
C’è una cosa che andrebbe detta subito, prima che qualcuno ricominci con la solita fiera delle bandierine piantate sul dolore.
Nella mente di chi compie un gesto folle, criminale, devastante, noi non possiamo entrare.
Non possiamo entrare nella testa di chi, nella notte tra il 20 e il 21 maggio 2019, appiccò l’incendio alla sede della Polizia Municipale di via Roma, provocando una tragedia che Mirandola non potrà mai dimenticare.
Ma negli atti di un’Amministrazione comunale, invece, si può entrare benissimo.
E infatti noi lì entriamo.
Entriamo nelle determine, nelle delibere, nei quadri economici, nei progetti, negli incarichi, nelle promesse, nelle candidature, nei soldi assicurativi, nei puntelli e nelle lamiere.
Perché il rispetto per le vittime non si misura con i post commemorativi scritti una volta all’anno.
Si misura anche, e forse soprattutto, da ciò che una città fa del luogo materiale della tragedia.
E qui il problema è enorme.
Perché l’ex sede della Polizia Locale di via Roma non è solo un edificio danneggiato. È una ferita urbana. È il punto fisico in cui Mirandola ha perso due donne innocenti, ha visto famiglie evacuate, appartamenti bruciati, un presidio pubblico distrutto, una comunità lacerata.
Eppure, a distanza di anni, quell’edificio non è stato recuperato.
Non è stato restituito alla città.
Non è tornato a essere un luogo vivo, utile, dignitoso.
È rimasto lì: inagibile, chiuso, vulnerabile, degradato, raccontato mille volte negli atti e pochissime nei fatti.
Gli atti del 2019 parlavano già di urgenza. La Giunta approvò un progetto definitivo-esecutivo per la messa in sicurezza dell’immobile, proprio per consentire l’accesso in sicurezza e procedere alla stima dei danni.
La determinazione successiva affidò i lavori di messa in sicurezza, con posa di puntelli telescopici per sorreggere le parti danneggiate e permettere le operazioni peritali. Poi arrivarono gli incarichi di progettazione. Già nel luglio 2019 venne affidato un incarico professionale per la messa in sicurezza, il ripristino e la ristrutturazione dell’immobile denominato Ex Milizia, parte comunale, danneggiato dall’incendio. Non solo: negli atti si parlava esplicitamente anche di revoca dell’inagibilità e di rientro delle famiglie negli appartamenti.
Poi arrivarono gli indennizzi assicurativi.
Nel 2021 il Comune quantificò i danni al fabbricato: 407.300 euro per il Comune, 120.552 euro per ACER, più supplementi e somme legate a demolizioni e sgomberi. Nello stesso atto si richiama anche un progetto di messa in sicurezza, ripristino e ristrutturazione quantificato in 740.000 euro.
Poi arrivò il progetto museale.
L’Ex Milizia doveva diventare anche spazio culturale, museo, sale espositive. Nel 2021 si fecero indagini strutturali per il recupero dell’unità destinata a Museo e Sale espositive.
Sempre nel 2021 si affidò al Politecnico di Milano un incarico per le linee di indirizzo del Museo Jean Mascii all’interno dell’Ex Milizia.
Poi arrivò il progetto PNRR.
Nel 2022 la Giunta approvò un progetto definitivo da 1.086.400 euro per trasformare l’immobile di via Roma/via Greco in spazio per attività culturali e socio-assistenziali: al piano terra casa delle associazioni, spazi d’incontro e sala conferenze; al primo piano tre appartamenti danneggiati dall’incendio destinati a profughi in fuga dalle guerre.
Bellissimo.
Sulla carta.
Perché quel progetto non è mai partito.
La candidatura PNRR non ha prodotto il recupero. Il cantiere di rinascita non si è visto. L’edificio non è stato restituito alla città.
E allora la domanda è semplice: dopo anni di parole, progetti, commemorazioni, accuse, proclami e dito puntato contro quelli di prima, che cosa è stato fatto davvero?
I consolidamenti.
I puntelli.
La messa in sicurezza.
E, per quanto risulta, due lamiere messe a chiudere gli accessi posteriori.
Due lamiere.
Ecco il grande monumento amministrativo alla memoria.
Non un recupero.
Non un progetto realizzato.
Non appartamenti restituiti all’edilizia sociale.
Non uno spazio pubblico riconsegnato alla città.
Non un luogo ferito trasformato in luogo di comunità.
Due lamiere.
Il punto non è negare la tragedia. Il punto è l’esatto contrario: prenderla finalmente sul serio.
Perché se quell’edificio fosse stato recuperato, oggi Mirandola avrebbe potuto avere appartamenti sociali, spazi per associazioni, funzioni pubbliche, un luogo capace di ricucire almeno simbolicamente lo strappo del 2019.
E invece no.
La ferita è rimasta aperta.
E questo offende prima di tutto le vittime. Offende la loro memoria. Offende i familiari. Offende i residenti che da anni vedono quel pezzo di città bloccato in una specie di lutto amministrativo permanente.
Fa abbastanza impressione vedere certa politica ricordare ogni anno via Roma come simbolo della svolta, quando proprio quella politica, per due amministrazioni di centrodestra, non è riuscita a dare una risposta vera al luogo simbolo di quella tragedia.
Perché una cosa è vincere le elezioni cavalcando una ferita.
Un’altra è curarla.
E qui la ferita non è stata curata.
È stata protocollata.
È stata assicurata.
È stata candidata.
È stata descritta in quadro economico.
È stata destinata a museo, poi a sale espositive, poi a casa delle associazioni, poi ad alloggi per profughi.
Ma non è stata guarita.
A Mirandola si è detto: “abbiamo mandato a casa quelli di prima”.
Benissimo.
Poi però bisognava mandare avanti il recupero.
E lì, curiosamente, la grande energia morale della propaganda si è trasformata nella consueta postura amministrativa mirandolese: schiena dritta in campagna elettorale, ginocchia molli davanti ai cantieri.
Perché ridare dignità all’ex sede della Polizia Locale avrebbe avuto un valore enorme.
Avrebbe significato dire alla città: qui è accaduto qualcosa di terribile, ma noi non lasciamo che il luogo della tragedia diventi un rudere, un bivacco, un retrobottega della memoria, una pratica da spostare da un ufficio all’altro.
Avrebbe significato onorare davvero Marta Goldoni e Yaroslava Kryvoruchko.
Non con le frasi solenni.
Con i mattoni.
Con gli appartamenti.
Con una porta riaperta legalmente, non con due lamiere per impedire ingressi abusivi.
La memoria non è solo scrivere i nomi delle vittime alla fine di un post.
La memoria è anche impedire che il luogo in cui sono morte diventi il simbolo dell’incapacità di amministrare dopo aver predicato giustizia, sicurezza e riscatto.
Perché nella mente di un folle non possiamo entrare.
Ma negli atti del Comune sì.
E gli atti, purtroppo, raccontano una cosa molto semplice:
Mirandola ha avuto il tempo per trasformare via Roma in un segno di rinascita.
Ha avuto progetti.
Ha avuto indennizzi.
Ha avuto incarichi.
Ha avuto destinazioni d’uso.
Ha avuto perfino il PNRR da tentare.
Quello che non ha avuto è il recupero dell’edificio.
E allora forse, prima di usare ancora quella tragedia come randello politico, qualcuno dovrebbe fare una cosa molto più semplice, molto più seria, molto più rispettosa.
Aprire il fascicolo.
Guardare l’edificio.
Guardare le lamiere.
E chiedersi se davvero questa sia la dignità che Mirandola doveva restituire a via Roma.

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