Fico della Mirandola

  • IL BOSCO CHE ARRIVÒ PRIMA DEL COMUNE

    A San Giacomo Roncole è successa una cosa rara, quasi commovente: una di quelle piccole epifanie amministrative che a Mirandola possono verificarsi solo quando la macchina comunale arriva talmente in ritardo da lasciare alla natura il tempo non solo di protestare, ma di progettare, eseguire, collaudare e consegnare l’opera prima ancora che qualcuno riesca a capire in quale faldone sia finita la pratica.

    Perché qui non ha funzionato un ufficio, non ha funzionato un cronoprogramma, non ha funzionato una convenzione urbanistica, non ha funzionato un progetto definitivo.

    Ha funzionato un bosco.

    C’era un parcheggio da costruire, c’erano piani, proroghe, fideiussioni, incarichi, protocolli, planimetrie, pareri, allegati, sedute di Giunta e tutta la piccola liturgia dell’urbanistica comunale, quella in cui ogni cosa sembra sempre sul punto di accadere e invece resta sospesa per anni nella nebbia mirandolese del “provvederemo”, “valuteremo”, “completeremo”.

    Poi, mentre la burocrazia cercava ancora il fascicolo giusto, è arrivato il verde.

    Senza determina, senza CIG, senza CUP, senza parere contabile, senza videoconferenza su Zoom, senza comunicato stampa e senza taglio del nastro, prima è spuntato un arbusto, poi un albero, poi altri alberi, poi radici, ombra, suolo permeabile, vita, e alla fine, dove il vecchio PIP Nord di via di Mezzo voleva piazzare il famoso “parcheggio grande”, è cresciuto un bosco.

    Il progetto umano voleva asfaltare.

    Il progetto vegetale ha germogliato.

    E ha vinto lui.

    Il Piano nasce nel 2000, il lotto viene assegnato nel 2001, le opere dovevano essere completate entro il 2011, poi arrivano proroghe, altre proroghe, fino all’escussione della fideiussione nel 2018, e mentre l’amministrazione continuava a completare i verbi al futuro, il bosco completava sé stesso al presente.

    Il capolavoro, però, arriva nel 2024.

    Perché nel 2024 — non nel 2004, non nel 1998, non durante il Regno delle Due Sicilie — viene ancora depositato un progetto definitivo per completare quelle opere, con un quadro economico da 473.306,68 euro, di cui 375.660,90 euro di lavori, e dentro c’era ancora lui, il parcheggio grande: quello da fare proprio dove nel frattempo era nata un’area verde naturale, permeabile, con piante di alto fusto.

    Nel 2024, mentre il mondo parlava di consumo di suolo, desigillazione, mitigazione climatica, aree verdi e filtri ecologici, a Mirandola qualcuno stava ancora inseguendo una planimetria del 2000 come se fosse una tavola della legge scesa dal monte Sinai con allegato computo metrico.

    Peccato che i numeri, quei maleducati, dicano altro.

    I posti auto previsti dal vecchio piano erano 290, quelli già realizzati sono 246, quelli necessari secondo gli standard urbanistici sono 89: ottantanove. Cioè il Comune aveva già quasi il triplo dei parcheggi necessari, ma nel 2024 si ragionava ancora come se mancasse l’ultimo tassello della civiltà occidentale: altri 73 posti auto, da ricavare sacrificando circa 3.350 metri quadrati di area verde naturale permeabile.

    E non basta, perché gli atti dicono pure che i parcheggi esistenti sono utilizzati per circa il 50% e solo durante le ore lavorative: quindi il parcheggio grande non serviva agli standard, non serviva alle aziende, non serviva nemmeno alle auto, che infatti avevano già espresso parere contrario con assenza qualificata.

    Ma il vecchio disegno prevedeva anche il famoso parco lineare, cioè un parchetto pubblico attrezzato che gli stessi atti descrivono come area “interclusa e lontana da abitazioni”, con conseguente difficoltà di gestione.

    In pratica: prima si voleva abbattere un bosco spontaneo e funzionante, poi costruire un parcheggio sostanzialmente inutile, e dietro metterci pure un parchetto isolato, poco sorvegliabile, difficile da gestire. Una specie di natura sintetica prodotta dopo aver eliminato quella originale.

    Urbanistica livello Mirandola: togliere un bosco vero per costruire un parcheggio vuoto e un parchetto problematico.

    È come buttare via una gallina viva perché il regolamento del 2000 prevedeva un uovo in plastica.

    Poi, nel 2026, arriva finalmente il DOCFAP e scopre l’ovvio con timbro, protocollo e firma digitale: forse è meglio non asfaltare il bosco, forse è meglio tenerlo, forse è meglio sistemarlo, forse è meglio smetterla di inseguire un parcheggio superfluo e un parchetto intercluso che già sulla carta sembrava chiedere aiuto.

    E qui arriva la beffa più bella: la natura non ha solo battuto la burocrazia sul piano urbanistico e persino sul tempo, arrivando prima, crescendo prima e dando una funzione a un vuoto prima che il Comune riuscisse a trasformarlo in un altro problema.

    La natura ha fatto anche risparmiare il Comune.

    L’opzione del 2024 viaggiava infatti su 473.306,68 euro. La nuova opzione, quella che mantiene il bosco, sistema l’area verde, realizza il percorso e l’arredo urbano, sta a 117.640,12 euro.

    Ballano più di 355 mila euro.

    Tradotto: il bosco ha fatto una variante migliorativa prima ancora che qualcuno gliela chiedesse, ha ridotto il consumo di suolo, ha evitato un parcheggio inutile, ha cancellato un parchetto intercluso, ha creato un filtro verde, ha abbassato i costi e ha lasciato risorse della fideiussione disponibili per altre opere di urbanizzazione.

    Però, siccome siamo a Mirandola, anche accorgersi dell’ovvio ha un costo.

    Quel progetto definitivo del 2024 non è piovuto dal cielo come una foglia secca: dietro c’è l’incarico professionale conferito nel 2019 all’ingegner Pullè per progettazione definitiva-esecutiva, direzione lavori, contabilità e coordinamento della sicurezza, con compenso complessivo di 18.905,12 euro.

    E poi, a fine 2025, arriva un’altra determina ancora più gustosa: siccome in circa vent’anni di disuso si è sviluppato un vero e proprio bosco urbano naturale, ma ormai inselvatichito, con rovi, sterpaglie e arbusti che bloccano il passaggio e limitano la visibilità, serve pulire l’area per permettere una qualche valutazione sul successivo livello progettuale.

    Costo della traduzione dal linguaggio degli alberi al linguaggio degli uffici: 6.032,90 euro.

    In pratica: prima paghiamo per progettare il completamento del vecchio disegno, poi 2024 arriva un progetto definitivo ancora agganciato a quella logica, poi ci accorgiamo che il territorio non era rimasto fermo ad aspettare il timbro comunale, poi paghiamo anche per entrare fisicamente nel bosco e capire come modificare il progetto.

    Totale della pedagogia amministrativa, solo guardando queste due voci: 24.938,02 euro.

    Non sono cifre gigantesche, certo.

    Ma sono perfette per raccontare il metodo.

    A Mirandola non basta arrivare tardi.

    Bisogna anche pagare il biglietto del ritardo.

    Il bosco aveva già spiegato tutto gratis: “Cari signori, qui il parcheggio non serve più, il verde esiste già, gli alberi sono cresciuti, il suolo è permeabile, le auto non mancano, forse potete fermarvi”.

    Ma la burocrazia, prima di ascoltarlo, ha avuto bisogno di incarichi, determine, pulizie, valutazioni, protocolli e ulteriori passaggi, perché a Mirandola anche la realtà, per essere riconosciuta, deve presentarsi in triplice copia.

    A Mirandola abbiamo inventato la spending review clorofilliana: non un assessore, non una task force, non un consulente, non un piano strategico.

    Un bosco.

    Il più efficace revisore della spesa comunale, alla fine, aveva le foglie.

    Naturalmente adesso proveranno a raccontarcela come scelta lungimirante, come improvvisa conversione al verde, come nuova sensibilità ambientale, ma la verità è più semplice e molto più divertente: il verde li ha battuti.

    Li ha battuti perché è stato più veloce della macchina comunale, più aggiornato del progetto definitivo, più utile del parcheggio, più sensato del parchetto intercluso, più economico della burocrazia e, soprattutto, più puntuale di un’Amministrazione che nel 2024 stava ancora prendendo sul serio un disegno nato nel 2000.

    Il bosco non nasce da una visione politica, nasce da un ritardo; non nasce da una strategia, nasce da un’incompiuta; non nasce da una grande scelta ecologica, nasce da anni di attesa, da una convenzione scaduta, da un’opera mai completata.

    Però, per una volta, l’abbandono ha prodotto qualcosa di migliore del progetto.

    E questa è forse la morale più mirandolese di tutte: quando il Comune non riesce a finire un’opera, ogni tanto interviene la natura e la corregge, con più pazienza, più intelligenza e molto meno costo.

    A San Giacomo Roncole non è stato approvato un grande piano verde: è successo qualcosa di molto più semplice, molto più poetico e molto più feroce.

    Il parcheggio è rimasto sulla carta.

    Il parchetto intercluso pure.

    Il bosco, invece, è andato in cantiere.

    E ha finito i lavori prima lui.

    Fonti:

  • IL BAVAGLIO COL MEGAFONO E IL PROCESSO AL CITTADINO NON ALLINEATO

    Partiamo dal post madre, perché merita.

    Ci viene spiegato che a Mirandola il “cittadino comune” non avrebbe più voce.

    “O tace, o si nasconde.”

    Lo si apprende, naturalmente, da un lungo post pubblico, scritto liberamente, pieno di accuse pesanti, toni da città occupata e finale con l’aria negata dalle “paginette rabbiose”.

    Già qui il sipario traballa.

    Perché se davvero Mirandola fosse diventata un luogo dove nessuno può più parlare, forse non sarebbe così semplice pubblicare un sermone in cui si accusa “certa politica di sinistra” di aver reso la città invivibile.

    Invece si parla.

    Si parla eccome.

    Si parla di gogna.

    Di cittadini costretti al silenzio.

    Di gente che al bar, al supermercato e al parco verrebbe guardata male.

    Di figli che pagherebbero le opinioni dei genitori.

    Di foto dei familiari e perfino dell’abitazione.

    Di anonimato non come vigliaccheria, ma come “sopravvivenza”.

    A leggere il post sembra di non essere più nella Bassa modenese, ma in un romanzo distopico dove il Comitato Centrale del Fico controlla il banco salumi, il reparto surgelati e l’altalena del parco.

    Poi arriva la frase madre: “questo non è fare opposizione, è terrorismo psicologico da salotto”.

    Meravigliosa.

    Terrorismo psicologico da salotto.

    Cioè, evidentemente, una cellula eversiva armata di plaid, tisana, screenshot e determine comunali. Gente pericolosissima: non mette bombe, apre l’Albo Pretorio. Non prende ostaggi, legge i quadri economici. Non semina panico, fa domande.

    Ma il vero trucco del post è un altro: prende la critica politica e la trasforma in persecuzione.

    Se rispondi, fai gogna.

    Se ironizzi, odi.

    Se contesti, intimidisci.

    Se chiedi conto di un fatto pubblico, rendi Mirandola invivibile.

    Comodissimo.

    Così non si deve più discutere nel merito. Non servono esempi, prove, episodi precisi, nomi, circostanze. Basta evocare il “clima”.

    Chi sarebbe stato messo alla gogna?

    Quando?

    Per quale commento?

    Con quali conseguenze reali?

    Non si sa.

    Però c’è il “cittadino comune”.

    Figura mitologica della politica locale: non ha volto, non ha dati, non ha casi concreti, ma viene tirato fuori ogni volta che bisogna trasformare una lagna di parte nella voce del popolo oppresso.

    E poi c’è il capolavoro storico: “dopo 74 anni di governo di sinistra”.

    Quindi, se capiamo bene, dopo due sconfitte elettorali della sinistra, il vero potere oppressivo su Mirandola non sarebbe di chi governa, comunica, decide, nomina, inaugura, taglia nastri, assegna deleghe e amministra.

    No.

    Sarebbe di qualche pagina satirica.

    Praticamente la Spectre con la foto profilo.

    Ma il meglio arriva nei commenti, dove il post decide di suicidarsi da solo.

    Arriva Alex Goldoni e scrive una cosa normalissima: basta piagnistei, destra e sinistra alzano i toni, iniziate ad ascoltarvi invece di sentirvi tutti depositari della verità assoluta.

    Una frase persino troppo equilibrata.

    E infatti viene subito trattata come materiale radioattivo.

    Prima risposta: “sono d’accordo, ma lo sarei ancora di più se lo scrivessi anche sotto i post degli altri”.

    Traduzione: prima di dire una cosa sensata devi presentare il certificato di equidistanza, con marca da bollo e timbro del Comune dei Moderati.

    Seconda risposta: “eh no, mi dispiace carissimo, ma si sbaglia”.

    Il “carissimo” è stupendo.

    È quella carezza data con la carta vetrata. Ti stanno dicendo: siediti, adesso ti spieghiamo noi cosa devi pensare.

    E infatti parte subito il catechismo: prima del cambio di colore non c’era odio, poi sono arrivate le pagine anonime, la maschera della satira, le prese in giro, gli attacchi personali, il clima pesante.

    Quindi Alex dice: “forse i toni li alzano tutti”.

    E gli rispondono: “no, il problema siete voi”.

    Perfetto.

    Sotto un post che denuncia cittadini zittiti, il primo cittadino che parla fuori copione viene corretto, normalizzato, rimesso nel recinto.

    Puoi parlare, certo.

    Ma devi dire la frase giusta.

    Devi confermare la narrazione.

    Devi unirti al coro.

    Altrimenti “carissimo, si sbaglia”.

    Poi arriva un altro dettaglio poetico: “dal vivo bisogna avere le palle di dire le cose in faccia”.

    Frase finissima.

    Soprattutto sotto un post che denuncia il clima di intimidazione.

    Diciamo che, per dimostrare serenità democratica, usare il lessico da retrobottega non è proprio Norberto Bobbio.

    E infine c’è l’anonimato.

    Le pagine sarebbero anonime.

    Però, curiosamente, si sa già che sono “di sinistra”.

    Anonime, ma identificate.

    Mascherate, ma catalogate.

    Sconosciute, ma già condannate politicamente.

    A quel punto Raimondo Meloni fa la domanda più semplice, quindi la più pericolosa: se sono anonimi, come fate a dire che sono di sinistra? E se davvero c’è odio, perché non fate un esposto alla polizia?

    Risposta?

    “No comment.”

    Meraviglioso.

    Dopo un poema sul cittadino senza voce, davanti a una domanda concreta arriva il silenzio.

    Non quello imposto dalle paginette.

    Quello scelto quando finisce la sceneggiatura.

    La verità è molto più semplice.

    Il post dice: “la gente non parla più”.

    I commenti dimostrano: la gente parla, ma se non dice quello che deve dire viene subito corretta.

    Questa non è mancanza di libertà.

    È allergia al contraddittorio.

    Non vogliono cittadini liberi.

    Vogliono cittadini allineati.

    Non vogliono il confronto.

    Vogliono il coro.

    E quando qualcuno stecca, parte subito il “carissimo, si sbaglia”.

    Mirandola non è invivibile perché esistono pagine critiche.

    Diventa invivibile quando chi predica libertà di parola pretende in realtà il monopolio del microfono.

    Gli altri possono parlare, certo.

    Ma solo se fanno da eco.

  • IL TERRIBILE PESO DELLA TRASPARENZA

    A Mirandola siamo arrivati a un punto meraviglioso.

    Non c’è abbastanza personale per seguire i cantieri.
    Non c’è abbastanza personale per finire le scuole nei tempi.
    Non c’è abbastanza personale per spiegare bene ai cittadini a che punto sono i lavori.

    Però, evidentemente, c’è sempre abbastanza personale per spiegare in Consiglio comunale perché non bisogna spiegare niente a nessuno.

    La consigliera Laura Bernaroli ha presentato una mozione abbastanza eversiva.

    Non chiedeva l’abolizione della proprietà privata.
    Non chiedeva la nazionalizzazione dei geometri.
    Non chiedeva di mettere un commissario politico dentro l’Ufficio Tecnico con il cappello di Lenin.

    Chiedeva una cosa molto più pericolosa: che sugli edifici scolastici comunali l’Amministrazione facesse periodicamente il punto.

    Cioè:

    • a che punto sono i lavori;
    • quali sono i cronoprogrammi aggiornati;
    • dove ci sono ritardi;
    • perché ci sono ritardi;
    • se esistono riserve economiche o possibili contenziosi;
    • e soprattutto se un edificio è solo “finito come cantiere” oppure è davvero pronto, arredato, pulito, funzionale e utilizzabile da bambini, insegnanti e famiglie.

    Apriti cielo.

    La risposta della maggioranza è stata più o meno questa:
    “Eh no, così si sovraccaricano gli uffici”.

    Anzi, peggio.

    Lety ha parlato di “impegno fisso e imperituro”.

    Fisso e imperituro.

    Non una colata di cemento armato sulla scrivania del geometra.
    Non l’obbligo di incidere i cronoprogrammi su tavole di pietra.
    Non la condanna eterna del tecnico comunale a vagare per i corridoi con un faldone in mano, inseguito dallo spettro del PNRR.

    Una relazione trimestrale.

    Quattro volte l’anno.

    Il terribile supplizio amministrativo di sapere, ogni tre mesi, a che punto sono le scuole dei bambini.

    Poi è arrivato Tiramale, che ha parlato di “aggravio di lavoro” e di “richieste fisse”.

    Perché evidentemente a Mirandola la cosa davvero pericolosa non è avere cantieri scolastici complicati, ritardi, traslochi, giardini non pronti, arredi da acquistare e cronoprogrammi elastici.

    No.

    La cosa pericolosa è chiedere al Comune di mettere tutto in fila ogni novanta giorni.

    Infine il Biondo, che ha raggiunto una vetta quasi poetica: secondo lui una mozione del genere sarebbe un modo per “sviare l’impegno personale”, “sovraccaricando gli uffici tecnici”.

    Traduzione: se un consigliere vuole sapere qualcosa, non chieda un metodo pubblico.
    Si arrangi.
    Passi dagli uffici.
    Mandi una mail.
    Bussi.
    Aspetti.
    Faccia il bravo.
    E magari ringrazi pure.

    Quindi ricapitoliamo.

    Per Lety, Tiramale e il Biondo, avere un quadro trimestrale dello stato degli edifici scolastici non è normale amministrazione.

    È un trauma organizzativo.

    Un Comune che gestisce milioni di euro di lavori pubblici, varianti, collaudi, traslochi, arredi, giardini, contenziosi e riaperture scolastiche, non dovrebbe essere disturbato dalla pretesa barbara di fare il punto quattro volte l’anno.

    Quattro.

    Non quaranta.

    Quattro relazioni in dodici mesi.

    Meno delle sagre.
    Meno delle inaugurazioni.
    Meno delle foto con la fascia.
    Meno dei post autocelebrativi in cui tutto è sempre bellissimo, tutto è sempre sotto controllo, tutto è sempre “in fase di completamento”.

    Il Comune di Mirandola, secondo questa raffinata teoria gestionale, sarebbe in grado di amministrare cantieri complessi, ma non di riassumerne lo stato ogni novanta giorni.

    È come dire: sappiamo pilotare l’aereo, ma non chiedeteci dov’è diretto, perché compilare il piano di volo ci stressa.

    E qui sta il punto più ridicolo.

    Una relazione trimestrale non serve solo alla Bernaroli.
    Non serve solo all’opposizione.
    Non serve solo ai genitori curiosi, ansiosi o rompiscatole.

    Serve prima di tutto al Comune.

    Serve alla Giunta per capire cosa sta succedendo.
    Serve agli assessori per non arrivare sempre dopo.
    Serve agli uffici per lavorare con metodo.
    Serve alla scuola per organizzarsi.
    Serve alle famiglie per non vivere appese alle mezze frasi.
    Serve perfino a Lety per evitare di scoprire in Consiglio che “fine cantiere” non significa “edificio utilizzabile”.

    Un’Amministrazione seria non considera il monitoraggio un fastidio.

    Lo considera il minimo sindacale.

    Perché se hai un quadro aggiornato, governi meglio.
    Se hai un cronoprogramma aggiornato, comunichi meglio.
    Se conosci gli scostamenti, intervieni prima.
    Se sai dove si accumulano ritardi, non aspetti che esplodano.
    Se distingui “fine lavori” da “piena funzionalità”, eviti di vendere fumo con il fiocco tricolore.

    Ma evidentemente qui il problema non è informare i cittadini.

    Il problema è che per informare i cittadini bisognerebbe prima avere le idee chiare.

    Il capolavoro logico, infatti, arriva proprio da Lety.

    Per spiegare perché la mozione non andava bene, ha detto una cosa giustissima: che la fine di un cantiere non significa automaticamente che l’edificio sia utilizzabile il giorno dopo. Servono collaudi, certificazioni, pulizie, traslochi, arredi, finiture, approntamenti.

    Brava.

    Era esattamente uno dei punti della mozione.

    Cioè la maggioranza ha respinto una mozione spiegando, nel merito, che la mozione aveva ragione.

    Un numero di alta scuola.

    È come dire:
    “Noi siamo contrari all’ombrello, perché quando piove ci si bagna”.

    E attenzione: non stiamo parlando della sagra della frittella o della tinteggiatura del ripostiglio comunale.

    Stiamo parlando di scuole.

    Luoghi dove vanno bambini.
    Luoghi dove lavorano insegnanti.
    Luoghi dove le famiglie devono organizzare trasporti, orari, centri estivi, rientri, spostamenti, servizi.

    Ma per la maggioranza una relazione trimestrale sarebbe troppo.

    Troppo faticosa.
    Troppo ordinata.
    Troppo chiara.
    Troppo trasparente.

    Meglio il metodo “quando qualcuno protesta, poi vediamo cosa rispondere”.

    Che è un grande classico della scuola amministrativa mirandolese: prima si naviga a vista, poi quando arriva l’acqua alla cintura si comunica che il terreno era imbibito.

    La verità è semplice.

    La maggioranza non ha bocciato una mozione inutile.

    Ha bocciato l’idea che la trasparenza diventi metodo.

    Ha bocciato l’idea che sui cantieri scolastici l’Amministrazione debba rendere conto prima che i cittadini siano costretti a inseguire le informazioni.

    Ha bocciato l’idea che il Comune debba sapere, ordinare e comunicare ciò che dovrebbe già sapere, ordinare e comunicare per amministrare decentemente.

    Ha bocciato l’idea che la differenza tra “opera finita”, “opera collaudata”, “opera arredata”, “opera pulita”, “opera agibile” e “opera davvero utilizzabile” venga spiegata in modo chiaro, senza il solito gioco delle parole elastiche.

    Perché a Mirandola le parole sono fondamentali.

    “Finito” non vuol dire finito.
    “Pronto” non vuol dire pronto.
    “Utilizzabile” non vuol dire utilizzabile.
    “Trasparenza” non vuol dire informare.

    Vuol dire: se proprio vuoi sapere, fai domanda.

    E così la mozione è stata respinta.

    Undici contrari.
    Sei favorevoli.

    La maggioranza ha scelto il modello amministrativo del buio con accesso agli atti.

    Noi, modestamente, continuiamo a preferire la luce.

    Anche trimestrale.

    Fonti:
    Deliberazione del Consiglio Comunale n. 24 del 29/04/2026.
    Trascrizione del dibattito allegata alla delibera C.C. n. 24 del 29/04/2026.

  • MIRANDOLA AL 40%

    Storia del dirigente Ululì, dei lavori pubblici in saldo e della macchina comunale che perde pezzi mentre promette miracoli

    C’è un momento, nella vita amministrativa di ogni Comune, in cui la propaganda incontra la realtà.

    A Mirandola, di solito, la realtà arriva con un certo ritardo.
    Come i cantieri.
    Come le varianti.
    Come le inaugurazioni.
    Come le promesse.

    Ma quando arriva, porta sempre con sé una cartellina.

    E dentro la cartellina, questa volta, c’è scritto che il Settore II — quello di Territorio, Ambiente e Lavori Pubblici — entra ufficialmente nella gloriosa stagione del part-time istituzionale.

    Perché mentre la città aspetta scuole, palestre, edifici pubblici, recuperi, manutenzioni, progetti, risposte, cronoprogrammi e magari anche un miracolo edilizio con timbro e protocollo, il dirigente del settore, l’ingegner Andrea Lui — che per comodità poetica chiameremo il dirigente Ululì — ha vinto la procedura di mobilità volontaria esterna presso la Provincia di Cremona.

    Non un sussurro di corridoio.
    Non un pettegolezzo da bar del municipio.
    Non una di quelle voci che “si dice ma non si può dire”.

    Sta scritto nello schema di convenzione.

    Ululì a Mirandola, Cremona ululà.

    Il trasferimento definitivo scatterà dal 1° novembre 2026.
    Però, siccome a Mirandola le cose non finiscono mai di colpo, ma si sfilacciano lentamente come certi rapporti sentimentali in cui uno ha già fatto le valigie e l’altro continua a dire che va tutto bene, nel frattempo si inventano la soluzione elegante:

    dal 4 maggio al 31 ottobre 2026, il dirigente viene usato congiuntamente da Mirandola e Cremona.

    Cremona prende il 60% della prestazione lavorativa.
    Mirandola si tiene il 40%.

    Avete letto bene.

    Il Comune che non riesce a chiudere cantieri interi, ora prova a governarli con un dirigente frazionato.

    Un po’ come voler finire una scuola con mezzo geometra, una variante, tre conferenze stampa e una candela accesa davanti al quadro economico.

    Naturalmente negli atti tutto è scritto con il profumo nobile della burocrazia: la convenzione serve a permettere alla Provincia di Cremona di inserire il dirigente e al Comune di Mirandola di “approntare la riorganizzazione del proprio assetto”.

    Che tradotto dal comunalese significa:

    “Sta andando via, noi intanto vediamo come non far crollare il tavolo.”

    E attenzione, perché qui sta il punto.

    Se questa fosse una fase ordinata di passaggio di consegne, uno si aspetterebbe almeno l’ombra di un dirigente entrante.
    Una selezione avviata.
    Una nomina in arrivo.
    Un sostituto individuato.
    Un nome, una procedura, una traccia, un cartello:

    “Scusate il disagio, stiamo cercando un dirigente vero.”

    Invece, per quanto risulta dagli atti oggi disponibili, il 40% di Ululì non sembra servire ad accompagnare serenamente un nuovo dirigente dentro la macchina comunale.

    Sembra più una di quelle convivenze finali dopo la separazione, quando uno ha già trovato casa altrove e l’altro finge che basti dividersi il frigorifero per salvare il rapporto.

    Altro che passaggio di consegne.

    Qui pare più un passaggio di consegne al vuoto.

    Ma il capolavoro non finisce qui.

    Perché appena il dirigente Ululì comincia a evaporare verso Cremona, ecco arrivare un’altra carezza organizzativa: dal 1° giugno 2026, un istruttore amministrativo assegnato al Servizio Edilizia, Urbanistica, Ambiente, sempre dentro il Settore II, passa da tempo pieno a part-time 18 ore su 36.

    Cioè metà.

    Orario: lunedì, martedì, mercoledì e giovedì, dalle 8:00 alle 12:30.
    Venerdì: disperso.
    Pomeriggio: non pervenuto.
    Continuità amministrativa: rivolgersi a Thor.

    E attenzione: il problema non è il dipendente, che ha tutto il diritto di chiedere il part-time, cambiare vita, lavorare altrove o dedicarsi ad altro, ad esempio la coltivazione dei fichi…

    Il problema è che qui non stiamo parlando dell’ufficio “Decorazioni Natalizie e Cuscini da Cerimonia”.

    Stiamo parlando del settore che dovrebbe seguire territorio, ambiente, edilizia, urbanistica e lavori pubblici.

    Cioè esattamente il cuore tecnico di un Comune che ha più opere incompiute che tagli di nastro riusciti.

    E allora il quadro diventa delizioso.

    Da giugno a ottobre 2026 Mirandola rischia di trovarsi con:

    un dirigente dei Lavori Pubblici al 40%;

    nessun dirigente entrante che, allo stato degli atti disponibili, risulti già pronto a ricevere il testimone;

    un istruttore amministrativo del servizio edilizia-urbanistica-ambiente al 50%;

    i cantieri al 100%;

    i ritardi al 100%;

    le varianti al 100%;

    la propaganda, come sempre, al 200%.

    È la nuova matematica amministrativa mirandolese.

    Non si potenziano gli uffici: si assottigliano.
    Non si rafforza la macchina comunale: si mette a dieta, o come dicono certi consiglieri si formano professionisti, peccato che poi fuggono.
    Non si risolvono i problemi: si spalmano sulle poche ore rimaste.

    Il risultato è un Comune che sembra organizzato come una compagnia telefonica:

    per parlare con i Lavori Pubblici prema 1;
    per parlare con il dirigente attenda novembre;
    per parlare con il dirigente nuovo attenda che esista;
    per parlare con il servizio edilizia richiami entro le 12:30;
    per lamentarsi dei ritardi resti in linea, la sua protesta è importante per noi.

    E intanto la politica cosa fa?

    Riorganizza.
    Annuncia.
    Sorride.
    Taglia nastri immaginari.
    Promette date.
    Parla di futuro con la stessa sicurezza con cui certi cantieri parlano di “fine lavori”.

    Peccato che la realtà sia meno scenografica.

    La realtà dice che il dirigente strategico ha già un piede e mezzo a Cremona.
    La realtà dice che un altro pezzo del servizio passa a metà orario.
    La realtà dice che, al momento, questa non appare come una staffetta ordinata con un dirigente entrante, ma come una sottrazione progressiva di presidio tecnico.
    La realtà dice che gli uffici tecnici, già sotto stress, vengono lasciati a gestire l’impossibile con una dotazione sempre più leggera.

    E allora la domanda non è:

    “Perché Lui va a Cremona?”

    La domanda è molto più cattiva:

    ma se persino chi dovrebbe guidare i lavori pubblici cerca Cremona, cosa sa lui che noi cittadini ancora non sappiamo?

    Forse ha visto il cronoprogramma.
    Forse ha letto le varianti.
    Forse ha capito che a Mirandola il futuro dei cantieri non si misura in mesi, ma in ere geologiche.
    Forse, semplicemente, ha deciso che tra un’opera pubblica mirandolese e il Po, il Po è quello che scorre di più.

    Intendiamoci: nessuno è obbligato a restare.
    I dipendenti non sono prigionieri del Municipio.
    E se uno vince una procedura e va altrove, buon viaggio.

    Ma politicamente resta una fotografia impietosa.

    Un’amministrazione che ama raccontarsi come efficiente si ritrova con il settore tecnico più delicato in modalità risparmio energetico.
    Un Comune che promette opere pubbliche si tiene il dirigente al 40%.
    Una Giunta che parla di futuro deve intanto “approntare la riorganizzazione del proprio assetto”, cioè cambiare le gomme mentre la macchina è già nel fosso, il carro attrezzi non è stato ancora chiamato e l’autista sta spiegando ai passeggeri che il viaggio procede benissimo.

    E senza che, per ora, si veda il nuovo ombrello.

    Questa non è gestione.

    È equilibrismo con il caschetto da cantiere.

    E forse è proprio questa la vera cifra della Mirandola contemporanea:
    cantieri lenti, uffici alleggeriti, dirigenti in partenza, istruttori dimezzati, passaggi di consegne senza consegnatario visibile, e una politica che continua a parlare come se avesse in mano una Ferrari amministrativa.

    Poi apri gli atti e scopri che sotto il cofano c’è un triciclo.

    Con una ruota a Cremona.


    Fonti:
    Delibera di Giunta comunale n. 89 del 29/04/2026, approvazione della convenzione tra Comune di Mirandola e Provincia di Cremona per l’utilizzo congiunto del dirigente Andrea Lui.
    Schema di convenzione allegato: procedura di mobilità volontaria esterna presso la Provincia di Cremona, utilizzo dal 4/05/2026 al 31/10/2026 e prestazione al 60% per Cremona.
    Determina n. 438 del 19/05/2026: trasformazione a part-time 18/36 di un istruttore amministrativo assegnato al Servizio Edilizia Urbanistica Ambiente – Settore II, dal 1/06/2026.

  • IL FABBRICANTE DI SUPERIORITÀ

    C’è una cosa meravigliosa in certi commenti scritti con l’aria solenne di chi crede di aver appena salvato la democrazia con quattro parole difficili.

    “Analfabetismo funzionale.”

    “Fragilità cognitiva.”

    “Delega della comprensione.”

    “Ecosistema informativo parallelo.”

    Tradotto dal tecnichese da sociologo da tinello, il concetto è molto più semplice:

    cari mirandolesi, siete dei cretini.

    Naturalmente non lo dice così.

    Sarebbe troppo volgare.

    E soprattutto troppo chiaro.

    Lo dice meglio.

    Dice che non leggete.

    Dice che non capite.

    Dice che vedete due parole, vi emozionate, sbagliate data, sbagliate tragedia, sbagliate contesto, sbagliate tutto.

    Insomma: una popolazione di minorati cognitivi, incapace di distinguere un incendio da un terremoto, un atto da una promessa, una determina da una favola.

    E poi arriva il capolavoro.

    Per attaccare il Fico, non contesta un documento.

    Non prende una determina.

    Non indica una pagina.

    Non mostra un errore.

    No.

    Fa una cosa più comoda: spiega che chi legge il Fico sarebbe sostanzialmente un poveretto. Uno che non capisce gli atti, non capisce la burocrazia, non capisce il Comune, non capisce la realtà. E quindi si affida al “sedicente esperto” che gliela riscrive.

    Che meravigliosa idea dei cittadini.

    Mirandolesi adulti quando votano.

    Sovrani quando applaudono.

    Maturi quando mettono like ai comunicati ufficiali.

    Responsabili quando stanno zitti.

    Ma appena iniziano a leggere gli atti, fare domande, confrontare date, importi, proroghe, cantieri fermi diventano improvvisamente analfabeti funzionali manipolati dal Fico cattivo.

    Comodo.

    Perché il vero messaggio non è: “Il Fico sbaglia.”

    Il vero messaggio è: “Voi non siete in grado di capire.”

    Non è un attacco al Fico.

    È un insulto ai mirandolesi.

    È dare del cretino alla città intera senza sporcarsi la bocca.

    E poi c’è la perla finale: il Fico “avvelenerebbe il dibattito democratico”.

    Meraviglioso.

    Quindi il dibattito democratico sarebbe sano quando il cittadino legge il comunicato stampa, applaude, condivide la foto col taglio del nastro e ringrazia.

    Diventa invece “avvelenato” quando qualcuno prende un atto pubblico, lo legge, lo confronta con le promesse, ci trova date che non tornano, costi che aumentano, proroghe che si moltiplicano, allegati che mancano e cantieri che dormono.

    Che idea curiosa di democrazia.

    Una democrazia dove il cittadino può parlare, purché non controlli.

    Può indignarsi, purché nel verso giusto.

    Può partecipare, purché non disturbi.

    Può leggere, purché non capisca troppo.

    Perché il vero veleno del dibattito democratico non è chi fa domande sugli atti.

    Il vero veleno è chi considera le domande una malattia.

    Chi scambia il controllo civico per sabotaggio.

    Chi chiama “manipolazione” ogni lettura non autorizzata.

    Chi pretende cittadini adulti nell’urna e bambini davanti ai documenti.

    Se una determina pubblica può essere letta solo da chi l’ha scritta, non siamo davanti a un dibattito democratico.

    Siamo davanti a una recita con pubblico ammaestrato.

    E allora facciamola semplice, così magari la capiamo anche noi poveri selvaggi della Bassa.

    Se il Fico distorce gli atti, prendete un post.

    Uno solo.

    Indicate la determina.

    Indicate la pagina.

    Indicate il passaggio.

    Mostrate dove l’atto dice A e il Fico avrebbe scritto B.

    Non servono diagnosi cliniche sui lettori.

    Non servono prediche sull’analfabetismo funzionale.

    Non serve trattare Mirandola come una classe differenziale.

    Serve una prova.

    Perché quando non riesci a smentire il documento, screditi chi lo legge.

    E quando non riesci a contestarel’autore, insulti il pubblico.

    Il Fico continuerà a fare una cosa terribilmente pericolosa: leggere e studiare.

    Leggere determine.

    Leggere delibere.

    Leggere importi.

    Leggere proroghe.

    Leggere allegati presenti e allegati spariti.

    Leggere promesse e poi guardare i cantieri.

    E chi pensa che questo significhi manipolare la realtà ha un problema molto semplice.

    Non teme le bugie.

    Teme che i cittadini aprano il PDF.

    E, soprattutto, teme che non siano affatto cretini come vorrebbe raccontarli.

  • IL BIOMEDICALE È STRATEGICO. I LAVORATORI SONO ACCESSORI DI SCENA.

    Quando la crisi Gambro-Vantive scoppiò per la prima volta, la Lety corse.

    Corse con gli altri sindaci, corse con le dichiarazioni, corse con la vicinanza, corse con la fascia tricolore stirata bene e il tono grave di chi ha appena scoperto che il biomedicale non è solo uno sfondo per i convegni, ma anche gente vera che lavora, produce, timbra, si preoccupa e magari ha pure un mutuo.

    A febbraio era tutto un fiorire di “piena vicinanza”, “massima attenzione”, “non possiamo restare indifferenti”, “presenza necessaria dei sindaci”. Parole importanti. Parole solenni. Parole da mettere in cornice, possibilmente vicino al badge dell’Auditorium.

    Poi però la crisi ha avuto una pretesa fastidiosa: non si è accontentata del comunicato stampa.

    È andata avanti.

    E il 19 maggio la situazione è diventata perfino più grave: il tavolo al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, fissato da quasi due mesi, salta. Niente nuova data. Niente spiegazioni convincenti. Niente risposte chiare. I lavoratori scioperano. I sindacati chiedono trasparenza sulla vendita, sull’advisor, sul perimetro dell’operazione, sui potenziali acquirenti, sugli investimenti, sul futuro di centinaia di famiglie.

    E lì, nel momento in cui la “vicinanza” avrebbe dovuto farsi presenza, corpo, piazzale, faccia, scarpe sull’asfalto e non frasetta nel comunicato, la Lety scompare dal quadro.

    Non risulta nelle cronache del presidio.

    Non risulta protagonista della mobilitazione.

    Non risulta in prima fila con i lavoratori.

    Risulta invece, il giorno dopo, comodamente ricomparsa dove il biomedicale non puzza di sciopero, non fa domande scomode, non chiede garanzie occupazionali e soprattutto non obbliga nessuno a guardare negli occhi chi rischia il futuro.

    All’Auditorium Rita Levi Montalcini.

    Lì sì che il biomedicale torna bello.

    Pulito.

    Numerato.

    Addomesticato.

    512 imprese.
    Oltre 14.500 occupati.
    131 milioni investiti in ricerca e innovazione.
    Polo europeo.
    Asset strategico.
    Capitale umano.
    Ecosistema integrato.
    Manifattura avanzata.
    Intelligenza artificiale.
    Sostenibilità.
    Resilienza.

    Una meraviglia.

    Perfetto per il ritmo di lettura da mitragliatta della Lety.

    Peccato che appena il “capitale umano” smette di essere una formula da slide e diventa lavoratori in sciopero davanti ai cancelli, la poesia istituzionale si inceppa.

    Perché questa è la fotografia politica: davanti alla crisi vera, la sindaca che a febbraio proclamava la necessità di esserci pare molto meno necessaria. Davanti al convegno, invece, la presenza torna improvvisamente utilissima.

    Quando ci sono i lavoratori, prudenza.

    Quando ci sono i numeri, entusiasmo.

    Quando c’è il piazzale, silenzio.

    Quando c’è la poltroncina, comunicato.

    Quando c’è da chiedere conto al Ministero di un tavolo saltato senza una data, passo felpato.

    Quando c’è da celebrare il biomedicale come grande vanto territoriale, tutti in posa dentro la brochure vivente dell’eccellenza emiliana.

    E allora viene da chiedersi: ma per la Lety il biomedicale cos’è?

    Un settore da difendere quando trema?

    O un fondale da inaugurare quando brilla?

    Perché l’eccellenza industriale non è un soprammobile da esibire nei giorni buoni. Non è una vetrinetta da lucidare quando arrivano Regione, Ministero, relatori e fotografi. È anche il luogo dove centinaia di lavoratori scoprono che il proprio futuro può essere sospeso da una multinazionale, da un fondo, da una vendita globale e da un Ministero che rinvia il tavolo come fosse una riunione di condominio.

    E lì si vede la differenza tra la politica e la scenografia.

    La politica sta dove il problema brucia.

    La scenografia sta dove il problema è già stato trasformato in titolo, grafico, percentuale e applauso.

    La Lety, a febbraio, aveva detto che non si poteva restare indifferenti.

    Perfetto.

    Il Fico prende nota.

    Ma l’indifferenza non è solo non dire nulla.

    A volte l’indifferenza è dire moltissimo, purché lontano dal punto esatto in cui bisognerebbe esserci.

    A volte è riempirsi la bocca di “14.500 occupati” mentre pochi chilometri più in là centinaia di occupati veri chiedono di non essere trattati come una riga sacrificabile nel bilancio mondiale di un fondo.

    A volte è celebrare il “capitale umano” stando alla larga dagli esseri umani.

    A volte è difendere il biomedicale solo quando non disturba.

    E questa, purtroppo, è la specialità della politica da auditorium: prendere una crisi, togliere i lavoratori, aggiungere tre numeri, due formule, un relatore ministeriale, una foto istituzionale, e servirla come eccellenza del territorio.

    Il risultato è perfetto.

    Una crisi industriale con vista convegno.

    Una solidarietà a intermittenza.

    Una sindaca presente quando il biomedicale applaude se stesso, molto meno visibile quando il biomedicale chiede aiuto.

    Mirandola, cuore del distretto biomedicale.

    Peccato che quando il cuore va in fibrillazione, qualcuno preferisca misurargli il battito da una comoda poltrona.

  • NELLA MENTE DEI PAZZI NO. NEGLI ATTI DEL COMUNE SÌ.

    C’è una cosa che andrebbe detta subito, prima che qualcuno ricominci con la solita fiera delle bandierine piantate sul dolore.

    Nella mente di chi compie un gesto folle, criminale, devastante, noi non possiamo entrare.

    Non possiamo entrare nella testa di chi, nella notte tra il 20 e il 21 maggio 2019, appiccò l’incendio alla sede della Polizia Municipale di via Roma, provocando una tragedia che Mirandola non potrà mai dimenticare.

    Ma negli atti di un’Amministrazione comunale, invece, si può entrare benissimo.

    E infatti noi lì entriamo.

    Entriamo nelle determine, nelle delibere, nei quadri economici, nei progetti, negli incarichi, nelle promesse, nelle candidature, nei soldi assicurativi, nei puntelli e nelle lamiere.

    Perché il rispetto per le vittime non si misura con i post commemorativi scritti una volta all’anno.
    Si misura anche, e forse soprattutto, da ciò che una città fa del luogo materiale della tragedia.

    E qui il problema è enorme.

    Perché l’ex sede della Polizia Locale di via Roma non è solo un edificio danneggiato. È una ferita urbana. È il punto fisico in cui Mirandola ha perso due donne innocenti, ha visto famiglie evacuate, appartamenti bruciati, un presidio pubblico distrutto, una comunità lacerata.

    Eppure, a distanza di anni, quell’edificio non è stato recuperato.

    Non è stato restituito alla città.

    Non è tornato a essere un luogo vivo, utile, dignitoso.

    È rimasto lì: inagibile, chiuso, vulnerabile, degradato, raccontato mille volte negli atti e pochissime nei fatti.

    Gli atti del 2019 parlavano già di urgenza. La Giunta approvò un progetto definitivo-esecutivo per la messa in sicurezza dell’immobile, proprio per consentire l’accesso in sicurezza e procedere alla stima dei danni.
    La determinazione successiva affidò i lavori di messa in sicurezza, con posa di puntelli telescopici per sorreggere le parti danneggiate e permettere le operazioni peritali. Poi arrivarono gli incarichi di progettazione. Già nel luglio 2019 venne affidato un incarico professionale per la messa in sicurezza, il ripristino e la ristrutturazione dell’immobile denominato Ex Milizia, parte comunale, danneggiato dall’incendio. Non solo: negli atti si parlava esplicitamente anche di revoca dell’inagibilità e di rientro delle famiglie negli appartamenti.

    Poi arrivarono gli indennizzi assicurativi.

    Nel 2021 il Comune quantificò i danni al fabbricato: 407.300 euro per il Comune, 120.552 euro per ACER, più supplementi e somme legate a demolizioni e sgomberi. Nello stesso atto si richiama anche un progetto di messa in sicurezza, ripristino e ristrutturazione quantificato in 740.000 euro.

    Poi arrivò il progetto museale.

    L’Ex Milizia doveva diventare anche spazio culturale, museo, sale espositive. Nel 2021 si fecero indagini strutturali per il recupero dell’unità destinata a Museo e Sale espositive.
    Sempre nel 2021 si affidò al Politecnico di Milano un incarico per le linee di indirizzo del Museo Jean Mascii all’interno dell’Ex Milizia.

    Poi arrivò il progetto PNRR.

    Nel 2022 la Giunta approvò un progetto definitivo da 1.086.400 euro per trasformare l’immobile di via Roma/via Greco in spazio per attività culturali e socio-assistenziali: al piano terra casa delle associazioni, spazi d’incontro e sala conferenze; al primo piano tre appartamenti danneggiati dall’incendio destinati a profughi in fuga dalle guerre.

    Bellissimo.

    Sulla carta.

    Perché quel progetto non è mai partito.

    La candidatura PNRR non ha prodotto il recupero. Il cantiere di rinascita non si è visto. L’edificio non è stato restituito alla città.

    E allora la domanda è semplice: dopo anni di parole, progetti, commemorazioni, accuse, proclami e dito puntato contro quelli di prima, che cosa è stato fatto davvero?

    I consolidamenti.
    I puntelli.
    La messa in sicurezza.
    E, per quanto risulta, due lamiere messe a chiudere gli accessi posteriori.

    Due lamiere.

    Ecco il grande monumento amministrativo alla memoria.

    Non un recupero.
    Non un progetto realizzato.
    Non appartamenti restituiti all’edilizia sociale.
    Non uno spazio pubblico riconsegnato alla città.
    Non un luogo ferito trasformato in luogo di comunità.

    Due lamiere.

    Il punto non è negare la tragedia. Il punto è l’esatto contrario: prenderla finalmente sul serio.

    Perché se quell’edificio fosse stato recuperato, oggi Mirandola avrebbe potuto avere appartamenti sociali, spazi per associazioni, funzioni pubbliche, un luogo capace di ricucire almeno simbolicamente lo strappo del 2019.

    E invece no.

    La ferita è rimasta aperta.

    E questo offende prima di tutto le vittime. Offende la loro memoria. Offende i familiari. Offende i residenti che da anni vedono quel pezzo di città bloccato in una specie di lutto amministrativo permanente.

    Fa abbastanza impressione vedere certa politica ricordare ogni anno via Roma come simbolo della svolta, quando proprio quella politica, per due amministrazioni di centrodestra, non è riuscita a dare una risposta vera al luogo simbolo di quella tragedia.

    Perché una cosa è vincere le elezioni cavalcando una ferita.
    Un’altra è curarla.

    E qui la ferita non è stata curata.

    È stata protocollata.

    È stata assicurata.

    È stata candidata.

    È stata descritta in quadro economico.

    È stata destinata a museo, poi a sale espositive, poi a casa delle associazioni, poi ad alloggi per profughi.

    Ma non è stata guarita.

    A Mirandola si è detto: “abbiamo mandato a casa quelli di prima”.

    Benissimo.

    Poi però bisognava mandare avanti il recupero.

    E lì, curiosamente, la grande energia morale della propaganda si è trasformata nella consueta postura amministrativa mirandolese: schiena dritta in campagna elettorale, ginocchia molli davanti ai cantieri.

    Perché ridare dignità all’ex sede della Polizia Locale avrebbe avuto un valore enorme.

    Avrebbe significato dire alla città: qui è accaduto qualcosa di terribile, ma noi non lasciamo che il luogo della tragedia diventi un rudere, un bivacco, un retrobottega della memoria, una pratica da spostare da un ufficio all’altro.

    Avrebbe significato onorare davvero Marta Goldoni e Yaroslava Kryvoruchko.

    Non con le frasi solenni.

    Con i mattoni.

    Con gli appartamenti.

    Con una porta riaperta legalmente, non con due lamiere per impedire ingressi abusivi.

    La memoria non è solo scrivere i nomi delle vittime alla fine di un post.

    La memoria è anche impedire che il luogo in cui sono morte diventi il simbolo dell’incapacità di amministrare dopo aver predicato giustizia, sicurezza e riscatto.

    Perché nella mente di un folle non possiamo entrare.

    Ma negli atti del Comune sì.

    E gli atti, purtroppo, raccontano una cosa molto semplice:

    Mirandola ha avuto il tempo per trasformare via Roma in un segno di rinascita.

    Ha avuto progetti.

    Ha avuto indennizzi.

    Ha avuto incarichi.

    Ha avuto destinazioni d’uso.

    Ha avuto perfino il PNRR da tentare.

    Quello che non ha avuto è il recupero dell’edificio.

    E allora forse, prima di usare ancora quella tragedia come randello politico, qualcuno dovrebbe fare una cosa molto più semplice, molto più seria, molto più rispettosa.

    Aprire il fascicolo.

    Guardare l’edificio.

    Guardare le lamiere.

    E chiedersi se davvero questa sia la dignità che Mirandola doveva restituire a via Roma.

  • VIDEOSORVEGLIANZA 2.0 – LA TELECAMERA CHE SORVEGLIA LA TELECAMERA

    A Mirandola la sicurezza urbana è ormai entrata nella sua fase mistica.

    Prima abbiamo avuto il grande impianto di lettura targhe e videosorveglianza: centinaia di migliaia di euro, varchi, server, antenne, switch industriali, telecamere, manutenzione, collaudi, relazioni, varianti, certificati e comunicati da fantascienza padana, con la Città dei Pico trasformata — almeno sulla carta — in una specie di centro di NORAD della Bassa, dove anche un gatto che attraversa via Pico dovrebbe essere ripreso, archiviato, classificato e forse pure convocato in comando.

    E attenzione: non parliamo di un impianto archeologico, non parliamo delle telecamere in bianco e nero puntate sulla piazza quando ancora si pagava in lire. Il certificato di regolare esecuzione del sistema di lettura targhe e videosorveglianza è dell’aprile 2024. Quindi siamo a poco più di due anni dal collaudo, cioè praticamente ieri, in termini di opere pubbliche mirandolesi. Qui, per capirci, ci sono cantieri che in due anni non riescono nemmeno a decidere da che lato guardare il ponteggio.

    Nel frattempo, per non farci mancare nulla, si sono aggiunte anche le telecamere del Municipio storico: perché il Grande Occhio comunale, evidentemente, aveva bisogno pure della dépendance istituzionale, con vista su sala consiliare, scalone, uffici e nuova liturgia del ritorno al Palazzo.

    Eppure, dopo tutto questo, ecco la domanda fondamentale: come possiamo migliorare ancora il sistema?

    A questo punto, da qualche laboratorio di pensiero amministrativo, potrebbe essere uscita l’idea definitiva: per ogni telecamera dell’impianto, installare una seconda telecamera che controlli la prima.

    Non per controllare i cittadini, per carità. Quello sarebbe volgare.

    No: per garantire la sicurezza delle telecamere.

    Una bullet che sorveglia la dome. Una dome che controlla l’OCR. Un OCR che legge la targa del furgone che porta la nuova telecamera. E poi, per prudenza, una quarta telecamera puntata sulla telecamera che sorveglia la telecamera che controlla la telecamera, perché nella vita non si sa mai: oggi ti sparisce un cono visivo, domani ti va in ombra un assessore, dopodomani scopri che il vero punto cieco era la determina.

    La battuta fa ridere, ma l’atto esiste davvero.

    Con la determina n. 426 del 14 maggio 2026, il Comune affida direttamente un incarico da 4.000 euro per redigere un progetto di fattibilità tecnico-economica per la realizzazione di un “nuovo sistema di lettura targhe e/o videosorveglianza urbana”.

    Nuovo.

    Dopo quello nuovo.

    Dopo l’impianto appena collaudato.

    Dopo le telecamere già installate.

    Dopo le integrazioni del Municipio storico.

    Dopo la grande narrazione della sicurezza finalmente tecnologica, finalmente moderna, finalmente capillare, finalmente intelligente, finalmente così intelligente da accorgersi, due anni dopo, che forse bisogna riprogettarla.

    E qui la domanda non è: “Sono tanti 4.000 euro?”

    No. Quattromila euro, dentro questa storia, sono quasi il resto lasciato sul banco del Grande Fratello comunale.

    La domanda vera è un’altra: se il sistema era così completo, moderno e strategico, perché dopo appena due anni dal collaudo si sente già il bisogno di progettare un nuovo intervento?

    Cosa manca?

    Quali varchi sono rimasti fuori?

    Quali zone non sono coperte?

    Quali criticità sono emerse?

    Quali telecamere non vedono abbastanza?

    Quali telecamere vedono troppo?

    Quali telecamere devono essere sorvegliate da altre telecamere perché, evidentemente, anche loro hanno bisogno di sentirsi sicure?

    Poi c’è il soggetto scelto per il nuovo incarico: C.S.S. – Consulant Security Solutions di Fabio Campani, con sede a Firenze, partita IVA 06608080484.

    E qui la storia diventa interessante, perché Fabio Campani non compare per la prima volta oggi nel romanzo elettronico mirandolese. Nella precedente gara del grande sistema di lettura targhe e videosorveglianza risultava già coinvolto come commissario esterno specializzato in sicurezza urbana, dentro la commissione giudicatrice. In parole povere: prima partecipa alla fase di valutazione del grande impianto; poi, qualche tempo dopo, la sua C.S.S. riceve l’affidamento diretto per studiare la fattibilità del nuovo capitolo.

    Non stiamo dicendo che sia illecito.

    Stiamo dicendo che è curioso.

    Curioso come una telecamera puntata proprio sull’unico angolo dove tutti giurano che non ci sia nulla da vedere.

    La determina aggiunge poi che l’operatore non impiega dipendenti, ma collaboratori, e che opera in regime forfettario. Dettaglio da non trasformare in processo fiscale: non c’è nulla di male nell’essere una struttura piccola, e un professionista singolo può essere più competente di una società piena di loghi, brochure e sale riunioni col ficus. Però, visto che si parla della fattibilità di un sistema comunale di videosorveglianza e lettura targhe, sarebbe interessante capire quali esperienze concrete, documentate e verificabili abbiano portato a scegliere proprio quel soggetto.

    Così il cerchio si chiude.

    Mirandola spende per vedere meglio. Collauda. Certifica. Aggiunge telecamere. Rimette in funzione il Municipio storico e ci mette sopra altri occhi elettronici. Poi, due anni dopo il collaudo del grande sistema, affida un nuovo progettino per capire come vedere ancora meglio.

    Forse la prossima frontiera sarà davvero quella: non più la videosorveglianza urbana, ma la videosorveglianza della videosorveglianza.

    Perché a Mirandola ormai non basta più controllare il territorio.

    Bisogna controllare il controllo.

    E, possibilmente, installare una telecamera anche sulla domanda:
    ma non l’avevamo appena fatto?


    Fonti: determina n. 426 del 14/05/2026 sull’affidamento del PFTE a C.S.S.; certificato di regolare esecuzione del precedente sistema di lettura targhe e videosorveglianza; documenti comunali della precedente gara e della commissione (vedere i post precedenti su la vicenda)

  • LO ZOO POLITICO

    ovvero: quando Aristotele incontra Facebook e chiede di essere cancellato

    C’è un momento preciso in cui lo Zoon Politikon, cioè l’uomo animale politico, smette di essere una definizione filosofica e diventa una diagnosi veterinaria.

    Nel caso di Massimo Marchesi, infatti, il passaggio sembra ormai compiuto: da Zoon Politikon a Zoo Politico.

    Non più l’uomo che vive nella polis, discute, ragiona, costruisce comunità.
    No.
    Qui siamo alla gabbietta social con la mangiatoia dell’indignazione, l’abbeveratoio del sottinteso politico e il cartello all’ingresso:

    “Vietato dare da mangiare al cinismo. Si alimenta da solo.”

    La vicenda è semplice e terribile.

    Marchesi pubblica nel gruppo “A Mirandola” una immagine devastante della donna ferita a Modena, una persona appena travolta da una tragedia enorme, accompagnandola con la frasetta:

    “Fratelli tutti……”

    Prego notare i puntini.
    Perché nello Zoo Politico i puntini sono importanti.

    Non spiegano.
    Insinuano.

    Non dicono.
    Ammiccano.

    Non portano rispetto.
    Portano traffico.

    Davanti a una donna mutilata, una persona normale prova orrore, pietà, silenzio.
    Lo Zoo Politico invece vede la scena e pensa:

    “Questa mi fa post.”

    Ed ecco la grande evoluzione della specie: dall’homo sapiens all’homo condividens, sottospecie indignatus compulsivus, facilmente riconoscibile perché davanti al dolore altrui non chiama l’umanità, chiama l’algoritmo.

    Poi però il post viene ritirato.

    E qui uno potrebbe pensare: bene, ha capito.

    Macché.

    Il ritiro del post non è una presa di coscienza.
    È il tergicristallo sul parabrezza dopo essere finiti nel letame.

    Perché Marchesi non scrive:
    “Ho sbagliato, ho mancato di rispetto a una vittima, ho usato una immagine che non dovevo usare, chiedo scusa.”

    No.

    Scrive più o meno: ritiro il post su quella immagine, però ricordiamoci dei nostri fratelli in Nigeria.

    Traduzione simultanea dallo Zoo Politico all’italiano:

    “Tolgo questa tragedia dal banco frigo e vi propongo il reparto esteri.”

    Meraviglioso.

    Nemmeno il tempo di capire perché fosse indecente usare il corpo straziato di una donna come materiale politico, che il carrello dell’indignazione viene semplicemente spinto nella corsia successiva.

    Prima Modena.
    Poi Nigeria.
    Sempre sangue.
    Sempre morti.
    Sempre corpi.
    Sempre dolore altrui trattato come volantino da distribuire alla cassa.

    Il problema, quindi, non era il metodo.
    Il problema era che il metodo si era visto troppo bene.

    Piccolo intermezzo zoologico

    — Scusi, Zoo Politico, lei cosa ha visto in quella immagine?
    — Una tragedia.
    — E poi?
    — Un messaggio forte.
    — E poi?
    — Un post efficace.
    — E la vittima?
    — Quale vittima? Ah sì, quella dentro il contenuto.

    Ecco il punto.

    Quella donna non è stata trattata come una persona.
    È stata trattata come un supporto grafico.

    Una specie di immagine di copertina dell’indignazione.
    Un manifesto involontario.
    Una didascalia vivente, anzi ferita, anzi straziata, messa lì per far passare un messaggio politico.

    Questa non è compassione.
    Non è denuncia.
    Non è solidarietà.

    È pornografia del dolore.

    E il ritiro del post, fatto in quel modo, non cancella nulla. Anzi, peggiora tutto. Perché dimostra che non c’è stata una vera vergogna morale, ma solo una ritirata tecnica. Una retromarcia social. Il classico: “Oddio, forse questa volta ho esagerato”, seguito immediatamente da “però adesso vi spiego un altro massacro”.

    Come se il dolore umano fosse una playlist.
    Tolgo la traccia 1, metto la traccia 2.

    E allora bisogna dirlo chiaramente: il problema non è solo avere pubblicato una immagine indecente. Il problema è avere pensato che quella immagine fosse utilizzabile.

    Utilizzabile per una frase.
    Utilizzabile per un sottinteso.
    Utilizzabile per fare politica.
    Utilizzabile per dare la scossetta emotiva al pubblico.

    Come quei vecchi venditori ambulanti che urlavano: “Signori, avvicinatevi!”.
    Solo che qui sul banchetto non ci sono pentole, scope o calzini.

    C’è il dolore di una donna.

    Fico della Mirandola si scusa con i lettori, perché per documentare quanto accaduto pubblicherà a sua volta gli screenshot, oscurando la vittima e le parti più cruente. Non per rilanciare l’orrore, non per partecipare al mercato della carne esposta, ma per mostrare una cosa precisa: fino a dove può arrivare la politica quando perde il pudore e comincia a usare la sofferenza altrui come materiale da propaganda.

    E adesso una domanda semplice agli amministratori del gruppo “A Mirandola”.

    Visto che diversi utenti hanno lamentato post non pubblicati, contenuti rimasti in attesa, interventi filtrati o mai approvati, sarebbe interessante capire:

    quella immagine è stata approvata manualmente da qualcuno?

    Oppure Massimo Marchesi gode di una qualche forma di pre-approvazione, per cui può pubblicare direttamente anche una immagine così violenta, così grave, così moralmente indifendibile?

    Perché se il cittadino qualunque resta fermo al casello della moderazione per un post scomodo, mentre lo Zoo Politico entra col camion del dolore e parcheggia in piazza, allora il problema non è solo l’animale politico.

    È anche chi gli tiene aperta la gabbia.

  • La prima parola va ai feriti. A chi è stato travolto, colpito, aggredito in una normale giornata di città trasformata in pochi secondi in un incubo.

    La seconda parola va a chi non è scappato, a chi ha avuto il coraggio di intervenire, bloccare, fermare la furia cieca di un uomo che ha seminato sangue e terrore. A loro va un grazie vero, non da manifesto, non da comunicato, ma da comunità civile.

    Poi c’è il resto. C’è il Biondo che, davanti ai feriti ancora caldi, non trova il silenzio, non trova il rispetto, non trova nemmeno la decenza minima. Trova invece il post, l’insulto, la formula pronta, la parola d’ordine da comizio. “Remigrazione”. Come se davanti a nove feriti la priorità fosse spremere la tragedia per farne carburante politico.

    Questo non è amore per la sicurezza. Non è difesa dei cittadini. È sciacallaggio a sirene ancora accese. È l’istinto di chi vede il sangue sull’asfalto e pensa subito a come trasformarlo in consenso.

    E allora una domanda resta: mentre a pochi chilometri ci sono feriti, paura, famiglie sconvolte e una città sotto shock, è davvero il caso di andare avanti con la Fiera come se nulla fosse, tra zucchero filato, selfie e passerelle indisturbate?