due anni non riescono nemmeno a decidere da che lato guardare il ponteggio.

    Nel frattempo, per non farci mancare nulla, si sono aggiunte anche le telecamere del Municipio storico: perché il Grande Occhio comunale, evidentemente, aveva bisogno pure della dépendance istituzionale, con vista su sala consiliare, scalone, uffici e nuova liturgia del ritorno al Palazzo.

    Eppure, dopo tutto questo, ecco la domanda fondamentale: come possiamo migliorare ancora il sistema?

    A questo punto, da qualche laboratorio di pensiero amministrativo, potrebbe essere uscita l’idea definitiva: per ogni telecamera dell’impianto, installare una seconda telecamera che controlli la prima.

    Non per controllare i cittadini, per carità. Quello sarebbe volgare.

    No: per garantire la sicurezza delle telecamere.

    Una bullet che sorveglia la dome. Una dome che controlla l’OCR. Un OCR che legge la targa del furgone che porta la nuova telecamera. E poi, per prudenza, una quarta telecamera puntata sulla telecamera che sorveglia la telecamera che controlla la telecamera, perché nella vita non si sa mai: oggi ti sparisce un cono visivo, domani ti va in ombra un assessore, dopodomani scopri che il vero punto cieco era la determina.

    La battuta fa ridere, ma l’atto esiste davvero.

    Con la determina n. 426 del 14 maggio 2026, il Comune affida direttamente un incarico da 4.000 euro per redigere un progetto di fattibilità tecnico-economica per la realizzazione di un “nuovo sistema di lettura targhe e/o videosorveglianza urbana”.

    Nuovo.

    Dopo quello nuovo.

    Dopo l’impianto appena collaudato.

    Dopo le telecamere già installate.

    Dopo le integrazioni del Municipio storico.

    Dopo la grande narrazione della sicurezza finalmente tecnologica, finalmente moderna, finalmente capillare, finalmente intelligente, finalmente così intelligente da accorgersi, due anni dopo, che forse bisogna riprogettarla.

    E qui la domanda non è: “Sono tanti 4.000 euro?”

    No. Quattromila euro, dentro questa storia, sono quasi il resto lasciato sul banco del Grande Fratello comunale.

    La domanda vera è un’altra: se il sistema era così completo, moderno e strategico, perché dopo appena due anni dal collaudo si sente già il bisogno di progettare un nuovo intervento?

    Cosa manca?

    Quali varchi sono rimasti fuori?

    Quali zone non sono coperte?

    Quali criticità sono emerse?

    Quali telecamere non vedono abbastanza?

    Quali telecamere vedono troppo?

    Quali telecamere devono essere sorvegliate da altre telecamere perché, evidentemente, anche loro hanno bisogno di sentirsi sicure?

    Poi c’è il soggetto scelto per il nuovo incarico: C.S.S. – Consulant Security Solutions di Fabio Campani, con sede a Firenze, partita IVA 06608080484.

    E qui la storia diventa interessante, perché Fabio Campani non compare per la prima volta oggi nel romanzo elettronico mirandolese. Nella precedente gara del grande sistema di lettura targhe e videosorveglianza risultava già coinvolto come commissario esterno specializzato in sicurezza urbana, dentro la commissione giudicatrice. In parole povere: prima partecipa alla fase di valutazione del grande impianto; poi, qualche tempo dopo, la sua C.S.S. riceve l’affidamento diretto per studiare la fattibilità del nuovo capitolo.

    Non stiamo dicendo che sia illecito.

    Stiamo dicendo che è curioso.

    Curioso come una telecamera puntata proprio sull’unico angolo dove tutti giurano che non ci sia nulla da vedere.

    La determina aggiunge poi che l’operatore non impiega dipendenti, ma collaboratori, e che opera in regime forfettario. Dettaglio da non trasformare in processo fiscale: non c’è nulla di male nell’essere una struttura piccola, e un professionista singolo può essere più competente di una società piena di loghi, brochure e sale riunioni col ficus. Però, visto che si parla della fattibilità di un sistema comunale di videosorveglianza e lettura targhe, sarebbe interessante capire quali esperienze concrete, documentate e verificabili abbiano portato a scegliere proprio quel soggetto.

    Così il cerchio si chiude.

    Mirandola spende per vedere meglio. Collauda. Certifica. Aggiunge telecamere. Rimette in funzione il Municipio storico e ci mette sopra altri occhi elettronici. Poi, due anni dopo il collaudo del grande sistema, affida un nuovo progettino per capire come vedere ancora meglio.

    Forse la prossima frontiera sarà davvero quella: non più la videosorveglianza urbana, ma la videosorveglianza della videosorveglianza.

    Perché a Mirandola ormai non basta più controllare il territorio.

    Bisogna controllare il controllo.

    E, possibilmente, installare una telecamera anche sulla domanda:
    ma non l’avevamo appena fatto?


    Fonti: determina n. 426 del 14/05/2026 sull’affidamento del PFTE a C.S.S.; certificato di regolare esecuzione del precedente sistema di lettura targhe e videosorveglianza; documenti comunali della precedente gara e della commissione (vedere i post precedenti su la vicenda)

  • IL FICO AVEVA RAGIONE. LA DUCALE SI PIEGA.

    105.000 euro tolti a SAPIDATA e spostati su SEND: miracolo a Mirandola, la satira precede gli atti.

    C’è una cosa più fastidiosa del Fico quando critica.

    Quando il Fico , purtroppo, ha ragione.

    Perché finché il Fico scrive, si può sempre dire che esagera, che fa satira, che ha il dente avvelenato con l’attuale amministrazione ed ha un odio particolare verso la Ducale.

    Poi però arriva una determina comunale.

    E lì finisce la propaganda difensiva.

    La determina è quella cosa grigia, timbrata, firmata digitalmente, che entra nella stanza e dice:
    “Scusate, il Fico aveva rotto le scatole, ma aveva letto bene.”

    Mesi fa raccontavamo le Avventure Straordinarie di un Verbale Mirandolese: la multa che nasce in Polizia Ducale e poi parte per il suo pellegrinaggio tra stampa, buste, raccomandate, ritorni AR, postalizzazioni, carta, altra carta, ancora carta, con SAPIDATA sullo sfondo e San Marino che luccica come una piccola Las Vegas a fiscalità agevolata.

    Sembrava satira.

    Era un preventivo del futuro.

    Perché adesso arriva la determinazione n. 371 del 5 maggio 2026 e succede l’impensabile: la Polizia Ducale prende 105.000 euro dall’impegno SAPIDATA e li sposta su PagoPA/SEND.

    Centocinquemila euro.

    Non la mancia del postino.
    Non il resto delle buste gialle.
    Non due spiccioli caduti dietro la stampante.

    Centocinquemila euro che salutano la vecchia liturgia cartacea e vanno verso la piattaforma digitale nazionale.

    E la parte comica, se non fosse amministrativamente imbarazzante, è la motivazione: il Comune scrive che le somme impegnate per SAPIDATA risultano superiori al fabbisogno effettivo stimato, anche perché l’introduzione della notifica digitale riduce le attività fatturabili all’Ente; al contrario, occorre aumentare le risorse per SEND per l’aumento delle transazioni e delle necessità operative del Comando.

    Traduzione per chi non parla il dialetto dei capitoli di bilancio:

    la carta era troppa.
    SEND funziona.
    SAPIDATA arretra.
    Il Fico aveva ragione.

    Lo so, è una frase dolorosa.

    Andrebbe detta con prudenza, magari preceduta da un minuto di silenzio per tutti pensieri (alcuni non troppo amichevoli) partiti da Via 29 Maggio.

    Ma tant’è.

    Il Fico aveva ragione quando diceva che il sistema delle notifiche mirandolesi sembrava progettato da un nostalgico del 1998 con il fax nel cuore e la raccomandata nel comodino. Aveva ragione quando spiegava che SEND non era un giocattolino digitale, ma uno strumento nazionale pensato proprio per ridurre il carnevale di stampa, imbustamento, postalizzazione, ritorni e lavorazioni accessorie. Aveva ragione quando diceva che il problema non era la multa, ma il viaggio ottocentesco che la multa doveva fare prima di bussare alla porta del cittadino.

    Naturalmente il Comune non poteva scrivere:
    “Confermiamo le tesi del Fico della Mirandola”.

    Sarebbe stato troppo bello e sincero.

    Hanno preferito una formula più elegante:
    “riduzione parziale per economia dell’impegno”.

    Che suona come una carezza contabile.

    Ma il senso resta quello:
    avevamo messo troppi soldi sul vecchio sistema, perché il digitale ora riduce le attività fatturabili.

    E qui arriva l’altra parte, quella che farà bene alle casse comunali più di tanti discorsi sulla modernizzazione: SEND costa molto meno.

    Se il vecchio sistema cartaceo arrivava a costare attorno agli 11,50 euro a notifica, con SEND si scende drasticamente: nel caso digitale siamo intorno ai 2 euro, quindi oltre l’80% in meno; anche quando serve il passaggio cartaceo tramite la piattaforma, il costo resta sensibilmente più basso, fino a circa il 50% in meno nei casi più favorevoli.

    In pratica: ogni verbale che smette di fare il turista tra carta, buste e ritorni AR è un piccolo respiro per il bilancio comunale.

    Attenzione: oggi quei 105.000 euro non sono ancora “risparmio libero”. La determina dice che lo spostamento avviene a parità complessiva di stanziamento. Quindi non diventano automaticamente geometri, tecnici, manutenzioni o buche tappate.

    Magari.

    Per ora fanno una migrazione: escono dal tempio della cartolina verde ed entrano nel mondo SEND.

    Ma il senso politico è chiarissimo: più il Comune userà SEND, più si creeranno economie di spesa. E quelle economie, se qualcuno non le reinfila subito in qualche altra processione amministrativa, potranno fare bene alle casse comunali.

    Casse che, poverine, a Mirandola vengono sempre descritte come sofferenti, affaticate, anemiche, stese sul lettino con la pezza bagnata sulla fronte.

    Poi scopri che per anni il verbale faceva il Grand Tour della carta.

    Nasceva in Comando, veniva impacchettato, affidato alla filiera, spedito, tracciato, restituito, scannerizzato, archiviato, coccolato come un principino di cellulosa.

    Adesso invece scopre che forse può arrivare a destinazione senza passare dalla via crucis della postalizzazione sanmarinese.

    Nel silenzio, si sente un rumore.

    È la cartolina verde che cade dalla sedia.

    La Polizia Ducale non uscirà mai con un comunicato intitolato:
    Il Fico aveva ragione, ci scusiamo per il disturbo arrecato agli alberi”.

    Però gli impegni di spesa parlano.

    E quando un impegno SAPIDATA viene tagliato di 105.000 euro mentre SEND viene aumentato dello stesso importo, la satira può anche mettersi comoda e ordinare un caffè.

    E allora sì: diciamolo senza falsa modestia, senza abbassare lo sguardo, senza fingere sorpresa.

    IL FICO AVEVA RAGIONE.

    Non perché abbia la sfera di cristallo.
    Non perché preveda il futuro.
    Non perché sia cattivo.

    Ma perché ha commesso il reato più grave nel Comune di Mirandola:

    ha letto gli atti, studiato le alternative e usato il cervello.

    La Ducale si piega.
    SAPIDATA arretra.
    SEND avanza.
    La cartolina verde prepara il testamento.

    E Mirandola scopre, con qualche annetto di ritardo, che nel 2026 una multa può essere notificata anche senza trasformarla in un romanzo borbonico con francobollo, busta e nostalgia.

    Il futuro è arrivato.

    Naturalmente protocollato.

    A questo punto il dubbio è legittimo: forse la Polizia Ducale non cercava il Fico per identificarlo.
    Forse cercava un consulente gestionale gratis.

    Perché se bastava leggere gli atti per capire che SEND avrebbe alleggerito il bilancio, allora più che indagini servivano lezioni private.

  • Mirandola celebra il ritorno del codice F240

    La Sindaca Lety esprime le più vive, solenni e autocompiaciute congratulazioni ai neogenitori per la nascita della loro bambina, avvenuta nel territorio comunale di Mirandola e destinata a restituire all’Ufficio Anagrafe un’emozione che pareva ormai perduta: scrivere di nuovo Mirandola nel campo “Comune di nascita”.

    Dopo la chiusura del Punto Nascita, infatti, il vecchio codice catastale F240 giaceva lì, silenzioso, dimenticato, quasi ornamentale.

    Un codice non morto.
    Solo disoccupato.

    Poi, all’improvviso, il miracolo amministrativo: non una riapertura, non un reparto, non una sala parto, non una scelta sanitaria.

    Molto meglio.

    Un parto in ambulanza.

    «È un giorno storico» dichiara la Sindaca. «Oggi Mirandola dimostra che si può tornare a nascere qui anche senza avere più un posto dove nascere. Basta che il parto sia rapido, Carpi abbastanza lontana e il destino abbastanza preciso da fermarsi entro i confini comunali».

    Secondo indiscrezioni, negli uffici dell’Anagrafe il ritorno del codice F240 avrebbe provocato forte commozione.

    Un impiegato avrebbe sussurrato:
    «Allora esiste ancora…»

    Un altro, aprendo il gestionale, avrebbe chiesto:
    «Sicuri che non sia Carpi?»

    E invece no.

    Per una volta no.

    Mirandola non ha riaperto il Punto Nascita.
    Ma ha riattivato occasionalmente il codice F240.

    Un trionfo.
    Una rinascita catastale.
    Il primo esempio di Punto Nascita diffuso su gomma.

    La Giunta valuterà ora una targa all’ingresso dell’Anagrafe:

    “Qui si conserva il codice F240.
    Talvolta, se il parto corre più della sanità, lo si usa ancora.”

  • 🚓 LA GUIDA SICURA DA FERMI

    Manuale pratico per sbandare restando seduti

    A Mirandola è arrivata una nuova frontiera dell’addestramento operativo: la guida sicura senza guida.

    Perché il Comune, con determinazione n. 362 del 28 aprile 2026, ha deciso di impegnare 4.692 euro per un corso di “Guida sicura” destinato a 22 operatori della Polizia Locale, da svolgersi in tre giornate presso la sede del Comando di Polizia Locale di Mirandola. Non in pista. Non in un centro guida sicura. Non in un piazzale attrezzato. Non in un’area prove. Al Comando. Dentro. In casa. Nel tempio della frenata amministrativa.

    Ora, il Fico non vuole essere maligno.
    È che la realtà arriva già con il naso rosso.

    Perché quando leggi “Guida sicura” immagini una volante che affronta una frenata d’emergenza, un ostacolo improvviso, un fondo scivoloso, una manovra evasiva, magari un istruttore che grida: “Controlli il mezzo! Non guardi l’ostacolo! Guardi la via d’uscita!”, il tutto magari in un circuito.

    Poi leggi meglio.

    E scopri che il tutto si svolge al Comando.

    A quel punto l’immagine diventa inevitabile.

    Interno giorno.
    Comando della Polizia Ducale.

    Un agente è seduto dentro un carrello del MD, mani ben salde sul bordo, occhi fissi davanti a sé. Sul petto, la pettorina catarifrangente. Sulla faccia, la concentrazione di chi sa che sta per affrontare la prova più difficile della carriera: la curva stretta tra l’ufficio del comandante e la macchinetta del caffè.

    Dietro di lui, un collega spinge.

    Non troppo forte, perché siamo pur sempre in regime di sicurezza sul lavoro.

    L’istruttore esterno osserva, prende appunti e annuncia:

    — Prima esercitazione: frenata d’emergenza davanti alla fotocopiatrice.
    — Con ABS?
    — No, con “Ahia, fermati!”.
    — Sirena?
    — Solo vocale.
    — Posso fare “ni-no-ni-no”?
    — Sì, ma con convinzione.

    Parte il carrello.

    Prima manovra: evitamento ostacolo.
    L’ostacolo è un faldone del lasciato in mezzo al corridoio, probabilmente i verbali delle indagini su fico.

    Seconda manovra: controllo del mezzo in situazione critica.
    Il mezzo sbanda leggermente davanti alla porta del comandante, ma l’agente mantiene sangue freddo e dignità, mentre il collega-spingitore corregge la traiettoria con una spallata regolamentare.

    Terza manovra: guida in emergenza.
    Un dipendente esce improvvisamente dalla sala riunioni con un caffè in mano. L’agente nel carrello deve decidere: frenare, sterzare o compilare un verbale.

    Sceglie il verbale.

    Promosso.

    E qui bisogna essere chiari: la formazione può essere utile.
    Anzi, se serve a ridurre rischi, incidenti (che non sono mancati in questi anni) e comportamenti pericolosi alla guida dei mezzi di servizio, ben venga.

    Ma allora diciamolo.

    Chiamiamolo corso teorico sulla sicurezza alla guida.
    Chiamiamolo formazione in aula sui rischi stradali.
    Chiamiamolo aggiornamento interno sui comportamenti prudenti alla guida dei veicoli di servizio.

    Ma se lo chiami “Guida sicura”, e poi dagli atti emerge che si fa al Comando, senza indicazione di pista, senza piazzale, senza prove dinamiche, senza programma pubblico dettagliato, senza modalità pratiche descritte, allora il cittadino non pensa a Nuvolari.

    Pensa al carrello.

    Anzi, al carrello operativo multifunzione a trazione umana, modello “Ducale 4×0”, alimentazione a collega, cambio a bestemmia trattenuta, frenata assistita da scarponcino tattico.

    La Polizia Ducale, sempre all’avanguardia, potrebbe inaugurare nuove specialità:

    slalom tra le sedie dell’ufficio protocollo;
    parcheggio a esse tra due cestini della carta;
    inseguimento simulato del toner mancante;
    testacoda controllato davanti alla bacheca sindacale;
    frenata d’emergenza sul tappetino dell’ingresso.

    E alla fine, naturalmente, attestato.

    Perché nella Repubblica Ducale l’importante non è guidare.
    È certificare di aver potuto teoricamente guidare in sicurezza, purché da fermi, in sede, con bollo da due euro.

    Sembra Fast & Furious.
    Ma letto l’atto, pare più Faldoni & Fotocopiatrici.

    Sembra addestramento dinamico.
    Ma sembra più una lezione in cui l’unica accelerazione vera è quella del dirigente nel firmare l’affidamento.

    Sembra pista.
    Ma il luogo indicato è il Comando.

    E allora il Fico si permette una domanda semplice, quasi infantile, quindi pericolosissima:

    ma se è guida sicura, dove si guida?

    Perché se uno fa nuoto in piscina, c’è l’acqua.
    Se uno fa tiro al poligono, c’è il bersaglio.
    Se uno fa guida sicura, di solito c’è almeno un posto dove un veicolo possa muoversi senza trasformare la stampante in un ostacolo didattico.

    A meno che, naturalmente, Mirandola non abbia inventato la guida sicura metafisica: quella in cui il veicolo non serve, la strada è interiore, il volante è concettuale e la frenata d’emergenza consiste nel bloccare una comunicazione prima che diventi un post del Fico.

    E in effetti sarebbe coerente.

    Dopo il simulatore, la formazione da fermi.
    Dopo la videosorveglianza intelligente, la volante immaginaria.
    Dopo il controllo del territorio, il controllo del corridoio.

    La nuova dottrina operativa è chiara:

    prima si presidia la macchinetta del caffè, poi eventualmente la viabilità.

    E quindi immaginiamola, la cerimonia finale.

    Gli agenti schierati.
    Il carrello Coop lucidato.
    Il comandante commosso.
    L’istruttore che consegna gli attestati.
    La Sindaca che taglia il nastro davanti al percorso indoor: partenza dall’ufficio verbali, chicane della fotocopiatrice, tornante del bagno, rettilineo del corridoio, arrivo trionfale davanti al distributore automatico.

    Sul podio, tre coppe:

    terzo posto: miglior sirena vocale;
    secondo posto: miglior frenata senza ribaltamento del cestino;
    primo posto: miglior interpretazione drammatica di inseguimento urbano in assenza totale di urbano.

    E fuori, intanto, la città.

    Con le strade vere.
    Le auto vere.
    I rischi veri.
    Gli attraversamenti veri.
    Gli incidenti veri.

    Ma quelli, si sa, sono dettagli pratici.

    E la pratica, in questa determina, sembra essere rimasta fuori dal Comando.

    Forse non aveva il badge.

    La morale è semplice: se il corso è teorico, non c’è scandalo. Basta dirlo.
    Ma se lo si chiama “Guida sicura”, allora il Fico ha diritto di immaginare la prova pratica col carrello della Coop.

    Perché a Mirandola ormai funziona così:

    la trasparenza va a passo d’uomo,
    la comunicazione va a sirene spiegate,
    e la Polizia Ducale impara la guida sicura nel modo più sicuro possibile:

    senza guidare.


    Fonte: Determinazione Comune di Mirandola n. 362 del 28/04/2026, corso “Guida sicura” per 22 operatori della Polizia Locale, tre giornate presso la sede del Comando, importo complessivo 4.692 euro.

  • 🧨 SCUOLA FINITA (MA L’ACQUA NON LO SA)

    C’è una cosa commovente nelle carte del Comune: la scuola Sergio Neri risulta finita.

    Finita, sì.
    A patto che non piova.

    Perché poi arriva, bella fresca, la Determina n. 344 del 22 aprile 2026 e ci spiega che bisogna realizzare uno scarico per l’acqua piovana verso la Tromba Panigadi.

    Non il colore delle pareti.
    Non la targhetta PNRR.
    Non il ficus nell’atrio.

    L’acqua.

    Quella cosa bagnata che, incredibilmente, cade dal cielo anche dopo l’approvazione del progetto.

    Nel progetto del 2023 l’acqua sembrava già sistemata: trincee drenanti, rete interna, tubi, pozzetti, calcoli, tutto l’armamentario tecnico per dire “tranquilli, non affogheremo i bambini”.

    Poi, nel 2026, a lavori principali dichiarati finiti, scopriamo che serve anche:
    👉 una concessione
    👉 un’autorizzazione
    👉 e soprattutto un manufatto di scarico ancora da realizzare

    E qui la meraviglia diventa arte.

    Perché questa determina non paga il lavoro.
    Paga il permesso di poter fare il lavoro.

    È burocrazia allo stato liquido:
    prima dichiari finita la scuola, poi chiedi all’acqua dove preferisce andare.

    La situazione è più o meno questa:

    il progetto diceva: “l’acqua la gestiamo”.
    il Comune dice: “i lavori sono finiti”.
    la determina dice: “serve ancora lo scarico”.
    la realtà dice: “avete presente la pioggia?”

    E i lavori veri per fare questo scarico?
    Ancora da affidare.

    Non è che trincee e troppo pieno non possano stare insieme.
    Possono benissimo.

    Il problema è che qui sembrano essersi conosciuti dopo il taglio del nastro, come due parenti dimenticati al matrimonio.

    E allora immaginiamola, la scena: scuola pronta, sorrisi istituzionali, comunicati trionfali, foto con caschetto e giubbino catarifrangente.

    Poi una nuvola.

    Silenzio.

    La Lety guarda il cielo, apre il fascicolo e sussurra:

    “Aspetta a piovere, che manca ancora l’affidamento.”

    Perché a Mirandola le opere pubbliche non finiscono quando sono finite.
    Finiscono quando anche la pioggia smette di fare opposizione.

    📚 Fonti

    Determina n. 344 del 22/04/2026; progetto esecutivo impianto acque meteoriche 2023.

  • 256 TELECAMERE, 782 MILA EURO E QUEL FASTIDIOSO VIZIO DI CONTARE DAVVERO

    A Mirandola la sicurezza è arrivata.
    Non sotto forma di persone, non sotto forma di presenza, non sotto forma di risultati.
    È arrivata sotto forma di numero.

    Duecentocinquantasei.

    “256 punti di ripresa”, recitano gli articoli. Un numero perfetto, di quelli che non si discutono, si applaudono. Un numero che serve a dire tutto senza spiegare niente.

    Poi però succede sempre la stessa cosa, quella che rovina le feste: qualcuno apre i documenti e si mette a contare.

    E lì, improvvisamente, il numero smette di essere una dichiarazione e torna ad essere matematica.
    E la matematica, si sa, è meno accomodante.

    Dagli schemi a blocchi del sistema, quelli veri, quelli che non finiscono nelle slide delle conferenze stampa, il totale degli apparati che si riesce a ricostruire è attorno a 215. Dentro questo numero ci sono già anche le telecamere OCR dei varchi, e quelle del municipio storico, quindi non stiamo dimenticando pezzi per strada. Poi si aggiungono le 26 della stazione, quelle annunciate come nuova frontiera della sicurezza cittadina, e il totale sale. Arriva intorno ai 240. Si ferma lì. Non importa quanto ci si sforzi, 256 non arriva. Resta sempre qualche passo più in là, come quei numeri che esistono benissimo nei comunicati ma fanno più fatica a vivere nei documenti.

    A quel punto si capisce che il problema non è che il numero sia “falso”. È che è costruito. Dentro quel 256 ci finisce tutto: telecamere, varchi, lettori OCR, qualsiasi cosa possa essere vagamente associata a un’immagine. Tutto diventa “punto di ripresa”. Una categoria larga, elastica, generosa. Un po’ come chiamare “posti letto” anche le sedie pieghevoli. Funziona, ma racconta una realtà diversa da quella che sembra.

    Ma la questione diventa ancora più interessante quando si guarda da dove viene tutto questo. Perché una buona parte di questo grande impianto raccontato come novità abbagliante non nasce dal nulla. Non è che fino a ieri Mirandola fosse cieca e oggi abbia aperto gli occhi. Una parte consistente delle telecamere c’era già, era già installata, era già operativa dentro un sistema precedente. Il nuovo impianto, più che una creazione, è una riorganizzazione: smonta, sostituisce, integra, ricompone. E poi prende questo insieme complesso e lo restituisce sotto forma di numero unico, pulito, perfetto per essere raccontato.

    Nel frattempo, lontano dai titoli, sono anche volati oltre 782 mila euro.
    Una cifra importante, di quelle che meritano almeno una narrazione all’altezza. E cosa si ottiene davvero, stringendo i conti? Quarantacinque nuovi siti e 137 telecamere aggiuntive. Che non sono poche, certo. Ma nemmeno l’onda d’urto tecnologica che certa comunicazione lascia intendere. Soprattutto se si considera che il sistema parte da una base già esistente e che una parte del “nuovo” è in realtà un rimpasto ben confezionato del “già visto”.

    E qui, proprio quando si pensa di aver capito tutto, arriva il vero colpo di scena. Perché mentre si discute di quante telecamere ci siano, nessuno sembra interessato a chiedersi che tipo di telecamere siano.

    Nel vecchio impianto c’erano ventuno telecamere dome. Vengono smantellate tutte. Tutte. Non una parte, non alcune: tutte. Nel nuovo impianto ne ricompaiono sette, e di queste ben cinque vengono installate attorno al Municipio. Il resto della città, invece, cambia completamente sguardo. Via le dome, dentro le bullet.

    Per chi non mastica queste cose, la differenza è semplice. Le dome sono fatte per osservare spazi: piazze, parchi, luoghi dove le persone si muovono liberamente, si fermano, cambiano direzione. Le bullet, invece, sono perfette per guardare lungo una traiettoria: una strada, un accesso, un passaggio obbligato. Sono telecamere che funzionano benissimo se vuoi controllare chi passa. Molto meno se vuoi capire cosa succede in uno spazio.

    Tradotto senza giri di parole: il nuovo sistema è ottimo se sei un’auto, o una persona che attraversa un punto preciso. Molto meno se sei semplicemente una persona che vive uno spazio pubblico.

    E a questo punto entra in scena l’assesorelfo, che con l’aria di chi sta per spiegare l’internet delle cose a un gruppo di cavernicoli, prova a mettere ordine. “Sono telecamere più moderne, più performanti, più intelligenti”, spiega. “Consentono un controllo più efficace del territorio”. E mentre parla, dietro di lui una piazza resta coperta da un occhio che guarda dritto davanti a sé, come se la città fosse un corridoio e non un luogo.

    Nel frattempo, quasi nessuno nota un altro dettaglio: l’intera infrastruttura di rete è stata rifatta. Ottimizzata. Potenziata. In ogni nodo compare uno switch industriale a otto porte. Tradotto: più capacità, più possibilità di collegare dispositivi, più margine. Anche nei nodi collegati in wireless verso il centro. Una rete, insomma, che permette di fare di più, non di meno.

    E allora arriva la domanda che rovina tutto, quella che non si dovrebbe fare perché spegne la magia:

    se hai rifatto la rete, se hai porte disponibili (in media 6 telecamere installabili per punto), se hai banda, se hai progettato un sistema più flessibile… perché hai smantellato telecamere che potevano essere integrate? Perché nel progetto iniziale l’integrazione dell’esistente era prevista, e poi nelle varianti si è scelto di togliere invece che sommare?

    Qui sotto vi è lo schema a blocchi pre-variante con la parziale integrazione dell’impianto esistente (recupero impianto di sede polizia locale, archivio comunale , stazione ff.ss ed altri siti.

    È una domanda semplice. Tecnica. Quasi innocente.
    Ma è anche quella che distingue un impianto progettato per funzionare da un impianto progettato per essere raccontato.

    Alla fine, la verità è meno spettacolare ma molto più interessante.
    A Mirandola non hanno semplicemente aumentato gli occhi. Hanno deciso quali occhi tenere (prima pochi poi in pratica nessuno), quali eliminare, dove puntarli e come presentarli. Hanno preso un sistema complesso, in parte già esistente, lo hanno riorganizzato, aggiornato, ridisegnato… e poi lo hanno riassunto in un numero perfetto.

    Duecentocinquantasei.

    Un numero che funziona benissimo nei titoli.
    Un po’ meno quando qualcuno si prende la briga di contare davvero.

    di seguito lo schema a blocchi definitivo come da collaudo dell’impianto ed il relativo conteggio delel telecamere inserite nel sistema

  • COS’È DAVVERO L’IMPIANTO DI VIDEOSORVEGLIANZA DI MIRANDOLA?

    Ti dicono: sicurezza.

    Ti vendono: tecnologia.

    Ti installano: centinaia di telecamere.

    E tu dovresti pensare che qualcuno, da qualche parte, stia davvero vedendo qualcosa di utile.

    Spoiler: non è così automatico.

    Perché una telecamera non serve a niente se non è messa nel posto giusto, nel modo giusto e per lo scopo giusto.

    E questo impianto — sulla carta perfetto — inizia già a scricchiolare proprio lì.

    COME FUNZIONA (IN TEORIA)

    Il principio è semplice: le telecamere installate sul territorio riprendono ciò che accade, trasformando la luce in segnale digitale. Questo segnale viene trasmesso tramite rete (cavo o wireless) fino a una sala server centrale, dove viene registrato e reso disponibile agli operatori.

    LA CRITICITÀ: IL RAGGIO DI IDENTIFICAZIONE

    Una telecamera non “vede” tutto allo stesso modo.

    C’è una differenza fondamentale tra:

    • rilevare una presenza
    • riconoscere una persona
    • identificare un volto o una targa

    Queste tre cose richiedono distanze, angoli e qualità dell’immagine completamente diversi.

    Il progetto prevede telecamere da 6 o 4 megapixel con zoom variabile e illuminazione IR fino a circa 50 metri.

    Ma questo dato, preso così, è fuorviante.

    Perché 50 metri significa vedere qualcosa, non identificarlo con certezza.

    In ambito tecnico si usano standard (come quelli basati su pixel per metro) che distinguono chiaramente:

    • osservazione
    • riconoscimento
    • identificazione

    E l’identificazione reale avviene a distanze molto inferiori.

    Qui non si tratta di opinioni.
    Qui ci sono numeri.

    E i numeri, purtroppo per qualcuno, sono molto meno propagandabili.

    Il progetto lo dice chiaramente:

    • 25 pixel/metro → vedi un movimento
    • 62,5 pixel/metro → osservi (capisci cosa succede)
    • 125 pixel/metro → riconosci (forse capisci chi è)
    • 250 pixel/metroidentifichi davvero

    Fermiamoci un secondo.

    👉 250 pixel/metro per identificare.

    Duecentocinquanta.


    E ORA TORNIAMO ALLA SIMULAZIONE

    Nella simulazione di prima:

    👉 a circa 18 metri → 189 pixel/metro

    Che significa?

    Significa che:

    ❌ non sei in identificazione
    ❌ sei sotto la soglia tecnica

    Sei, nella migliore delle ipotesi, in zona riconoscimento.

    Tradotto in italiano semplice:

    👉 forse capisci chi è
    👉 forse no
    👉 in tribunale… auguri


    E C’È DI PEGGIO

    Perché quei valori sono teorici.

    Il progetto stesso lo dice:

    • luce
    • angolo
    • inclinazione
    • sporco sulla lente
    • ostacoli

    👉 tutto peggiora la qualità reale

    Quindi quei 189 pixel/metro?

    Sono già ottimistici.

    Analizziamo la zona della ex autostazione, già teatro di un pestaggio pochi mesi fa.


    E niente, alla fine arriva la matematica. Quella cattiva.
    6 telecamere da 4 megapixel (non le migliori) devono coprire un area grande poco illuminata a due passi dal centro.

    Perché finché guardi le tavole del collaudo vedi i bei triangolini rossi, ordinati, rassicuranti: tutto coperto, tutto sotto controllo, tutto “sicurezza urbana integrata” come da manuale . Poi però qualcuno prende quei dati, li misura davvero, li scala sulla realtà… e succede il disastro.

    Succede che il cono di visione non è una poesia ma una geometria spietata: sotto la telecamera hai il buco nero, la zona dove semplicemente non esisti; subito dopo hai la fascia “buona”, quella in cui – forse – ti riconoscono; e poi, man mano che ti allontani, torni a dissolverti, prima in una sagoma, poi in un pixel con ambizioni. E guarda caso, nel tuo schema, quella fascia utile è una strisciolina, un corridoio stretto in mezzo al nulla.

    Tradotto: abbiamo riempito una piazzale con telecamere da 4MP, ma la zona in cui una persona è davvero identificabile è più simile a un foglio a4 ma visto in sezione.
    Il resto è scenografia: o troppo vicino per entrare nell’inquadratura, o troppo lontano per capire chi sei.

    E allora quei triangoli rossi delle tavole diventano quasi comici: non rappresentano la realtà, rappresentano l’intenzione. La differenza tra “vedere” e “capire” è tutta lì dentro. E costa pure 5.322 € da una parte e 6.705 € dall’altra.

    La cosa più notevole? Non è un errore nascosto. È tutto coerente col progetto. È proprio così che funziona. Ed è proprio questo il problema.

    Nelle future puntate analizzeremo altri siti particolarmente interessanti ed altre criticità del progetto.
    le fonti verranno pubblicate tutte assieme al termine della serie.

  • Lety’s Eye Ovvero: 767 mila euro per la libidine amministrativa del controllo

    Dopo l’approvazione del FRIA, il Fico e parecchi lettori si erano fatti la domanda più indecente che si possa rivolgere a un’amministrazione innamorata della propria propaganda: quanto ci è costata davvero questa macchina della sorveglianza?

    Per una volta non è stato necessario scavare nell’albo pretorio con badile e rosario. È bastato leggere bene la determina Nr. 289 del 10/04/2026 che mi ha evitato di fare una lunga ricerca a ritroso.

    Analiziamola:

    Il progetto definitivo-esecutivo partiva da 782.103,13 euro.
    Ma il dato serio, quello da usare quando si parla di quanto è stato effettivamente speso dopo gara e variante, è un altro: 767.324,57 euro.

    Sì: settecentosessantasettemilatrecentoventiquattro euro e cinquantasette centesimi.

    Una cifra che, già da sola, dovrebbe bastare a togliere ogni alone poetico alla solita litania sulla “sicurezza urbana integrata”, sulla “prevenzione intelligente”, sul “controllo del territorio”. Perché quando arriva il conto, la retorica si siede composta e tace.

    E attenzione: questi 767 mila euro non sono il costo nudo e crudo delle sole telecamere attaccate ai pali. Dentro c’è tutto il cucuzzaro finale dell’intervento: lavori, somme a disposizione e anche assistenza e manutenzione. Quindi nessuno provi a rifugiarsi nella solita tana del “eh, ma l’impianto in sé costava meno”. No. Il conto va preso intero, come tutte le ossessioni amministrative serie.

    Nel quadro finale, infatti, i lavori stanno a 518.707,01 euro.
    Le somme a disposizione dell’amministrazione arrivano a 181.292,99 euro.
    E il capitolo servizi di assistenza e manutenzione pesa per altri 67.324,57 euro.

    Tradotto dal comunalese: non solo abbiamo pagato una fortuna per piazzare l’occhio elettronico sul territorio, ma abbiamo pure previsto di mantenerlo, accudirlo, nutrirlo e tenerlo ben lucido, come si conviene a ogni grande idolo della religione contemporanea del controllo.

    Insomma: 767.324,57 euro, manutenzione compresa.
    Non sulla carta dei sogni.
    Non nella bozza del desiderio securitario.
    Nel quadro economico finale.

    Se poi uno vuole proprio divertirsi, può anche fare la differenza tra il progetto iniziale e il quadro finale: da 782.103,13 si scende a 767.324,57. Quindi non è neppure la favola di un costo esploso fuori controllo. È peggio, in un certo senso: significa che anche dopo gara e variante, ripulito e assestato, il grande occhio della Ducale resta comunque una macchina da oltre 767 mila euro. Cioè una montagna di soldi lo stesso.

    E qui entra in scena lei, la Lety, gran sacerdotessa della vigilanza con sorriso d’ordinanza.

    Intervistata dal Fico davanti alla cattedrale elettronica della Ducale, la Lety ha illustrato con la consueta profondità da pozzanghera la filosofia dell’investimento: “I 767 mila euro non sono una spesa. Sono una carezza istituzionale. Per anni si sono buttati soldi in cose superate come scuole, edifici, manutenzioni vere e servizi tangibili. Noi invece abbiamo scelto il futuro: pali, telecamere, lettori targhe e manutenzione dell’occhio pubblico. Oggi amministrare non significa risolvere i problemi, ma riprenderli bene. E sulla manutenzione vorrei dire basta polemiche: una telecamera, dopo che l’hai installata, va seguita, accompagnata, capita. È un rapporto che continua. Questa amministrazione non lascia solo nessuno: né i cittadini, né i pali, né le targhe.”**

    Il capolavoro, però, non è neppure la cifra.
    Il capolavoro è il contesto.

    Perché siamo nella città dove per tutto il resto spuntano sempre le stesse omelie da economia penitenziale: prudenza, scarsità di risorse, tempi difficili, equilibrio di bilancio, sacrifici necessari, senso di responsabilità, sobrietà. Poi però, quando si tratta di disseminare il territorio di occhi elettronici, lettori targhe e apparati vari, il portafoglio pubblico si apre con la spontaneità di un devoto davanti alla reliquia.

    Oltre 767 mila euro.

    Non per vedere meglio i propri ritardi.
    Non per intercettare prima le proroghe che figliano come ratti.
    Non per localizzare il punto esatto in cui un’opera pubblica smette di essere un cantiere e comincia a sembrare una punizione biblica.
    No.
    Per guardare noi.

    E questa è la parte più oscena di tutte: il numero, una volta liberato dal linguaggio ovattato delle determine, si vendica da solo.

    Perché 767.324,57 euro per videosorveglianza, lettura targhe, assistenza e manutenzione non sono un semplice intervento.
    Sono un’ossessione con quadro economico allegato.
    Un voyeurismo istituzionale finanziato.
    Una dichiarazione d’amore della politica mediocre verso il potere di fissarti mentre continua a non vedere sé stessa.

    Se le telecamere sono circa 250, il conto medio fa pure più male: siamo intorno ai 3.069 euro all inclusive per telecamera, spalmando sul totale finale dell’intervento anche il contorno amministrativo e manutentivo. Altro che occhietto discreto: qui ogni pupilla elettronica ha il suo peso specifico di bilancio.

    Questa è la morale vera:
    a Mirandola per molte cose i soldi “non ci sono”.
    Per guardare meglio i cittadini, invece, saltano fuori eccome.

    Non 20 mila.
    Non 80 mila.
    Non 200 mila.

    767.324,57 euro.

    Più che un impianto, una fissazione.
    Più che una priorità, un feticcio.
    Più che sicurezza, la pornografia amministrativa del controllo.

    Ed è bello che almeno stavolta il Comune abbia fatto una cosa utile: non risolvere un problema, non spiegare una priorità, non chiarire una scelta politica.
    No.
    Ha scritto nero su bianco il prezzo della propria ossessione.

    E il Fico, umilmente, ringrazia.

    Perché certi atti non hanno nemmeno bisogno di essere satireggiati.
    Basta leggerli bene.

    Mirandola ha speso 767.324,57 euro per l’occhio.
    Il cervello, evidentemente, era fuori quadro.

    Ps: seguirà un analisi dell’hardware utilizzato e di quanti e dove siano le telecamere da progetto, e continuerà la ricerca di informazioni in merito ai costi della infrastruttura di analisi/trattamento dei dati catturati dalle stesse.

  • La Ducale arruola l’intelligenza artificiale.

    quando a Mirandola arriva una cosa “intelligente”, bisogna subito metterla al lavoro per rimediare ai pasticci di chi fin qui ha governato molto peggio di quanto racconti.

    Il 1° aprile 2026 la Giunta approva il pacchetto della nuova religione amministrativa: FRIA, valutazione dei rischi IA, informativa privacy aggiornata e benedizione politica finale. In italiano corrente: il Comune mette il cappello giuridico a sistemi di intelligenza artificiale già “in uso o in fase di implementazione” e aggiorna i cittadini sul fatto che adesso non ci sono più solo le telecamere. Adesso ci sono le telecamere che pensano. O meglio: fingono di pensare, mentre qualcun altro finge di governarle.

    L’informativa racconta che videosorveglianza, lettura targhe e fototrappole usano IA per analizzare automaticamente le immagini, rilevare situazioni di rischio e comportamenti anomali. Però, con quella faccia tosta vellutata tipica del burocratese, ti rassicura pure dicendo che la videoanalisi “non avviene in diretta, ma esaminando la registrazione delle immagini” e che non ci sono decisioni automatizzate, perché ogni decisione resta sottoposta al controllo umano. Cioè: tranquilli cittadini, non vi inseguono in tempo reale; vi riguardano con calma dopo, con il medesimo zelo con cui da anni non riescono a chiudere un cantiere in tempo.

    Poi però uno apre davvero la FRIA, e lì la sceneggiata si incrina. Perché il sistema “VideoAnalisi LIVE” viene descritto come capace di rilevare in tempo reale comportamenti anomali o potenzialmente critici, con osservazione automatica e continua delle immagini e generazione di alert. Dunque il cittadino dovrebbe scegliere a quale favola credere: a quella per cui la videoanalisi non è in diretta, o a quella per cui il sistema osserva in tempo reale. È il solito capolavoro locale: due documenti, due versioni, una sola certezza. Quando il Comune parla di tecnologia, la prima cosa che va in crash è la coerenza.

    Il vero spettacolo, però, è la lista delle funzioni già attive. Non stiamo parlando della telecamerina che registra la piazza e poi si addormenta. No. Qui risultano già attivi il rilevamento di comportamento anomalo, il filtro ambientale AI, gli oggetti dimenticati o persi, le analitiche tripwire, la classificazione e verifica degli oggetti, il conteggio persone e veicoli, il monitoraggio della densità, il distanziamento sociale e analisi gruppi, il rilevamento gruppi e folle, lo stazionamento di persone, la ricerca forense negli avvisi, l’offuscamento automatico dei volti e il riconoscimento targhe. In pratica non una videosorveglianza, ma una specie di guardone pubblico con il gestionale. Il Comune la chiama sicurezza urbana. Il resto del mondo la chiamerebbe, più sobriamente, fame di controllo con interfaccia web.

    La cosa più ridicola è che la stessa FRIA cerca pure di minimizzare. A un certo punto scrive che il sistema “non raccoglie dati personali”. Magnifico. Peccato che l’informativa comunale dica l’opposto, e cioè che il sistema tratta dati personali costituiti da immagini e video. E peccato anche che la stessa FRIA ammetta rischi legati ai movimenti delle persone, al tempo trascorso vicino a edifici o aree specifiche, agli spostamenti, agli incontri, alle soste. Cioè riescono nel prodigio amministrativo di descrivere un sistema che segue comportamenti, conta presenze, osserva gruppi, intercetta traiettorie e legge targhe, salvo poi raccontare con aria innocente che non tratta davvero dati personali. Siamo oltre la contraddizione: siamo alla supercazzola regolatoria con allegato tecnico.

    E non è finita. La funzione “comportamento anomalo” viene spiegata dicendo che il sistema “impara la condizione di movimento ordinaria” e segnala ciò che esce dalla norma. Però poche righe prima la FRIA giura che il sistema “non apprende dai dati osservati”. È l’intelligenza artificiale di Mirandola: apprende senza apprendere, osserva senza guardare, classifica senza classificare, tratta dati personali senza trattare dati personali. Non un sistema tecnologico, ma un Giano bifronte tecnico-amministrativo: tutto e il contrario di tutto, purché timbrato, protocollato e approvato in Giunta.

    E allora sì, viene da dirlo in modo più brutale. La Ducale arruola l’intelligenza artificiale non perché sappia cosa farsene davvero, ma perché il potere di paese ha sempre avuto un debole patologico per qualsiasi cosa gli permetta di vedere di più, spiegare di meno e schermarsi dietro una sigla inglese. FRIA, AI, LIVE, alert, deployer, provider: basta il lessico da convegno per far sembrare moderno anche il solito vecchio istinto del piccolo apparato che vorrebbe controllare tutto, soprattutto quando viene messo in ridicolo. E così eccoci qua: la Polizia Ducale con la macchina che rileva anomalie, conta gruppi, traccia soste, cataloga oggetti e legge targhe. Il sogno erotico di ogni amministrazione mediocre: non risolvere i problemi, ma sorvegliarli.

    Naturalmente, da nessuna parte c’è scritto che il sistema serva a trovare il Fico. Sarebbero stati troppo onesti. Però la tentazione poetica resta irresistibile: se hai un apparato che fiuta comportamenti anomali, controlla gli stazionamenti, scandaglia le registrazioni, ricerca forense negli avvisi e sogna pure il riconoscimento facciale “su richiesta del fornitore”, è difficile non immaginare la Ducale mentre spera che da qualche pixel, da qualche targa, da qualche sosta troppo lunga, salti finalmente fuori il mostro che la perseguita. Il problema è che il Fico, purtroppo per loro, non è un oggetto smarrito, non è una folla, non è un alert, non è una targa. È il riflesso più fastidioso che possano incontrare: quello di qualcuno che legge le carte con cui cercano di proteggersi.

    Il risultato finale è quasi tenero, se non fosse tragicomico. Una Giunta che il primo aprile si mette in posa davanti alla modernità digitale. Una FRIA piena di parole grosse e contraddizioni piccole ma letali. Un’informativa che prova a tranquillizzare mentre l’allegato tecnico allarga il perimetro del controllo. E la solita Mirandola di sempre, dove quando arriva l’innovazione non serve a rendere più trasparente il potere, ma solo a renderlo più permaloso, più occhiuto e più ridicolo. La Ducale arruola l’intelligenza artificiale. Il Fico, per ora, resta non rilevato. Ma soprattutto resta non addomesticabile. E questa, per loro, è l’unica vera anomalia che il sistema non riuscirà mai a correggere.


    Un momento di serietà: visto che qui sono in gioco i diritti delle persone, sarebbe stato opportuno discutere questo documento in Consiglio Comunale. L’argomento è troppo importante e troppo carico di possibili conseguenze per essere lasciato a un allegato — la FRIA — sostanzialmente scritto dal fornitore del sistema e recepito quasi tale e quale dentro una delibera di Giunta.

    Fonti: Deliberazione di Giunta n. 68 del 01/04/2026; FRIA “Fundamental Rights Impact Assessment – Sistema di Video Analisi”; Informativa sul trattamento dei dati personali aggiornata con integrazione AI. (informativa e fria trasformati in pdf dal momento che sul sito erano caricati in word)

  • SIMULATORI DUCALI

    A Mirandola la Polizia Ducale si è comprata un simulatore di guida. Nome commerciale: AUTO NAKED. Nome politico: investimento strategico. Nome vero, molto più onesto: macchina rossa da quasi quindicimila euro che nelle scuole rischia di servire soprattutto a fare la fila. La determina parla di € 12.090 più IVA, cioè € 14.749,80, e racconta l’acquisto come strumento per l’educazione stradale degli studenti delle quarte e quinte superiori. In soccorso arriva la Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola con 12.000 euro di contributo (ma che verranno aumentati per pagare anche l’iva). E qui parte subito la solita nenia del paese: “Eh ma allora il Comune non ci mette niente”. Certo. Sempre soldi del territorio sono. E soprattutto resta intera la domanda vera: ma questo coso serve davvero alle scuole o serve soprattutto a fare scena?

    Perché la determina è bravissima a vendere il profumo dell’operazione. Sicurezza stradale. Giovani. Responsabilità. Autocontrollo. Valutazione del rischio. Tutte parole belle, lucide, istituzionali, da dépliant con piega a tre. Però si ferma un attimo prima del punto decisivo: come lo usi, concretamente, nelle scuole senza far saltare i tempi scolastici? Perché il simulatore non parla a una classe. Non lavora in gruppo. Non coinvolge trenta ragazzi insieme. Funziona uno alla volta. E appena entra in scena la matematica, tutta la poesia da delibera si sgonfia come una gomma ricostruita.

    Facciamo il conto più banale del mondo. Una classe da 22 alunni. Prova individuale da 5 minuti a testa (un tempo ridicolmente corto per capire cosa sia davvero guidare non in un videogioco). Totale: 110 minuti, cioè 1 ora e 50 minuti di solo utilizzo teorico del simulatore. Solo guida. Senza contare chi sale, chi scende, chi sistema il sedile, chi chiede dov’è la frizione, chi ride, chi blocca tutto, chi deve essere richiamato, chi vuole rifare il giro perché ha tamponato un cassonetto virtuale. Morale: una classe ti brucia circa due ore quasi soltanto per far provare il baraccone. E in quelle due ore non stai facendo educazione stradale. Stai facendo rotazione di culo sul sedile in ecopelle.

    E se allarghi lo sguardo, il castello crolla ancora meglio. Dal report della Municipale, l’attività formativa-educativa 2025 arriva a 84 ore complessive e coinvolge 1.189 alunni, di tutte le scuole di ordine e grado.

    Bene: a 5 minuti per studente, far usare il simulatore a tutti significherebbe 5.945 minuti, cioè 99 ore e 5 minuti. Avete letto bene: novantanove ore di solo simulatore, contro ottantaquattro ore di attività formativa complessiva. Quindi, se si prendesse sul serio la logica “lo usiamo per la formazione”, il giocattolo si mangerebbe da solo più ore di quante la Municipale dedichi in un anno intero all’attività educativa nel suo complesso. Prima ancora della spiegazione. Prima ancora della lezione. Prima ancora del cervello.

    E volendo stare persino dentro la favoletta ufficiale delle sole quarte e quinte superiori, la situazione non migliora: peggiora con maggiore eleganza. Se prendiamo per buono il dato di circa 2.600 studenti delle superiori a Mirandola, la platea teorica di quarta e quinta è di circa 1.040 ragazzi. A 5 minuti ciascuno sono 86 ore e 40 minuti di solo simulatore. Cioè praticamente tutto il monte ore annuo dell’attività educativa 2025, divorato non dalla formazione, ma dalla coda per accedere alla macchinetta. Una meraviglia pedagogica: per insegnare la sicurezza stradale ai ragazzi prossimi alla patente, elimini il tempo per insegnare la sicurezza stradale per tutti, dai 6 anni in su.

    Quindi no, raccontarla come grande strumento scolastico è una presa in giro gentile, di quelle con il sorriso istituzionale e il comunicato in corpo 12. Questo non è un oggetto nato sui tempi reali della scuola. È molto più plausibile che diventi quello che, sotto sotto, sembra già essere: un gadget da fiera, da gazebo, da iniziativa pubblica, da giornata-evento con utenza rarefatta e fotografi a portata di mano. Lì sì che funziona: pochi salgono, molti guardano, qualcuno applaude, tutti fanno finta che sia educazione e non intrattenimento comunale con volante. In piazza il collo di bottiglia diventa attrazione. A scuola invece resta un collo di bottiglia. E pure costoso.

    La cosa più divertente è che la determina tenta di farlo passare per scelta razionale, quasi inevitabile: affidamento diretto, operatore con esperienza, prezzo congruo, progetto nobile, contributo della Fondazione. Tutto in ordine, tutto pulito, tutto pettinato. Ma la vera domanda non è se il procedimento sia stato confezionato bene. La vera domanda è se l’oggetto acquistato abbia un senso proporzionato rispetto all’uso dichiarato. E qui la risposta, tolto il rossetto alla pratica, è parecchio più sgradevole: nelle scuole questo coso è logisticamente scomodo, didatticamente ingombrante e temporalmente incompatibile. In compenso è perfetto per una fiera: colorato, vistoso, abbastanza grosso da sembrare importante e abbastanza inutile da piacere alla politica locale.

    INTERMEZZO TEATRALE

    Il Fico in incognito sale sul Simulatore Ducale con aria composta.
    Regola il sedile.
    Impugna il volante.
    Fa due metri prudenti, quasi istituzionali.
    Un agente annuisce soddisfatto.
    L’assessorelfo sussurra: “Ecco, vede? Educazione stradale.”

    Poi succede l’imprevisto.
    Nel cervello del Fico si accende all’improvviso un ricordo lontano: la sala giochi di Marina di Ravenna, l’odore del mare, i gettoni sudati, il vecchio Sega Rally, la chiamata feroce della derapata virtuale.

    Fine della prudenza.
    Fine della pedagogia.
    Fine della simulazione civile.

    Il Fico pesta sull’acceleratore come se dovesse vendicarsi di vent’anni di rotatorie, e di semafori regolati male.
    Prima, seconda, terza, quarta.
    Il simulatore geme.
    Il monitor trema.
    Da qualche parte, nella Mirandola virtuale, l’autovelox di San Giacomo Roncole comincia a suonare come la campana dell’Apocalisse.

    Compare la scritta:
    NUOVO RECORD

    Un vigile si fa il segno della croce.
    Uno chiama il comandante.
    Un altro propone già di inserire il risultato nel PEG come performance strategica.

    Il Fico scende lentamente, si liscia la giacca, guarda il monitor e dice:
    “Mah. Bello. Però la grafica è un po’ approssimativa. Sembra Mirandola rifatta da uno che l’ha vista una volta di sfuggita da dietro il vetro sporco del treno.”

    Silenzio gelido.

    Sipario.

    E infatti è tutto qui. Non hanno comprato un presidio didattico. Hanno comprato un oggetto da esibizione con la scusa della didattica. Un totem rosso per iniziative pubbliche, benedetto dalla retorica della sicurezza stradale e travestito da rivoluzione educativa. Un simulatore di guida, sì. Ma soprattutto un meraviglioso simulatore di programmazione amministrativa: sembra intelligente finché non provi a usarlo davvero.

    Fonti: Determinazione n. 283 del 03/04/2026 del Comune di Mirandola, relativa all’acquisto del simulatore di guida “AUTO NAKED” per educazione stradale, importo € 12.090 + IVA = € 14.749,80, finalità dichiarata rivolta agli studenti delle quarte e quinte superiori; nota della Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola prot. 0013904/2026, con contributo deliberato di € 12.000 per il progetto “Simulatore di guida per educazione stradale”. I calcoli sui tempi di utilizzo sono elaborazioni sui dati del report fotografato e sulle ipotesi esplicitate nel testo.