Categoria: Municipio

Ida Wells

  • LA CATENA DEGLI ERRORI

    quando una mozione passa, ma la delibera non se ne accorge

    A Mirandola, quando si parla di AIMAG, volano parole solenni: controllo pubblico, governance, Patto di Sindacato, indirizzo strategico, tutela del territorio.

    Poi però arriva il momento più difficile.

    Non trattare con Hera.
    Non difendere il servizio pubblico.
    Non scrivere un Patto di Sindacato.

    No.

    Contare.

    La mozione sul controllo pubblico nel Patto AIMAG 2026-2031 viene votata così:

    5 favorevoli
    4 contrari
    7 astenuti

    Ora, il Regolamento del Consiglio comunale dice una cosa abbastanza semplice: gli astenuti contano per il numero legale, ma non si contano tra i votanti.

    Quindi i votanti erano 9.
    Cinque favorevoli.
    Quattro contrari.

    Traduzione per chi ha saltato la prima elementare:

    5 è più di 4.

    Non serve un parere legale, non serve la Corte dei Conti, non serve un consulente sulle partecipate: bastavano due mani, qualche dito e un adulto responsabile nei paraggi.

    Invece la mozione viene dichiarata non approvata.

    Passi, si fa per dire, l’errore nell’immediato, durante il Consiglio comunale, magari dentro la confusione del dibattito, con quella malcelata volontà della maggioranza di bocciare comunque una mozione evidentemente scomoda.

    Ma vedere poi lo stesso errore messo nero su bianco in un documento ufficiale rende la vicenda ancora più assurda.

    Perché un conto è sbagliare a caldo.

    Un altro è avere il tempo di scrivere, controllare, rileggere, firmare digitalmente e pubblicare una delibera che cristallizza l’errore come se fosse verità amministrativa.

    E questo, più ancora del pasticcio aritmetico, distrugge la fiducia fra cittadini e istituzioni: perché se nemmeno il risultato di una votazione pubblica viene riportato correttamente, come possiamo fidarci quando ci parlano di controllo pubblico su AIMAG?

    Ed è qui che il semplice errore diventa qualcosa di più interessante: siamo davanti a una svista, o alla volontà politica di bocciare anche quello che il Consiglio aveva appena approvato?

    Perché gli astenuti non sono contrari.
    Sono astenuti.
    Stanno lì, fanno numero legale, respirano, guardano il banco, ma non votano no.

    A Mirandola, invece, sembrano diventare una nuova specie istituzionale: l’astenuto contrario postumo, quello che non dice no, però viene usato come se lo avesse detto.

    E la catena degli errori non finisce qui.

    Nella delibera sulla mozione protocollo 23103 del 20 maggio, quella effettivamente discussa, nel dispositivo finale spunta il protocollo 20063 del 30 aprile, cioè quello di un’altra mozione, già trattata nella delibera precedente.

    Una delibera parte con una mozione, finisce con un’altra, e nel mezzo riesce pure a dichiarare respinto un voto finito 5 a 4 per i favorevoli.

    Un piccolo capolavoro.

    Mentre si parla di controllo pubblico su AIMAG, la prima cosa che sfugge al controllo pubblico è il risultato del voto pubblico.

    Fico avrebbe tre domande semplici:

    Con quale criterio una votazione finita 5 a 4 è stata proclamata come bocciatura?

    In quale punto del Regolamento gli astenuti diventano contrari?

    Perché nella delibera della mozione 23103 compare il protocollo 20063, come un invitato che sbaglia funerale ma firma comunque il registro?

    La maggioranza, politicamente, non ha nemmeno avuto il coraggio di votare tutta contro: una parte ha votato no, una parte si è astenuta, poi però il risultato finale è stato confezionato come se l’astensione fosse una bocciatura compatta.

    È la politica del:

    “Non abbiamo detto no, però facciamo come se fosse no.”

    Per la prossima seduta, Fico propone una piccola innovazione a costo zero: accanto agli scrutatori, nominare anche un bambino di sei anni, scelto a rotazione tra le scuole primarie, con il delicato compito di coadiuvare il Presidente del Consiglio comunale nelle più ardue operazioni di aritmetica democratica: sommare i favorevoli, sottrarre gli astenuti dai votanti e, nei casi di particolare complessità, stabilire se 5 sia maggiore o minore di 4.

    Non risolverebbe AIMAG.

    Ma almeno salverebbe l’aritmetica.

  • IL BOSCO CHE ARRIVÒ PRIMA DEL COMUNE

    A San Giacomo Roncole è successa una cosa rara, quasi commovente: una di quelle piccole epifanie amministrative che a Mirandola possono verificarsi solo quando la macchina comunale arriva talmente in ritardo da lasciare alla natura il tempo non solo di protestare, ma di progettare, eseguire, collaudare e consegnare l’opera prima ancora che qualcuno riesca a capire in quale faldone sia finita la pratica.

    Perché qui non ha funzionato un ufficio, non ha funzionato un cronoprogramma, non ha funzionato una convenzione urbanistica, non ha funzionato un progetto definitivo.

    Ha funzionato un bosco.

    C’era un parcheggio da costruire, c’erano piani, proroghe, fideiussioni, incarichi, protocolli, planimetrie, pareri, allegati, sedute di Giunta e tutta la piccola liturgia dell’urbanistica comunale, quella in cui ogni cosa sembra sempre sul punto di accadere e invece resta sospesa per anni nella nebbia mirandolese del “provvederemo”, “valuteremo”, “completeremo”.

    Poi, mentre la burocrazia cercava ancora il fascicolo giusto, è arrivato il verde.

    Senza determina, senza CIG, senza CUP, senza parere contabile, senza videoconferenza su Zoom, senza comunicato stampa e senza taglio del nastro, prima è spuntato un arbusto, poi un albero, poi altri alberi, poi radici, ombra, suolo permeabile, vita, e alla fine, dove il vecchio PIP Nord di via di Mezzo voleva piazzare il famoso “parcheggio grande”, è cresciuto un bosco.

    Il progetto umano voleva asfaltare.

    Il progetto vegetale ha germogliato.

    E ha vinto lui.

    Il Piano nasce nel 2000, il lotto viene assegnato nel 2001, le opere dovevano essere completate entro il 2011, poi arrivano proroghe, altre proroghe, fino all’escussione della fideiussione nel 2018, e mentre l’amministrazione continuava a completare i verbi al futuro, il bosco completava sé stesso al presente.

    Il capolavoro, però, arriva nel 2024.

    Perché nel 2024 — non nel 2004, non nel 1998, non durante il Regno delle Due Sicilie — viene ancora depositato un progetto definitivo per completare quelle opere, con un quadro economico da 473.306,68 euro, di cui 375.660,90 euro di lavori, e dentro c’era ancora lui, il parcheggio grande: quello da fare proprio dove nel frattempo era nata un’area verde naturale, permeabile, con piante di alto fusto.

    Nel 2024, mentre il mondo parlava di consumo di suolo, desigillazione, mitigazione climatica, aree verdi e filtri ecologici, a Mirandola qualcuno stava ancora inseguendo una planimetria del 2000 come se fosse una tavola della legge scesa dal monte Sinai con allegato computo metrico.

    Peccato che i numeri, quei maleducati, dicano altro.

    I posti auto previsti dal vecchio piano erano 290, quelli già realizzati sono 246, quelli necessari secondo gli standard urbanistici sono 89: ottantanove. Cioè il Comune aveva già quasi il triplo dei parcheggi necessari, ma nel 2024 si ragionava ancora come se mancasse l’ultimo tassello della civiltà occidentale: altri 73 posti auto, da ricavare sacrificando circa 3.350 metri quadrati di area verde naturale permeabile.

    E non basta, perché gli atti dicono pure che i parcheggi esistenti sono utilizzati per circa il 50% e solo durante le ore lavorative: quindi il parcheggio grande non serviva agli standard, non serviva alle aziende, non serviva nemmeno alle auto, che infatti avevano già espresso parere contrario con assenza qualificata.

    Ma il vecchio disegno prevedeva anche il famoso parco lineare, cioè un parchetto pubblico attrezzato che gli stessi atti descrivono come area “interclusa e lontana da abitazioni”, con conseguente difficoltà di gestione.

    In pratica: prima si voleva abbattere un bosco spontaneo e funzionante, poi costruire un parcheggio sostanzialmente inutile, e dietro metterci pure un parchetto isolato, poco sorvegliabile, difficile da gestire. Una specie di natura sintetica prodotta dopo aver eliminato quella originale.

    Urbanistica livello Mirandola: togliere un bosco vero per costruire un parcheggio vuoto e un parchetto problematico.

    È come buttare via una gallina viva perché il regolamento del 2000 prevedeva un uovo in plastica.

    Poi, nel 2026, arriva finalmente il DOCFAP e scopre l’ovvio con timbro, protocollo e firma digitale: forse è meglio non asfaltare il bosco, forse è meglio tenerlo, forse è meglio sistemarlo, forse è meglio smetterla di inseguire un parcheggio superfluo e un parchetto intercluso che già sulla carta sembrava chiedere aiuto.

    E qui arriva la beffa più bella: la natura non ha solo battuto la burocrazia sul piano urbanistico e persino sul tempo, arrivando prima, crescendo prima e dando una funzione a un vuoto prima che il Comune riuscisse a trasformarlo in un altro problema.

    La natura ha fatto anche risparmiare il Comune.

    L’opzione del 2024 viaggiava infatti su 473.306,68 euro. La nuova opzione, quella che mantiene il bosco, sistema l’area verde, realizza il percorso e l’arredo urbano, sta a 117.640,12 euro.

    Ballano più di 355 mila euro.

    Tradotto: il bosco ha fatto una variante migliorativa prima ancora che qualcuno gliela chiedesse, ha ridotto il consumo di suolo, ha evitato un parcheggio inutile, ha cancellato un parchetto intercluso, ha creato un filtro verde, ha abbassato i costi e ha lasciato risorse della fideiussione disponibili per altre opere di urbanizzazione.

    Però, siccome siamo a Mirandola, anche accorgersi dell’ovvio ha un costo.

    Quel progetto definitivo del 2024 non è piovuto dal cielo come una foglia secca: dietro c’è l’incarico professionale conferito nel 2019 all’ingegner Pullè per progettazione definitiva-esecutiva, direzione lavori, contabilità e coordinamento della sicurezza, con compenso complessivo di 18.905,12 euro.

    E poi, a fine 2025, arriva un’altra determina ancora più gustosa: siccome in circa vent’anni di disuso si è sviluppato un vero e proprio bosco urbano naturale, ma ormai inselvatichito, con rovi, sterpaglie e arbusti che bloccano il passaggio e limitano la visibilità, serve pulire l’area per permettere una qualche valutazione sul successivo livello progettuale.

    Costo della traduzione dal linguaggio degli alberi al linguaggio degli uffici: 6.032,90 euro.

    In pratica: prima paghiamo per progettare il completamento del vecchio disegno, poi 2024 arriva un progetto definitivo ancora agganciato a quella logica, poi ci accorgiamo che il territorio non era rimasto fermo ad aspettare il timbro comunale, poi paghiamo anche per entrare fisicamente nel bosco e capire come modificare il progetto.

    Totale della pedagogia amministrativa, solo guardando queste due voci: 24.938,02 euro.

    Non sono cifre gigantesche, certo.

    Ma sono perfette per raccontare il metodo.

    A Mirandola non basta arrivare tardi.

    Bisogna anche pagare il biglietto del ritardo.

    Il bosco aveva già spiegato tutto gratis: “Cari signori, qui il parcheggio non serve più, il verde esiste già, gli alberi sono cresciuti, il suolo è permeabile, le auto non mancano, forse potete fermarvi”.

    Ma la burocrazia, prima di ascoltarlo, ha avuto bisogno di incarichi, determine, pulizie, valutazioni, protocolli e ulteriori passaggi, perché a Mirandola anche la realtà, per essere riconosciuta, deve presentarsi in triplice copia.

    A Mirandola abbiamo inventato la spending review clorofilliana: non un assessore, non una task force, non un consulente, non un piano strategico.

    Un bosco.

    Il più efficace revisore della spesa comunale, alla fine, aveva le foglie.

    Naturalmente adesso proveranno a raccontarcela come scelta lungimirante, come improvvisa conversione al verde, come nuova sensibilità ambientale, ma la verità è più semplice e molto più divertente: il verde li ha battuti.

    Li ha battuti perché è stato più veloce della macchina comunale, più aggiornato del progetto definitivo, più utile del parcheggio, più sensato del parchetto intercluso, più economico della burocrazia e, soprattutto, più puntuale di un’Amministrazione che nel 2024 stava ancora prendendo sul serio un disegno nato nel 2000.

    Il bosco non nasce da una visione politica, nasce da un ritardo; non nasce da una strategia, nasce da un’incompiuta; non nasce da una grande scelta ecologica, nasce da anni di attesa, da una convenzione scaduta, da un’opera mai completata.

    Però, per una volta, l’abbandono ha prodotto qualcosa di migliore del progetto.

    E questa è forse la morale più mirandolese di tutte: quando il Comune non riesce a finire un’opera, ogni tanto interviene la natura e la corregge, con più pazienza, più intelligenza e molto meno costo.

    A San Giacomo Roncole non è stato approvato un grande piano verde: è successo qualcosa di molto più semplice, molto più poetico e molto più feroce.

    Il parcheggio è rimasto sulla carta.

    Il parchetto intercluso pure.

    Il bosco, invece, è andato in cantiere.

    E ha finito i lavori prima lui.

    Fonti:

  • MIRANDOLA AL 40%

    Storia del dirigente Ululì, dei lavori pubblici in saldo e della macchina comunale che perde pezzi mentre promette miracoli

    C’è un momento, nella vita amministrativa di ogni Comune, in cui la propaganda incontra la realtà.

    A Mirandola, di solito, la realtà arriva con un certo ritardo.
    Come i cantieri.
    Come le varianti.
    Come le inaugurazioni.
    Come le promesse.

    Ma quando arriva, porta sempre con sé una cartellina.

    E dentro la cartellina, questa volta, c’è scritto che il Settore II — quello di Territorio, Ambiente e Lavori Pubblici — entra ufficialmente nella gloriosa stagione del part-time istituzionale.

    Perché mentre la città aspetta scuole, palestre, edifici pubblici, recuperi, manutenzioni, progetti, risposte, cronoprogrammi e magari anche un miracolo edilizio con timbro e protocollo, il dirigente del settore, l’ingegner Andrea Lui — che per comodità poetica chiameremo il dirigente Ululì — ha vinto la procedura di mobilità volontaria esterna presso la Provincia di Cremona.

    Non un sussurro di corridoio.
    Non un pettegolezzo da bar del municipio.
    Non una di quelle voci che “si dice ma non si può dire”.

    Sta scritto nello schema di convenzione.

    Ululì a Mirandola, Cremona ululà.

    Il trasferimento definitivo scatterà dal 1° novembre 2026.
    Però, siccome a Mirandola le cose non finiscono mai di colpo, ma si sfilacciano lentamente come certi rapporti sentimentali in cui uno ha già fatto le valigie e l’altro continua a dire che va tutto bene, nel frattempo si inventano la soluzione elegante:

    dal 4 maggio al 31 ottobre 2026, il dirigente viene usato congiuntamente da Mirandola e Cremona.

    Cremona prende il 60% della prestazione lavorativa.
    Mirandola si tiene il 40%.

    Avete letto bene.

    Il Comune che non riesce a chiudere cantieri interi, ora prova a governarli con un dirigente frazionato.

    Un po’ come voler finire una scuola con mezzo geometra, una variante, tre conferenze stampa e una candela accesa davanti al quadro economico.

    Naturalmente negli atti tutto è scritto con il profumo nobile della burocrazia: la convenzione serve a permettere alla Provincia di Cremona di inserire il dirigente e al Comune di Mirandola di “approntare la riorganizzazione del proprio assetto”.

    Che tradotto dal comunalese significa:

    “Sta andando via, noi intanto vediamo come non far crollare il tavolo.”

    E attenzione, perché qui sta il punto.

    Se questa fosse una fase ordinata di passaggio di consegne, uno si aspetterebbe almeno l’ombra di un dirigente entrante.
    Una selezione avviata.
    Una nomina in arrivo.
    Un sostituto individuato.
    Un nome, una procedura, una traccia, un cartello:

    “Scusate il disagio, stiamo cercando un dirigente vero.”

    Invece, per quanto risulta dagli atti oggi disponibili, il 40% di Ululì non sembra servire ad accompagnare serenamente un nuovo dirigente dentro la macchina comunale.

    Sembra più una di quelle convivenze finali dopo la separazione, quando uno ha già trovato casa altrove e l’altro finge che basti dividersi il frigorifero per salvare il rapporto.

    Altro che passaggio di consegne.

    Qui pare più un passaggio di consegne al vuoto.

    Ma il capolavoro non finisce qui.

    Perché appena il dirigente Ululì comincia a evaporare verso Cremona, ecco arrivare un’altra carezza organizzativa: dal 1° giugno 2026, un istruttore amministrativo assegnato al Servizio Edilizia, Urbanistica, Ambiente, sempre dentro il Settore II, passa da tempo pieno a part-time 18 ore su 36.

    Cioè metà.

    Orario: lunedì, martedì, mercoledì e giovedì, dalle 8:00 alle 12:30.
    Venerdì: disperso.
    Pomeriggio: non pervenuto.
    Continuità amministrativa: rivolgersi a Thor.

    E attenzione: il problema non è il dipendente, che ha tutto il diritto di chiedere il part-time, cambiare vita, lavorare altrove o dedicarsi ad altro, ad esempio la coltivazione dei fichi…

    Il problema è che qui non stiamo parlando dell’ufficio “Decorazioni Natalizie e Cuscini da Cerimonia”.

    Stiamo parlando del settore che dovrebbe seguire territorio, ambiente, edilizia, urbanistica e lavori pubblici.

    Cioè esattamente il cuore tecnico di un Comune che ha più opere incompiute che tagli di nastro riusciti.

    E allora il quadro diventa delizioso.

    Da giugno a ottobre 2026 Mirandola rischia di trovarsi con:

    un dirigente dei Lavori Pubblici al 40%;

    nessun dirigente entrante che, allo stato degli atti disponibili, risulti già pronto a ricevere il testimone;

    un istruttore amministrativo del servizio edilizia-urbanistica-ambiente al 50%;

    i cantieri al 100%;

    i ritardi al 100%;

    le varianti al 100%;

    la propaganda, come sempre, al 200%.

    È la nuova matematica amministrativa mirandolese.

    Non si potenziano gli uffici: si assottigliano.
    Non si rafforza la macchina comunale: si mette a dieta, o come dicono certi consiglieri si formano professionisti, peccato che poi fuggono.
    Non si risolvono i problemi: si spalmano sulle poche ore rimaste.

    Il risultato è un Comune che sembra organizzato come una compagnia telefonica:

    per parlare con i Lavori Pubblici prema 1;
    per parlare con il dirigente attenda novembre;
    per parlare con il dirigente nuovo attenda che esista;
    per parlare con il servizio edilizia richiami entro le 12:30;
    per lamentarsi dei ritardi resti in linea, la sua protesta è importante per noi.

    E intanto la politica cosa fa?

    Riorganizza.
    Annuncia.
    Sorride.
    Taglia nastri immaginari.
    Promette date.
    Parla di futuro con la stessa sicurezza con cui certi cantieri parlano di “fine lavori”.

    Peccato che la realtà sia meno scenografica.

    La realtà dice che il dirigente strategico ha già un piede e mezzo a Cremona.
    La realtà dice che un altro pezzo del servizio passa a metà orario.
    La realtà dice che, al momento, questa non appare come una staffetta ordinata con un dirigente entrante, ma come una sottrazione progressiva di presidio tecnico.
    La realtà dice che gli uffici tecnici, già sotto stress, vengono lasciati a gestire l’impossibile con una dotazione sempre più leggera.

    E allora la domanda non è:

    “Perché Lui va a Cremona?”

    La domanda è molto più cattiva:

    ma se persino chi dovrebbe guidare i lavori pubblici cerca Cremona, cosa sa lui che noi cittadini ancora non sappiamo?

    Forse ha visto il cronoprogramma.
    Forse ha letto le varianti.
    Forse ha capito che a Mirandola il futuro dei cantieri non si misura in mesi, ma in ere geologiche.
    Forse, semplicemente, ha deciso che tra un’opera pubblica mirandolese e il Po, il Po è quello che scorre di più.

    Intendiamoci: nessuno è obbligato a restare.
    I dipendenti non sono prigionieri del Municipio.
    E se uno vince una procedura e va altrove, buon viaggio.

    Ma politicamente resta una fotografia impietosa.

    Un’amministrazione che ama raccontarsi come efficiente si ritrova con il settore tecnico più delicato in modalità risparmio energetico.
    Un Comune che promette opere pubbliche si tiene il dirigente al 40%.
    Una Giunta che parla di futuro deve intanto “approntare la riorganizzazione del proprio assetto”, cioè cambiare le gomme mentre la macchina è già nel fosso, il carro attrezzi non è stato ancora chiamato e l’autista sta spiegando ai passeggeri che il viaggio procede benissimo.

    E senza che, per ora, si veda il nuovo ombrello.

    Questa non è gestione.

    È equilibrismo con il caschetto da cantiere.

    E forse è proprio questa la vera cifra della Mirandola contemporanea:
    cantieri lenti, uffici alleggeriti, dirigenti in partenza, istruttori dimezzati, passaggi di consegne senza consegnatario visibile, e una politica che continua a parlare come se avesse in mano una Ferrari amministrativa.

    Poi apri gli atti e scopri che sotto il cofano c’è un triciclo.

    Con una ruota a Cremona.


    Fonti:
    Delibera di Giunta comunale n. 89 del 29/04/2026, approvazione della convenzione tra Comune di Mirandola e Provincia di Cremona per l’utilizzo congiunto del dirigente Andrea Lui.
    Schema di convenzione allegato: procedura di mobilità volontaria esterna presso la Provincia di Cremona, utilizzo dal 4/05/2026 al 31/10/2026 e prestazione al 60% per Cremona.
    Determina n. 438 del 19/05/2026: trasformazione a part-time 18/36 di un istruttore amministrativo assegnato al Servizio Edilizia Urbanistica Ambiente – Settore II, dal 1/06/2026.

  • LA TECA AL CONTRARIO

    A Mirandola ormai anche le teche hanno poteri paranormali.

    La determina è del 28 aprile.
    Il “preventivo” entra al protocollo il 27 aprile.
    Ma la relazione di lavoro racconta ore già fatte l’8, il 9 e il 16 aprile.

    Una teca ai caduti, sì.
    Ma soprattutto una teca ai vivi: quelli che ancora credono che gli atti amministrativi vengano prima dei lavori.

    E infatti l’allegato non si chiama “preventivo”.
    Si chiama “Chiamata intervento – Relazione di lavoro”.

    Con intervento richiesto.
    Intervento eseguito.
    Ore lavorate.
    Materiali usati.
    E casella “da fatturare”.

    Poi arriva la determina, elegante come un notaio che entra in chiesa dopo il matrimonio e dice:

    “Bene, ora autorizziamo il fidanzamento”.

    Ma c’è un dettaglio ancora più gustoso.

    Il 21 aprile, in un post pubblico, qualcuno si accorge che sotto la Loggia dei Pico restaurata le foto dei partigiani non si vedono più.
    Si chiede se siano state spostate.
    O se i lavori non siano ancora finiti.

    Insomma: al 21 aprile, la teca non risulta ancora lì.

    Poi arriva il 25 aprile.
    Celebrazioni ufficiali.
    Memoria.
    Fasce.
    Corone.
    Discorsi.
    E sotto quella lapide viene deposta una ghirlanda.

    Con la teca già installata.

    Quindi riassumiamo la magia amministrativa:

    il 21 aprile la teca non c’è;
    il 25 aprile la teca c’è;
    il 27 aprile entra il “preventivo”;
    il 28 aprile il Comune affida formalmente la fornitura e posa.

    A Mirandola non si fanno affidamenti diretti.
    Si fanno affidamenti retrospettivi.

    Con variante temporale incorporata.

    Il tutto coperto dal QTE rimodulato dopo la Variante n. 2, approvata il 10 aprile.
    Peccato che due giornate di lavoro risultino già l’8 e il 9 aprile.

    E allora la domanda non è quanto costa la teca.
    La domanda è: quando è stato davvero affidato il lavoro?
    Prima della determina?
    Prima del protocollo?
    Prima ancora che il Comune si ricordasse di scrivere gli atti?

    Perché se il 25 aprile la teca era già lì, la determina del 28 aprile non sembra autorizzare un lavoro futuro.
    Sembra benedire un lavoro già fatto.

    E in fondo è perfetto: una teca per ricordare i caduti.

    Dentro, però, andrebbe messa anche una piccola foto della cronologia amministrativa.

    Caduta pure lei.

    che ci sai dello spoiler nell’immagine?

  • 🇮🇹 DALLE ASTE DA PARATA ALLE ASTE DA FACCIATA

    A Mirandola le aste non sono più oggetti.

    Sono una malattia istituzionale.

    Prima l’asta del gonfalone della Polizia Locale, già da cambiare per misteriosa “usura”, come se fosse stata usata per sfondare il portone di Porta Pia invece che per stare ferma in un ufficio e presenziare a qualche cerimonia.

    Ora il Comune alza l’asticella.

    Letteralmente.

    Con Determina n. 353 del 24 aprile 2026 affida la fornitura e posa di due aste per bandiera in acciaio inox con pennacchio in ottone lucido, complete di canotti e staffe, più un intervento sul cancello grande dell’ingresso scalone.

    Totale: 2.336,30 euro IVA compresa.

    Le sole aste: 1.670 euro più IVA.
    Cioè 835 euro più IVA l’una.
    Circa 1.018 euro ad asta IVA compresa.

    Asta.

    Non antenna NASA.
    Non pennone del Quirinale.
    Non albero maestro dell’Amerigo Vespucci.
    Non reliquia garibaldina intagliata da Celso Ceretti.

    Asta.

    Però con pennacchio in ottone lucido.

    Lucido, perché quando devi raccontare che il Municipio è finalmente rinato, almeno qualcosa deve brillare davvero.

    Il capolavoro però non è il prezzo.

    È il tempismo.

    La determina scrive che i lavori del Palazzo Municipale sono stati ultimati il 20 aprile 2026.

    Il 21 aprile arriva il preventivo.
    Il 22 viene protocollato.
    Il 24 arriva l’affidamento.

    Quindi il Municipio era finito.

    Talmente finito che il giorno dopo servivano ancora aste, staffe, canotti, pennacchi e una ritoccatina al cancello.

    A Mirandola “ultimato” ormai vuol dire:

    finito, ma non pronto;
    pronto, ma non decoroso;
    decoroso, ma senza bandiere;
    con le bandiere, ma solo dopo altri 2.336 euro.

    Non è uno scandalo contabile.

    È molto peggio.

    È la fotografia perfetta di un’amministrazione che confonde la conclusione dei lavori con la posa della scenografia.

    Prima il cantiere.
    Poi la variante.
    Poi la proroga.
    Poi il comunicato.
    Poi il pennacchio.

    Perché qui non si governa il patrimonio pubblico.

    Si apparecchia la facciata.

    E allora eccola, la vera inaugurazione mirandolese: non quella del Municipio restituito alla città, ma quella del Municipio imbellettato, pettinato, lucidato e messo in posa come una salma prima della camera ardente amministrativa.

    Dopo l’asta da parata della Polizia Locale, arrivano le aste da facciata del Palazzo.

    Una reggeva il gonfalone.

    Queste devono reggere qualcosa di molto più pesante:

    la propaganda.

    📚 Fonti
    – Comune di Mirandola, Determinazione n. 353 del 24/04/2026.
    – Preventivo F.lli Zanasi del 21/04/2026.

  • 🏛️ MUNICIPIO: RIAPERTURA AL PUBBLICO (AGIBILITÀ OPZIONALE, CANTIERE INCLUSO)

    C’è un passaggio, in tutta questa storia, che meriterebbe di essere scritto a caratteri cubitali sopra l’ingresso del Municipio, magari al posto dell’orologio:
    ad oggi non esiste evidenza pubblica — ripetiamo: non esiste evidenza pubblica — né di una agibilità, anche solo parziale, né di una formale consegna (anche per stralci) dell’immobile.

    E questo non è un dettaglio per tecnici pignoli.
    Questo è il confine esatto tra un edificio che puoi usare e un edificio che, formalmente, è ancora un cantiere.

    Perché mentre fuori si annuncia con tono rassicurante che “dalla prossima settimana inizierà il trasferimento dei servizi comunali”, dentro gli atti raccontano un’altra storia: una variante approvata il 10 aprile, lavori affidati il 16, tempi che si allungano, lavorazioni ancora in corso, impianti che si modificano, strutture che si adeguano. Non un epilogo, ma un capitolo ancora aperto.

    E allora la domanda, quella vera, non è “si può fare?” — perché in teoria sì, si può anche lavorare e aprire contemporaneamente — ma è:
    con quali atti? con quali certificazioni? con quali responsabilità formalmente assunte?

    Perché se non esiste (pubblicamente) una:

    • certificazione di agibilità parziale delle aree utilizzate
    • formale consegna anticipata o per lotti funzionali
    • chiara separazione giuridica e fisica tra zona cantiere e zona aperta

    allora non stiamo parlando di una gestione sofisticata per fasi, ma di una zona grigia amministrativa in cui la realtà operativa corre più veloce delle carte.


    ⚠️ IL PROBLEMA NON È IL TAGLIO DEL NASTRO. È CHI CI STA DENTRO.

    Perché dentro, da lunedì, non ci vanno solo i comunicati stampa.
    Ci vanno:

    • dipendenti comunali, obbligati a lavorare in quell’ambiente
    • cittadini, che entrano senza sapere nulla di varianti, PSC e interferenze

    E qui la questione diventa meno narrativa e molto più concreta.

    👷‍♂️ Per il personale comunale

    Il dipendente non è un visitatore occasionale:
    è qualcuno che sta lì 8 ore al giorno, dentro un edificio che:

    • è appena stato oggetto di una variante sostanziale
    • ha lavorazioni ancora in corso
    • potrebbe avere impianti non completamente stabilizzati

    Senza un quadro formalizzato di sicurezza aggiornato e validato, il rischio non è teorico:
    è quello di lavorare in un ambiente in cui le condizioni cambiano mentre tu sei già seduto alla scrivania.


    🚶‍♂️ Per l’utenza

    Il cittadino entra convinto di entrare in un edificio “riaperto”.
    Non in un edificio “in fase di completamento con lavorazioni in corso”.

    E la differenza non è semantica, è sostanziale:

    • percorsi promiscui
    • interferenze con lavorazioni
    • eventuali limitazioni non evidenti

    Il tutto mentre la comunicazione istituzionale parla di “riapertura”, parola che nella testa di chi entra significa una cosa sola: è finito.


    🎤 INTERVISTA (SEMPRE PIÙ PREOCCUPATA) AL RESPONSABILE DI CANTIERE

    Fico:
    Ingegnere, quindi possiamo dire che il Municipio è pronto?

    Responsabile (pausa lunga):
    Possiamo dire che è… utilizzabile. Che è diverso.

    Fico:
    Ma esiste un’agibilità, anche parziale?

    Responsabile:
    Io esisto, lei esiste, l’agibilità… non l’ho ancora vista passare.

    Fico:
    E la consegna dell’immobile?

    Responsabile:
    Se la trova, me la segnali. Così la leggiamo insieme.

    Fico:
    Però gli uffici aprono.

    Responsabile:
    Sì, aprono. Anche i cantieri, a volte, restano aperti.

    Fico:
    Il personale è al sicuro?

    Responsabile (sospira):
    La sicurezza non è uno slogan. È un documento. E soprattutto è una responsabilità.

    Fico:
    E i cittadini?

    Responsabile:
    I cittadini entrano pensando che sia finito.
    Il problema è che il cantiere non è stato avvisato.


    🎯 CONCLUSIONE

    Qui non si tratta di essere contro una riapertura.
    Qui si tratta di chiamare le cose con il loro nome.

    Perché se:

    • i lavori sono ancora in corso
    • le varianti sono appena state approvate
    • non c’è evidenza pubblica di agibilità o consegna

    allora non è una riapertura.

    È una convivenza forzata tra cantiere e istituzione, raccontata come se fosse una restituzione alla città.

    E in mezzo, come sempre, ci stanno le persone.

    fonti: determina 307/2026 affidamento lavori variante 2 palazzo comunale:
    https://mirandola.trasparenza-valutazione-merito.it/web/trasparenza/papca-p/-/papca/display/1618040

    comunicazione pubblica trasloco servizi :
    https://www.comune.mirandola.mo.it/novita/notizie/servizi-comunali-inizia-il-trasferimento-al-municipio-storico

  • PALAZZO COMUNALE: A MIRANDOLA LA POLITICA ARRIVA DOPO. PRIMA CORRONO DETERMINE, TRASLOCHI E PROPAGANDA

    A Mirandola ormai il meccanismo pare questo:
    prima si impegnano i soldi, poi si annuncia il rientro trionfale degli uffici, poi si prepara il clima da inaugurazione, e solo alla fine — forse, con calma, se capita — si concede ai cittadini la visione dell’atto politico che dovrebbe stare all’origine di tutto.

    La determina n. 307 del 16 aprile 2026 c’è.
    Esiste, pesa, produce effetti, sposta soldi veri, affida lavori veri, aggiorna numeri molto reali.
    E non parliamo di spiccioli buttati in fondo a una delibera tecnica che nessuno legge: parliamo di una maggiore spesa di 1.180.084,25 euro per la variante n. 2 del Palazzo Comunale. Dentro ci stanno 1.117.349,43 euro per lavori e 62.734,82 euro per spese tecniche. L’importo contrattuale sale a 7.741.624,41 euro. Il quadro complessivo dell’intervento arriva a 10.114.935,30 euro. Dieci milioni abbondanti. Un’altra abbondante colata di denaro pubblico sul cantiere infinito del Municipio storico.

    La stessa determina, nero su bianco, richiama la delibera di Giunta n. 73 del 10/04/2026, cioè l’atto politico che avrebbe approvato la variante, che per sua natura dovrebbe essere accompagnato anche da tutti gli allegati tecnici in grado di spiegare nel dettaglio i motivi e la descrizione puntuale delle modifiche introdotte.
    Benissimo. Perfetto. Magnifico.
    Peccato che, almeno per quanto risulta dalla pubblicazione consultabile, questa delibera non si veda ancora.

    Ed è qui che il giochetto istituzionale diventa interessante.
    Perché in un Comune normale il percorso dovrebbe essere semplice persino per un cristiano non specializzato in archeologia amministrativa:
    prima la politica approva e si assume la responsabilità della scelta;
    poi gli uffici eseguono;
    poi la comunicazione racconta.
    A Mirandola no.
    Qui il film sembra montato al contrario: la determina esce, la propaganda si muove, il trasloco parte, la delibera rincorre.

    Ed ecco infatti la seconda perla.


    Mentre l’atto politico richiamato nella determina ancora non compare pubblicamente, il Comune ha già iniziato a raccontare alla città il rientro dei servizi nel Municipio storico. Dalla prossima settimana si parte con la prima fase del trasferimento. Tornano Stato Civile, Polizia Mortuaria, Elettorale, Cimiteriale, Protocollo. L’Anagrafe arriverà dopo. E sullo sfondo si prepara pure la liturgia della piena restituzione, con tanto di cerimonia di riapertura annunciata.
    Capolavoro.
    Il trasloco è pubblico.
    L’annuncio è pubblico.
    La celebrazione è pubblica.
    L’atto politico che sorregge la variante milionaria, invece, per il cittadino resta ancora dietro il sipario.

    È una meraviglia istituzionale tutta mirandolese:
    prima i fatti materiali, poi la narrazione, poi forse la trasparenza.
    Prima il Comune ti dice che si rientra.
    Poi ti mostra che si rientra.
    Poi ti invita quasi ad applaudire il rientro.
    E solo dopo, forse, ti mette nelle condizioni di leggere con ordine l’atto politico che giustifica l’ennesima variante da oltre un milione.

    In pratica la politica non governa più la sequenza degli atti: la insegue.
    L’amministrazione la sorpassa.
    La comunicazione la scavalca.
    E il cittadino resta lì, trattato come l’ultimo a cui spiegare le cose, ma il primo chiamato a pagarle.

    Perché questo è il punto che non va mai perso di vista: qui si stanno spendendo altri soldi grossi, non si sta correggendo la tinta di una parete. La variante n. 2 non è il classico ritocchino finale da cantiere complicato. Gli allegati tecnici raccontano tutt’altro: raccontano un’opera che continua a cambiare mentre è già in corsa, come se il progetto definitivo, la gara, il contratto, gli anni di lavori e perfino la variante precedente non fossero ancora bastati a definire davvero che cosa dovesse diventare questo benedetto Municipio.

    Il verbale di concordamento nuovi prezzi della variante 2 mette in fila 100 nuovi prezzi: 39 per opere architettoniche, 23 per restauro, 14 per impianti termoidraulici e 24 per impianti elettrici. Non è una rifinitura. È una seconda riscrittura del palazzo mentre il palazzo è già in lavorazione da anni.

    Dentro c’è di tutto.
    Opere esterne su via Curtatone, Piazza Mazzini, Vicolo Palazzo, Piazza Costituente.
    Modifiche a infissi, controsoffitti, compartimentazioni, impianti già realizzati, botole di ispezione, pavimentazioni, nuove finiture della scala, adattamenti di locali tecnici, spostamenti dell’anagrafe, prese dati, Wi-Fi, CED, marcatempo, fibra, telecamere esterne, punti acqua aggiuntivi, modifiche da fare dopo che altre cose erano già state posate.
    In sostanza: non solo il classico “imprevisto del palazzo storico”, ma una quantità notevole di aggiustamenti che odorano di edificio pensato una volta e ripensato una seconda, mentre i lavori sono già in stato avanzato.

    E infatti negli allegati si trovano perfino lavorazioni esplicitamente richieste dalla committenza o dall’amministrazione appaltante, come la predisposizione per 15 telecamere esterne di videosorveglianza comunale richieste dall’Amministrazione appaltante e l’aggiunta di punti acqua per macchina caffè richiesti dalla committenza. È il dettaglio che smonta la favoletta della variante tutta e solo figlia del destino cinico e baro del restauro storico: qui dentro ci sono anche scelte funzionali, organizzative, aggiunte volute.

    Ma la perla poetica, quella che da sola meriterebbe una targa commemorativa sulla facciata, è un’altra.
    Tra i nuovi prezzi compare una voce da 5.440,63 euro per la fornitura e posa di un sistema di protezione del gruppo in pietra di Nanto posto sulla facciata principale del Palazzo Municipale, cioè una rete/fodera pensata per trattenere eventuali distacchi del gruppo lapideo dell’orologio. Il documento parla di distacchi “purtroppo inevitabili”. Ed eccolo lì, il simbolo perfetto dell’intera operazione: sopra il palazzo bisogna mettere una rete per trattenere i pezzi che rischiano di cadere, e sotto il palazzo si allestisce la narrazione del rientro come se tutto fosse lineare, armonico, naturale.

    È una metafora troppo bella per non dirla male:
    Mirandola restituisce il Municipio storico ma intanto gli mette la rete, come a certi balconi malmessi e a certe narrazioni amministrative che stanno insieme per contenimento, non per solidità.
    Si trattengono i pezzi del frontone.
    Si trattengono i pezzi del racconto.
    Si trattengono i pezzi della logica istituzionale.

    Perché tutto questo, messo insieme, produce un’impressione sgradevolissima:
    la Giunta dovrebbe essere il luogo in cui la scelta politica prende forma visibile e assumibile; invece qui l’atto politico pare un’ombra evocata dalla determina, mentre il grosso della scena è occupato dagli uffici che eseguono e dalla comunicazione che lucida il risultato.
    In altre parole: la politica non decide davanti ai cittadini, ma viene richiamata a posteriori mentre la macchina è già partita.

    E allora il problema non è solo il costo, pur enorme.
    Non è solo la variante, pur gigantesca.
    Non è solo la rete sul frontone, pur tragicomica.
    Il problema è il metodo.
    Il metodo per cui i cittadini dovrebbero accettare come normale una sequenza rovesciata:
    prima l’effetto economico,
    poi l’effetto simbolico,
    poi — chissà — la visibilità ordinata della causa politica.

    No, non è normale.
    Non è sano.
    E non è neppure rispettoso di chi paga.

    Perché qui alla fine il messaggio che passa è semplice e offensivo:
    voi cittadini non avete bisogno di capire prima. Vi basta vedere dopo.
    Vi basta il comunicato sul rientro.
    Vi basta la cerimonia.
    Vi basta il palazzo riaperto.
    Vi basta la foto.
    Le carte vere, il loro ordine, il loro peso politico, le loro omissioni temporali, quelle lasciatele a chi ha tempo di scavare.

    E invece no.
    Proprio perché si parla di un palazzo simbolico, di una ricostruzione interminabile, di una variante da oltre un milione e di un quadro economico che supera i dieci milioni, gli atti politici dovrebbero precedere nettamente sia le determine sia la comunicazione trionfale, non inseguirle col fiatone come un parente in ritardo al matrimonio.

    A Mirandola, invece, siamo alla formula definitiva del governo rovesciato:
    prima la determina spende, poi il Comune celebra, poi la delibera — se e quando compare — serve quasi solo a ratificare a vista un film già iniziato.

    Ed è per questo che la vera immagine del Palazzo Comunale oggi non è la facciata restaurata.
    È la facciata restaurata con sopra la rete che trattiene i pezzi, e sotto gli scatoloni del trasloco già pronti per la festa.
    Una perfetta allegoria civica:
    sopra si contengono i crolli, sotto si anticipa la propaganda. In mezzo, la politica manca all’appello.

    Fonti: determina n. 307 del 16/04/2026 sul Palazzo Municipale

  • IL RITORNO DELLA LETY SUL TRONO ELETTRICO

    ovvero: se il tavolo storico era sopravvissuto al terremoto, perché mai dovevamo regalare alla giunta un nuovo giocattolo cablato?

    Ci sono spese che almeno hanno la decenza di fingersi necessarie. E poi ci sono quelle che sembrano partorite direttamente da una fantasia da piccolo ducato padano, dove il problema non è amministrare bene, ma farlo con abbastanza scenografia da far capire a tutti chi comanda.

    Nel pacchetto arredi per il nuovo Palazzo municipale compare infatti un pezzo forte, anzi fortissimo: un tavolo di giunta a ferro di cavallo, modulare, completo di 13 top access, dentro una fornitura complessiva da 113.350 euro netti, pari a 138.287 euro IVA compresa.

    Fin qui uno potrebbe anche sbadigliare. Ma poi arriva il dettaglio che trasforma il mobile in una dichiarazione morale. Il prospetto economico dice che il tavolo giunta fornitura e posa costa 29.000 euro, da cui vengono tolti 2.200 euro di top access “previsti inizialmente”, ottenendo un totale tavolo giunta senza elettrificazione di 26.800 euro. E subito dopo compare la vera poesia amministrativa: “elettrificazione tavolo giunta”, con 13 nuovi top access, “di due dimensioni”, completi di multiprese e cavi di alimentazione, per altri 8.957 euro netti.

    Tradotto dal burocratese: il tavolo della giunta non è un tavolo. È un gadget di potere. Un altare tecnologico. Un ferro di cavallo cablato, pensato non per decidere meglio, ma per decidere con più comfort, più posa, più effetto astronave. In totale il solo tavolo, con la sua anima elettrificata, arriva a 35.757 euro netti oppure se preferite circa 43.624 euro IVA compresa

    Ma il punto più irritante non è nemmeno il prezzo. È il contesto. Perché se davvero, come noto, il vecchio tavolo della giunta era stato recuperato dal municipio terremotato ed era stato reinstallato nel municipio temporaneo, allora la scelta più logica, più lineare, più perfino simbolica, sarebbe stata riportarlo a casa. Rimettere il tavolo storico nella sala storica. Restituire alla sede restaurata anche il suo arredo, invece di approfittare del rientro per mettere in scena la fiera dell’upgrade istituzionale.

    Invece no. A Mirandola il ritorno nel municipio restaurato non diventa il ritorno delle cose al loro posto. Diventa il pretesto per fare il salto dal tavolo della continuità al tavolo della vanità elettrificata. Come se il problema del Comune, dopo quattordici anni di ferite, attese, proroghe, lavori e rinvii, fosse che alla giunta mancassero abbastanza botole con multiprese.

    Naturalmente i documenti parlano solo di top access, prese e cavi. Non parlano, almeno per ora, di funzioni avanzate di controllo politico. Ma qui entra in campo la satira che dopo un assist del genere non può rimanere muta.

    Intervista immaginaria alla Lety davanti al tavolo elettrificato

    Fico: Sindaca, ci spiega perché per il tavolo della giunta servivano quasi novemila euro solo di elettrificazione?

    Lety: Perché governare oggi richiede strumenti moderni.

    Fico: Cioè tredici botole con prese?

    Lety: Non le chiami botole. Le chiamiamo stazioni operative di comando.

    Fico: E a cosa servono, precisamente?

    Lety: A molte cose. Alimentare dispositivi. Ordinare i cavi. Dare efficienza all’azione amministrativa. E, nei casi più delicati, intervenire sul fattore umano.

    Fico: Intervenire sul fattore umano?

    Lety: Certo. Sotto il tavolo c’è un pannello nascosto. Molto discreto. Elegante. I cittadini non lo vedono, gli assessori lo temono.

    Fico: E cosa fa questo pannello?

    Lety: Dipende dalla modalità selezionata. C’è “silenzio istituzionale”, molto utile quando qualcuno inizia a fare domande sbagliate. C’è “immobilizzazione prudenziale”, nel caso un assessore abbia improvvisi scatti di autonomia. E poi c’è la funzione più raffinata: “richiamo elettrico”.

    Fico: Vuole dire una scossa?

    Lety: Io preferisco dire: un incentivo alla disciplina.

    Fico: E si può scegliere l’assessore da colpire?

    Lety: Questa è la bellezza della tecnologia. Una volta bisognava fulminarli tutti politicamente. Oggi puoi lavorare sul singolo.

    Fico: E quale assessore sceglierebbe per primo?

    Lety: Quella con i capelli rossi.

    Fine dell’intervista. Ma in realtà il punto serio è proprio questo. In un Comune normale, con un minimo di pudore istituzionale, il ritorno nella sede restaurata dopo il sisma sarebbe stato raccontato anche come ricucitura materiale della storia: il palazzo torna ad essere palazzo, la sala torna ad essere sala, il tavolo della giunta torna al suo posto. Qui invece la logica sembra un’altra: non riportare, ma sostituire; non recuperare, ma allestire; non continuità, ma upgrade; non sobrietà, ma rappresentazione.

    E così il tavolo della giunta diventa perfetto come simbolo di questa amministrazione: non basta sedersi a decidere, bisogna sedersi bene, sedersi su misura, sedersi cablati, sedersi con abbastanza prese da far sembrare la riunione di giunta il ponte di comando di una nave da crociera.

    Tutto molto moderno. Tutto molto connesso. Tutto molto accessoriato. Tranne forse il collegamento con il senso della misura.

    Perché alla fine è questo che dà fastidio. Non il legno. Non i cavi. Non le multiprese. Ma l’idea di fondo: che il ritorno nel municipio restaurato non fosse l’occasione per restituire dignità a ciò che era stato salvato, bensì per regalare alla corte un nuovo trono elettrificato.

    E allora sì, forse la funzione più utile di quel pannello nascosto esiste davvero. Non serve a immobilizzare gli assessori. Serve a immobilizzare il buon senso, ogni volta che prova a sedersi al tavolo.

    E se domani qualcuno venisse a raccontare che non era il tavolo della giunta ma quello del consiglio comunale, non cambierebbe assolutamente nulla: la spesa resterebbe discutibile, il principio resterebbe lo stesso e il vizio di fondo pure. Sempre di nuovo arredo costoso ed elettrificato si tratterebbe, mentre sarebbe stato assai più dignitoso riportare nella sede restaurata ciò che dal sisma era stato salvato. Con una differenza, però: in quel caso al conto si aggiungerebbe anche la figuraccia. Perché spendere così per un tavolo è già notevole; non sapere nemmeno con precisione quale tavolo si sta raccontando sarebbe il tocco finale di una comicità amministrativa involontaria.

    Fonti documentali: determina n. 295 del 14/04/2026 sull’allestimento della sala consiliare e del front-office; prospetto economico con le voci “tavolo giunta a ferro di cavallo”, “totale tavolo giunta senza elettrificazione” ed “elettrificazione tavolo giunta” per 8.957 euro netti.