Dopo le ormai leggendarie e a quanto pare infruttuose indagini sul Fico, la Polizia Ducale può finalmente appuntarsi una medaglia al collare: un caso è stato chiuso davvero. Non grazie a intuizioni fulminanti, non grazie a chissà quale acume investigativo, ma grazie a Thor e Giasone, ai loro due interpreti umani agente Zero e agente Carciofo, e pure al veterinario col lettore di chip, che in questa storia svolge il ruolo ingrato ma decisivo dell’unico strumento capace di arrivare davvero al nome del proprietario senza bisogno di tirare a indovinare.
La scena è mirabile. Thor annusa, Giasone conferma, Zero e Carciofo traducono dal canese all’italiano d’ordinanza, poi entra in campo il veterinario con il suo lettore di microchip, una specie di oracolo elettronico che in pochi secondi riesce dove altre indagini, pare, si erano smarrite in sentieri assai più nebulosi. E miracolo: stavolta il filo non si spezza, non evapora, non diventa leggenda metropolitana. C’è una cucciola, c’è un chip, c’è un lettore, c’è un proprietario, c’è persino una soluzione. Roba enorme. Roba che da queste parti rischia quasi di sembrare fantascienza applicata.
Naturalmente, appena la macchina vera del risultato ha finito il suo lavoro, parte subito la macchina simbolica del comunicato. E infatti l’assessore si precipita a spiegarci che l’episodio “conferma l’importanza del presidio sul territorio”. E meno male: dopo tanto presidiare, perlomeno un cane smarrito, due cani operativi e un veterinario con scanner hanno prodotto qualcosa di misurabile. Viene poi celebrata l’“attività svolta dalla Polizia Locale”, formula elasticissima dentro cui finisce di tutto: il fiuto di Thor e Giasone, la traduzione di Zero e Carciofo, il lavoro del veterinario, il microchip che parla da solo e, a chiusura, il timbro poetico dell’assessorelfo che arriva quando ormai il più è fatto.
Poi, come sempre, scatta la mano di vernice buona: “anche in materia di tutela degli animali”, addirittura “a servizio della comunità”. E qui il quadro si completa. Perché il recupero della cucciola viene gonfiato fino a diventare piccola epopea amministrativa, quando in realtà la morale più sincera sarebbe un’altra: appena la Ducale ha smesso di inseguire fantasmi ed è passata a un cane con microchip, con accanto due cani veri e un veterinario col lettore, il caso si è risolto da solo.
Il capolavoro, però, resta politico. I cani trovano la pista, il veterinario legge il chip, il microchip fa il resto, Zero e Carciofo seguono la procedura, ma il trofeo narrativo se lo prende l’assessorelfo, che cala dall’alto il suo sigillo e trasforma una banale catena di competenze concrete in parabola edificante sul presidio del territorio. In sostanza: il cane l’hanno trovato Thor e Giasone, il proprietario l’ha trovato il lettore del veterinario, il comunicato invece l’ha trovato subito l’assessore.
L’11 marzo 2026 la Giunta di Mirandola ha dovuto fare quello che nel 2024 il Consiglio non aveva voluto fare: fermarsi e ammettere che il regolamento ERP approvato due anni prima conteneva un criterio diventato indifendibile.
La delibera di giunta n. 51 dell 11 marzo 2026 richiama la sentenza n. 1/2026 della Corte costituzionale e mette nero su bianco il punto vero: la cosiddetta “residenza storica” dava un peso preponderante a una condizione “non direttamente collegata al bisogno abitativo”. Non un dettaglio, non una virgola, non una limatura da tecnici: il cuore della questione. Perché se assegni punti premio agli anni di residenza, stai dicendo che nel diritto alla casa può contare di più da quanto tempo uno sta qui, rispetto a quanto bisogno ha davvero di un alloggio pubblico.
E infatti la Giunta ha riconosciuto che il regolamento del 2024 va modificato e ha perfino sospeso ulteriori assegnazioni sulla graduatoria in essere.
Tradotto dal burocratese: hanno dovuto tirare il freno su una graduatoria costruita anche su un criterio che la Consulta ha appena preso a schiaffi.
Ed è qui che il ritorno al 2024 diventa uno spettacolo di cattivo odore politico. Perché il Biondo non fu uno che si trovò lì per caso, trascinato dalla corrente, distratto dallo smarphone o col braccio alzato per sbaglio. No. Il Biondo intervenne, parlò, rivendicò. Disse che erano “molto soddisfatti di questo regolamento” e difese la “valorizzazione dell’anzianità di residenza” come scelta ancora nelle mani dei Comuni.
Poi spiegò pure il senso della trovata: si passava dal vecchio punteggio massimo di 5 punti fino a 15 punti per chi risultava residente da oltre 25 anni in modo continuativo sul territorio comunale. Cioè la casa popolare trasformata in raccolta punti del supermercato territoriale: più timbri hai sull’anagrafe, più avanzi in corsia.
E il bisogno abitativo? In coda, come un poveraccio senza tessera fedeltà.
La cosa più oscena, infatti, non è nemmeno il numero in sé. È il principio politico che ci sta sotto: in un sistema che dovrebbe servire a dare una casa a chi sta peggio, il Biondo si compiaceva di un meccanismo che premiava la permanenza, non la necessità.
Non il disagio abitativo, non la fragilità sociale, non l’urgenza concreta di avere un tetto.
Prima viene il radicamento, poi forse il bisogno.
Una meraviglia da bottega ideologica: l’emergenza sociale trattata come se fosse un concorso per veterani della residenza. E lui lì, sorridente, a spacciare quella roba come saggezza amministrativa. Non era saggezza: era classismo pettinato.
Poi arrivò il voto. E il verbale è una fotografia che non ha bisogno di filtro: la proposta viene messa in votazione per alzata di mano e passa con 14 favorevoli, 0 contrari e 1 astenuta, cioè Canossa.
Tradotto: quello schifo se lo sono votati praticamente tutti.
Tutti dentro. Tutti allineati. Tutti a benedire un criterio che faceva pesare l’anzianità di residenza più del bisogno reale di una casa.
Qui la scena è già pronta da sola: il Biondo, braccio teso, ascella bene in vista, che sembra il testimonial del suo deodorante in stick, il mitologico Biondotalco. Alza il braccio (destro) senza paura. Senza paura di mostrare l’ascella. Senza paura dell’alone. Senza paura, soprattutto, della puzza politica che usciva da quel sì. Perché il problema non era il sudore: era il tanfo di un principio ingiusto travestito da regolamento serio. E dietro di lui quasi tutto il consiglio, senza vergogna, a spalmarsi addosso lo stesso stick istituzionale.
Solo Canossa ha avuto il minimo gusto di non profumarsi con quella roba e di astenersi da tale schifo.
E allora la morale è semplice. Nel 2026 la Giunta è stata costretta ad ammettere che l’anzianità di residenza non può pesare più dell’effettiva necessità di un alloggio per chi ne ha diritto. Nel 2024, invece, quasi tutto il Consiglio comunale si è accodato e ha votato quella schifezza senza battere ciglio. Il Biondo la rivendicava, la vendeva e la profumava; gli altri gliel’hanno comprata al volo, uno dopo l’altro, alzando la mano come comparse di una televendita amministrativa.
Una sola eccezione: Canossa, che almeno non si è unita al coro. Quindi no, non siamo davanti a un banale incidente tecnico. Siamo davanti a una scelta politica collettiva, rivendicata in aula, votata quasi all’unanimità e poi smentita dai fatti, dal diritto e dal ridicolo.
Biondotalco: alzi il braccio senza paura. La puzza, tanto, resta agli atti.
Grande passo avanti per la mobilità sostenibile mirandolese: alla Favorita arriva la ricarica per pedoni. L’assessorelfo l’ha inaugurata di persona. Entusiasta, carichissimo e appena appena arrostito.
C’è del genio, bisogna ammetterlo, nel pippone di Elementare, Biondalisa. Non il genio dell’analisi, sia chiaro. Il genio del depistaggio travestito da spiegazione.
Perché qui non siamo davanti a una semplice cantonata. Qui siamo davanti a disonestà intellettuale con il grembiulino stirato.
La domanda era semplice, persino per una pagina che si chiama Elementare: perché la cucina della scuola dell’infanzia Neri, comunale, non è operativa?
Risposta di Biondalisa: una centrifuga di impianti condivisi, percentuali magiche, varianti, contatori, organismi integrati e altra fuffa tecnico-liturgica che riguarda in larga parte la Chiocciola/Lumaca, cioè un’altra struttura, un altro servizio, un altro problema.
Capolavoro.
È come se uno chiedesse perché la Panda non parte e il meccanico rispondesse con una conferenza sul cambio della corriera di linea. Lungo, solenne, pieno di paroloni. E totalmente fuori bersaglio.
Ma il punto non è solo che Elementare, Biondalisa confonde volutamente la Neri con la Chiocciola/Lumaca. Il punto è come lo fa: con quel tono da maestrina saccente, da prima della classe del burocratese, da pagina convinta di stare distribuendo verità mentre in realtà sta solo impastando due questioni diverse per non rispondere a nessuna.
E questa non è precisione. Non è rigore. Non è approfondimento.
È il vecchio trucco della propaganda con gli occhialini dalle lenti azzurrate: quando il problema è imbarazzante, non lo chiarisci. Lo anneghi in una pozza di tecnichese, così i fedelissimi possono applaudire pensando di aver assistito a una lezione, mentre in realtà hanno visto solo una supercazzola con protocollo.
La verità è molto più semplice del romanzo di Biondalisa:
la Neri è una scuola dell’infanzia a gestione comunale/statale
la cucina della Neri è il problema concreto
la Lumaca è un’altra partita, soprattutto sul fronte impianti e la ambivalenza fra affidamento a privati della gestione del nido e il sevizio cucina in mano comunale
mischiare tutto insieme non è chiarezza: è confusione interessata
E quando la confusione non serve a capire ma a coprire, si chiama in un solo modo: disonestà intellettuale.
Altro che pagina seria. Qui siamo davanti a una specie di maga del quadro economico, che agita il ditino, sventola un 18,15%, tira fuori due determine dal cappello e spera che nessuno si accorga che il coniglio è morto da tre paragrafi.
🍐 Il Fico osserva: più che Elementare, Biondalisa, qui siamo a Confondare, Supercazzalisa: quella che entra in classe per correggere gli altri e poi sbaglia perfino il nome scritto sul quaderno.
A Mirandola i papà sono talmente speciali che per far loro gli auguri il Comune non ha usato un papà di Mirandola, né una foto originale, né un’idea propria: ha preso pari pari lo stock da catalogo. Altro che festa del papà: questa è la festa del copia-incolla istituzionale.
C’è qualcosa di poeticamente perfetto in tutto questo: un Comune che dovrebbe rappresentare una comunità vera, fatta di facce vere, famiglie vere, persone vere, e invece comunica come uno stagista disperato alle 17:58 con la consegna alle 18:00. Scrivi “super papà” su Freepik, scegli il modello con mantello, piazzi il logo del Comune sopra e via, missione compiuta: anche quest’anno l’autenticità la festeggiamo l’anno prossimo.
Il messaggio implicito è meraviglioso: non “auguri ai papà mirandolesi”, ma “auguri a un tizio barbuto americano da archivio stock che da oggi, per decreto grafico, rappresenta ufficialmente la paternità locale”.
Del resto è coerente: qui da noi spesso la realtà è trascurata, mentre la scenografia viene curata benissimo. E quindi anche i papà diventano una immagine prefabbricata, buona per tutte le stagioni, tutti i comuni e tutte le ricorrenze, purché sia in alta risoluzione.
Il Fico fa i suoi auguri a tutti i papà veri, non quelli in abbonamento gratuito da banca immagini. Perché l’amore sarà pure universale, ma la comunicazione istituzionale fatta col template resta una miseria.
Il Comune firma l’ordinanza, gonfia il petto, parla di sicurezza, di pericolo, di controlli, di sanzioni, di rigore assoluto contro i fuochi pirotecnici nei locali pubblici; poi però, nel Ducato di Mirandola, basta infilare il bengala nella torta giusta e il miracolo è compiuto: ciò che sulla carta è vietato, in fotografia diventa improvvisamente edificante. E il capolavoro non è nemmeno l’infrazione in sé, già abbastanza ridicola; il capolavoro è il giornale comunale che la prende, la lucida e la mette beatamente in vetrina, come se il modo migliore per far rispettare un’ordinanza fosse pubblicarne la violazione con aria serena da bollettino parrocchial-istituzionale. Qui non siamo più all’incoerenza: siamo alla presa per i fondelli elevata a metodo di governo. Il cittadino normale si becca il sermone, il divieto, il tono marziale, la minaccia della multa; il bengala fotogenico invece viene assolto per manifesta simpatia iconografica. A Mirandola la legge non vale per tutti: vale per chi non ha il privilegio di finire impaginato nel giornalino del Palazzo. Per questo il Fico chiede alla Polizia Ducale di intervenire con la dovuta ferocia: non solo sulla torta eversiva e sulla scintilla abusiva, ma soprattutto su chi ha avuto la faccia come il marmo di trasformare un comportamento appena vietato dal Comune in materiale da propaganda sorridente. Perché il vero incendio, qui, non lo provoca la miccia sulla panna: lo provoca l’arroganza di un potere che prima fa l’ordinanza per il popolino e poi se la calpesta da solo, con tutta la tranquillità di chi è convinto che a Mirandola basti una foto ben impaginata per far sparire anche il ridicolo.
I 28 mila euro miracolosi: dentro ci devono stare i bambini, i pennarelli e pure il profitto
Cappello introduttivo
Nella prima puntata il Fico ha guardato il lato impiantistico del bando della futura Lumaca e ha scoperto che il Comune sogna di separare nido e cucina in un edificio nato invece come organismo unico. In questa seconda puntata, invece, si passa alla parte ancora più commovente: i conti.
Perché c’è una cifra che nei documenti meriterebbe di essere esposta in teca, tra le reliquie amministrative più ardite della Bassa: 28.606,74 euro all’anno.
A prima vista potrebbe sembrare una cifra seria. Poi però si legge bene cosa ci deve stare dentro, e si capisce che più che un margine è un atto di fede.
La relazione economica del bando dice una cosa molto semplice e molto spietata: il 92,86% del valore annuo dell’appalto se ne va già in costo del lavoro, stimato in 372.047,90 euro. Per tutto il resto resta il 7,14%, cioè appunto 28.606,74 euro l’anno.
Ed è importante dirlo subito con chiarezza: quelle cifre dedicate al personale sono pressoché incomprimibili.
Non perché il Comune sia stato generoso. Ma perché il bando e la relazione inchiodano il servizio a una struttura minima molto rigida: il costo del lavoro è stato costruito sul CCNL delle cooperative sociali di riferimento, con livelli economici ben precisi; il capitolato richiede educatori e ausiliari con determinati profili, impone il rispetto dei rapporti numerici educatore-bambino e ausiliario-bambino per tutto l’orario di apertura, pretende sostituzioni rapide in caso di assenza, limita il turn-over e, in più, chiede in offerta tecnica un numero di addetti non inferiore a quello indicato nella relazione allegata.
Tradotto dal giuridichese al mirandolese: sul personale non c’è molto grasso da tagliare. Non siamo davanti a una fisarmonica che il gestore può stringere e allargare a piacere. Siamo davanti a una struttura già quasi tutta tirata dal Comune, con pochissimo spazio vero per comprimere il costo del lavoro senza avvicinarsi pericolosamente al minimo strutturale del servizio.
E questo rende il quadro ancora più interessante. Perché se il personale è già quasi tutto “bloccato” da contratto, inquadramenti, rapporti numerici, qualifiche e obblighi organizzativi, allora il vero punto di compressione non è lì. Il vero punto di compressione diventa tutto il resto.
E infatti quel “tutto il resto” non è una mancia per il gestore e non è nemmeno un tesoretto allegro da usare per le feste di fine anno. No. Dentro quei 28.606,74 euro ci devono stare:
manutenzione ordinaria dell’immobile e delle pertinenze;
materiali di consumo;
attrezzature;
spese generali escluse quelle di personale;
utile di impresa;
e tutti gli altri costi ricompresi nel capitolato.
Tradotto: dentro quella cifra ci devono convivere i pennarelli e il profitto, la pulizia e la dignità imprenditoriale, la manutenzione e il miracolo economico.
Perché il capitolato, se letto senza camomilla, è abbastanza chiaro. Il gestore non si prende solo educatori e ausiliarie. Si prende anche il materiale per le attività con i bambini e le famiglie, i materiali per l’igiene e la pulizia, la sanificazione, la cura dei bambini, la lavanderia, l’integrazione di arredi, giochi e attrezzature se mancanti, la manutenzione ordinaria degli immobili e delle aree cortilive, la gestione dei giochi da esterno, la TARI per la parte in gestione, le utenze telefoniche e, quando scatterà il miracolo della separazione impiantistica, anche luce, acqua e gas.
La manutenzione straordinaria, formalmente, resta al Comune. Ma con una piccola grazia amministrativa: se una straordinaria nasce da una cattiva manutenzione ordinaria, allora il problema può tornare addosso al gestore come una rondine cattiva in stagione elettorale.
Quindi il quadro è questo: il Comune costruisce un appalto in cui quasi tutto il valore è già mangiato dal personale, e il personale stesso è quasi incomprimibile; di conseguenza tutto ciò che rende il servizio concretamente vivibile deve stare in un avanzo che, già a ribasso zero, è stretto come un corridoio di casa popolare.
Ma la poesia migliora ancora quando si fa un’ipotesi molto modesta, quasi innocente:
e se ci fosse un ribasso del 3%?
Ecco, lì la favola si fa davvero educativa.
Perché con un ribasso del 3% il ricavo annuo teorico scende, e quei 28.606,74 euro non restano più 28 mila. Diventano circa 16.587 euro l’anno dopo aver coperto il costo del lavoro. Questo non è un numero inventato: è una semplice elaborazione matematica sui valori della relazione economica.
A questo punto il Fico, da vecchio contabile dell’assurdo, si permette un’ulteriore ipotesi: mettiamo che il gestore, già che esiste, voglia portarsi a casa almeno 10 mila euro di margine annuo. Non stiamo parlando di yacht, caviale e weekend a Cortina. Stiamo parlando del minimo sindacale per non lavorare solo per la gloria di San Bilancio.
Bene. In quel caso, per tutto il resto resterebbero circa 6.587 euro all’anno.
Ripetiamolo piano, come si fa con i bambini dell’infanzia quando si insegna a contare fino a dieci:
6.587 euro all’anno.
Cioè poco più di 500 euro al mese. Per tutto.
Per i materiali didattici. Per la carta. Per i cartoncini. Per i pennarelli. Per la colla. Per i detergenti. Per il sapone. Per la sanificazione. Per i giochi da sostituire. Per le piccole manutenzioni. Per gli imprevisti. Per i mille accidenti quotidiani di un asilo vero.
Insomma, più che un piano economico, sembra una puntata di “Affari tuoi” giocata con i pannolini.
E qui arriva il punto serio, sotto la satira.
Perché quando il costo del personale è già quasi blindato dal bando, il problema non è decidere se comprimere i costi. Il problema è capire dove si finirà per comprimerli.
E la risposta purtroppo è abbastanza semplice: non sui livelli contrattuali, non sui rapporti numerici minimi, non sugli inquadramenti obbligati, ma su tutto ciò che resta intorno.
E siccome tutto ciò che resta intorno sono attività, materiali, manutenzioni, margini organizzativi e qualità minuta del servizio, il rischio è evidente: il bando spinge fisiologicamente a cercare risparmio proprio sulle parti più silenziose e meno difese del nido.
Quelle che non fanno titolo in delibera. Quelle che non finiscono in conferenza stampa. Quelle che però, nella vita vera di un asilo, fanno la differenza tra un servizio semplicemente in regola e un servizio davvero ricco, sereno e di qualità.
Ed è qui che il bando smette di essere una faccenda per soli tecnici e diventa una faccenda politica.
Perché se costruisci un appalto in cui il costo del personale è quasi incomprimibile e il resto è ridotto a una ciotolina di spiccioli, allora il messaggio è chiaro: la qualità concreta del servizio dovrà arrangiarsi dentro ciò che avanza.
E allora il problema non è solo il bando della Lumaca. Il problema è una certa religione amministrativa locale: esternalizzare tutto, spendere il meno possibile, controllare molto (le carte… o certe pagine Facebook) e poi fingersi stupiti se la qualità rischia di vivere di rendita e di miracoli.
Come se i servizi per l’infanzia fossero una gara a chi tira meglio la coperta. Come se bastasse un capitolato ben scritto per sostituire il respiro organizzativo, i margini veri e la qualità concreta. Come se i bambini potessero crescere serenamente dentro un modello pensato più per far quadrare il contratto che per far respirare il servizio.
Il Fico la mette giù semplice: quando l’esternalizzazione diventa un riflesso automatico, la qualità non è più il punto di partenza. Diventa il sottoprodotto eventuale di un meccanismo costruito per risparmiare, scaricare e controllare.
E a quel punto il rischio è sempre lo stesso: che il Comune inauguri il futuro, e che poi a gestire il presente restino i soliti santi. Uno l’abbiamo già conosciuto: San Contatore Martire. L’altro, a forza di tirare i margini, potrebbe diventare presto San Pennarello Moltiplicato.
Compagni mirandolesi, ha aperto la Ludoteca Gagarin: nuovo avamposto dell’educazione cosmico-popolare dove il giovane cittadino, tra un gioco in scatola e un laboratorio creativo, potrà compiere i primi passi verso la gloriosa conquista della coscienza collettiva.
Non più solo costruzioni e pennarelli: da oggi anche addestramento silenzioso alla disciplina, al gioco organizzato e al superamento dell’egoismo piccolo-borghese.
Sotto lo sguardo severo ma affettuoso dei padri della rivoluzione, i piccoli di Mirandola impareranno che: il dado è del popolo, il tavolo è del popolo, la fantasia è del popolo.
Ludoteca Gagarin: dove il bambino non chiede “è mio?” ma domanda fiero: “di chi è?” E la risposta è una sola: nostro.
La cucina di Schrödinger: fuori dalla gestione, dentro agli impianti
Cappello introduttivo
Questo è il primo di una serie di post con cui il Fico proverà a leggere il bando di gestione del futuro asilo che, per coerenza zoologica e velocità amministrativa, chiameremo “La Lumaca”.
L’idea è semplice: meno inaugurazioni, più capitolati. Perché quando un Comune costruisce un edificio nuovo e poi ne mette a gara la gestione, la domanda non è solo “quanto costa?” oppure “chi se lo prende?”.
La domanda vera è: ma questo edificio è stato progettato davvero per il tipo di gestione che il Comune sapeva già di voler fare, oppure prima si è gettato il cemento e poi si è cominciato a pensare?
E qui, già alla prima lettura, salta fuori una meraviglia tutta mirandolese: La attuale maggioranza ama esternalizzare i servizi come certi devoti amano i santi patroni, perché quando realizza opere nuove sembra dimenticarsi di progettare anche le condizioni materiali dell’esternalizzazione?
Il capitolato, a voler essere generosi, una cosa la spiega abbastanza bene. L’operatore economico gestisce il nido e tutta la sua allegra trincea quotidiana: personale educativo e ausiliario, materiali didattici, pulizie, cura dei bambini, lavanderia, manutenzione ordinaria, distribuzione dei pasti, apparecchiatura, sparecchiatura, pulizia e disinfezione delle aree in cui si mangia.
Tradotto dal burocratese al mirandolese: al gestore viene affidata la vita vera dell’asilo.
Quella fatta di pannolini, pennarelli, mocio, stoviglie, bavaglini, turni, piccoli guasti e grandi rogne.
Poi però si arriva alla cucina. E lì il bando comincia a scricchiolare…
Perché i documenti dicono che la fornitura dei pasti resta al Comune. “Tutto il necessario per l’espletamento del servizio mensa” lo mette la committenza. Il gestore invece prenota, somministra, prende e riporta i carrelli, assiste i bambini mentre mangiano e poi pulisce gli spazi dove il pasto si consuma.
Cioè: il gestore non gestisce la cucina, ma si prende tutto ciò che ruota attorno al fatto che la cucina esista.
Una genialata amministrativa quasi poetica: la cucina c’è, ma anche no.
Sta nell’edificio, ma a metà fuori dalla gestione. Produce effetti, consumi, esigenze, problemi e costi, ma contrattualmente viene trattata come una creatura istituzionale semifantasma.
Insomma: la cucina di Schrödinger. Fuori dalla gestione, dentro agli impianti. Non gestita, ma decisiva. Non tua, ma un po’ sì.
Peccato che poi uno vada a leggersi il progetto edilizio e scopra che non stiamo parlando della macchinetta del caffè messa in un corridoio. No. Qui compare una cucina vera: cucina, dispensa, lavaggio stoviglie, locale dedicato, predisposizioni impiantistiche elettriche e idrauliche, piano di cottura con cappa, forno a vapore, lavastoviglie, frigorifero, freezer, tutta roba che consuma acqua ed energia, e non poca!
Cioè: nel progetto dell’edificio la cucina non è un accessorio. Non è un soprammobile. Non è un optional messo lì per bellezza. È una funzione strutturalmente incorporata nel fabbricato.
Ed è qui che il bando diventa un piccolo spettacolo di illusionismo.
Perché da un lato ci raccontano una separazione gestionale elegante: i pasti li garantisce il Comune, il gestore distribuisce e pulisce, la TARI è a carico del gestore solo “per la parte in gestione”, la manutenzione straordinaria se la tiene il Comune, e le utenze di luce, acqua e gas passeranno al gestore
solo quando verranno separate le utenze tra parte nido e parte cucina.
Bellissimo. Pulito. Ordinato. Peccato che questa pulizia esista soprattutto nella fantasia del capitolato.
Perché gli impianti, a differenza degli amministratori, non si impressionano davanti alle formule scritte bene.
E infatti il progetto racconta un edificio NZEB (edificio a emissioni “quasi” zero), con pompa di calore aria/acqua, riscaldamento a pavimento, VMC, locale tecnico comune e soprattutto un fotovoltaico da 40 kWp pensato per compensare gran parte dei consumi dell’immobile.
Tradotto: dal punto di vista energetico e impiantistico, qui non abbiamo due mondi separati che un giorno, da adulti, si divideranno civilmente le bollette. Qui abbiamo un organismo unico, nato per vivere come un organismo unico.
E allora entra in scena lui: Salomone impiantistico.
Solo che stavolta il bambino da tagliare in due non è un neonato conteso da due madri. Il bambino è l’edificio. Le due madri sono il nido e la cucina. E il Comune, invece di chiedersi prima come organizzare la convivenza, arriva dopo con la spada del capitolato e dice: “bene, adesso dividiamo tutto.”
Peccato che pompa di calore, fotovoltaico, locale tecnico e quadri elettrici non si taglino in due con la spada della determina.
Perché la domanda tecnica, quella seria, è semplice: come la fate davvero questa separazione?
Con quali contatori? Con quali sottocontatori? Con quale criterio di riparto? Con quale contabilizzazione dell’energia autoprodotta dal fotovoltaico? Con quale faccia tosta si pensa di distinguere con precisione i consumi della cucina da quelli del resto del nido, quando il progetto nasce come sistema integrato?
Perché una cosa è scrivere: “poi separiamo le utenze”. Un’altra è progettare da subito un edificio in cui quella separazione sia davvero misurabile, governabile, trasparente e credibile.
Altrimenti siamo nel pieno della grande tradizione amministrativa padana: prima fai il progetto come viene, poi fai il bando come speri, poi affidi tutto alla Provvidenza, a un paio di contatori mai nati e a un elettricista con la pressione alta.
Con il fotovoltaico unico, con gli impianti integrati e con la cucina già infilata nel corpo edilizio, la frase “poi separiamo” suona più o meno come questa: più avanti, con calma, provvederemo a separare il brodo dal dado.
E qui arriva il pezzo politico. Perché nella relazione di progetto del 2023 si parla di economicità di gestione, ottimizzazione dei costi di manutenzione e di esercizio e attenzione all’intero ciclo di vita dell’edificio.
Benissimo. Bellissime parole. Morbide. Responsabili. Quasi commoventi.
Ma proprio per questo la domanda diventa ancora più cattiva: se nel 2023 si ragionava già sul ciclo di vita dell’edificio, e se nel 2023 la Lety era vicesindaca con delega alle opere pubbliche, com’è possibile arrivare al bando di gestione con una separazione tra nido e cucina evocata sul piano contrattuale ma ancora fumosa sul piano impiantistico?
Perché a questo punto non siamo davanti a una grana caduta dal cielo sulla scrivania della sindaca all’ultimo minuto. No. Siamo dentro la stessa filiera politico-amministrativa che ha accompagnato l’opera mentre nasceva.
E allora il punto non è solo: “oggi la Lety si trova il problema”. Il punto è: ma questo problema, quando l’opera veniva seguita sul fronte dei lavori pubblici, non doveva essere visto prima?
Perché qui sta la contraddizione vera di Mirandola: il Comune ama esternalizzare, ma quando costruisce opere nuove sembra non progettare fino in fondo le condizioni concrete dell’esternalizzazione.
Prima fai il contenitore. Poi scopri che dentro ci saranno soggetti diversi, costi diversi, oneri diversi, responsabilità diverse, bollette diverse. Prima il cemento. Poi il capitolato. Poi, se Dio vuole, la separazione delle utenze. Infine, a chiudere il cerchio, San Contatore Martire.
E allora la sintesi di questa prima puntata sulla Lumaca è molto semplice:
il capitolato distingue abbastanza bene chi fa cosa tra nido e cucina; il progetto distingue molto meno chi consuma cosa e chi paga cosa.
E quando un Comune che vive di esternalizzazioni scopre troppo tardi di non aver progettato bene il confine tra i servizi, il rischio è che la gestione futura assomigli meno a un asilo moderno e più a un esperimento di spiritismo contabile con supporto elettrotecnico.
Per ora, più che una separazione impiantistica, sembra una promessa affidata alla fede, alla burocrazia e a un santo che ancora aspetta la canonizzazione ufficiale:
San Contatore Martire, protettore delle volture impossibili, dei sottocontatori immaginari e delle opere pubbliche pensate a metà.
Fonti / documenti letti Determinazione n. 209 del 16/03/2026; Capitolato Speciale d’Appalto; relazione tecnico-economica di gara; Relazione Generale di progetto (Tav. 101 – REVA); Computo metrico estimativo (Tav. 112 – REVA).
C’era una scuola molto carina senza giardino, senza cucina.
Non si poteva correre fuori perché mancavano prato e fiori.
C’erano ruspe, terra fresata, una montagna non ancora spianata.
Cumuli alti quasi due metri che sembrano dune più che tappeti.
Il prato? Arriverà, dicono piano. Magari con il bel tempo… l’anno prossimo o quello lontano.
E la cucina? Per ora riposa, come una promessa un po’ misteriosa.
Però la scuola è molto carina, dicono tutti dalla collina:
“È quasi pronta, manca pochino, solo il giardino… e pure il fornellino.”
🍐 Il Fico osserva
Ora, il Fico lo dice subito: la scuola Sergio Neri è una cosa seria e importante.
I lavori di adeguamento sismico, ampliamento ed efficientamento energetico sono stati un intervento necessario. Meglio una scuola sicura che una scuola vecchia.
Su questo non si discute.
Però.
Come spesso accade nelle opere pubbliche mirandolesi, la realtà ha sempre quel piccolo dettaglio poetico che sfugge ai comunicati ufficiali.
Per esempio.
Nel comunicato si parla di consegna dell’edificio e di trasferimento dei bambini. Tutto molto ordinato, tutto molto istituzionale.
Peccato che:
il giardino, a oggi, sembri più un campo arato che un’area giochi;
il prato è ancora un concetto filosofico;
e tra i cumuli di terra qualcuno giura di aver visto dune alte quasi due metri.
La cucina invece, da quanto si racconta informalmente, pare essere entrata nella categoria delle entità quantistiche: esiste nel progetto, ma nella pratica è difficile da osservare.
Un po’ come certe date di fine lavori.
📋 Il dettaglio curioso
Il Comune comunica che:
la consegna dell’immobile è prevista il 6 marzo
il trasferimento dei bambini il 16 marzo
Quindi tutto è pronto.
O quasi.
Perché nel frattempo:
il giardino deve ancora diventare un giardino
e la cucina deve ancora diventare una cucina
Ma a Mirandola siamo gente pratica.
Se non c’è il prato si gioca sulla terra. Se non c’è la cucina si userà quella provvisoria del palacomini e pazienza se arriverà cibo freddo.