IL BIOMEDICALE È STRATEGICO. I LAVORATORI SONO ACCESSORI DI SCENA.

Quando la crisi Gambro-Vantive scoppiò per la prima volta, la Lety corse.

Corse con gli altri sindaci, corse con le dichiarazioni, corse con la vicinanza, corse con la fascia tricolore stirata bene e il tono grave di chi ha appena scoperto che il biomedicale non è solo uno sfondo per i convegni, ma anche gente vera che lavora, produce, timbra, si preoccupa e magari ha pure un mutuo.

A febbraio era tutto un fiorire di “piena vicinanza”, “massima attenzione”, “non possiamo restare indifferenti”, “presenza necessaria dei sindaci”. Parole importanti. Parole solenni. Parole da mettere in cornice, possibilmente vicino al badge dell’Auditorium.

Poi però la crisi ha avuto una pretesa fastidiosa: non si è accontentata del comunicato stampa.

È andata avanti.

E il 19 maggio la situazione è diventata perfino più grave: il tavolo al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, fissato da quasi due mesi, salta. Niente nuova data. Niente spiegazioni convincenti. Niente risposte chiare. I lavoratori scioperano. I sindacati chiedono trasparenza sulla vendita, sull’advisor, sul perimetro dell’operazione, sui potenziali acquirenti, sugli investimenti, sul futuro di centinaia di famiglie.

E lì, nel momento in cui la “vicinanza” avrebbe dovuto farsi presenza, corpo, piazzale, faccia, scarpe sull’asfalto e non frasetta nel comunicato, la Lety scompare dal quadro.

Non risulta nelle cronache del presidio.

Non risulta protagonista della mobilitazione.

Non risulta in prima fila con i lavoratori.

Risulta invece, il giorno dopo, comodamente ricomparsa dove il biomedicale non puzza di sciopero, non fa domande scomode, non chiede garanzie occupazionali e soprattutto non obbliga nessuno a guardare negli occhi chi rischia il futuro.

All’Auditorium Rita Levi Montalcini.

Lì sì che il biomedicale torna bello.

Pulito.

Numerato.

Addomesticato.

512 imprese.
Oltre 14.500 occupati.
131 milioni investiti in ricerca e innovazione.
Polo europeo.
Asset strategico.
Capitale umano.
Ecosistema integrato.
Manifattura avanzata.
Intelligenza artificiale.
Sostenibilità.
Resilienza.

Una meraviglia.

Perfetto per il ritmo di lettura da mitragliatta della Lety.

Peccato che appena il “capitale umano” smette di essere una formula da slide e diventa lavoratori in sciopero davanti ai cancelli, la poesia istituzionale si inceppa.

Perché questa è la fotografia politica: davanti alla crisi vera, la sindaca che a febbraio proclamava la necessità di esserci pare molto meno necessaria. Davanti al convegno, invece, la presenza torna improvvisamente utilissima.

Quando ci sono i lavoratori, prudenza.

Quando ci sono i numeri, entusiasmo.

Quando c’è il piazzale, silenzio.

Quando c’è la poltroncina, comunicato.

Quando c’è da chiedere conto al Ministero di un tavolo saltato senza una data, passo felpato.

Quando c’è da celebrare il biomedicale come grande vanto territoriale, tutti in posa dentro la brochure vivente dell’eccellenza emiliana.

E allora viene da chiedersi: ma per la Lety il biomedicale cos’è?

Un settore da difendere quando trema?

O un fondale da inaugurare quando brilla?

Perché l’eccellenza industriale non è un soprammobile da esibire nei giorni buoni. Non è una vetrinetta da lucidare quando arrivano Regione, Ministero, relatori e fotografi. È anche il luogo dove centinaia di lavoratori scoprono che il proprio futuro può essere sospeso da una multinazionale, da un fondo, da una vendita globale e da un Ministero che rinvia il tavolo come fosse una riunione di condominio.

E lì si vede la differenza tra la politica e la scenografia.

La politica sta dove il problema brucia.

La scenografia sta dove il problema è già stato trasformato in titolo, grafico, percentuale e applauso.

La Lety, a febbraio, aveva detto che non si poteva restare indifferenti.

Perfetto.

Il Fico prende nota.

Ma l’indifferenza non è solo non dire nulla.

A volte l’indifferenza è dire moltissimo, purché lontano dal punto esatto in cui bisognerebbe esserci.

A volte è riempirsi la bocca di “14.500 occupati” mentre pochi chilometri più in là centinaia di occupati veri chiedono di non essere trattati come una riga sacrificabile nel bilancio mondiale di un fondo.

A volte è celebrare il “capitale umano” stando alla larga dagli esseri umani.

A volte è difendere il biomedicale solo quando non disturba.

E questa, purtroppo, è la specialità della politica da auditorium: prendere una crisi, togliere i lavoratori, aggiungere tre numeri, due formule, un relatore ministeriale, una foto istituzionale, e servirla come eccellenza del territorio.

Il risultato è perfetto.

Una crisi industriale con vista convegno.

Una solidarietà a intermittenza.

Una sindaca presente quando il biomedicale applaude se stesso, molto meno visibile quando il biomedicale chiede aiuto.

Mirandola, cuore del distretto biomedicale.

Peccato che quando il cuore va in fibrillazione, qualcuno preferisca misurargli il battito da una comoda poltrona.

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