olio su tavola, seconda metà del XVI secolo Mirandola, Galleria Ducale
Il ritratto di Lety della Mirandola appartiene a quella nobile e severa famiglia di immagini in cui il volto non è ancora psicologia, ma destino. Il profilo netto, il fondo bruno, l’iscrizione alta in lettere dorate, la compostezza quasi numismatica della posa rimandano con evidenza alla ritrattistica degli uomini illustri di area medicea, e in particolare alla maniera di Cristofano dell’Altissimo.
La figura è colta di profilo, immobile, trattenuta, quasi scolpita più che dipinta. Non cerca il dialogo con lo spettatore: lo esclude. Guarda altrove, come fanno i potenti nei ritratti antichi, perché lo sguardo frontale sarebbe troppo umano, troppo disponibile, troppo compromettente. Qui invece tutto è distanza, rango, costruzione.
Il berretto rosso, compatto e solenne, pesa sulla testa come un segno d’autorità. Non è un semplice accessorio: è un piccolo trono portatile. La veste scura, bordata d’oro, stringe la figura dentro una dignità austera, quasi ducale. Il pittore non indulge nella grazia, non ammorbidisce, non consola. Dipinge una presenza.
Di grande efficacia è l’iscrizione LETY DELLA MIRANDOLA, posta in alto come una sentenza. Non spiega: proclama. In quella scritta sta l’intero programma dell’opera. Lety non viene ritratta come donna del suo tempo, ma come figura da memoria pubblica, da galleria degli illustri, da genealogia principesca. Il nome diventa titolo, il profilo diventa sigillo, la posa diventa monumento.
La qualità più interessante del dipinto è proprio questa ambiguità: sembra un ritratto celebrativo, e forse lo è; ma nella sua freddezza assoluta, nella sua rigidità quasi cerimoniale, lascia affiorare un’ironia involontaria e potentissima. Lety è innalzata, certo, ma anche fissata. Nobilitata, ma inchiodata. Consegnata all’eternità, ma con quella severità da medaglia che trasforma la persona in funzione.
Non c’è sorriso, non c’è moto, non c’è cedimento. C’è soltanto il profilo: netto, duro, definitivo. Ed è qui che il quadro diventa magnifico. Perché la pittura di potere non racconta mai chi siamo davvero; racconta come pretendiamo di essere ricordati.
In questo senso Lety della Mirandola è un’opera esemplare: antica nella forma, spietata nel risultato. Un ritratto che non accarezza il soggetto, ma lo imbalsama nella sua stessa ambizione. Non una donna davanti alla storia, ma una storia già scritta sopra la sua testa, in lettere d’oro.
Scavi sotto il Palazzo: trovato simbolo del PCI del 1300
La giunta sconvolta: il comunismo mirandolese va anticipato di sette secoli
Mirandola — Dovevano essere normali scavi archeologici: qualche coccio, un po’ di cereali carbonizzati, due pavimenti antichi e la rassicurante parola “stratigrafia”, che fa sempre cultura e non impegna politicamente.
Poi, sotto il loggiato del Palazzo Comunale, è comparso lui: un disco metallico corroso dal tempo, ma ancora leggibile. Falce, martello e scritta P.C.I.
Secondo le prime analisi stratigrafiche, confermate dal Carbonio 14 e dal metodo scientifico locale detto “mettilo via prima che lo veda qualcuno”, il reperto risalirebbe al XIV secolo.
La scoperta riscrive la storia: il cosiddetto “governo comunista” di Mirandola non sarebbe nato nel Novecento, ma attorno al 1300.
Settecento anni di egemonia rossa. Altro che dopoguerra.
La notizia avrebbe gettato nello sgomento la Lety e l’intera giunta, subito impegnate a spostare l’attenzione su granaglie, coccini, utensili, pavimenti e altre cose archeologicamente rispettabili ma politicamente meno pericolose.
Eppure dovrebbero esultare.
Perché se Mirandola era comunista dal Medioevo, allora l’attuale amministrazione non ha semplicemente vinto le elezioni: ha abbattuto un regime rosso nato quando le sezioni si riunivano nel granaio e i compagni votavano per alzata di forcone.
Una liberazione storica.
Ma niente. Silenzio.
Meglio parlare dei cocci.
Perché a Mirandola la memoria va benissimo, purché non diventi attuale. I reperti si valorizzano, certo, ma solo quando non disturbano la narrazione.
Per questo la giunta starebbe valutando di esporre il disco con una didascalia più prudente:
“Disco metallico con decorazione astratta. Possibile uso agricolo. Non guardare troppo da vicino.”
quando una mozione passa, ma la delibera non se ne accorge
A Mirandola, quando si parla di AIMAG, volano parole solenni: controllo pubblico, governance, Patto di Sindacato, indirizzo strategico, tutela del territorio.
Poi però arriva il momento più difficile.
Non trattare con Hera. Non difendere il servizio pubblico. Non scrivere un Patto di Sindacato.
No.
Contare.
La mozione sul controllo pubblico nel Patto AIMAG 2026-2031 viene votata così:
5 favorevoli 4 contrari 7 astenuti
Ora, il Regolamento del Consiglio comunale dice una cosa abbastanza semplice: gli astenuti contano per il numero legale, ma non si contano tra i votanti.
Quindi i votanti erano 9. Cinque favorevoli. Quattro contrari.
Traduzione per chi ha saltato la prima elementare:
5 è più di 4.
Non serve un parere legale, non serve la Corte dei Conti, non serve un consulente sulle partecipate: bastavano due mani, qualche dito e un adulto responsabile nei paraggi.
Invece la mozione viene dichiarata non approvata.
Passi, si fa per dire, l’errore nell’immediato, durante il Consiglio comunale, magari dentro la confusione del dibattito, con quella malcelata volontà della maggioranza di bocciare comunque una mozione evidentemente scomoda.
Ma vedere poi lo stesso errore messo nero su bianco in un documento ufficiale rende la vicenda ancora più assurda.
Perché un conto è sbagliare a caldo.
Un altro è avere il tempo di scrivere, controllare, rileggere, firmare digitalmente e pubblicare una delibera che cristallizza l’errore come se fosse verità amministrativa.
E questo, più ancora del pasticcio aritmetico, distrugge la fiducia fra cittadini e istituzioni: perché se nemmeno il risultato di una votazione pubblica viene riportato correttamente, come possiamo fidarci quando ci parlano di controllo pubblico su AIMAG?
Ed è qui che il semplice errore diventa qualcosa di più interessante: siamo davanti a una svista, o alla volontà politica di bocciare anche quello che il Consiglio aveva appena approvato?
Perché gli astenuti non sono contrari. Sono astenuti. Stanno lì, fanno numero legale, respirano, guardano il banco, ma non votano no.
A Mirandola, invece, sembrano diventare una nuova specie istituzionale: l’astenuto contrario postumo, quello che non dice no, però viene usato come se lo avesse detto.
E la catena degli errori non finisce qui.
Nella delibera sulla mozione protocollo 23103 del 20 maggio, quella effettivamente discussa, nel dispositivo finale spunta il protocollo 20063 del 30 aprile, cioè quello di un’altra mozione, già trattata nella delibera precedente.
Una delibera parte con una mozione, finisce con un’altra, e nel mezzo riesce pure a dichiarare respinto un voto finito 5 a 4 per i favorevoli.
Un piccolo capolavoro.
Mentre si parla di controllo pubblico su AIMAG, la prima cosa che sfugge al controllo pubblico è il risultato del voto pubblico.
Fico avrebbe tre domande semplici:
Con quale criterio una votazione finita 5 a 4 è stata proclamata come bocciatura?
In quale punto del Regolamento gli astenuti diventano contrari?
Perché nella delibera della mozione 23103 compare il protocollo 20063, come un invitato che sbaglia funerale ma firma comunque il registro?
La maggioranza, politicamente, non ha nemmeno avuto il coraggio di votare tutta contro: una parte ha votato no, una parte si è astenuta, poi però il risultato finale è stato confezionato come se l’astensione fosse una bocciatura compatta.
È la politica del:
“Non abbiamo detto no, però facciamo come se fosse no.”
Per la prossima seduta, Fico propone una piccola innovazione a costo zero: accanto agli scrutatori, nominare anche un bambino di sei anni, scelto a rotazione tra le scuole primarie, con il delicato compito di coadiuvare il Presidente del Consiglio comunale nelle più ardue operazioni di aritmetica democratica: sommare i favorevoli, sottrarre gli astenuti dai votanti e, nei casi di particolare complessità, stabilire se 5 sia maggiore o minore di 4.
Ovvero: il caso risolto prima ancora di trovare il ladro
Mirandola, città dal 1597, informa la cittadinanza che giovedì 4 giugno la Polizia Locale ha portato a termine un’operazione destinata a essere ricordata negli archivi della sicurezza urbana: ha ritrovato una bicicletta.
Non il ladro. Non una rete criminale. Non il mandante occulto del pedale sottratto. La bicicletta.
E fin qui, bene. Anzi: benissimo. Due ragazzi segnalano il furto, la pattuglia raccoglie le informazioni, cerca il mezzo e lo ritrova in circa mezz’ora nei pressi della stazione. La bici torna al proprietario. Applausi sinceri.
Poi però arriva il comunicato istituzionale. E lì la bicicletta smette di essere una bicicletta e diventa la Corazzata Potëmkin col cestino davanti.
Il testo è un capolavoro di trombonismo municipale: prontezza, tempi rapidissimi, immediatamente, senza esitazione, intervento tempestivo, risposta immediata, attenzione costante alla tutela del territorio.
In pratica, una pattuglia ha fatto quello che una pattuglia dovrebbe fare: ricevuta una segnalazione, ha cercato l’oggetto rubato.
Ma scritto così sembra che Stusky e Utch abbiano liberato Mirandola da una banda internazionale specializzata nel traffico di Graziella.
La parte migliore, però, è il corto circuito narrativo.
All’inizio il comunicato dice che è stato “risolto un caso di furto di bicicletta”.
Alla fine, però, precisa che sono ancora in corso le verifiche sulle telecamere “al fine di risalire all’autore del furto”.
Traduzione:
la bici è stata trovata, il ladro no.
Quindi il caso non è risolto. È risolto a metà. È risolto come certi lavori pubblici mirandolesi: inaugurato nel titolo, incompleto nel contenuto.
La scena dev’essere stata questa:
— Stusky: «Abbiamo trovato la bicicletta.» — Utch: «E il ladro?» — Stusky: «Lo stiamo ancora cercando.» — Ufficio comunicazione: «Perfetto, scrivete: caso risolto.» — Utch: «Ma manca l’autore del furto.» — Ufficio comunicazione: «Dettagli. Il post deve uscire prima delle indagini.»
Ed eccoci dunque davanti al nuovo metodo investigativo mirandolese:
Prima il comunicato, poi eventualmente il colpevole.
Altro elemento poetico: la pattuglia cinofila.
Nel racconto, dei cani non si sa nulla. Non fiutano, non seguono tracce, non trovano il sellino, non puntano il cestino, non abbaiano davanti alla stazione. Il loro ruolo operativo, almeno nel testo, è pari a quello del logo in alto a sinistra.
Però dire “pattuglia cinofila” serve. Serve perché bisogna ricordare al popolo che Mirandola ha le unità cinofile. Anche quando l’operazione descritta non sembra avere nulla di cinofilo, ma molto di automobilistico: qualcuno segnala una bici rubata, gli agenti girano, la trovano.
Quindi, onore al recupero. Ma meno fanfare.
Perché se per una bicicletta ritrovata serve un comunicato da operazione speciale, quando troveranno anche il ladro cosa faranno? Una conferenza stampa con Stusky e Utch in alta uniforme, i cani sull’attenti e la bici esposta in sala consiliare tra due piante noleggiate?
Il Fico è contento per il ragazzo. Il Fico è contento che la bici sia tornata a casa. Il Fico è contento che gli agenti abbiano fatto il loro lavoro.
Ma il Fico ricorda sommessamente che “Ladri di biciclette” è un capolavoro del neorealismo.
Questo invece pare più una fiction istituzionale:
“Biciclette ritrovate, ladri cercasi, propaganda già pubblicata.”
Il nuovo nido d’infanzia “La Chiocciola” nasce grazie ai fondi europei del PNRR, circostanza che certamente verrà ricordata durante l’inaugurazione, possibilmente davanti a un fondale azzurro, con la Sindaca al centro, le autorità disposte secondo altezza istituzionale e almeno tre persone incaricate di spiegare quanto l’Amministrazione investa nel futuro dei bambini.
Poi però, mentre si avvicina l’apertura, qualcuno guarda fuori dalla finestra e scopre un dettaglio marginale: al nido manca il giardino.
Non una piccola rifinitura, non il vaso di gerani dimenticato sul davanzale, ma il giardino vero e proprio, cioè alberi, siepe, prato, irrigazione, telo ombreggiante e casetta esterna, tutte cose evidentemente considerate così accessorie alla vita di bambini tra i tre mesi e i tre anni da essere rimaste fuori dal finanziamento dell’opera.
E così l’edificio arriva con i soldi europei, mentre il cortile viene pagato interamente dai mirandolesi con quasi quarantamila euro di avanzo comunale non vincolato, perché Next Generation EU avrà pure finanziato la prossima generazione, ma evidentemente non il posto dove farla giocare.
Per sistemare il giardino, il Comune individua tramite indagine di mercato una sola impresa, Agriverde, la invita da sola e le chiede di partecipare a una procedura nella quale potrà dimostrare di offrire il prezzo più basso rispetto a sé stessa.
Agriverde accetta la sfida, gareggia con grande determinazione e presenta un ribasso dello 0,10%, regalando alle casse comunali un’economia di 38 euro e 89 centesimi, somma che probabilmente verrà investita nell’acquisto di una paletta, due secchielli e, compatibilmente con l’andamento dei prezzi, mezzo rastrello.
Pochi giorni dopo, tuttavia, emergono quattro piante di Loropetalum “Black Pearl” non previste in fase di progettazione, per una spesa aggiuntiva di 506 euro, perché a Mirandola le necessità sopravvenute non arrivano mai da sole: arrivano in vaso, alte 120 centimetri e costano tredici volte il risparmio ottenuto con la gara.
Ma il momento più affascinante arriva con il subappalto.
La ditta scelta direttamente dal Comune dichiara infatti di voler subappaltare la realizzazione dell’impianto irriguo e la fornitura e il montaggio della casetta esterna con relativo basamento in cemento, lavorazioni che, secondo i valori indicati dallo stesso Comune, sembrano rappresentare almeno il 59% dell’intero affidamento.
Ed è qui che il giardino della Chiocciola smette di essere un semplice spazio verde e diventa teatro civile.
INTERMEZZO TEATRALE: “CHI FA IL GIARDINO?”
La scena rappresenta il cortile del nuovo nido. Al centro, una zolla di terra. Entra la Sindaca, munita di forbici da inaugurazione. Dietro di lei, l’Appaltatore tiene in mano il contratto. In fondo compare il Subappaltatore Misterioso, con una betoniera, una pompa sommersa e una casetta di legno caricata sulle spalle.
SINDACA: Finalmente! Il nuovo giardino comunale, realizzato grazie alla capacità amministrativa della nostra squadra!
APPALTATORE: Certamente, Sindaca. Noi abbiamo vinto l’affidamento.
SINDACA: Benissimo. Allora cominciate pure a costruire la casetta.
APPALTATORE: Veramente la casetta la farà lui.
SINDACA: Chi?
SUBAPPALTATORE MISTERIOSO: Io.
SINDACA: Capisco. Allora occupatevi dell’impianto irriguo.
APPALTATORE: Anche quello lo farà lui.
SUBAPPALTATORE MISTERIOSO: Sempre io.
SINDACA: Ma voi cosa fate?
APPALTATORE: Abbiamo partecipato alla procedura.
SINDACA: Da soli?
APPALTATORE: Sì.
SINDACA: E avete vinto?
APPALTATORE: Di misura.
SINDACA: Quale misura?
APPALTATORE: Zero virgola dieci per cento.
SUBAPPALTATORE MISTERIOSO: Posso iniziare a lavorare?
SINDACA: Aspettate, prima devo capire chi devo ringraziare durante l’inaugurazione.
APPALTATORE: Noi abbiamo vinto.
SUBAPPALTATORE MISTERIOSO: Io faccio gran parte dei lavori.
COMUNE, FUORI CAMPO: Pagano i mirandolesi.
La Sindaca guarda il contratto, l’Appaltatore guarda il Subappaltatore, il Subappaltatore guarda la betoniera. Cala lentamente un telo ombreggiante verde.
Il subappalto superiore al 50% non è automaticamente vietato dalla legge e sarà necessario conoscere gli importi effettivi e le future autorizzazioni comunali, prima di trarre conclusioni definitive.
Resta però un piccolo capolavoro di botanica amministrativa, perché il capitolato scritto dal Comune stabilisce che “la prevalente esecuzione del contratto è riservata al gestore aggiudicatario”, mentre le lavorazioni dichiarate come subappaltabili sembrano, sulla base degli importi comunali, rappresentare proprio la parte prevalente dell’affidamento.
Il Comune ha inoltre scelto il lotto unico spiegando che le attività non potevano essere separate senza compromettere la gestione coordinata dell’appalto; una volta aggiudicato il contratto, tuttavia, impianto irriguo e casetta sembrano diventare improvvisamente separabili, autonomi e pronti per essere affidati ad altri soggetti.
Alla Chiocciola, dunque, il PNRR paga il nido ma non il giardino, il Comune paga il giardino ma invita una sola impresa, l’impresa vince con un ribasso da aperitivo e poi dichiara di voler subappaltare lavorazioni che potrebbero valere più della metà dell’intero contratto.
Una filiera perfettamente circolare, come l’irrigazione automatica.
L’acqua parte dal pozzo, attraversa l’impianto, bagna il prato e ritorna idealmente al Comune sotto forma di domanda:
Talmente seria che la proteggono con la tecnologia più avanzata disponibile negli uffici comunali:
le celle colorate in nero.
Prendono un allegato con nomi, ruoli, percentuali e importi degli incentivi tecnici. Colorano le celle di nero. Lo chiamano “Privacy”. Lo pubblicano.
Poi arriva un cittadino dotato di competenze informatiche estreme — tipo saper fare CTRL+C e CTRL+V — e scopre che sotto il nero c’è ancora tutto.
Nomi. Ruoli. Importi. Percentuali. Tutto.
E non succede una volta sola.
Succede nella determina vecchia. E succede pure nella determina nuova di rettifica.
Perché a Mirandola l’errore non si corregge: si protocolla di nuovo.
La rettifica, peraltro, non nasce perché qualcuno si accorge che il file “privacy” è privacy solo per chi non sa usare il mouse. No.
La rettifica nasce perché avevano sbagliato il calcolo di CPDEL, INAIL e IRAP sugli incentivi. In pratica: prima liquidano, poi si accorgono che la contribuzione era stata calcolata male, poi correggono il netto in busta paga.
Insomma:
prima sbagliano i conti, poi sbagliano la privacy, poi pubblicano la privacy sbagliata anche nella versione corretta.
Mirandola, capitale europea della revisione creativa.
INTERMEZZO TEATRALE: “Doni e l’Addetto alle Celle Nere”
Doni: «Hai corretto la determina?»
Addetto: «Sì comandante. Prima avevamo sbagliato CPDEL, INAIL e IRAP.»
Doni: «Bene. E la privacy?»
Addetto: «Fatta anche quella. Ho colorato le celle in nero.»
Doni: «Ma il testo sotto si può copiare?»
Addetto: «Sì, ma solo da soggetti altamente specializzati.»
Doni: «Tipo?»
Addetto: «Uno con un mouse.»
Doni: «Quindi se fa copia-incolla vede i nomi?»
Addetto: «Tecnicamente sì. Però prima deve volerlo.»
Doni: «E questo è grave.»
Addetto: «Gravissimo. Siamo davanti a un cittadino intenzionato a leggere un documento pubblico.»
Doni: «Allora siamo sotto attacco hacker.»
Addetto: «Probabilmente ficusiano.»
Doni: «Perfetto. Pubblica la rettifica.»
Addetto: «Con privacy vera?»
Doni: «No. Con le celle nere.»
Addetto: «Ma ha già funzionato male la prima volta.»
Doni: «Appunto. Se ha funzionato male la prima volta, funzionerà male anche la seconda. Questa è coerenza amministrativa.»
Ora, tutto questo sarebbe già cabaret istituzionale.
Ma diventa arte contemporanea se ricordiamo che stiamo parlando proprio del progetto di lettura targhe e videosorveglianza urbana. La determina originaria riguarda infatti l’approvazione del certificato di regolare esecuzione e la liquidazione degli incentivi tecnici per quel progetto; la successiva determina rettifica gli importi per l’errore contabile. Cioè: mentre si installano occhi elettronici per leggere targhe, gestire immagini, dati, accessi e flussi video, negli allegati “privacy” basta un copia-incolla per far risorgere i dati dalle celle nere.
E allora la domanda nasce spontanea:
se la privacy documentale viene gestita colorando le celle in nero, la privacy dell’impianto di videosorveglianza come verrà gestita?
Con le telecamere bendate? Con le targhe oscurate col pennarello sul monitor? Con il server protetto da un post-it? Con la password “Mirandola123”? Con un bel file “Privacy_definitivo_REV01_veramente_ultimo.pdf”?
Noi, con spirito costruttivo, proponiamo un corso base:
“Informatica per principianti: colorare una cella non significa cancellare un dato.”
Lezione 1: il nero non è privacy. Lezione 2: Excel non dimentica. Lezione 3: PDF Privacy.pdf non è una formula magica. Lezione 4: se il cittadino copia e incolla, non è Anonymous: è alfabetizzato. Lezione 5: prima di videosorvegliare una città, sarebbe utile saper oscurare un allegato.
Perché qui il punto non sono i singoli importi.
Il punto è il metodo.
E quando il metodo è questo, più che videosorveglianza urbana sembra videosorveglianza alla Carlona™.
Ficus vos observat. E, diversamente dagli omissis comunali, legge benissimo.
La riapertura del Palazzo Comunale di Mirandola è una buona notizia. Dopo quattordici anni dal sisma, vedere quel luogo tornare accessibile ha un valore simbolico vero.
Ma proprio perché il momento era importante, vale la pena guardare anche come è stato raccontato.
La macchina celebrativa si è messa in moto con tutto il repertorio delle grandi occasioni: autorità, sindaci, fasce tricolori, sedie riservate, musica, service audio-video, diretta TV, drone, fiori, ricevimento, piante scenografiche.
Dagli atti, sommando le determine collegate alla riapertura, il conto documentale arriva a quasi 77 mila euro: affidamento a Contest per le celebrazioni, valorizzazione archeologica, piano sicurezza, performance musicale, service, addetti safety and security, ambulanza, allestimenti floreali, ricevimento, diretta TV, SIAE, drone.
Tutto regolare, per carità.
Ma anche tutto molto rivelatore.
Perché quando si spendono decine di migliaia di euro per costruire il racconto pubblico della rinascita, poi la domanda diventa inevitabile: cosa resta ai cittadini oltre alla fotografia ufficiale?
Il titolo scelto era bellissimo: “I tesori ritrovati”. I tesori ci saranno: quadreria, scavi, volume sui ritrovamenti. Ma il 29 maggio è stato soprattutto il giorno della rappresentazione pubblica: palco, autorità, cerimoniale, immagini ufficiali.
Il Palazzo riaperto, certo.
Ma anche il Palazzo messo in scena.
E per non parlare dei bambini delle elementari, seduti accanto al palco con grembiuli e palloncini gialli e blu. Erano forse il simbolo più serio della mattinata: la Mirandola di domani, quella a cui il Palazzo veniva restituito.
Eppure, nei discorsi delle autorità cittadine, non risultano salutati, ringraziati, considerati.
Visibili nell’immagine.
Invisibili nelle parole.
Presenti come colore.
Assenti come destinatari.
Una comunità che inaugura il proprio Palazzo dopo quattordici anni dovrebbe sapere riconoscere il futuro quando ce l’ha seduto davanti, con un grembiule addosso e un palloncino in mano.
E intanto, mentre si celebra con grande pompa un edificio finalmente riaperto, basta allargare lo sguardo di pochi metri per ricordarsi che il centro storico di Mirandola non è affatto “rinato”.
Di competenza comunale ci sono ancora il complesso del Gesù, la parte dell’ex Milizia su via Roma, la ex GIL.
Di competenza statale restano l’altra parte dell’ex Milizia e San Francesco.
Di competenza ecclesiastica, per citare solo il centro storico, ci sono ancora il Sacramento e la Madonna della Neve.
E poi c’è il grande convitato di pietra: il Castello dei Pico, di proprietà della Fondazione, ancora lì a ricordarci che la rinascita di Mirandola non può essere raccontata davvero finché il cuore storico della città resta una promessa sospesa.
Una città non rinasce a lotti fotografici.
Non rinasce a tagli del nastro isolati.
Non rinasce lucidando un edificio per la cerimonia mentre tutto intorno restano facciate mute, porte chiuse, chiese ferite, contenitori culturali sospesi e cantieri ancora da vedere.
E poi ci sono le piante.
A Mirandola, evidentemente, il verde non si pianta: si noleggia. Non cresce: compare. Non fa ombra ai cittadini: fa cornice alla fotografia.
Le piante diventano oggetti scenici, comparse vegetali della pompa istituzionale. Arrivano, abbelliscono, si fanno guardare, poi spariscono.
Ed ecco il finale perfetto.
I fogli colorati con i nomi per l’assegnazione dei posti sulle sedie — stampe a colori, con il logo del Comune — dopo lo smontaggio sono stati buttati bellamente a terra.
Il logo del Comune per terra.
I nomi per terra.
La carta pubblica per terra.
Non è lo scandalo del secolo. È il dettaglio che racconta il metodo.
Perché il rispetto per le istituzioni non si misura solo mentre ci sono le telecamere accese. Si misura dopo, quando non guarda più nessuno.
La riapertura del Palazzo poteva essere un momento alto. In parte lo è stato.
Ma proprio perché è importante, meriterebbe più sostanza e meno pompa.
Meno scenografia e più cura.
Meno passerella e più rispetto.
Il contenitore è tornato in piedi.
Adesso, con calma, restauriamo anche il senso del decoro pubblico.
A Mirandola il controllo del territorio è una cosa serissima.
Ce lo raccontano da anni: sicurezza urbana, prevenzione, decoro, pattugliamenti, videosorveglianza, occhi elettronici, presenza capillare, Polizia Locale sempre sul pezzo.
Poi arriva un vecchio Fiat Ducato e, senza dire una parola, smonta mezza narrazione.
Non in una carraia sperduta tra nebbia e fossi. Non in un angolo dimenticato della campagna bassa. Ma in via Montanari, nel centro di Mirandola.
Perché questo non è il caso del veicolo lasciato lì “da qualche giorno”. Questo furgone era già documentato in fotografia il 25 gennaio 2026, in condizioni che facevano pensare più a un reperto urbano che a un mezzo regolarmente in uso: sporco, ruggine, oggetti accatastati attorno, aria generale da abbandono sedimentato.
Poi, col tempo, il capolavoro urbano si è perfezionato: il furgone è stato riempito di immondizia e nei fatti è diventato quello che nessun piano del decoro aveva previsto ma che la realtà ha prodotto benissimo da sola: un cassonetto su quattro ruote.
Passano i giorni. Passano le settimane. Arriva la Polizia Locale. O, come la chiamiamo noi, la Polizia Ducale.
E cosa fa?
Fa quello che a Mirandola riesce sempre benissimo: un procedimento.
Sul vetro compare il cartello ufficiale: “veicolo in stato di abbandono”, accertamenti, rimozione e demolizione ai sensi del D.M. 22 ottobre 1999 n. 460.
Data inizio procedimento: 20/03/2026. Data presunta rimozione: 18/05/2026.
Presunta, appunto.
Perché oggi siamo al 28 maggio. E il furgone, a quanto pare, è ancora lì.
Quindi la Ducale riesce nel piccolo miracolo amministrativo di sforare due calendari contemporaneamente: quello della realtà, perché il mezzo era visibilmente lì già dal 25 gennaio; e quello della propria burocrazia, perché la data di rimozione scritta da loro stessi era il 18 maggio.
Prima il territorio segnala. Poi il degrado resta. Poi arriva il cartello. Poi scade anche il cartello. Poi resta pure il furgone. E intanto il furgone smette persino di essere solo un furgone: diventa deposito, pattumiera, contenitore abusivo, piccolo ecocentro non autorizzato in versione Ducato.
A quel punto non siamo più davanti a un veicolo abbandonato. Siamo davanti a una installazione civica permanente: “Controllo del territorio con rimozione presunta e raccolta rifiuti incorporata”.
Piccolo dialogo immaginario negli uffici della Ducale:
— Comandante, abbiamo un furgone abbandonato. — Dove? In periferia? — No, in via Montanari, in centro. — Da quanto? — Dalla foto risulta almeno dal 25 gennaio. — Bene, avviamo il procedimento. — Fatto il 20 marzo. — Ottimo. Scriviamo una data di rimozione. — Fatto: 18 maggio. — Perfetto. — E lo rimuoviamo? — Non precipitiamo. — Nel frattempo lo stanno riempiendo di immondizia. — Allora non è più solo controllo del territorio. È economia circolare.
Ed eccolo lì, il Ducato. Immobile. Fedele. Più puntuale dell’Amministrazione.
Non serviva l’intelligenza artificiale. Non serviva il drone. Non serviva il vertice sulla sicurezza. Non serviva il comunicato con le solite parole: presidio, attenzione, prevenzione, legalità, decoro.
Serviva togliere un furgone abbandonato prima che diventasse un cassonetto.
E invece il risultato è questo: un mezzo già fotografato a gennaio, in via Montanari, nel centro di Mirandola; un procedimento partito a marzo; una rimozione promessa a maggio; una data superata; e una realtà che, al 28 maggio, continua a fare pernacchie al calendario.
Perché a Mirandola il controllo del territorio funziona così: prima si vede il problema, poi si certifica il problema, poi si appiccica un foglio sul problema, poi passa la data scritta sul foglio.
Il problema, invece, resta.
E dentro ci buttano pure l’immondizia.
Fonti ficose: documentazione fotografica del 25 gennaio 2026; cartello della Polizia Locale con avvio procedimento del 20/03/2026 e data presunta rimozione del 18/05/2026; situazione ancora documentata al 28 maggio 2026 in via Montanari, centro di Mirandola; D.M. 22 ottobre 1999 n. 460 richiamato nello stesso avviso.
A Mirandola abbiamo scoperto una nuova categoria dell’emergenza: l’area di Protezione Civile che, prima di proteggere i cittadini, deve essere protetta da sé stessa.
Succede nell’area comunale tra via Giolitti, via Achille Porta e via Gregorio Agnini, vicino alla scuola Dante Alighieri. Lì c’è un cumulo di terra di riporto post-sisma, nato dagli interventi emergenziali successivi al terremoto del 2012. Una specie di monumento involontario alla gestione provvisoria diventata definitiva: non una collina naturale, non un parco, non un’opera pubblica, ma una montagna amministrativa alta circa due metri, rimasta lì a prendere sole, pioggia e determine.
Poi qualcuno ha avuto l’idea brillante: facciamoci un’area di Protezione Civile.
Perché, si sa, quando devi scegliere un posto dove accogliere la popolazione in caso di emergenza, la prima cosa che cerchi è un terreno rialzato, da caratterizzare, da scavare, da analizzare, con materiali di riporto, porzioni compatibili solo con usi commerciali/industriali e una parte potenzialmente da mandare in discarica.
La sicurezza, ma con un certo gusto per il brivido.
Gli atti dicono che l’area è stata inserita nel Piano di Protezione Civile come area di accoglienza e ricovero con Delibera di Consiglio Comunale n. 108 del 27/11/2023. Il Piano, inoltre, indica espressamente l’Area ex MIPAR via Giolitti tra le aree di accoglienza della popolazione per l’allestimento di tendopoli, roulotte e moduli abitativi. Il DOCFAP spiega poi che il lotto è in rilevato di circa due metri e che, per renderlo fruibile come area di accoglienza, si rende necessario il rimodellamento morfologico, con rimozione di circa 6.300 m³ di materiale, riportandolo possibilmente alla quota della strada e della ciclabile. Il conto? 450.000 euro. Di cui 300.000 euro per lavori, 5.000 euro per oneri della sicurezza e 145.000 euro di somme a disposizione. Una bella spalata di sicurezza urbana, naturalmente a carico del bilancio comunale.
Ora, nessuno pretende che ogni area di Protezione Civile sia un prato svizzero già pronto, con le tende piegate, il generatore acceso e il caffè caldo per gli sfollati. Ma tra “area da attrezzare” e “area da sbancare” c’è una certa differenza.
Se per trasformarla in area di accoglienza devi prima rimuovere migliaia di metri cubi di terra, fare campionamenti, distinguere Colonna A e Colonna B, valutare test di cessione, prevedere possibili conferimenti in discarica e mettere a bilancio quasi mezzo milione di euro, forse il problema non è solo il cumulo.
Forse il problema è aver scelto proprio quel cumulo come area di emergenza.
Perché le analisi non dicono semplicemente: “è tutta terra normale, spostiamola e amen”.
No.
La relazione tecnica divide il cumulo in tre mondi diversi.
C’è una parte in Colonna A, cioè compatibile con usi più sensibili: verde pubblico, verde privato, residenziale.
C’è una parte in Colonna B, cioè compatibile solo con siti commerciali e industriali.
E poi c’è la parte più antipatica, quella che rovina la poesia della Protezione Civile sulla collina: i terreni che superano i limiti del test di cessione, cioè quelli per cui non si guarda solo cosa c’è nella terra, ma cosa quella terra può rilasciare nell’ambiente e nelle acque.
La relazione Borelli è piuttosto chiara: nella zona centrale-est dell’area il materiale risulta non conforme ai test di cessione, pur risultando conforme ai requisiti di riutilizzo come terra e roccia da scavo in Colonna B. Il parametro del superamento è il cromo totale. Per quei materiali “si prospetta una definizione come rifiuto” per la possibilità di generare inquinamento delle acque, con destinazione a smaltimento da definirsi in fase operativa. In caso di esito negativo dei test di cessione, la relazione suggerisce confronto preliminare con ARPAE, asportazione del materiale non conforme e smaltimento in discarica.
E non parliamo di un cucchiaino di terra nascosto sotto il tappeto del municipio.
La stessa relazione stima circa 4.456 m³ di terreno in Colonna A, circa 1.409 m³ di terreno in Colonna B e fino a 436 m³ di “rifiuti da smaltire in discarica”, da confermare in fase esecutiva.
Quindi no: non è solo una montagnola da livellare.
È una montagnola da caratterizzare, dividere, interpretare, forse smaltire in parte come rifiuto, e comunque trasformare in un’opera pubblica da 450.000 euro prima di poter dire che lì, in caso di emergenza, ci puoi mettere delle persone.
E qui bisogna spiegare bene la differenza, perché non è un dettaglio da tecnici: è il cuore politico della faccenda.
Colonna A significa terreno compatibile con usi più sensibili: verde pubblico, verde privato, residenziale. In parole povere: terra che può stare dove stanno le persone.
Colonna B significa invece terreno compatibile con siti commerciali e industriali. In parole ancora più povere: terra che può andare bene per capannoni, piazzali, aree produttive. Non automaticamente per un luogo dove, in emergenza, dovresti mettere cittadini, famiglie, anziani, bambini, tende e moduli di accoglienza.
Quindi il terreno in Colonna B non è “veleno”, non è automaticamente da discarica, non va raccontato con l’elmetto e la sirena. Ma non è nemmeno la terra che spargeresti serenamente sopra un’area destinata ad accogliere popolazione in caso di calamità.
E la parte non conforme al test di cessione è ancora un’altra cosa: lì il problema non è solo “dove posso riusarla”, ma cosa può rilasciare e se deve essere gestita come rifiuto.
A questo punto la domanda è banale, quasi volgare nella sua semplicità:
davvero l’unica idea era prendere quasi tutta la montagna, caricarla sui camion e trasformarla in fatture?
Perché una strada alternativa, almeno da studiare, c’era.
Si poteva valutare una soluzione selettiva: rimuovere solo la porzione non conforme, smaltirla in modo autorizzato, mantenere il rilevato dove ambientalmente possibile, confinare il materiale compatibile solo con Colonna B sotto uno strato di terreno buono, coprire con terreno Colonna A o terreno pulito certificato, realizzare rampe carrabili e pedonali, drenaggi, separazioni, capping superficiale, e trasformare quella collina artificiale in una piattaforma rialzata realmente utilizzabile.
Magari ARPAE avrebbe detto no.
Magari sarebbe costato troppo.
Magari tecnicamente non sarebbe stato conveniente.
Ma allora bisognava dimostrarlo.
Non basta chiamare un documento “Documento di fattibilità delle alternative progettuali” e poi far sembrare che l’unica alternativa davvero presa sul serio sia quella più comoda da raccontare: la montagna c’è, la montagna dà fastidio, la montagna va portata via.
Anche perché il Piano comunale di Protezione Civile non parla di aree scelte a sentimento. Le aree di accoglienza o ricovero della popolazione sono definite come luoghi sicuri rispetto alle diverse tipologie di rischio, vicini a risorse idriche, elettriche e fognarie, facilmente raggiungibili anche da mezzi di grandi dimensioni. Non posti dove, prima di montare una tenda, devi smontare una collina.
Nel Consiglio comunale del 27 novembre 2023, almeno dal verbale, la presentazione del Piano scorre liscia: Doni parla di aggiornamento normativo, codici colore, allertamento, frazioni-sentinella; il geologo Castagnetti spiega la necessità di aggiornare il Piano, mappare i rischi, individuare luoghi e procedure. Tutto giusto, tutto ordinato, tutto votato all’unanimità.
Ma la domanda che oggi pesa come quei 6.300 metri cubi pare non sia stata fatta:
questa area è davvero pronta, sicura, accessibile e furba come area di accoglienza?
Perché la Protezione Civile dovrebbe essere il piano B quando tutto va storto. Qui invece pare che il piano B parta già con un problema A: prima si sceglie l’area di emergenza, poi si scopre che l’area di emergenza è essa stessa un intervento da quasi mezzo milione.
Il tutto in perfetto stile mirandolese: il sisma produce il cumulo, il cumulo resta lì, il Comune lo promuove ad area strategica, poi scopre che per usarla deve spendere 450.000 euro per sistemarla.
Dodici anni dopo il terremoto, la terra dell’emergenza diventa l’emergenza della terra.
O, per dirla ancora più chiaramente:
non hanno scelto un’area di Protezione Civile da attrezzare. Hanno scelto un’area da sbancare, caratterizzare, separare, forse bonificare e in parte mandare in discarica. Una Protezione Civile che, prima di accogliere gli sfollati, deve evacuare la propria terra.
E a questo punto la vera funzione di Protezione Civile sembra già chiara: non accogliere i cittadini in caso di calamità, ma proteggere l’amministrazione dalle domande più semplici.
Tipo questa:
chi ha guardato un’area rialzata di due metri, piena di terre da caratterizzare, con una parte compatibile solo con usi industriali e una parte potenzialmente da discarica, e ha pensato: perfetta, qui ci mettiamo la popolazione in caso di emergenza?
Fonti: Delibera di Consiglio Comunale n. 108 del 27/11/2023; Piano comunale di Protezione Civile; Delibera di Giunta n. 117 del 13/05/2026; DOCFAP “Riqualificazione dell’area per la protezione civile in via Achille Porta angolo via Gregorio Agnini”; QTE del 05/05/2026; relazione geologica Borelli sulle terre e rocce da scavo.
Ci sono cose che andrebbero lasciate fuori dal teatrino politico.
La memoria di una persona scomparsa, per esempio. Il dolore dei familiari, sicuramente. Il nome di chi non può più spiegare, rispondere, smentire o difendersi, ancora di più.
Per questo la questione non può essere liquidata con una risatina o con il solito “eh, ma sui social fanno tutti così”.
No. Non fanno tutti così.
Perché c’è una differenza enorme tra inventarsi un personaggio di fantasia e usare il nome di una persona reale.
Un personaggio satirico, una maschera, uno pseudonimo, una pagina dichiaratamente ironica o politica possono piacere o non piacere, possono essere scomodi, fastidiosi, urticanti, persino indigesti. Ma almeno sono ciò che dichiarano di essere: una costruzione narrativa, una voce pubblica, un’identità simbolica.
Altra cosa è prendere un nome e un cognome che potrebbero appartenere a una persona realmente esistita, e usarli per intervenire nel dibattito pubblico come se dietro ci fosse un cittadino in carne, ossa e indignazione civica.
Perché lì non siamo più nella satira. Non siamo più nella maschera. Non siamo più nel personaggio.
Siamo in un territorio molto più scivoloso: quello del nome preso in prestito.
Nel gennaio 2023 compariva un messaggio di cordoglio per Carlo Arrivabeni, ricordato con affetto e salutato con un “R.I.P.”. Nel 2026, però, un profilo con quello stesso nome interviene nel dibattito politico mirandolese con la vitalità di un opinionista da salotto, la severità di un censore romano e la puntualità polemica di chi sembra avere molto tempo libero e pochissima voglia di dire chi sia davvero.
Ora, per educazione e prudenza, l’ipotesi dell’omonimia si lascia sempre sul tavolo. Certo. Formalmente. Come si lascia una sedia vuota alle conferenze stampa in attesa che arrivi qualcuno.
Solo che, quando si fanno le verifiche possibili a un normale cittadino, quando si incrociano due o tre elementi, quando quel nome non emerge esattamente come presenza civica riconoscibile nel panorama mirandolese, l’ipotesi dell’omonimia comincia ad assomigliare sempre meno a una spiegazione e sempre più a una foglia di fico.
Con tutto il rispetto per le foglie. E per i fichi.
Il punto, quindi, non è il defunto. Il punto è il vivo. Sempre che ci sia.
Perché se dietro quel profilo c’è davvero un omonimo reale, esistente, appassionato di politica mirandolese e casualmente identico nel nome a una persona pubblicamente ricordata come scomparsa, benissimo: basta chiarirlo.
Una riga. Una spiegazione. Un “guardate che sono un altro”. Fine del mistero.
Ma se invece quel nome viene usato da qualcun altro per fare battaglia politica, per impartire lezioni morali, per attacchi politici e per partecipare al dibattito pubblico con un’identità presa in prestito, allora il problema cambia completamente.
Perché l’anonimato è una cosa. La satira anonima è una cosa. La critica politica anonima è una cosa. Inventarsi un personaggio di fantasia è una cosa.
Usare il nome di un morto, invece, è un’altra.
Ed è un’altra non perché offenda noi. Ma perché rischia di offendere prima di tutto chi quel nome lo ha portato davvero, e chi a quel nome è ancora legato da memoria, affetto e famiglia.
Quindi, prima di fare sermoni sulla trasparenza, sulla verità, sul rispetto e sul dibattito democratico, forse bisognerebbe partire da una domanda elementare:
chi sta scrivendo davvero?
Perché Mirandola ha già abbastanza cantieri fermi, progetti evaporati, determine scritte al contrario e miracoli amministrativi da spiegare. Non sentivamo il bisogno anche del commentatore postumo.
Con tutto il rispetto per chi non c’è più. E proprio per rispetto di chi non c’è più.
La domanda resta lì, semplice e pesante:
quel nome chi lo sta usando?
Nota finale per gli spiritisti della tastiera. Usare un nome non proprio per intervenire nel dibattito pubblico non è sempre una semplice furbata da social. Se quel nome appartiene — o è appartenuto — a una persona reale, e qualcuno lo usa per far credere agli altri di essere qualcun altro, il terreno può diventare molto scivoloso: possibile uso indebito del nome, possibile sostituzione di persona, tutela dei familiari e della memoria digitale. Noi non facciamo sentenze. Facciamo domande. Ma certe domande, quando toccano i nomi dei morti, pesano più delle battute.