Categoria: Municipio

Ida Wells

  • 𝗟’𝗜𝗡𝗚𝗘𝗚𝗡𝗘𝗥𝗔 𝗟𝗨𝗣𝗣𝗜 𝗘 𝗟𝗔 𝗩𝗔𝗥𝗜𝗔𝗡𝗧𝗘 𝗣𝗥𝗘𝗩𝗜𝗗𝗘𝗡𝗭𝗜𝗔𝗟𝗘

    Nota preliminare: la determina omette il nome dell’assessora, ma gli elementi pubblici disponibili — iscrizione a Inarcassa, attività libero-professionale, contratti di lavoro a tempo determinato e successiva aspettativa — portano con altissima probabilità a identificarla con Federica Luppi.

    Al Comune di Mirandola riescono a fare una variante in corso d’opera persino ai contributi dell’assessora.

    Protagonista l’assessora ingegnera Luppi, nominata nel luglio 2024 e iscritta a Inarcassa. Successivamente arrivano alcuni contratti di lavoro subordinato e, dal 1° dicembre 2025 al 30 giugno 2026, un periodo di aspettativa non retribuita per lo svolgimento del mandato politico.

    Una posizione complessa, certamente.

    Talmente complessa che per sette mesi il Comune continua a versare a Inarcassa, mentre soltanto alla fine si scopre che durante l’aspettativa dovevano essere versati anche i contributi alla gestione INPS.

    Ed ecco il nuovo computo metrico:

    6.978,94 euro di contributi INPS arretrati.
    130,16 euro di sanzione.
    Totale impegnato dal Comune: 7.109,10 euro.

    Ma non è finita.

    Nel frattempo il Comune aveva già versato a Inarcassa 2.169,33 euro per lo stesso periodo.

    Il 13 luglio arriva però il chiarimento definitivo: quei contributi Inarcassa erano dovuti, perché l’iscrizione dell’assessora non era mai stata sospesa, ma dovevano essere pagati direttamente dalla Luppi, non dal Comune.

    E allora parte il recupero.

    I 2.169,33 euro anticipati con denaro pubblico saranno trattenuti direttamente dagli emolumenti dovuti all’assessora.

    Quindi, sia chiaro: non resteranno un regalo alla Luppi. Almeno quelli dovrebbero tornare nelle casse comunali.

    La sanzione da 130,16 euro, invece, rimane sul groppone del Comune. E quindi dei cittadini.

    A rendere il tutto ancora più edificante c’è un piccolo particolare.

    Il Comune non era abbandonato nel bosco previdenziale con una bussola rotta.

    Ha in essere un contratto con lo Studio Naldi, consulente esterno specializzato proprio nel supporto all’Ufficio Personale per le pratiche di sistemazione contributiva e previdenziale, oltre che nella formazione specialistica in materia di paghe e contributi.

    Nel marzo 2026 il contratto è stato prorogato per altri 11.520 euro, dopo un precedente affidamento dello stesso importo risalente al novembre 2024.

    Totale dei due incarichi richiamati negli atti: 23.040 euro.

    Naturalmente non possiamo attribuire tutti quei soldi alla pratica Luppi: il servizio riguarda l’intero Ufficio Personale.

    Possiamo però osservare che il Comune disponeva già di un consulente esterno pagato proprio per occuparsi di paghe, contributi e sistemazioni previdenziali.

    E infatti, quando la situazione dell’assessora è diventata troppo intricata, è stato chiesto proprio allo Studio Naldi di approfondirla.

    Risultato?

    La soluzione arriva soltanto nel luglio 2026, quando i sette mesi di aspettativa erano già terminati, con contributi INPS arretrati, soldi versati all’ente sbagliato da recuperare e una sanzione da pagare.

    Insomma, per capire chi dovesse versare cosa c’erano:

    l’Ufficio Personale,
    Inarcassa,
    l’INPS,
    l’assessora ingegnera
    e perfino il consulente esterno specializzato.

    Mancava soltanto qualcuno che se ne accorgesse in tempo.

    𝗦𝗶𝗮 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗿𝗼: i contributi INPS durante l’aspettativa non sono un regalo alla Luppi. Sono un onere previsto per gli amministratori che lasciano temporaneamente il proprio lavoro per svolgere il mandato politico.

    Il capolavoro è tutto nel percorso.

    Prima il Comune paga Inarcassa al posto dell’assessora.

    Poi coinvolge il consulente previdenziale.

    Poi scopre che doveva versare all’INPS.

    Poi si riprende dall’assessora quanto anticipato alla Cassa professionale.

    E infine lascia ai cittadini la sanzione.

    𝗟’𝗮𝘀𝘀𝗲𝘀𝘀𝗼𝗿𝗮 𝗲̀ 𝗶𝗻𝗴𝗲𝗴𝗻𝗲𝗿𝗮.

    Il Comune ha persino un consulente specializzato in paghe e contributi.

    Eppure il progetto previdenziale è stato approvato dopo l’esecuzione, corretto con una variante e chiuso con una penale.

    A Mirandola il metodo ormai è collaudato:

    prima si paga, poi si consulta il tecnico, infine si scopre che il conto era sbagliato.

  • 𝗟𝗔 𝗚𝗜𝗨𝗡𝗧𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗗𝗔𝗡𝗧𝗘: 𝗗𝗨𝗘 𝗦𝗘𝗗𝗜𝗘 𝗩𝗨𝗢𝗧𝗘, 𝗤𝗨𝗔𝗧𝗧𝗥𝗢 𝗦Ì 𝗘 𝗟𝗔 𝗟𝗘𝗧𝗬 𝗔 𝗠𝗜𝗧𝗥𝗔𝗚𝗟𝗜𝗘𝗧𝗧𝗔

    Il 17 luglio 2026 arriva in Giunta la 𝗩𝗮𝗿𝗶𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗻. 𝟮 della ex scuola 𝗗𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗔𝗹𝗶𝗴𝗵𝗶𝗲𝗿𝗶: altro giro, altra corsa, altri soldi, altri giorni, altro capitolo della telenovela amministrativa più sfiancante di Mirandola. La delibera approva infatti un aumento di € 225.397,93 oltre IVA e concede altri 15 giorni.

    Fin qui già male.

    Ma il capolavoro vero è la fotografia politica della seduta.

    La pratica riguarda in pieno 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗶 𝗽𝘂𝗯𝗯𝗹𝗶𝗰𝗶 e 𝗶𝘀𝘁𝗿𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲.

    E infatti chi manca?

    𝗙𝗲𝗱𝗲𝗿𝗶𝗰𝗮 𝗟𝘂𝗽𝗽𝗶, assessora ai lavori pubblici.

    𝗠𝗮𝗿𝗶𝗻𝗮 𝗠𝗮𝗿𝗰𝗵𝗶, vicesindaca con delega all’istruzione.

    Cioè: quando si vota la variante del cantiere scolastico più disastrato e delicato della città, sono assenti proprio quella che dovrebbe seguire il cantiere e quella che dovrebbe seguire la scuola. Un tempismo da manuale. O meglio: da scaricabarile.

    Restano in quattro: 𝗟𝗲𝘁𝘆 𝗕𝘂𝗱𝗿𝗶, 𝗗𝗼𝗻𝗻𝗮𝗿𝘂𝗺𝗺𝗮, 𝗖𝗮𝗿𝗮𝗳𝗼𝗹𝗶 e 𝗦𝗲𝗰𝗰𝗵𝗶𝗮. Il verbale ci dice che la sindaca assume la presidenza della seduta. Non dice esplicitamente chi relazioni, ma a quel punto il sospetto è forte: tocca alla Lety caricarsi la pratica e partire in modalità 𝗹𝗲𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗮 𝗺𝗶𝘁𝗿𝗮𝗴𝗹𝗶𝗲𝘁𝘁𝗮.

    Ed è qui che la scena diventa poesia amministrativa.

    La Lety snocciola articoli, commi, lettere, richiami normativi, premesse, considerato che, preso atto che, richiamato che, dato atto che, come una stampante impazzita lanciata giù da una scalinata.

    Nel frattempo gli altri tre sembrano prigionieri di una seduta spiritica.

    𝗟’𝗮𝘀𝘀𝗲𝘀𝘀𝗼𝗿𝗹𝗲𝗳𝗼 𝘀𝗯𝗮𝗱𝗶𝗴𝗹𝗶𝗮 𝘃𝗶𝘀𝘁𝗼𝘀𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲, ormai arreso alla terza scarica consecutiva di burocrazia in fuoco automatico.

    𝗖𝗮𝗿𝗮𝗳𝗼𝗹𝗶 ha l’espressione di chi è stato colpito da un flashbang in pieno volto e sta ancora cercando di ricordare in che Comune si trova.

    𝗟𝗮 𝗦𝗲𝗰𝗰𝗵𝗶𝗮 alza il braccio con l’automatismo rigido di chi non vota più, ma reagisce a uno stimolo condizionato.

    E così, frastornati dal ritmo di lettura della Lety, i quattro superstiti della seduta arrivano al momento decisivo già in stato semicomatoso.

    La sindaca non ha ancora finito il dispositivo che sembra già di sentire partire il riflesso collettivo:

    “𝗦𝗶̀.”

    Non un voto meditato.

    Non una discussione politica.

    Non una presa di responsabilità.

    Solo un sì preventivo, meccanico, quasi liberatorio, pronunciato da assessori ormai ridotti a passeggeri trascinati lungo il binario della delibera.

    Naturalmente questa è satira. Quello che invece è documentato è già abbastanza comico da solo: la variante n. 2 della Dante viene approvata con due sedie vuote e con l’assenza politicamente clamorosa delle due assessore più competenti per materia.

    Insomma, sulla scuola più travagliata di Mirandola la maggioranza riesce nell’impresa di approvare una nuova variante senza la responsabile dei lavori pubblici e senza la delegata all’istruzione.

    𝗟𝗮 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗮 𝗺𝗮𝗻𝗰𝗮.
    𝗜 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗶 𝘀𝗹𝗶𝘁𝘁𝗮𝗻𝗼.
    𝗜 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗶 𝘀𝗮𝗹𝗴𝗼𝗻𝗼.
    𝗟𝗲 𝗮𝘀𝘀𝗲𝘀𝘀𝗼𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗲𝘁𝗲𝗻𝘁𝗶 𝘀𝗰𝗼𝗺𝗽𝗮𝗶𝗼𝗻𝗼.

    Ma in compenso il 𝗻𝘂𝗺𝗲𝗿𝗼 𝗹𝗲𝗴𝗮𝗹𝗲 c’era.

    E a Mirandola, ormai, pare basti quello.

  • 𝗔 𝗠𝗜𝗥𝗔𝗡𝗗𝗢𝗟𝗔 𝗔𝗡𝗖𝗛𝗘 𝗟𝗘 𝗗𝗘𝗧𝗘𝗥𝗠𝗜𝗡𝗘 𝗩𝗔𝗡𝗡𝗢 𝗔𝗟𝗟’𝗔𝗨𝗧𝗢𝗟𝗔𝗩𝗔𝗚𝗚𝗜𝗢

    Dopo i carrozzieri, le assicurazioni Kasko e i corsi di guida sicura, alla Polizia Ducale mancava soltanto un programma stabile per la lucidatura.

    Il Comune ha quindi affidato allo stesso autolavaggio già utilizzato il lavaggio dei mezzi comunali dal 25 luglio 2026 al 30 giugno 2029, per una spesa complessiva di 17.130 euro IVA compresa.

    Di questi, 3.300 euro serviranno per i mezzi della Polizia locale.

    Per i prossimi tre anni, dunque, il programma operativo è garantito: prelavaggio, spazzole, cera e controllo del territorio. Perché magari i risultati non sempre brillano, ma almeno il cofano sì.

    L’affidamento diretto è consentito. La meraviglia è che il Comune dichiara espressamente di derogare al principio di rotazione, confermando il gestore uscente perché affidabile, preciso e conveniente.

    Conveniente rispetto a cosa, però, non si sa.

    Nell’atto non vengono indicati il prezzo di ogni lavaggio, il numero dei mezzi, la frequenza prevista e nemmeno un confronto con un altro operatore. La convenienza viene certificata con l’antico metodo amministrativo mirandolese: è conveniente perché abbiamo scritto che è conveniente.

    𝗣𝗥𝗜𝗠𝗔 𝗜 𝗣𝗥𝗘𝗭𝗭𝗜 𝗦𝗜 𝗩𝗘𝗗𝗘𝗩𝗔𝗡𝗢

    Nel precedente affidamento, quello del 2025, il preventivo era allegato e pubblico.

    Si poteva leggere che il lavaggio esterno costava 8 euro per un’auto, 10 per un SUV, 25 per un furgone grande e 60 per uno scuolabus, oltre IVA. Interno ed esterno di un’auto costavano 20 euro, con igienizzazione preventiva.

    Ora che l’affidamento non dura più un anno ma quasi tre, il nuovo preventivo non viene allegato: viene semplicemente “trattenuto agli atti”.

    Quando la spesa valeva 5.891 euro, il cittadino poteva leggere le tariffe. Quando diventa da 17.130 euro, deve fidarsi.

    Una nuova tecnica di lavaggio: si puliscono le auto e si appannano i vetri della trasparenza.

    E cambiano anche le cifre.

    Nel precedente anno erano previsti circa 2.928 euro per gli scuolabus, 1.606 euro per la Polizia Ducale e 1.356 euro per gli altri mezzi.

    Nel nuovo affidamento, per ogni anno completo, diventano 2.000 euro per gli scuolabus, 1.100 per la Polizia locale e ben 2.900 euro per gli automezzi leggeri.

    Scuolabus e Polizia Ducale scendono di quasi un terzo. Gli altri mezzi più che raddoppiano.

    Sono aumentate le auto comunali? Verranno lavate più spesso? È comparsa una berlina di rappresentanza con trattamento alla cera d’api?

    Non si sa, perché il Comune pubblica il totale, ma non le quantità.

    Poi arriva la frase più bella: affidamento per tre anni “con possibilità di ripetizione”.

    Ripetizione per quanto tempo? Per quale cifra? Con quali condizioni? Mistero.

    Forse è il programma fedeltà: dopo tre anni di lavaggi, il quarto affidamento è omaggio.

    Anche l’indirizzo dell’autolavaggio partecipa alla rotazione: nella stessa determina compare prima via Di Mezzo 38 e poi via Di Mezzo 15.

    Il gestore non cambia, ma almeno cambia il numero civico.

    Ma il vero capolavoro è nascosto nei metadati.

    La determina è del luglio 2026, ma il PDF risulta creato il 24 giugno 2024, modificato il 27 settembre 2024 e attribuito a Davide Magrini.

    Sarà certamente un vecchio modello riutilizzato e mai ripulito. Ma l’effetto è poetico: dopo la Kasko profetica, capace di anticipare i sinistri, arriva la determina temporale, nata due anni prima dell’affidamento.

    Un documento che viaggia nel futuro, cambia numero civico e dichiara conveniente un’offerta che nessuno può leggere.

    Tranquilli, però: fino al 2029 le auto comunali saranno pulite.

    La trasparenza, invece, continuerà a circolare con il parabrezza sporco.

  • 𝗟𝗔 𝗥𝗘𝗣𝗨𝗕𝗕𝗟𝗜𝗖𝗔 𝗗𝗘𝗟 𝗣𝗨𝗡𝗧𝗔𝗟𝗘 𝗖𝗥𝗢𝗠𝗔𝗧𝗢

    A Mirandola, mentre i problemi veri continuano a comportarsi maleducatamente da problemi veri, il Comune individua finalmente la priorità strategica del secolo: 𝗹𝗲 𝗯𝗮𝗻𝗱𝗶𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗮 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗼.

    Determina n. 578 del 25 giugno 2026. Non una determina qualunque. Un atto di rinascita istituzionale.

    Il Comune acquista per la 𝗦𝗮𝗹𝗮 𝗚𝗶𝘂𝗻𝘁𝗮 e per 𝗹’𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗦𝗶𝗻𝗱𝗮𝗰𝗼: 2 basi a tre posti, 6 aste cromate, 6 bandiere Italia-Europa-Comune di Mirandola, puntali e base per il Gonfalone. Totale: 𝟴𝟴𝟰,𝟱𝟬 𝗲𝘂𝗿𝗼.

    Poi arriva il preventivo allegato e lì la poesia amministrativa diventa quasi mistica.

    Non solo bandiere. Non solo aste cromate da 225 centimetri. Non solo puntale Repubblica. Non solo puntale Europa. Ma anche: 𝟭 𝗹𝗮𝗻𝗰𝗶𝗮 𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗶𝗰𝗮.

    La lancia generica. Il vero cuore ideologico dell’atto.

    Perché il cittadino ingenuo pensa ancora che un Comune debba risolvere problemi, dare risposte, tenere insieme servizi, cantieri, scuole, manutenzioni, graduatorie e bandi scritti almeno in italiano amministrativo.

    Il Palazzo invece vede oltre. Vede l’asta. Vede il puntale. Vede la 𝗳𝗿𝗮𝗻𝗴𝗶𝗮 𝗼𝗿𝗼 𝗮𝗹 𝗽𝗲𝗿𝗶𝗺𝗲𝘁𝗿𝗼. E, nei momenti bui, vede la 𝗹𝗮𝗻𝗰𝗶𝗮 𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗶𝗰𝗮.

    Abbiamo immaginato una breve intervista alla Lety.

    𝗙𝗶𝗰𝗼: Sindaca, perché questo investimento?

    𝗟𝗲𝘁𝘆: Perché una stanza con tre bandiere sembra subito più seria. Anche quando dentro si fanno cose meno serie.

    𝗙𝗶𝗰𝗼: Quindi è una scelta simbolica?

    𝗟𝗲𝘁𝘆: Simbolica, estetica e terapeutica. Le bandiere sono in misto lana, una stoffa particolarmente setosa. Nei momenti di rabbia istituzionale le accarezzo piano e mi tranquillizzo.

    𝗙𝗶𝗰𝗼: Funziona?

    𝗟𝗲𝘁𝘆: Moltissimo. Italia. Europa. Mirandola. Italia. Europa. Mirandola. Poi passo la mano sulla frangia oro al perimetro e per qualche secondo dimentico gli accessi agli atti.

    𝗙𝗶𝗰𝗼: E i puntali?

    𝗟𝗲𝘁𝘆: Fondamentali. Senza puntale hai una bandiera. Con il puntale hai una visione amministrativa verticale.

    𝗙𝗶𝗰𝗼: Nel preventivo però compare anche una “lancia generica”.

    𝗟𝗲𝘁𝘆: Certo. È importante essere pronti. Nei momenti di estrema difficoltà, quando la realtà entra in Comune e pretende risposte, l’asta con puntale può essere impugnata metaforicamente come una lancia.

    𝗙𝗶𝗰𝗼: Contro chi?

    𝗟𝗲𝘁𝘆: Contro il drago della trasparenza. È fastidiosissimo: sputa domande.

    Ecco. Mirandola può finalmente dormire tranquilla.

    Magari i cantieri arrancano. Magari i bandi cambiano forma come Pokémon amministrativi. Magari le risposte sembrano scritte da un algoritmo addestrato sulla nebbia padana. Magari il cittadino chiede chiarezza e riceve scenografia.

    Però adesso, in Sala Giunta e nell’ufficio del Sindaco, ci saranno loro: 𝗹𝗲 𝗮𝘀𝘁𝗲 𝗰𝗿𝗼𝗺𝗮𝘁𝗲, 𝗶 𝗽𝘂𝗻𝘁𝗮𝗹𝗶, 𝗹𝗮 𝗳𝗿𝗮𝗻𝗴𝗶𝗮 𝗼𝗿𝗼 𝗮𝗹 𝗽𝗲𝗿𝗶𝗺𝗲𝘁𝗿𝗼, 𝗹𝗮 𝗹𝗮𝗻𝗰𝗶𝗮 𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗶𝗰𝗮.

    Tutto bello dritto. Tutto ordinato. Tutto muto.

    Il sogno perfetto di questa amministrazione: simboli che non contraddicono, non chiedono conto, non fanno domande e non pubblicano screenshot.

    Una bandiera non legge le determine. Una bandiera non nota le rettifiche. Una bandiera non confronta le promesse con gli atti. Una bandiera sta lì. Elegante. Setosa. Frangiata. E soprattutto, a differenza dei cittadini, 𝘀𝗶 𝗹𝗮𝘀𝗰𝗶𝗮 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗮𝗹 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗼 𝗽𝗼𝘀𝘁𝗼.

    Questa è la grande innovazione amministrativa: non riuscire sempre a governare la realtà, ma almeno arredare bene il punto da cui la si ignora.

    La macchina comunale potrà pure perdere qualche colpo. Ma il puntale cromato, la frangia oro e la lancia generica sono finalmente in sicurezza.

    𝗙𝗼𝗻𝘁𝗶: determina comunale n. 578 del 25/06/2026 e preventivo allegato Roberto Faggionato del 18/06/2026.

  • 𝗦𝗘𝗥𝗩𝗜𝗭𝗜 𝗦𝗢𝗖𝗜𝗔𝗟𝗜: 𝗜𝗟 𝗖𝗢𝗠𝗨𝗡𝗘 𝗦𝗜 𝗔𝗨𝗧𝗢𝗗𝗜𝗔𝗚𝗡𝗢𝗦𝗧𝗜𝗖𝗔

    A volte il Comune non va nemmeno criticato. Va lasciato parlare.
    Con la determinazione n. 595 del 30 giugno 2026, Mirandola assume per sei mesi una dipendente del Comune di Finale Emilia: 6 ore alla settimana, destinazione Servizio Sociale.
    Costo totale: 2.900,31 euro.
    Quindi no, non è una questione di soldi. È una questione di stato di salute della macchina comunale.

    L’atto dice che questa figura serve per la rendicontazione completa e integrale dei contributi assistenziali sisma: CAS, CCL, CDA, autonoma sistemazione, canone di locazione, disagio abitativo.
    Poi arriva la frase che vale più di cento comunicati stampa:
    il Servizio Sociale è “al momento in serie difficoltà”.
    Non lo scrive il Fico. Lo scrive il Comune. Nei propri atti ufficiali.

    E quando un’amministrazione mette nero su bianco che un settore delicato come il sociale è in difficoltà, non siamo davanti a una nota tecnica. Siamo davanti a una confessione amministrativa.
    I Servizi Sociali non sono l’ufficio delle coccarde. Non sono il fondale per le foto. Sono uno dei punti più sensibili della macchina comunale: fragilità, bisogni, contributi, disagio abitativo, pratiche complesse e persone che non vivono di hashtag istituzionali.
    Per questo quella frase pesa. Perché mentre fuori si racconta il Comune efficiente, ordinato, operativo, dentro una determina si ammette che per gestire una parte delicata del lavoro bisogna andare a cercare competenze fuori.
    Sei ore alla settimana. Dal Comune vicino. A quattordici anni dal sisma.

    E a proposito di difficoltà: non si fermano al Servizio Sociale. Arrivano fino alla firma dell’atto.
    La determina non è firmata dal dirigente.
    Non è firmata dal responsabile ordinario del Servizio Personale e Paghe.
    Non è firmata nemmeno dall’altra figura apicale prevista.
    Alla fine firma un funzionario incaricato in sostituzione temporanea, in caso di contemporanea assenza del Responsabile del Servizio Personale e Paghe e del Dirigente del Settore IV.
    E il dettaglio è magnifico: chi firma non ricopre qualifica dirigenziale, ma viene indicata come Istruttore Direttivo Amministrativo, Area dei Funzionari ed Elevata Qualificazione.

    Traduzione dal burocratese:
    non firma il dirigente.
    non firma il responsabile ordinario.
    non firma il sostituto del responsabile ordinario.
    alla fine, per chiudere l’atto, si pesca fra i dipendenti.

    Sia chiaro, prima che parta il coro dei “ma è legittimo”: nessuno sta dicendo che l’atto sia illegittimo.
    Stiamo dicendo una cosa politicamente molto più pesante.
    La fotografia è devastante: un Servizio Sociale dichiarato “in serie difficoltà”, una competenza da recuperare fuori Comune, una toppa da sei ore settimanali, una determina firmata dal sostituto del sostituto del sostituto.

    Altro che Comune efficiente.
    Qui la macchina amministrativa non sembra guidata. Sembra spinta a mano.
    E mentre la politica taglia nastri, pubblica sorrisi e lucida la vetrina, gli atti raccontano un’altra storia: uffici che arrancano, servizi delicati in difficoltà, competenze da cercare altrove e firme trovate nella catena di emergenza.
    La domanda, quindi, non è quanto costano queste sei ore.
    La domanda è: chi sta tenendo insieme davvero questa baracca?

    Perché amministrare non significa fare comunicati stampa sulla normalità. Significa far funzionare gli uffici che contano.
    E se perfino gli atti ufficiali parlano di “serie difficoltà”, forse il problema non è chi legge le determine.
    Il problema è chi governa sperando che nessuno le legga.
    Fonte: determinazione comunale n. 595 del 30/06/2026.

  • LA FASCIA TRICOLORE E LA FASCIA CASTORINO

    A Mirandola abbiamo risolto anche il diritto amministrativo.

    Non servono più il TUEL, le circolari ministeriali, il regolamento del Consiglio comunale o quel fastidioso concetto chiamato “simbolo istituzionale”.

    Ora la nuova fonte del diritto è Tirabassi:

    “Ce lo chiedono.”

    Fine.

    Se a un’inaugurazione qualcuno dice “avete la fascia?”, la fascia si mette.

    Se alla sagra chiedono “venite con la fascia?”, la fascia arriva.

    Se domani al bar chiedono “c’è la fascia?”, probabilmente partirà una conferenza dei capigruppo per capire se indossarla anche sul cappuccino.

    Il problema è che la fascia tricolore non è una sciarpa della Pro Loco.

    Non è il foulard della maggioranza.

    Non è il badge premium per apparire nelle foto.

    Non è il mantello magico che trasforma ogni taglio del nastro in una solenne funzione della Repubblica.

    La fascia tricolore è il distintivo del Sindaco.

    Quella vera.

    Con lo stemma della Repubblica e lo stemma del Comune.

    Da portare a tracolla, non da usare come accessorio scenico quando serve fare presenza, figura e fotografia.

    E infatti Siena e Gatti hanno presentato una interpellanza molto semplice: forse sarebbe il caso di ricondurre l’uso della fascia a occasioni serie, ufficiali, solenni, evitando che diventi un simbolo onnipresente tra sagre, feste, aperture varie e comparsate amministrative.

    Risposta della Lety?

    Prima parte:
    “Conosciamo benissimo le norme.”

    Seconda parte:
    “Respingiamo con forza l’illazione.”

    Terza parte:
    “Però potremmo fare un regolamento e inventare un simbolo diverso per gli eventi non strettamente istituzionali.”

    Meraviglioso.

    È come dire:

    “Non ho nessun problema con la marmellata sulle dita. Però da domani usiamo il cucchiaio.”

    “Non ho rigato la macchina. Però forse è meglio parcheggiare più lontano.”

    “Non abbiamo abusato della fascia. Però magari ce ne serve un’altra per quando la fascia vera è troppo fascia.”

    E allora Fico della Mirandola propone la soluzione definitiva:

    la fascia in pelo di nutria, altrimenti conosciuta come castorino.

    Una fascia padana, anfibia, resistente all’umidità, perfetta per attraversare fossi, inaugurazioni, comunicati stampa e regolamenti annunciati “ove ritenuto utile dal Consiglio”.

    La fascia tricolore resta alle funzioni vere.

    La fascia castorino va invece alle apparizioni amministrative in modalità “ce lo chiedono”.

    Da usare per:

    tagli di nastro;
    sagre con presenza istituzionale incorporata;
    feste di paese con posa obbligatoria;
    eventi dove nessuno capisce bene se il Comune rappresenta l’istituzione o semplicemente se stesso;
    apparizioni pubbliche in cui la fascia serve più all’obiettivo del fotografo che alla Repubblica.

    Regolamento comunale proposto.

    Articolo 1
    La fascia castorino è il distintivo dell’amministratore in modalità passerella valliva.

    Articolo 2
    Può essere indossata da sindaco, assessori, consiglieri, accompagnatori, reggitori di forbici, portatori di sorrisi istituzionali e figure temporaneamente utili alla foto.

    Articolo 3
    In caso di dubbio normativo, decide Tirabassi sentito il primo organizzatore disponibile.

    Articolo 4
    La fascia si porta a tracolla, possibilmente senza rosicchiare il TUEL.

    Articolo 5
    Dopo l’uso, la fascia va spazzolata, asciugata e riposta accanto alle promesse elettorali, ai comunicati trionfali e alle risposte scritte in cui si nega un problema mentre si propone una soluzione.

    La verità è che la fascia tricolore non è un giocattolo simbolico.

    È uno dei pochi segni visibili della rappresentanza istituzionale.

    Se la metti ovunque, non rappresenta più il Comune.

    Rappresenta l’ansia di farsi vedere.

    E allora sì: ben venga la fascia castorino.

    Almeno quella, quando esce dal fosso, non pretende di essere una circolare del Ministero dell’Interno.

  • 𝗦𝗔𝗟𝗔 𝗡𝗨𝗢𝗩𝗔, 𝗣𝗢𝗟𝗜𝗧𝗜𝗖𝗔 𝗩𝗘𝗖𝗖𝗛𝗜𝗔

    Il Consiglio comunale è tornato nella 𝗦𝗮𝗹𝗮 𝗚𝗿𝗮𝗻𝗱𝗮 del municipio restaurato, con muri nuovi, microfoni nuovi e solennità da grande occasione; peccato che siano bastate poche ore per capire che il restauro si è fermato all’intonaco, perché il modo di trattare cittadini, critiche e dissenso è rimasto quello vecchio: molta burocrazia quando bisogna rispondere, molta permalosità quando bisogna ascoltare, molta retorica quando bisogna inaugurare.

    La petizione sul verde chiedeva una cosa semplice: 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗮𝗹𝗯𝗲𝗿𝗶, 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗼𝗺𝗯𝗿𝗮, 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝘂𝗿𝗯𝗮𝗻𝗮, dopo anni di tagli e filari impoveriti. La risposta è stata il solito capolavoro mirandolese: prima ringraziamenti solenni, poi parole bellissime su biodiversità e resilienza climatica, infine la lezione ai cittadini perché avevano osato parlare di 𝗱𝗶𝘀𝗯𝗼𝘀𝗰𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗶𝗻𝗱𝗶𝘀𝗰𝗿𝗶𝗺𝗶𝗻𝗮𝘁𝗼. Prima ancora di piantare alberi, l’amministrazione ha sentito il bisogno di potare le parole dei cittadini: guai a usare il termine sbagliato, perché a Mirandola un albero può sparire, ma un sostantivo fuori posto no.

    Poi sono arrivati i numeri: un censimento da quasi 𝟵𝟬.𝟬𝟬𝟬 𝗲𝘂𝗿𝗼, lungo quasi 𝗱𝘂𝗲 𝗮𝗻𝗻𝗶, perché evidentemente a Mirandola per contare gli alberi serve lo stesso tempo che altrove impiegano per piantarli, migliaia di schede arboree, 𝟮𝟬𝟯 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗲 𝗽𝗶𝗮𝗻𝘁𝘂𝗺𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶, 𝟭𝟱 𝗽𝗹𝗮𝘁𝗮𝗻𝗶 𝗽𝗿𝗲𝗻𝗼𝘁𝗮𝘁𝗶, 𝟰𝟬 𝗼 𝟰𝟱 𝗮𝗹𝗯𝗲𝗿𝗶 𝗮𝗹𝗹’𝗮𝗻𝗻𝗼. Tutto utile, per carità, ma un platano adulto non diventa una casella Excel, un viale storico non si compensa con una statistica e una piantina forestale in alveolo non restituisce l’ombra, la memoria e il paesaggio che sono stati tolti.

    Il cittadino entra in Consiglio dicendo “ci avete tolto alberi, ombra e bellezza” e ne esce sapendo che il Comune ha un software con i puntini verdi, che il regolamento arriverà, che il PUG conferma, che tutto è previsto, tutto è programmato, tutto è quasi pronto. A Mirandola, più degli alberi, crescono rigogliosi i 𝗳𝘂𝘁𝘂𝗿𝗶 𝗮𝗻𝗻𝘂𝗻𝗰𝗶𝗮𝘁𝗶.

    E quando dal pubblico in aula è arrivato qualche mormorio di dissenso — almeno così pare dal contesto — Golinelli ha pensato bene di tradurlo nel linguaggio più alto della nuova sala consiliare: 𝗵𝗼 𝘀𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗼 𝗾𝘂𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗰𝗼𝗿𝗿𝗲𝗴𝗴𝗶𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 e 𝗵𝗼 𝘀𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗼 𝘂𝗻 𝗽𝗲𝘁𝗼 𝘂𝘀𝗰𝗶𝗿𝗲 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗯𝗼𝗰𝗰𝗮 𝗱𝗶 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗰𝘂𝗻𝗼. La sala nuova, invece di essere il luogo nobile del confronto pubblico, per qualche minuto si è trasformata in 𝘂𝗻𝗮 𝘃𝗮𝗻𝘃𝗲𝗿𝗮: entrano cittadini, alberi, ombra e qualità urbana; escono peti, scoregge e relazioni tecniche.

    Poi è arrivata 𝗔𝗜𝗠𝗔𝗚, altro capolavoro: mezzo milione abbondante di consulenze per un’operazione Hera finita contro il muro della realtà, risposte poco convincenti, responsabilità sfumate e il solito tentativo di spiegare che, in fondo, se non capiamo è perché il disegno era troppo raffinato per noi poveri mortali. Anche qui: quando la politica sbaglia, diventa tecnica; quando la tecnica costa, diventa strategia; quando la strategia fallisce, diventa “contesto”.

    Infine la discussione sul linguaggio d’odio ha chiuso il cerchio. Il nome torna sempre: 𝗚𝗼𝗹𝗶𝗻𝗲𝗹𝗹𝗶. Lo stesso delle 𝘀𝗰𝗼𝗿𝗿𝗲𝗴𝗴𝗲 e dei 𝗽𝗲𝘁𝗶 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗯𝗼𝗰𝗰𝗮 è anche quello delle espressioni richiamate in aula come 𝗿𝗶𝘀𝗼𝗿𝘀𝗮 𝗱𝗶 𝗺𝗲𝗿𝗱𝗮 e 𝗿𝗲𝗺𝗶𝗴𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 sui propri canali social. A quel punto non siamo davanti a una battuta infelice, ma a uno stile politico: quando parlano i cittadini, sono peti; quando si parla degli stranieri, sono “risorse di merda”; quando parla il Fico, invece, improvvisamente diventa odio.

    Ed è qui che entra in scena la consigliera 𝗠𝗮𝗶𝗻𝗶, al suo primo vero intervento da quando ha preso posto su quello scranno. Uno si aspetterebbe un esordio sui temi della città, sul verde, sulle scuole, su AIMAG, sui servizi, sulla sanità, sulla sicurezza, sui problemi concreti dei mirandolesi. E invece no: il debutto politico viene consacrato alla grande emergenza democratica del momento, cioè 𝗶𝗹 𝗙𝗶𝗰𝗼. Non le parole di Golinelli, non il clima che si alimenta sui social, non la differenza tra critica politica e linguaggio d’odio, ma la satira feroce, le caricature, le orecchie a punta, come se il vero scandalo non fosse il potere che parla come una fogna, ma qualcuno che osa ridergli in faccia.

    Il doppio standard è meraviglioso: se il potere usa parole pesanti verso chi sta in basso, bisogna contestualizzare; se una pagina satirica mette le orecchie a punta a un assessore, parte il tribunale morale della satira feroce. Ma la differenza è semplice: 𝗹𝗮 𝘀𝗮𝘁𝗶𝗿𝗮 𝗰𝗼𝗹𝗽𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗰𝗵𝗶 𝗴𝗼𝘃𝗲𝗿𝗻𝗮, chi firma atti, chi gestisce soldi pubblici, chi taglia nastri, taglia alberi, affida, proroga e poi pretende pure di non essere preso in giro. Il linguaggio d’odio, invece, colpisce categorie, origini, fragilità e appartenenze.

    Alla fine questa prima seduta nella sala restaurata ci lascia una lezione chiarissima: a Mirandola un platano può diventare una scheda, una petizione può diventare una relazione, AIMAG può diventare una 𝘀𝘂𝗽𝗲𝗿𝗰𝗮𝘇𝘇𝗼𝗹𝗮 𝗱𝗮 𝟱𝟮𝟬.𝟬𝟬𝟬 𝗲𝘂𝗿𝗼, un dissenso può diventare un peto e il primo intervento di una consigliera può diventare un processo al Fico.

    Hanno restaurato il municipio.

    𝗔𝗱𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗺𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗿𝗲𝘀𝘁𝗮𝘂𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮.

  • LA CATENA DEGLI ERRORI

    quando una mozione passa, ma la delibera non se ne accorge

    A Mirandola, quando si parla di AIMAG, volano parole solenni: controllo pubblico, governance, Patto di Sindacato, indirizzo strategico, tutela del territorio.

    Poi però arriva il momento più difficile.

    Non trattare con Hera.
    Non difendere il servizio pubblico.
    Non scrivere un Patto di Sindacato.

    No.

    Contare.

    La mozione sul controllo pubblico nel Patto AIMAG 2026-2031 viene votata così:

    5 favorevoli
    4 contrari
    7 astenuti

    Ora, il Regolamento del Consiglio comunale dice una cosa abbastanza semplice: gli astenuti contano per il numero legale, ma non si contano tra i votanti.

    Quindi i votanti erano 9.
    Cinque favorevoli.
    Quattro contrari.

    Traduzione per chi ha saltato la prima elementare:

    5 è più di 4.

    Non serve un parere legale, non serve la Corte dei Conti, non serve un consulente sulle partecipate: bastavano due mani, qualche dito e un adulto responsabile nei paraggi.

    Invece la mozione viene dichiarata non approvata.

    Passi, si fa per dire, l’errore nell’immediato, durante il Consiglio comunale, magari dentro la confusione del dibattito, con quella malcelata volontà della maggioranza di bocciare comunque una mozione evidentemente scomoda.

    Ma vedere poi lo stesso errore messo nero su bianco in un documento ufficiale rende la vicenda ancora più assurda.

    Perché un conto è sbagliare a caldo.

    Un altro è avere il tempo di scrivere, controllare, rileggere, firmare digitalmente e pubblicare una delibera che cristallizza l’errore come se fosse verità amministrativa.

    E questo, più ancora del pasticcio aritmetico, distrugge la fiducia fra cittadini e istituzioni: perché se nemmeno il risultato di una votazione pubblica viene riportato correttamente, come possiamo fidarci quando ci parlano di controllo pubblico su AIMAG?

    Ed è qui che il semplice errore diventa qualcosa di più interessante: siamo davanti a una svista, o alla volontà politica di bocciare anche quello che il Consiglio aveva appena approvato?

    Perché gli astenuti non sono contrari.
    Sono astenuti.
    Stanno lì, fanno numero legale, respirano, guardano il banco, ma non votano no.

    A Mirandola, invece, sembrano diventare una nuova specie istituzionale: l’astenuto contrario postumo, quello che non dice no, però viene usato come se lo avesse detto.

    E la catena degli errori non finisce qui.

    Nella delibera sulla mozione protocollo 23103 del 20 maggio, quella effettivamente discussa, nel dispositivo finale spunta il protocollo 20063 del 30 aprile, cioè quello di un’altra mozione, già trattata nella delibera precedente.

    Una delibera parte con una mozione, finisce con un’altra, e nel mezzo riesce pure a dichiarare respinto un voto finito 5 a 4 per i favorevoli.

    Un piccolo capolavoro.

    Mentre si parla di controllo pubblico su AIMAG, la prima cosa che sfugge al controllo pubblico è il risultato del voto pubblico.

    Fico avrebbe tre domande semplici:

    Con quale criterio una votazione finita 5 a 4 è stata proclamata come bocciatura?

    In quale punto del Regolamento gli astenuti diventano contrari?

    Perché nella delibera della mozione 23103 compare il protocollo 20063, come un invitato che sbaglia funerale ma firma comunque il registro?

    La maggioranza, politicamente, non ha nemmeno avuto il coraggio di votare tutta contro: una parte ha votato no, una parte si è astenuta, poi però il risultato finale è stato confezionato come se l’astensione fosse una bocciatura compatta.

    È la politica del:

    “Non abbiamo detto no, però facciamo come se fosse no.”

    Per la prossima seduta, Fico propone una piccola innovazione a costo zero: accanto agli scrutatori, nominare anche un bambino di sei anni, scelto a rotazione tra le scuole primarie, con il delicato compito di coadiuvare il Presidente del Consiglio comunale nelle più ardue operazioni di aritmetica democratica: sommare i favorevoli, sottrarre gli astenuti dai votanti e, nei casi di particolare complessità, stabilire se 5 sia maggiore o minore di 4.

    Non risolverebbe AIMAG.

    Ma almeno salverebbe l’aritmetica.

  • IL BOSCO CHE ARRIVÒ PRIMA DEL COMUNE

    A San Giacomo Roncole è successa una cosa rara, quasi commovente: una di quelle piccole epifanie amministrative che a Mirandola possono verificarsi solo quando la macchina comunale arriva talmente in ritardo da lasciare alla natura il tempo non solo di protestare, ma di progettare, eseguire, collaudare e consegnare l’opera prima ancora che qualcuno riesca a capire in quale faldone sia finita la pratica.

    Perché qui non ha funzionato un ufficio, non ha funzionato un cronoprogramma, non ha funzionato una convenzione urbanistica, non ha funzionato un progetto definitivo.

    Ha funzionato un bosco.

    C’era un parcheggio da costruire, c’erano piani, proroghe, fideiussioni, incarichi, protocolli, planimetrie, pareri, allegati, sedute di Giunta e tutta la piccola liturgia dell’urbanistica comunale, quella in cui ogni cosa sembra sempre sul punto di accadere e invece resta sospesa per anni nella nebbia mirandolese del “provvederemo”, “valuteremo”, “completeremo”.

    Poi, mentre la burocrazia cercava ancora il fascicolo giusto, è arrivato il verde.

    Senza determina, senza CIG, senza CUP, senza parere contabile, senza videoconferenza su Zoom, senza comunicato stampa e senza taglio del nastro, prima è spuntato un arbusto, poi un albero, poi altri alberi, poi radici, ombra, suolo permeabile, vita, e alla fine, dove il vecchio PIP Nord di via di Mezzo voleva piazzare il famoso “parcheggio grande”, è cresciuto un bosco.

    Il progetto umano voleva asfaltare.

    Il progetto vegetale ha germogliato.

    E ha vinto lui.

    Il Piano nasce nel 2000, il lotto viene assegnato nel 2001, le opere dovevano essere completate entro il 2011, poi arrivano proroghe, altre proroghe, fino all’escussione della fideiussione nel 2018, e mentre l’amministrazione continuava a completare i verbi al futuro, il bosco completava sé stesso al presente.

    Il capolavoro, però, arriva nel 2024.

    Perché nel 2024 — non nel 2004, non nel 1998, non durante il Regno delle Due Sicilie — viene ancora depositato un progetto definitivo per completare quelle opere, con un quadro economico da 473.306,68 euro, di cui 375.660,90 euro di lavori, e dentro c’era ancora lui, il parcheggio grande: quello da fare proprio dove nel frattempo era nata un’area verde naturale, permeabile, con piante di alto fusto.

    Nel 2024, mentre il mondo parlava di consumo di suolo, desigillazione, mitigazione climatica, aree verdi e filtri ecologici, a Mirandola qualcuno stava ancora inseguendo una planimetria del 2000 come se fosse una tavola della legge scesa dal monte Sinai con allegato computo metrico.

    Peccato che i numeri, quei maleducati, dicano altro.

    I posti auto previsti dal vecchio piano erano 290, quelli già realizzati sono 246, quelli necessari secondo gli standard urbanistici sono 89: ottantanove. Cioè il Comune aveva già quasi il triplo dei parcheggi necessari, ma nel 2024 si ragionava ancora come se mancasse l’ultimo tassello della civiltà occidentale: altri 73 posti auto, da ricavare sacrificando circa 3.350 metri quadrati di area verde naturale permeabile.

    E non basta, perché gli atti dicono pure che i parcheggi esistenti sono utilizzati per circa il 50% e solo durante le ore lavorative: quindi il parcheggio grande non serviva agli standard, non serviva alle aziende, non serviva nemmeno alle auto, che infatti avevano già espresso parere contrario con assenza qualificata.

    Ma il vecchio disegno prevedeva anche il famoso parco lineare, cioè un parchetto pubblico attrezzato che gli stessi atti descrivono come area “interclusa e lontana da abitazioni”, con conseguente difficoltà di gestione.

    In pratica: prima si voleva abbattere un bosco spontaneo e funzionante, poi costruire un parcheggio sostanzialmente inutile, e dietro metterci pure un parchetto isolato, poco sorvegliabile, difficile da gestire. Una specie di natura sintetica prodotta dopo aver eliminato quella originale.

    Urbanistica livello Mirandola: togliere un bosco vero per costruire un parcheggio vuoto e un parchetto problematico.

    È come buttare via una gallina viva perché il regolamento del 2000 prevedeva un uovo in plastica.

    Poi, nel 2026, arriva finalmente il DOCFAP e scopre l’ovvio con timbro, protocollo e firma digitale: forse è meglio non asfaltare il bosco, forse è meglio tenerlo, forse è meglio sistemarlo, forse è meglio smetterla di inseguire un parcheggio superfluo e un parchetto intercluso che già sulla carta sembrava chiedere aiuto.

    E qui arriva la beffa più bella: la natura non ha solo battuto la burocrazia sul piano urbanistico e persino sul tempo, arrivando prima, crescendo prima e dando una funzione a un vuoto prima che il Comune riuscisse a trasformarlo in un altro problema.

    La natura ha fatto anche risparmiare il Comune.

    L’opzione del 2024 viaggiava infatti su 473.306,68 euro. La nuova opzione, quella che mantiene il bosco, sistema l’area verde, realizza il percorso e l’arredo urbano, sta a 117.640,12 euro.

    Ballano più di 355 mila euro.

    Tradotto: il bosco ha fatto una variante migliorativa prima ancora che qualcuno gliela chiedesse, ha ridotto il consumo di suolo, ha evitato un parcheggio inutile, ha cancellato un parchetto intercluso, ha creato un filtro verde, ha abbassato i costi e ha lasciato risorse della fideiussione disponibili per altre opere di urbanizzazione.

    Però, siccome siamo a Mirandola, anche accorgersi dell’ovvio ha un costo.

    Quel progetto definitivo del 2024 non è piovuto dal cielo come una foglia secca: dietro c’è l’incarico professionale conferito nel 2019 all’ingegner Pullè per progettazione definitiva-esecutiva, direzione lavori, contabilità e coordinamento della sicurezza, con compenso complessivo di 18.905,12 euro.

    E poi, a fine 2025, arriva un’altra determina ancora più gustosa: siccome in circa vent’anni di disuso si è sviluppato un vero e proprio bosco urbano naturale, ma ormai inselvatichito, con rovi, sterpaglie e arbusti che bloccano il passaggio e limitano la visibilità, serve pulire l’area per permettere una qualche valutazione sul successivo livello progettuale.

    Costo della traduzione dal linguaggio degli alberi al linguaggio degli uffici: 6.032,90 euro.

    In pratica: prima paghiamo per progettare il completamento del vecchio disegno, poi 2024 arriva un progetto definitivo ancora agganciato a quella logica, poi ci accorgiamo che il territorio non era rimasto fermo ad aspettare il timbro comunale, poi paghiamo anche per entrare fisicamente nel bosco e capire come modificare il progetto.

    Totale della pedagogia amministrativa, solo guardando queste due voci: 24.938,02 euro.

    Non sono cifre gigantesche, certo.

    Ma sono perfette per raccontare il metodo.

    A Mirandola non basta arrivare tardi.

    Bisogna anche pagare il biglietto del ritardo.

    Il bosco aveva già spiegato tutto gratis: “Cari signori, qui il parcheggio non serve più, il verde esiste già, gli alberi sono cresciuti, il suolo è permeabile, le auto non mancano, forse potete fermarvi”.

    Ma la burocrazia, prima di ascoltarlo, ha avuto bisogno di incarichi, determine, pulizie, valutazioni, protocolli e ulteriori passaggi, perché a Mirandola anche la realtà, per essere riconosciuta, deve presentarsi in triplice copia.

    A Mirandola abbiamo inventato la spending review clorofilliana: non un assessore, non una task force, non un consulente, non un piano strategico.

    Un bosco.

    Il più efficace revisore della spesa comunale, alla fine, aveva le foglie.

    Naturalmente adesso proveranno a raccontarcela come scelta lungimirante, come improvvisa conversione al verde, come nuova sensibilità ambientale, ma la verità è più semplice e molto più divertente: il verde li ha battuti.

    Li ha battuti perché è stato più veloce della macchina comunale, più aggiornato del progetto definitivo, più utile del parcheggio, più sensato del parchetto intercluso, più economico della burocrazia e, soprattutto, più puntuale di un’Amministrazione che nel 2024 stava ancora prendendo sul serio un disegno nato nel 2000.

    Il bosco non nasce da una visione politica, nasce da un ritardo; non nasce da una strategia, nasce da un’incompiuta; non nasce da una grande scelta ecologica, nasce da anni di attesa, da una convenzione scaduta, da un’opera mai completata.

    Però, per una volta, l’abbandono ha prodotto qualcosa di migliore del progetto.

    E questa è forse la morale più mirandolese di tutte: quando il Comune non riesce a finire un’opera, ogni tanto interviene la natura e la corregge, con più pazienza, più intelligenza e molto meno costo.

    A San Giacomo Roncole non è stato approvato un grande piano verde: è successo qualcosa di molto più semplice, molto più poetico e molto più feroce.

    Il parcheggio è rimasto sulla carta.

    Il parchetto intercluso pure.

    Il bosco, invece, è andato in cantiere.

    E ha finito i lavori prima lui.

    Fonti:

  • MIRANDOLA AL 40%

    Storia del dirigente Ululì, dei lavori pubblici in saldo e della macchina comunale che perde pezzi mentre promette miracoli

    C’è un momento, nella vita amministrativa di ogni Comune, in cui la propaganda incontra la realtà.

    A Mirandola, di solito, la realtà arriva con un certo ritardo.
    Come i cantieri.
    Come le varianti.
    Come le inaugurazioni.
    Come le promesse.

    Ma quando arriva, porta sempre con sé una cartellina.

    E dentro la cartellina, questa volta, c’è scritto che il Settore II — quello di Territorio, Ambiente e Lavori Pubblici — entra ufficialmente nella gloriosa stagione del part-time istituzionale.

    Perché mentre la città aspetta scuole, palestre, edifici pubblici, recuperi, manutenzioni, progetti, risposte, cronoprogrammi e magari anche un miracolo edilizio con timbro e protocollo, il dirigente del settore, l’ingegner Andrea Lui — che per comodità poetica chiameremo il dirigente Ululì — ha vinto la procedura di mobilità volontaria esterna presso la Provincia di Cremona.

    Non un sussurro di corridoio.
    Non un pettegolezzo da bar del municipio.
    Non una di quelle voci che “si dice ma non si può dire”.

    Sta scritto nello schema di convenzione.

    Ululì a Mirandola, Cremona ululà.

    Il trasferimento definitivo scatterà dal 1° novembre 2026.
    Però, siccome a Mirandola le cose non finiscono mai di colpo, ma si sfilacciano lentamente come certi rapporti sentimentali in cui uno ha già fatto le valigie e l’altro continua a dire che va tutto bene, nel frattempo si inventano la soluzione elegante:

    dal 4 maggio al 31 ottobre 2026, il dirigente viene usato congiuntamente da Mirandola e Cremona.

    Cremona prende il 60% della prestazione lavorativa.
    Mirandola si tiene il 40%.

    Avete letto bene.

    Il Comune che non riesce a chiudere cantieri interi, ora prova a governarli con un dirigente frazionato.

    Un po’ come voler finire una scuola con mezzo geometra, una variante, tre conferenze stampa e una candela accesa davanti al quadro economico.

    Naturalmente negli atti tutto è scritto con il profumo nobile della burocrazia: la convenzione serve a permettere alla Provincia di Cremona di inserire il dirigente e al Comune di Mirandola di “approntare la riorganizzazione del proprio assetto”.

    Che tradotto dal comunalese significa:

    “Sta andando via, noi intanto vediamo come non far crollare il tavolo.”

    E attenzione, perché qui sta il punto.

    Se questa fosse una fase ordinata di passaggio di consegne, uno si aspetterebbe almeno l’ombra di un dirigente entrante.
    Una selezione avviata.
    Una nomina in arrivo.
    Un sostituto individuato.
    Un nome, una procedura, una traccia, un cartello:

    “Scusate il disagio, stiamo cercando un dirigente vero.”

    Invece, per quanto risulta dagli atti oggi disponibili, il 40% di Ululì non sembra servire ad accompagnare serenamente un nuovo dirigente dentro la macchina comunale.

    Sembra più una di quelle convivenze finali dopo la separazione, quando uno ha già trovato casa altrove e l’altro finge che basti dividersi il frigorifero per salvare il rapporto.

    Altro che passaggio di consegne.

    Qui pare più un passaggio di consegne al vuoto.

    Ma il capolavoro non finisce qui.

    Perché appena il dirigente Ululì comincia a evaporare verso Cremona, ecco arrivare un’altra carezza organizzativa: dal 1° giugno 2026, un istruttore amministrativo assegnato al Servizio Edilizia, Urbanistica, Ambiente, sempre dentro il Settore II, passa da tempo pieno a part-time 18 ore su 36.

    Cioè metà.

    Orario: lunedì, martedì, mercoledì e giovedì, dalle 8:00 alle 12:30.
    Venerdì: disperso.
    Pomeriggio: non pervenuto.
    Continuità amministrativa: rivolgersi a Thor.

    E attenzione: il problema non è il dipendente, che ha tutto il diritto di chiedere il part-time, cambiare vita, lavorare altrove o dedicarsi ad altro, ad esempio la coltivazione dei fichi…

    Il problema è che qui non stiamo parlando dell’ufficio “Decorazioni Natalizie e Cuscini da Cerimonia”.

    Stiamo parlando del settore che dovrebbe seguire territorio, ambiente, edilizia, urbanistica e lavori pubblici.

    Cioè esattamente il cuore tecnico di un Comune che ha più opere incompiute che tagli di nastro riusciti.

    E allora il quadro diventa delizioso.

    Da giugno a ottobre 2026 Mirandola rischia di trovarsi con:

    un dirigente dei Lavori Pubblici al 40%;

    nessun dirigente entrante che, allo stato degli atti disponibili, risulti già pronto a ricevere il testimone;

    un istruttore amministrativo del servizio edilizia-urbanistica-ambiente al 50%;

    i cantieri al 100%;

    i ritardi al 100%;

    le varianti al 100%;

    la propaganda, come sempre, al 200%.

    È la nuova matematica amministrativa mirandolese.

    Non si potenziano gli uffici: si assottigliano.
    Non si rafforza la macchina comunale: si mette a dieta, o come dicono certi consiglieri si formano professionisti, peccato che poi fuggono.
    Non si risolvono i problemi: si spalmano sulle poche ore rimaste.

    Il risultato è un Comune che sembra organizzato come una compagnia telefonica:

    per parlare con i Lavori Pubblici prema 1;
    per parlare con il dirigente attenda novembre;
    per parlare con il dirigente nuovo attenda che esista;
    per parlare con il servizio edilizia richiami entro le 12:30;
    per lamentarsi dei ritardi resti in linea, la sua protesta è importante per noi.

    E intanto la politica cosa fa?

    Riorganizza.
    Annuncia.
    Sorride.
    Taglia nastri immaginari.
    Promette date.
    Parla di futuro con la stessa sicurezza con cui certi cantieri parlano di “fine lavori”.

    Peccato che la realtà sia meno scenografica.

    La realtà dice che il dirigente strategico ha già un piede e mezzo a Cremona.
    La realtà dice che un altro pezzo del servizio passa a metà orario.
    La realtà dice che, al momento, questa non appare come una staffetta ordinata con un dirigente entrante, ma come una sottrazione progressiva di presidio tecnico.
    La realtà dice che gli uffici tecnici, già sotto stress, vengono lasciati a gestire l’impossibile con una dotazione sempre più leggera.

    E allora la domanda non è:

    “Perché Lui va a Cremona?”

    La domanda è molto più cattiva:

    ma se persino chi dovrebbe guidare i lavori pubblici cerca Cremona, cosa sa lui che noi cittadini ancora non sappiamo?

    Forse ha visto il cronoprogramma.
    Forse ha letto le varianti.
    Forse ha capito che a Mirandola il futuro dei cantieri non si misura in mesi, ma in ere geologiche.
    Forse, semplicemente, ha deciso che tra un’opera pubblica mirandolese e il Po, il Po è quello che scorre di più.

    Intendiamoci: nessuno è obbligato a restare.
    I dipendenti non sono prigionieri del Municipio.
    E se uno vince una procedura e va altrove, buon viaggio.

    Ma politicamente resta una fotografia impietosa.

    Un’amministrazione che ama raccontarsi come efficiente si ritrova con il settore tecnico più delicato in modalità risparmio energetico.
    Un Comune che promette opere pubbliche si tiene il dirigente al 40%.
    Una Giunta che parla di futuro deve intanto “approntare la riorganizzazione del proprio assetto”, cioè cambiare le gomme mentre la macchina è già nel fosso, il carro attrezzi non è stato ancora chiamato e l’autista sta spiegando ai passeggeri che il viaggio procede benissimo.

    E senza che, per ora, si veda il nuovo ombrello.

    Questa non è gestione.

    È equilibrismo con il caschetto da cantiere.

    E forse è proprio questa la vera cifra della Mirandola contemporanea:
    cantieri lenti, uffici alleggeriti, dirigenti in partenza, istruttori dimezzati, passaggi di consegne senza consegnatario visibile, e una politica che continua a parlare come se avesse in mano una Ferrari amministrativa.

    Poi apri gli atti e scopri che sotto il cofano c’è un triciclo.

    Con una ruota a Cremona.


    Fonti:
    Delibera di Giunta comunale n. 89 del 29/04/2026, approvazione della convenzione tra Comune di Mirandola e Provincia di Cremona per l’utilizzo congiunto del dirigente Andrea Lui.
    Schema di convenzione allegato: procedura di mobilità volontaria esterna presso la Provincia di Cremona, utilizzo dal 4/05/2026 al 31/10/2026 e prestazione al 60% per Cremona.
    Determina n. 438 del 19/05/2026: trasformazione a part-time 18/36 di un istruttore amministrativo assegnato al Servizio Edilizia Urbanistica Ambiente – Settore II, dal 1/06/2026.