Categoria: scuola

Ida Wells

  • 𝗖𝗢𝗗𝗜𝗖𝗘 𝗥𝗢𝗦𝗦𝗢 𝗣𝗡𝗥𝗥: 𝗜𝗟 𝗖𝗔𝗡𝗧𝗜𝗘𝗥𝗘 𝗗𝗔𝗡𝗧𝗘 𝗘̀ 𝗜𝗡 𝗔𝗥𝗥𝗘𝗦𝗧𝗢 𝗖𝗔𝗥𝗗𝗜𝗔𝗖𝗢

    «Caricate a 45 giorni!»

    La dottoressa Lety stringe il defibrillatore tra le mani. Sul lettino del pronto soccorso amministrativo giace il cantiere dell’ex scuola Dante Alighieri: pallido, pieno di tubi, coperto di varianti e con nove proroghe annotate sulla cartella clinica.

    Doveva alzarsi e camminare nel marzo 2025.

    Siamo nel luglio 2026 e il paziente continua a essere tenuto in vita artificialmente.

    SCARICA!

    Il monitor emette un debole bip.

    La nuova prognosi dice che i lavori dovrebbero terminare il 13 agosto 2026. L’impresa aveva chiesto altri 90 giorni, la Direzione lavori ne ha concessi 45, senza che nella determina compaia un vero cronoprogramma capace di spiegare come si dovrebbe arrivare vivi al traguardo.

    E qui comincia il vero episodio di ER – Emergenza Rendicontazione.

    Perché il 13 agosto non è la fine della storia. È soltanto il momento in cui, teoricamente, gli operai dovrebbero posare l’ultimo attrezzo.

    Poi bisogna verificare che tutto sia stato davvero eseguito. Redigere il verbale di ultimazione. Chiudere la contabilità. Controllare misure, lavorazioni e certificazioni. Effettuare il collaudo statico, quello tecnico-amministrativo e quello funzionale degli impianti. Risolvere eventuali difetti. Raccogliere dichiarazioni di conformità, fatture, pagamenti e documentazione PNRR. Infine caricare, controllare e validare la rendicontazione. Per questo cantiere il Comune aveva affidato espressamente anche il collaudo statico, tecnico-amministrativo e funzionale degli impianti.

    Tutto questo dovrebbe avvenire nello spazio compreso tra il 13 agosto e la fine del mese.

    Diciassette giorni di calendario.

    In mezzo c’è Ferragosto.

    Il periodo dell’anno in cui imprese, professionisti, fornitori, collaudatori e uffici pubblici lavorano spesso a ranghi ridotti. Quello in cui basta una firma mancante, un certificato da correggere, una prova impiantistica non superata o un funzionario assente per trasformare un giorno di ritardo in una settimana.

    E il paziente non deve semplicemente respirare.

    Deve alzarsi dal lettino, correre una maratona, superare tutti gli esami clinici e presentarsi alla Commissione europea con la cartella sanitaria perfettamente compilata.

    Nel frattempo esiste anche una variante numero due ancora in corso di approvazione, contenente lavorazioni che la stessa Direzione lavori riconosce di avere richiesto. Quindi si dovrebbe terminare il cantiere, approvare la variante, completarne le opere, contabilizzarle, verificarle e collaudarle mentre mezza Italia sta scegliendo tra mare e montagna.

    «Pressione?»

    «In caduta.»

    «Variante?»

    «Non ancora approvata.»

    «Collaudo?»

    «Da fare.»

    «Rendicontazione?»

    «Aspettiamo che rientri il collega dalle ferie.»

    «Fondi PNRR?»

    «Prognosi riservata.»

    ALTRA SCARICA!

    La dottoressa Lety guarda il monitor e ripete che il nuovo termine sarebbe “coerente con i target PNRR”.

    Coerente come?

    La determina non lo spiega. Lo dichiara e basta. Una specie di diagnosi per fede: il paziente è gravissimo, ma nel referto scriviamo che è compatibile con una pronta guarigione.

    Il rischio è che il 13 agosto non rappresenti la guarigione del cantiere, ma soltanto l’inizio dell’agonia burocratica.

    Perché un edificio non è concluso quando si smette di lavorarci. È concluso quando le opere sono ultimate, verificate, collaudate, contabilizzate e rendicontate correttamente.

    E se qualcosa si inceppa nella corsa di Ferragosto, non basterà più urlare:

    “LIBERA!”

    A rischiare di andare in arresto cardiaco non sarà soltanto il cantiere.

    Saranno anche i contributi PNRR.

    𝗗𝗢𝗣𝗢 𝗡𝗢𝗩𝗘 𝗣𝗥𝗢𝗥𝗢𝗚𝗛𝗘, 𝗗𝗨𝗘 𝗩𝗔𝗥𝗜𝗔𝗡𝗧𝗜 𝗘 𝗤𝗨𝗔𝗦𝗜 𝗧𝗥𝗘 𝗔𝗡𝗡𝗜 𝗗𝗜 𝗖𝗔𝗡𝗧𝗜𝗘𝗥𝗘, 𝗟𝗔 𝗦𝗣𝗘𝗥𝗔𝗡𝗭𝗔 𝗡𝗢𝗡 𝗘̀ 𝗨𝗡 𝗖𝗥𝗢𝗡𝗢𝗣𝗥𝗢𝗚𝗥𝗔𝗠𝗠𝗔.

    E il defibrillatore non è uno strumento di rendicontazione.

  • 𝗟𝗔 𝗖𝗛𝗜𝗢𝗖𝗖𝗜𝗢𝗟𝗔 𝗖𝗢𝗟 𝗚𝗨𝗦𝗖𝗜𝗢 𝗕𝗨𝗖𝗔𝗧𝗢

    C’era una volta un 𝗻𝗶𝗱𝗼 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗼 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗼 chiamato “𝗟𝗮 𝗖𝗵𝗶𝗼𝗰𝗰𝗶𝗼𝗹𝗮”. Un nome tenerissimo, quasi pedagogico. Peccato che, leggendo le determine, più che una chiocciola sembri una 𝗹𝘂𝗺𝗮𝗰𝗵𝗶𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗮𝗹𝗲 uscita di casa col 𝗴𝘂𝘀𝗰𝗶𝗼 𝗯𝘂𝗰𝗮𝘁𝗼.

    Il 6 luglio arriva la 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝘁𝗼𝗽𝗽𝗮: l’impianto antintrusione c’è, però i sensori installati sono “𝗶𝗻𝘀𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗮 𝗰𝗼𝗽𝗿𝗶𝗿𝗲 𝗹’𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗼 𝗶𝗺𝗺𝗼𝗯𝗶𝗹𝗲” e gli accessi perimetrali restano “𝘀𝗴𝘂𝗮𝗿𝗻𝗶𝘁𝗶”. Tradotto: la Chiocciola aveva il guscio, ma qualcuno aveva dimenticato che i ladri, di solito, non entrano chiedendo permesso in reception.

    Così si aggiungono 𝘀𝗲𝗶 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼𝗿𝗶, se ne sposta uno, si riprogramma la centrale e partono 𝟮.𝟯𝟭𝟴 𝗲𝘂𝗿𝗼.

    Due giorni dopo, l’8 luglio, seconda carezza al guscio: altri 𝟳𝟵𝟯 𝗲𝘂𝗿𝗼 per mettere protezioni in acciaio inox sulle pareti in cartongesso dell’area servizi, perché i carrelli della refezione potrebbero urtarle e danneggiarle.

    A quel punto non è più un nido: è un 𝗱𝗼𝗰𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗿𝗶𝗼 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗼𝗽𝗿𝗮𝘃𝘃𝗶𝘃𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗮𝗿𝘁𝗼𝗻𝗴𝗲𝘀𝘀𝗼 in ambiente ostile.

    Ricapitoliamo: 𝗮𝗹𝗹𝗮𝗿𝗺𝗲 𝗱𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗲𝘁𝗮𝗿𝗲, 𝗮𝗰𝗰𝗲𝘀𝘀𝗶 𝗱𝗮 𝗰𝗼𝗽𝗿𝗶𝗿𝗲, 𝗽𝗮𝗿𝗲𝘁𝗶 𝗱𝗮 𝗰𝗼𝗿𝗮𝘇𝘇𝗮𝗿𝗲. Mancano solo il fossato, il ponte levatoio e due balestrieri nella sezione lattanti.

    Naturalmente non è questione di soldi. Parliamo di 𝟯.𝟭𝟭𝟭 𝗲𝘂𝗿𝗼 complessivi: non un disastro contabile, più una monetina caduta dal passeggino. Il punto è il metodo: 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝘀𝗶 𝗳𝗮 𝗶𝗹 𝗴𝘂𝘀𝗰𝗶𝗼, 𝗽𝗼𝗶 𝘀𝗶 𝘀𝗰𝗼𝗽𝗿𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗲̀ 𝗯𝘂𝗰𝗮𝘁𝗼; prima si monta l’allarme, poi si scopre che non vede tutto; prima si fanno le pareti, poi arriva il carrello del purè e bisogna blindare il cartongesso come Fort Knox.

    E nella determina dell’allarme c’è pure il 𝗱𝗲𝘁𝘁𝗮𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗽𝗼𝗲𝘁𝗶𝗰𝗼: atto del 6 luglio, DURC citato valido fino al 3 luglio. Magari ce n’era uno aggiornato, magari è solo una svista, magari 𝗶𝗹 𝗰𝗮𝗹𝗲𝗻𝗱𝗮𝗿𝗶𝗼 𝗮 𝗠𝗶𝗿𝗮𝗻𝗱𝗼𝗹𝗮 𝗳𝗮 𝗼𝗽𝗽𝗼𝘀𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲. Però nel testo pubblicato resta lì: l’impianto deve proteggere il nido, ma l’atto non riesce nemmeno a proteggere sé stesso da tre giorni di scadenza.

    Insomma, La Chiocciola parte col 𝗴𝘂𝘀𝗰𝗶𝗼 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗼 𝗺𝗮 𝗴𝗶𝗮̀ 𝗿𝗮𝘁𝘁𝗼𝗽𝗽𝗮𝘁𝗼: sensori aggiunti, pareti inoxate, cartongesso in terapia intensiva e burocrazia in modalità “vediamo dopo”.Più che un impianto antintrusione, servirebbe un 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼𝗿𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗿𝗶𝗹𝗲𝘃𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗲 𝗳𝗶𝗴𝘂𝗿𝗮𝗰𝗰𝗲 prima che entrino dagli accessi perimetrali.

  • 𝗟𝗔 𝗦𝗖𝗨𝗢𝗟𝗔 𝗜𝗡𝗙𝗜𝗡𝗜𝗧𝗔

    Alla ex Dante Alighieri non siamo più davanti a un cantiere.
    Siamo davanti a una serie TV amministrativa.
    Ogni volta che qualcuno dice “fine lavori”, esce una nuova stagione.

    Il 24 marzo 2026 Point Costruzioni chiede altri 60 giorni di proroga.
    E non racconta un piccolo imprevisto.
    Racconta un cantiere che sembra essersi mangiato il progetto.

    Schemi elettrici modificati.
    Impianti aggiornati solo il 13 marzo.
    Materiali con consegne oltre 30 giorni.
    Porte REI da aspettare anche tre mesi.
    Scavi esterni passati da 200 mc a 600 mc.
    Pali di illuminazione non previsti.
    Tinteggiature aumentate di circa 20.000 euro.

    𝗣𝗶ù 𝗰𝗵𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗮, 𝘂𝗻𝗮 𝗲𝘀𝗰𝗮𝗽𝗲 𝗿𝗼𝗼𝗺 𝗰𝗼𝗻 𝗶𝗹 𝗰𝗼𝗺𝗽𝘂𝘁𝗼 𝗺𝗲𝘁𝗿𝗶𝗰𝗼.

    E infatti Point scrive che servono “ulteriori opere”.
    E che serve una nuova perizia di variante.

    𝗟𝗔 𝗙𝗔𝗠𝗢𝗦𝗔 𝗩𝗔𝗥𝗜𝗔𝗡𝗧𝗘 𝟮.

    Quella che non è ancora pubblicata.
    Ma che intanto aleggia sul cantiere come il fantasma del PNRR.

    Poi arriva Paola Rossi, Direzione Lavori.
    E lì la favola si rompe.

    La DL concede la proroga, ma scrive che l’impresa non ha inviato aggiornamenti del cronoprogramma dal 13/11/2025.
    Nonostante i solleciti.

    𝗗𝗔𝗟 𝟭𝟯 𝗡𝗢𝗩𝗘𝗠𝗕𝗥𝗘 𝟮𝟬𝟮𝟱.

    Non dalla settimana prima.
    Da novembre.

    Mentre la politica raccontava la scuola che rinasceva, il cronoprogramma era già finito nel reparto mitologia.

    Poi il Comune concede comunque la proroga.
    Fine lavori fissata al 14 giugno 2026.
    “Coerente con i target PNRR”.

    𝗖𝗼𝗲𝗿𝗲𝗻𝘁𝗲.

    Come dire che il Titanic era coerente con l’Atlantico.

    E poi arriva il capolavoro.

    Il 18 giugno 2026.
    Quattro giorni dopo la data fissata per la fine lavori.
    Il Comune firma altre due determine.

    65.910,79 euro per i corpi illuminanti.
    34.540 euro per i parapetti metallici delle scale interne.

    𝗧𝗢𝗧𝗔𝗟𝗘: 𝗢𝗟𝗧𝗥𝗘 𝟭𝟬𝟬.𝟬𝟬𝟬 𝗘𝗨𝗥𝗢.

    Dopo la fine lavori.

    Per dettagli marginali?
    No.

    Luci interne.
    Parapetti delle scale.
    Cioè funzionalità e sicurezza.

    Il genere di cose che in una scuola dovrebbero venire prima del gong finale.
    Non quattro giorni dopo.

    E le luci?
    Da installare entro il 25 giugno.
    Cinque giorni prima della scadenza PNRR del 30 giugno.

    𝗖𝗶𝗻𝗾𝘂𝗲 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗶 𝗽𝗲𝗿 𝗶𝗹𝗹𝘂𝗺𝗶𝗻𝗮𝗿𝗲, 𝗺𝗼𝗻𝘁𝗮𝗿𝗲, 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗮𝗿𝗲 𝗲 𝗽𝗿𝗲𝗴𝗮𝗿𝗲 𝗦𝗮𝗻 𝗖𝗿𝗼𝗻𝗼𝗽𝗿𝗼𝗴𝗿𝗮𝗺𝗺𝗮.

    Poi la frase più bella.

    Quelle spese saranno “riformulate” nella Variante 2.

    𝗟𝗔 𝗩𝗔𝗥𝗜𝗔𝗡𝗧𝗘 𝟮 𝗡𝗢𝗡 𝗘̀ 𝗔𝗡𝗖𝗢𝗥𝗔 𝗣𝗨𝗕𝗕𝗟𝗜𝗖𝗔𝗧𝗔.

    Però produce già spese.
    Non la puoi leggere.
    Ma la puoi pagare.

    Non la puoi controllare.
    Ma intanto sistema i conti.

    𝗟𝗔 𝗩𝗔𝗥𝗜𝗔𝗡𝗧𝗘 𝗜𝗡𝗩𝗜𝗦𝗜𝗕𝗜𝗟𝗘 𝗔 𝗣𝗔𝗚𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗢 𝗜𝗠𝗠𝗘𝗗𝗜𝗔𝗧𝗢.

    La Dante Alighieri doveva essere il simbolo della ricostruzione.
    Sta diventando il monumento alla rincorsa amministrativa.

    Un cantiere che doveva finire.
    Un cronoprogramma che sparisce.
    Una Variante 2 che non si vede.

    E le lampade?

    Quelle arrivano alla fine.

    Perfette.

    𝗗𝗼𝗽𝗼 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗮𝘁𝗶 𝗮 𝘁𝗲𝗻𝗲𝗿𝗲 𝗶 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮𝗱𝗶𝗻𝗶 𝗮𝗹 𝗯𝘂𝗶𝗼, 𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗿𝗮𝘁𝗼 𝗹’𝗶𝗹𝗹𝘂𝗺𝗶𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲.

  • 𝐋𝐀 𝐒𝐂𝐔𝐎𝐋𝐀 𝐃𝐀 𝟒,𝟑 𝐌𝐈𝐋𝐈𝐎𝐍𝐈 𝐂𝐎𝐋 𝐏𝐈𝐍𝐆𝐔𝐈𝐍𝐎 𝐀𝐋𝐋𝐀 𝐅𝐈𝐍𝐄𝐒𝐓𝐑𝐀

    Alla scuola dell’infanzia Sergio Neri non siamo davanti alla solita lamentela estiva, non siamo davanti al genitore che pretende il Polo Nord in aula, non siamo davanti al capriccio climatizzato di chi confonde una scuola pubblica con un villaggio turistico; siamo davanti a una cosa molto più semplice e molto più grave: 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚 𝐝𝐚 𝐨𝐥𝐭𝐫𝐞 𝟒,𝟐 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐞𝐮𝐫𝐨 che, nei corpi A e B, finisce con i condizionatori portatili, il tubo fuori dalla finestra aperta, le prolunghe volanti, gli adattatori e i cavi in giro.

    E la cosa non riguarda un angolo secondario, un ripostiglio, un magazzino, una stanza dimenticata dietro la cucina: i corpi A e B sono il nucleo originario della scuola, la parte storica, quella degli anni Settanta, quella dove stanno le sezioni, il salone, la mensa, gli spazi in cui i bambini vivono davvero la giornata; e proprio per caratteristiche costruttive, per età dell’edificio, per materiali, per solai, per esposizione e per impostazione generale, erano con ogni probabilità 𝐢 𝐥𝐨𝐜𝐚𝐥𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐛𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐫𝐚𝐟𝐟𝐫𝐞𝐬𝐜𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐬𝐞𝐫𝐢𝐨, non di una soluzione da campeggio con il tubo che scappa fuori dalla finestra come in un monolocale a Riccione il 15 agosto.

    Perché il punto è questo: 𝐥’𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚𝐭𝐚.

    Peggio.

    𝐄𝐫𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚.
    𝐏𝐨𝐢 𝐞̀ 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐥𝐜𝐢𝐚𝐭𝐚.

    Nel computo di variante il sistema VRF dei corpi A e B viene fatto sparire con una precisione quasi commovente: via le macchine esterne, via le unità interne, via le tubazioni del refrigerante, via gli scarichi condensa, via i comandi locali, via il comando centralizzato caldo/freddo/deumidificazione.

    Tutto a zero.

    Non un ritardo.
    Non un guasto.
    Non “poi vediamo”.
    𝐔𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐥𝐜𝐢𝐨.

    E qui arriva il numero che rende la faccenda quasi offensiva: su un intervento complessivo da circa 𝐪𝐮𝐚𝐭𝐭𝐫𝐨 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐞 𝐭𝐫𝐞𝐜𝐞𝐧𝐭𝐨𝐦𝐢𝐥𝐚 𝐞𝐮𝐫𝐨, l’impianto di raffrescamento stralciato per A e B valeva circa 𝐬𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐭𝐚𝐭𝐫𝐞𝐦𝐢𝐥𝐚 𝐞𝐮𝐫𝐨 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐥𝐢, cioè più o meno 𝐥’𝟏,𝟓% 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐨𝐭𝐚𝐥𝐞.

    Uno virgola cinque per cento.

    La percentuale di una mancia, non di una rivoluzione.

    E anche volendo accettare la solita predica del “non ci sono i soldi adesso”, c’era una soluzione minima, razionale, perfino banale: 𝐥𝐚𝐬𝐜𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐬𝐞𝐫𝐢𝐞 — tubi, scarichi condensa, derivazioni e controlli — e rinviare al prossimo esercizio di bilancio l’acquisto e l’installazione delle macchine.

    Sapete quanto valeva questa scelta minima di buon senso?

    Circa 𝐭𝐫𝐞𝐝𝐢𝐜𝐢𝐦𝐢𝐥𝐚 𝐞 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞𝐜𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐞𝐮𝐫𝐨 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐥𝐢.

    Su 𝐨𝐥𝐭𝐫𝐞 𝟒,𝟐 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢.

    Circa 𝐥𝐨 𝟎,𝟑%.

    Zero virgola tre per cento.

    Ma no: hanno tolto anche quello, perché evidentemente a Mirandola la programmazione funziona così: prima si chiude il cantiere, poi arriva il caldo, poi si scopre che i bambini sudano ed in alcuni casi svengono, poi si tira fuori il Pinguino, poi si apre la finestra per buttare fuori il tubo, e infine qualcuno parlerà sicuramente di “soluzione temporanea”.

    Temporanea come tante cose mirandolesi: cioè abbastanza temporanea da diventare normale.

    Intanto però, quando si tratta del comfort del Palazzo, la musica cambia subito: per gli arredi del Municipio si trovano 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐨𝐭𝐫𝐞𝐧𝐭𝐨𝐭𝐭𝐨𝐦𝐢𝐥𝐚 𝐞𝐮𝐫𝐨, tra sedute, tavoli, elettrificazioni, top access, braccioli in alluminio, reti ignifughe e ogni delicatezza ergonomica per la democrazia seduta.

    Per il Palazzo: 𝐭𝐚𝐯𝐨𝐥𝐢 𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐫𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐭𝐢.
    Per i bambini: 𝐛𝐞𝐯𝐞𝐭𝐞 𝐭𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐚𝐜𝐪𝐮𝐚.

    Per i consiglieri in aula: prese integrate e sedie comode.
    Per i bambini che il futuro dovrebbero viverlo: finestra aperta, tubo fuori, prolunga volante.

    E allora il problema non è solo tecnico, non è solo climatico, non è solo impiantistico.

    È morale.

    Perché quando il comfort serve alla politica diventa decoro istituzionale, rappresentanza, funzionalità, allestimento; quando serve ai bambini diventa una voce tagliabile, rinviabile, sacrificabile, abbastanza piccola da sparire nel computo e abbastanza grande da farsi sentire in aula quando arriva giugno.

    La Sergio Neri doveva essere la scuola moderna, sicura, efficiente, sostenibile.

    Nei corpi A e B rischia di diventare il monumento mirandolese all’efficientamento energetico con la finestra aperta.

    𝐇𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐬𝐩𝐞𝐬𝐨 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢.
    𝐇𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐥𝐜𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐟𝐫𝐞𝐬𝐜𝐨.
    𝐇𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐭𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢.
    𝐏𝐨𝐢 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐦𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐢𝐥 𝐏𝐢𝐧𝐠𝐮𝐢𝐧𝐨 𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐠𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐥𝐢𝐦𝐚𝐭𝐢𝐜𝐨.

    Mirandola è riuscita nell’impresa: consegnare ai bambini una scuola da oltre quattro milioni di euro che, quando arriva il caldo, funziona come un appartamento in emergenza estiva.

    E chiamarlo pure efficientamento energetico.

  • LA CHIOCCIOLA, IL GIARDINO PNRR SENZA GIARDINO E IL GRAN BALLO DEL SUBAPPALTO

    Il nuovo nido d’infanzia “La Chiocciola” nasce grazie ai fondi europei del PNRR, circostanza che certamente verrà ricordata durante l’inaugurazione, possibilmente davanti a un fondale azzurro, con la Sindaca al centro, le autorità disposte secondo altezza istituzionale e almeno tre persone incaricate di spiegare quanto l’Amministrazione investa nel futuro dei bambini.

    Poi però, mentre si avvicina l’apertura, qualcuno guarda fuori dalla finestra e scopre un dettaglio marginale: al nido manca il giardino.

    Non una piccola rifinitura, non il vaso di gerani dimenticato sul davanzale, ma il giardino vero e proprio, cioè alberi, siepe, prato, irrigazione, telo ombreggiante e casetta esterna, tutte cose evidentemente considerate così accessorie alla vita di bambini tra i tre mesi e i tre anni da essere rimaste fuori dal finanziamento dell’opera.

    E così l’edificio arriva con i soldi europei, mentre il cortile viene pagato interamente dai mirandolesi con quasi quarantamila euro di avanzo comunale non vincolato, perché Next Generation EU avrà pure finanziato la prossima generazione, ma evidentemente non il posto dove farla giocare.

    Per sistemare il giardino, il Comune individua tramite indagine di mercato una sola impresa, Agriverde, la invita da sola e le chiede di partecipare a una procedura nella quale potrà dimostrare di offrire il prezzo più basso rispetto a sé stessa.

    Agriverde accetta la sfida, gareggia con grande determinazione e presenta un ribasso dello 0,10%, regalando alle casse comunali un’economia di 38 euro e 89 centesimi, somma che probabilmente verrà investita nell’acquisto di una paletta, due secchielli e, compatibilmente con l’andamento dei prezzi, mezzo rastrello.

    Pochi giorni dopo, tuttavia, emergono quattro piante di Loropetalum “Black Pearl” non previste in fase di progettazione, per una spesa aggiuntiva di 506 euro, perché a Mirandola le necessità sopravvenute non arrivano mai da sole: arrivano in vaso, alte 120 centimetri e costano tredici volte il risparmio ottenuto con la gara.

    Ma il momento più affascinante arriva con il subappalto.

    La ditta scelta direttamente dal Comune dichiara infatti di voler subappaltare la realizzazione dell’impianto irriguo e la fornitura e il montaggio della casetta esterna con relativo basamento in cemento, lavorazioni che, secondo i valori indicati dallo stesso Comune, sembrano rappresentare almeno il 59% dell’intero affidamento.

    Ed è qui che il giardino della Chiocciola smette di essere un semplice spazio verde e diventa teatro civile.

    INTERMEZZO TEATRALE: “CHI FA IL GIARDINO?”

    La scena rappresenta il cortile del nuovo nido. Al centro, una zolla di terra. Entra la Sindaca, munita di forbici da inaugurazione. Dietro di lei, l’Appaltatore tiene in mano il contratto. In fondo compare il Subappaltatore Misterioso, con una betoniera, una pompa sommersa e una casetta di legno caricata sulle spalle.

    SINDACA:
    Finalmente! Il nuovo giardino comunale, realizzato grazie alla capacità amministrativa della nostra squadra!

    APPALTATORE:
    Certamente, Sindaca. Noi abbiamo vinto l’affidamento.

    SINDACA:
    Benissimo. Allora cominciate pure a costruire la casetta.

    APPALTATORE:
    Veramente la casetta la farà lui.

    SINDACA:
    Chi?

    SUBAPPALTATORE MISTERIOSO:
    Io.

    SINDACA:
    Capisco. Allora occupatevi dell’impianto irriguo.

    APPALTATORE:
    Anche quello lo farà lui.

    SUBAPPALTATORE MISTERIOSO:
    Sempre io.

    SINDACA:
    Ma voi cosa fate?

    APPALTATORE:
    Abbiamo partecipato alla procedura.

    SINDACA:
    Da soli?

    APPALTATORE:
    Sì.

    SINDACA:
    E avete vinto?

    APPALTATORE:
    Di misura.

    SINDACA:
    Quale misura?

    APPALTATORE:
    Zero virgola dieci per cento.

    SUBAPPALTATORE MISTERIOSO:
    Posso iniziare a lavorare?

    SINDACA:
    Aspettate, prima devo capire chi devo ringraziare durante l’inaugurazione.

    APPALTATORE:
    Noi abbiamo vinto.

    SUBAPPALTATORE MISTERIOSO:
    Io faccio gran parte dei lavori.

    COMUNE, FUORI CAMPO:
    Pagano i mirandolesi.

    La Sindaca guarda il contratto, l’Appaltatore guarda il Subappaltatore, il Subappaltatore guarda la betoniera. Cala lentamente un telo ombreggiante verde.

    Il subappalto superiore al 50% non è automaticamente vietato dalla legge e sarà necessario conoscere gli importi effettivi e le future autorizzazioni comunali, prima di trarre conclusioni definitive.

    Resta però un piccolo capolavoro di botanica amministrativa, perché il capitolato scritto dal Comune stabilisce che “la prevalente esecuzione del contratto è riservata al gestore aggiudicatario”, mentre le lavorazioni dichiarate come subappaltabili sembrano, sulla base degli importi comunali, rappresentare proprio la parte prevalente dell’affidamento.

    Il Comune ha inoltre scelto il lotto unico spiegando che le attività non potevano essere separate senza compromettere la gestione coordinata dell’appalto; una volta aggiudicato il contratto, tuttavia, impianto irriguo e casetta sembrano diventare improvvisamente separabili, autonomi e pronti per essere affidati ad altri soggetti.

    Alla Chiocciola, dunque, il PNRR paga il nido ma non il giardino, il Comune paga il giardino ma invita una sola impresa, l’impresa vince con un ribasso da aperitivo e poi dichiara di voler subappaltare lavorazioni che potrebbero valere più della metà dell’intero contratto.

    Una filiera perfettamente circolare, come l’irrigazione automatica.

    L’acqua parte dal pozzo, attraversa l’impianto, bagna il prato e ritorna idealmente al Comune sotto forma di domanda:

    ma alla fine, questo giardino, chi lo fa?

  • LA CHIOCCIOLA E LA TERRA CHE PUZZA DI DOMANDA Puntata II – Perché proprio “smaltimento”?

    Nella prima puntata avevamo lasciato i bambini fuori dal recinto del nuovo nido La Chiocciola, incantati davanti alla ruspa: il giardino ancora da inaugurare, la collinetta già da rimuovere, il progetto che incontra la realtà e la realtà che, come spesso accade, chiede un escavatore.

    Adesso però smettiamo di guardare la ruspa.

    Guardiamo la parola.

    Perché nella determina n. 406 del 12 maggio 2026, dedicata al noleggio di uno scavatore per rimuovere il modellamento del terreno a forma di collina nel giardino del nuovo nido, il Comune non scrive soltanto “rimozione”. Non scrive “movimentazione”. Non scrive “rimodellamento”. Non scrive “riutilizzo in sito”. Scrive una cosa molto più impegnativa: “rimozione e smaltimento” del terreno.

    E allora la domanda non è cattiva. È obbligatoria.

    Perché è stato usato proprio quel termine?

    Perché “smaltimento” non è una parola da giardiniere distratto. Non è una parola ornamentale. Non è il modo elegante per dire “spostiamo un po’ di terra”. È una parola che, nel linguaggio ambientale, porta con sé un universo di responsabilità: classificazione, destinazione, tracciabilità, eventuali codici, eventuali formulari, eventuali analisi, eventuale conferimento.

    Quindi bisogna scegliere.

    O quella parola è stata usata male, con superficialità, in un atto pubblico che riguarda il giardino di un asilo nido.

    Oppure quella parola è stata usata bene, e allora bisogna spiegare tutto il resto.

    Sono state fatte analisi sul terreno?
    È stato trovato qualcosa che non va?
    Esiste una classificazione del materiale rimosso?
    Quella terra resta nel sito o viene portata altrove?
    Se viene portata altrove, da chi, dove e con quali documenti?
    Se invece è terra pulita, ordinaria, innocua, perché chiamarla “da smaltire”?

    Queste non sono domande da complottisti della zolla. Sono domande minime quando si parla di un luogo destinato alla prima infanzia. Perché qui non siamo nel retro di un capannone, non siamo in una scarpata industriale, non siamo nel piazzale dimenticato di qualche magazzino. Siamo nel giardino di un nido. Uno spazio dove dovrebbero giocare bambini da tre mesi a tre anni.

    Bambini che la terra non la frequentano con prudenza amministrativa. La toccano. La impastano. Ci cadono sopra. La portano sulle mani, sulle ginocchia, nei vestiti, nei capelli. E qualche volta, nella gloriosa tradizione sperimentale della fascia 0-3, se la mettono pure in bocca.

    Ed ecco allora il laboratorio didattico involontario della Chiocciola: analisi organolettica del terreno comunale.

    Un bambino annusa una zolla e dice:
    “Maestra, questa sa un po’ di olio.”

    Un altro la sbriciola tra le dita:
    “Io sento ferro. Tipo cancello dopo la pioggia.”

    Una bambina prepara i campioni:
    “Vasetto A: terra normale. Vasetto B: terra scura. Vasetto C: terra strana. Vasetto D: boh.”

    Poi arriva il più piccolo, sporco fino al mento, che guarda gli adulti e fa la domanda che nell’atto non trova risposta:
    “Ma se è terra del nostro giardino, perché la smaltiscono?”

    Ecco il punto.

    Nessuno sta dicendo che quella terra sia contaminata. Nessuno può dirlo senza documenti. Ma proprio per questo la domanda diventa ancora più seria: le garanzie di sicurezza di un luogo destinato alla prima infanzia sono garantite oltre ogni minimo dubbio?

    Non “abbastanza”.
    Non “presumibilmente”.
    Non “si vedrà”.
    Oltre ogni minimo dubbio.

    Perché quando si parla di bambini piccolissimi, il dubbio non si gestisce con le parole elastiche. Si scioglie con gli atti, con le analisi se necessarie, con le destinazioni chiare, con la tracciabilità, con una spiegazione limpida.

    L’affidamento è piccolo: 847,16 euro per quattro giorni di noleggio escavatore. Ma la domanda è grande. Molto più grande della collinetta. Perché non riguarda solo quanto costa togliere la terra. Riguarda cosa si sta togliendo, perché lo si chiama “smaltimento” e quali garanzie ci sono sul terreno dove dovrebbero giocare i bambini.

    Se era semplice terra pulita da livellare, allora l’atto è scritto male.

    Se invece era davvero terra da smaltire, allora l’atto dice troppo poco.

    In entrambi i casi, un’amministrazione seria dovrebbe chiarire. Subito. Non con un post celebrativo, non con una foto al taglio del nastro, non con la solita formula sul futuro dei bambini. Con documenti.

    Perché i bambini possono anche assaggiare la terra per gioco.
    Gli adulti, però, non dovrebbero chiedere ai cittadini di bersi le determine.

    La Chiocciola deve ancora aprire, ma una cosa l’ha già insegnata: quando in un giardino di nido compare la parola “smaltimento”, non basta guardare la ruspa.

    Bisogna scavare nella frase.

    Fonti: Determina Comune di Mirandola n. 406 del 12/05/2026

  • LA CHIOCCIOLA, LA COLLINETTA E LA RUSPA EDUCATIVA

    Puntata I – Il giardino ripensato prima ancora di partire

    C’era una volta un nido nuovo di zecca, bello, moderno, finanziato, progettato, costruito, pronto a presentarsi come piccolo gioiello dell’infanzia contemporanea. Un luogo dove tutto avrebbe dovuto parlare di bambini, educazione, crescita, qualità degli spazi, armonia tra architettura e funzione. E invece, prima ancora dell’apertura prevista con l’inizio del prossimo anno scolastico, ecco il primo insegnamento concreto offerto alla cittadinanza: se progetti senza ascoltare davvero chi poi quegli spazi li deve usare, prima o poi arriva l’escavatore. La determina n. 406 del 12 maggio 2026 racconta infatti una piccola storia meravigliosa nella sua sincerità involontaria: l’area esterna del nuovo nido La Chiocciola va già rimodellata, perché bisogna rimuovere il modellamento del terreno “a forma di collina” previsto nella sistemazione originaria, così da consentire un adeguato inserimento degli arredi e delle attrezzature ludiche per i bambini, a seguito delle richieste del personale docente. Tradotto dal burocratese al mirandolese corrente: il giardino era stato pensato in un modo, poi sono arrivati quelli che coi bambini ci lavorano davvero e hanno fatto notare che forse, in un nido, oltre alla poesia della collinetta servono anche spazi concretamente utilizzabili.

    Ed è qui che la vicenda diventa davvero istruttiva. Perché un giardino di un nido non è il contorno di un rendering, non è il prezzemolino verde da mettere attorno all’edificio per far colpo nella tavola progettuale, non è l’angolino bucolico che fa tanto “pedagogia naturale” se visto da lontano. Un giardino di un nido è uno spazio educativo. È un luogo dove si mettono arredi, giochi, percorsi, momenti di attività, scoperta, movimento. È uno spazio che non deve solo essere guardato: deve funzionare. E se, prima ancora dell’apertura, si scopre che quella collina va tolta perché impedisce o complica l’allestimento della parte esterna, allora il problema non è l’uso che ha consumato il giardino. Il problema è che il giardino nasce già da correggere.

    In altre parole: la Chiocciola non ha ancora aperto davvero ai bambini, ma ha già aperto il cantiere della correzione del progetto.

    È questo il punto che colpisce di più. Non siamo davanti a un’area esterna modificata dopo anni di utilizzo, non siamo davanti a una struttura che ha rivelato limiti solo dopo l’esperienza sul campo, non siamo davanti a un fisiologico adattamento di uno spazio vissuto. No. Siamo molto prima. Siamo ancora nella fase in cui il nido deve partire, eppure una parte della sistemazione esterna viene già ripensata. Il che porta a una domanda molto semplice e molto fastidiosa: ma durante la progettazione, un confronto serio con chi avrebbe poi usato quello spazio c’è stato davvero?

    Perché la sensazione è quella che si conosce bene in tante opere pubbliche: prima si disegna, poi si approva, poi si realizza, poi si scopre che l’uso reale non coincide con l’idea astratta che qualcuno aveva messo su carta. E allora si corregge. Il tutto con quella solennità amministrativa che rende tutto normale: una collinetta compare nel progetto, la collinetta viene realizzata, poi la collinetta diventa d’intralcio, quindi la collinetta si leva. La montagna pedagogica che partorì la ruspa.

    E qui entra in scena il momento più poetico di tutta la faccenda: i bambini. Non quelli che ancora non possono entrare nel nido, ma quelli che, idealmente, già offrono la chiave di lettura perfetta dell’intera vicenda. Perché la scena comica è servita su un piatto d’argilla: un gruppo di bambini affacciati fuori dal recinto, con gli occhi spalancati e il naso alle sbarre, che osservano estasiati le operazioni di movimento terra nel giardino del loro futuro nido. Altro che atelier creativo, altro che laboratorio sensoriale, altro che outdoor education. La prima attività educativa non ufficiale della Chiocciola rischia di essere: “Osserviamo insieme la ruspa che corregge il giardino appena progettato”.

    E in fondo, per dei bambini piccoli, la ruspa è una meraviglia assoluta. Fa rumore, scava, alza terra, sposta montagne, affascina. Da questo punto di vista bisogna riconoscere all’amministrazione una certa coerenza involontaria: se il nido ancora non apre, almeno offre da fuori uno spettacolo gratuito di ingegneria correttiva. Una sorta di pre-inaugurazione didattica: benvenuti alla Chiocciola, dove prima ancora di giocare in giardino puoi assistere alla fase in cui il giardino viene ripensato perché evidentemente qualcuno, a monte, non aveva pensato abbastanza.

    Il tutto per 847,16 euro di noleggio escavatore per quattro giorni. Cifra modesta, certo. Ma qui il punto non è il costo in sé. Il punto è il valore simbolico di quella spesa. Perché quei pochi euro raccontano tantissimo: raccontano una progettazione che, almeno sulla sistemazione esterna, non sembra aver trovato subito il punto di equilibrio tra forma e funzione; raccontano un ascolto degli utilizzatori arrivato dopo, non prima; raccontano un’opera nuova che già necessita di aggiustamenti; raccontano, insomma, quella versione tutta mirandolese del principio per cui il confronto vero arriva quando il cemento è già asciutto e la terra è già da rispostare.

    La morale architettonica di questa prima puntata è quindi piuttosto semplice: il problema non è la collina in sé, poveretta. Il problema è il metodo. Perché quando uno spazio pensato per bambini da zero a tre anni viene corretto prima ancora di cominciare a vivere, il tema non è solo “togliere un rialzo di terra”. Il tema è chiedersi se chi ha progettato abbia davvero dialogato abbastanza con chi quel luogo lo avrebbe abitato ogni giorno. E se la risposta è no, l’escavatore diventa il più sincero degli strumenti di verifica progettuale.

    Per ora fermiamoci qui, alla puntata architettonica: il nido che deve ancora aprire, il giardino che deve già essere corretto, la collinetta che non convince, i bambini che guardano da fuori la ruspa come fosse il primo spettacolo educativo della stagione.

    Ma attenzione, perché questa è solo la prima puntata.

    Nella prossima, infatti, si scava ancora un po’. Non solo nel terreno, ma soprattutto nelle parole usate dall’atto. E lì, più che l’architettura, comincia un’altra storia.

    Fonti: Determina Comune di Mirandola n. 406 del 12/05/2026, affidamento diretto per il noleggio di uno scavatore presso il nido La Chiocciola.

  • IL BANDO DA 80/100

    o della manifestazione d’interesse che cercava un gestore, ma ha trovato la calcolatrice spenta

    A Mirandola è comparsa una nuova creatura amministrativa: il bando a completamento libero.

    Funziona così: il Comune pubblica una manifestazione d’interesse per affidare centri estivi, pre-ingresso, post-scuola e assistenza scuolabus. Servizi delicatissimi: bambini, famiglie, disabilità, scuole, personale, rette, PEF, convenzione.

    Materia da bisturi.

    E invece arriva la mannaia buona per la pcarìa.

    Prima scena: la Determina 322 dice che possono partecipare tutti gli enti del Terzo Settore. Poi arriva l’avviso e restringe tutto ad associazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale. Poi arriva il modulo di candidatura e, per non sbagliare, mette solo due caselline: volontariato o promozione sociale.

    Gli altri enti del Terzo Settore?
    Evaporati.
    Come i refusi quando li legge il Fico.

    Seconda scena: la Determina 338 approva l’avviso, ma dentro l’avviso ci sono ancora i campi da compilare: “determinazione dirigenziale n. __/2026”, “determinazione del Settore III n. __/2026”, scadenza entro le ore 11:00 del ..2026.

    Un avviso pubblico con la data a sorpresa.
    La gara in stile Settimana Enigmistica.

    Terza scena: il PEF. In determina si cita il protocollo 17569/2026. Nell’avviso compare il PEF prot. 16218/2026. Poi il PEF dei centri estivi parla di 30.000 euro di contributo massimo, mentre gli atti comunali viaggiano a 29.000.

    Mille euro spariti nel tragitto tra un allegato e l’altro.
    Forse saliti sullo scuolabus.

    Quarta scena: l’anno scolastico. Negli atti compare più volte 2026/2037. Non 2026/2027. 2037.

    Altro che prolungamento orario: qui il post-scuola dura undici anni.

    Ma il capolavoro, quello da appendere in sala consiliare accanto alla calcolatrice scarica, è la griglia dei punteggi.

    Il Comune scrive i criteri di valutazione:
    10 punti per il preingresso,
    10 per il prolungamento,
    20 per il progetto educativo,
    10 per il piano economico,
    5 per le esperienze pregresse,
    15 per struttura e personale,
    10 per le migliorie.

    Totale: 80.

    Subito sotto, però, l’avviso parla di soglia minima pari a 60/100.

    Sessanta su cento.
    Ma i punti disponibili sono ottanta.

    È una meraviglia.

    La matematica amministrativa mirandolese:
    si parte da 80, si finge 100, si boccia sotto 60 e si spera che nessuno faccia la somma.

    INTERMEZZO TEATRALE

    — “Dirigente, i punteggi al massimo fanno 80.”
    — “Perfetto.”
    — “Ma abbiamo scritto 60/100.”
    — “Ancora meglio.”
    — “Quindi il massimo è 80 su 100?”
    — “Esatto.”
    — “Ma manca il 20%.”
    — “Lo mettiamo nelle proposte migliorative.”
    — “Tipo?”
    — “Saper contare!”

    Poi arriva la Determina 376. Finalmente la rettifica. Il Comune ammette che nella 322 e nella relazione tecnica c’erano “incongruenze” che si sono “riverberate” nell’avviso.

    Che poesia.

    A Mirandola gli errori non si propagano.
    Non si copiano.
    Non si trascinano.
    Si riverberano.

    La rettifica corregge la platea dei partecipanti, rifà i punteggi e li porta finalmente a 100: 15, 15, 20, 15, 10, 15, 10.

    Miracolo.

    Dopo giorni di nebbia, qualcuno ha imparato a fare le somme.

    Però il Comune concede solo tre giorni in più: dal 9 al 13 maggio. Perché quando cambi soggetti ammessi, criteri di valutazione e struttura della procedura, vuoi mica dare troppo tempo alla gente per capirci qualcosa?

    E qui arriva il colpo finale.

    La rettifica che corregge l’avviso è, a sua volta, da correggere.

    Perché nell’ultimo avviso di rettifica restano ancora i campi vuoti: “determinazione dirigenziale di rettifica n. __/2026”. E quando deve indicare la nuova scadenza, quella che la Determina 376 fissa chiaramente al 13 maggio alle ore 12:00, l’allegato scrive ancora: entro le ore 12:00 del //2026.

    La rettifica della rettifica rettifica, ma non compila.

    È il bando matrioska: apri l’errore, trovi la rettifica; apri la rettifica, trovi un altro errore.

    Qui non siamo davanti al singolo refuso.
    Siamo davanti a una procedura che nasce storta, cammina zoppa, viene fasciata male e poi rimandata in strada con le stampelle al contrario.

    Perché un bando pubblico non è una bozza su Word. Non è il foglio appeso al frigorifero. Non è “poi mettiamo la data”. È l’atto con cui l’amministrazione dice ai soggetti interessati: questi sono i requisiti, questi sono i punteggi, questi sono i termini.

    Se i requisiti cambiano, i punteggi non tornano, i protocolli ballano, gli anni scolastici arrivano al 2037 e persino la rettifica resta con i buchi bianchi, il problema non è il Fico che legge.

    Il problema è che qualcuno scrive.
    Qualcuno pubblica.
    E qualcuno firma.

    Il Fico perdona.
    L’80/100 no.

  • IL PEF DEI GIOVANI CHE NON TROVA I GIOVANI

    Ci sono atti comunali che sembrano scritti con una mano, corretti con un’altra e approvati mentre la terza cercava ancora il file giusto sul desktop.

    La Delibera di Giunta n. 72 del 10 aprile 2026 parla di attività estive, conciliazione vita-lavoro, prevenzione del disagio giovanile, fascia adolescenziale, sani stili di vita, inclusione, territorio, associazionismo. Insomma: tutto il repertorio delle parole belle.

    Poi però apri il documento e scopri che il servizio vero riguarda bambini e ragazzi dai 3 ai 14 anni. Gli adolescenti dai 12 ai 17 anni compaiono solo con la “possibilità” di iniziative aggregative e con almeno due eventi nel periodo estivo. Due eventi. La politica giovanile in formato omeopatico.

    Il capitolo di bilancio parla di attività ricreative rivolte ai giovani, ma il programma concreto guarda soprattutto a infanzia, elementari e medie. I giovani stanno nel titolo, gli adolescenti nella retorica, i bambini nei numeri.

    E già qui uno potrebbe fermarsi.

    Ma no, perché poi arriva la determina di affidamento del PEF a Media Gestum Consulting. Lì si scopre che la RDO MEPA viene pubblicata dal 29 gennaio al 5 febbraio, mentre la verifica per capire se in Comune esistessero professionalità interne capaci di fare il lavoro parte il 10 febbraio.

    Cioè: prima si cerca fuori, poi si chiede dentro.

    Intermezzo amministrativo:

    — Abbiamo qualcuno in Comune capace di fare questo PEF?
    — Non lo so, chiediamolo.
    — Bene, quando?
    — Dopo aver già chiuso la procedura esterna.
    — Ottimo. Così se qualcuno risponde sì, almeno non crea disagio.

    Su cinque operatori invitati arriva una sola offerta. E naturalmente va bene quella. La concorrenza, a Mirandola, quando è timida viene accompagnata dolcemente verso l’aggiudicazione.

    Poi c’è il dettaglio poetico: il PEF serve anche per i servizi educativi, ma l’incarico viene pagato sul capitolo degli impianti sportivi. A questo punto viene da pensare che anche il preingresso scolastico debba fare riscaldamento a bordo campo prima di entrare in classe.

    E siccome la precisione è tutto, nel PEF del preingresso e del prolungamento orario spuntano ancora formule da centro estivo: “totale costo del servizio di centri estivo”, “ricavi del servizio di centro estivo”. Evidentemente il copia-incolla era rimasto in costume da bagno.

    Anche sulle sedi qualcosa scricchiola: la delibera indica una sede, il PEF ne richiama un’altra. Magari è solo un refuso. Ma quando un atto serve a costruire una gara, affidare servizi, definire tariffe e giustificare scelte amministrative, sarebbe rassicurante che almeno sapesse dove si fanno le attività.

    Alla fine il quadro è semplice: si parla di giovani, ma il servizio si ferma quasi tutto prima; si evocano gli adolescenti, ma gli si concedono due eventi; si verifica l’assenza di competenze interne dopo aver già chiuso la ricerca esterna; si paga un PEF educativo come se fosse roba da impianti sportivi; e gli allegati si portano dietro refusi da copia-incolla.

    Non è una politica giovanile.
    È una gita scolastica dentro la nebbia amministrativa.

    Il Fico perdona. Il PEF no.

    Fonti: Delibera di Giunta n. 72 del 10/04/2026; Determina n. 255 del 31/03/2026; PEF servizi educativi prot. n. 0016218/2026 del 03/04/2026.

  • Bando “La Lumaca”, puntata 2

    I 28 mila euro miracolosi: dentro ci devono stare i bambini, i pennarelli e pure il profitto

    Cappello introduttivo

    Nella prima puntata il Fico ha guardato il lato impiantistico del bando della futura Lumaca e ha scoperto che il Comune sogna di separare nido e cucina in un edificio nato invece come organismo unico.
    In questa seconda puntata, invece, si passa alla parte ancora più commovente: i conti.

    Perché c’è una cifra che nei documenti meriterebbe di essere esposta in teca, tra le reliquie amministrative più ardite della Bassa:
    28.606,74 euro all’anno.

    A prima vista potrebbe sembrare una cifra seria.
    Poi però si legge bene cosa ci deve stare dentro, e si capisce che più che un margine è un atto di fede.


    La relazione economica del bando dice una cosa molto semplice e molto spietata: il 92,86% del valore annuo dell’appalto se ne va già in costo del lavoro, stimato in 372.047,90 euro.
    Per tutto il resto resta il 7,14%, cioè appunto 28.606,74 euro l’anno.

    Ed è importante dirlo subito con chiarezza:
    quelle cifre dedicate al personale sono pressoché incomprimibili.

    Non perché il Comune sia stato generoso.
    Ma perché il bando e la relazione inchiodano il servizio a una struttura minima molto rigida: il costo del lavoro è stato costruito sul CCNL delle cooperative sociali di riferimento, con livelli economici ben precisi; il capitolato richiede educatori e ausiliari con determinati profili, impone il rispetto dei rapporti numerici educatore-bambino e ausiliario-bambino per tutto l’orario di apertura, pretende sostituzioni rapide in caso di assenza, limita il turn-over e, in più, chiede in offerta tecnica un numero di addetti non inferiore a quello indicato nella relazione allegata.

    Tradotto dal giuridichese al mirandolese:
    sul personale non c’è molto grasso da tagliare.
    Non siamo davanti a una fisarmonica che il gestore può stringere e allargare a piacere.
    Siamo davanti a una struttura già quasi tutta tirata dal Comune, con pochissimo spazio vero per comprimere il costo del lavoro senza avvicinarsi pericolosamente al minimo strutturale del servizio.

    E questo rende il quadro ancora più interessante.
    Perché se il personale è già quasi tutto “bloccato” da contratto, inquadramenti, rapporti numerici, qualifiche e obblighi organizzativi, allora il vero punto di compressione non è lì.
    Il vero punto di compressione diventa tutto il resto.

    E infatti quel “tutto il resto” non è una mancia per il gestore e non è nemmeno un tesoretto allegro da usare per le feste di fine anno.
    No. Dentro quei 28.606,74 euro ci devono stare:

    • manutenzione ordinaria dell’immobile e delle pertinenze;
    • materiali di consumo;
    • attrezzature;
    • spese generali escluse quelle di personale;
    • utile di impresa;
    • e tutti gli altri costi ricompresi nel capitolato.

    Tradotto:
    dentro quella cifra ci devono convivere
    i pennarelli e il profitto,
    la pulizia e la dignità imprenditoriale,
    la manutenzione e il miracolo economico.

    Perché il capitolato, se letto senza camomilla, è abbastanza chiaro.
    Il gestore non si prende solo educatori e ausiliarie.
    Si prende anche il materiale per le attività con i bambini e le famiglie, i materiali per l’igiene e la pulizia, la sanificazione, la cura dei bambini, la lavanderia, l’integrazione di arredi, giochi e attrezzature se mancanti, la manutenzione ordinaria degli immobili e delle aree cortilive, la gestione dei giochi da esterno, la TARI per la parte in gestione, le utenze telefoniche e, quando scatterà il miracolo della separazione impiantistica, anche luce, acqua e gas.

    La manutenzione straordinaria, formalmente, resta al Comune.
    Ma con una piccola grazia amministrativa: se una straordinaria nasce da una cattiva manutenzione ordinaria, allora il problema può tornare addosso al gestore come una rondine cattiva in stagione elettorale.

    Quindi il quadro è questo:
    il Comune costruisce un appalto in cui quasi tutto il valore è già mangiato dal personale, e il personale stesso è quasi incomprimibile; di conseguenza tutto ciò che rende il servizio concretamente vivibile deve stare in un avanzo che, già a ribasso zero, è stretto come un corridoio di casa popolare.

    Ma la poesia migliora ancora quando si fa un’ipotesi molto modesta, quasi innocente:

    e se ci fosse un ribasso del 3%?

    Ecco, lì la favola si fa davvero educativa.

    Perché con un ribasso del 3% il ricavo annuo teorico scende, e quei 28.606,74 euro non restano più 28 mila. Diventano circa 16.587 euro l’anno dopo aver coperto il costo del lavoro. Questo non è un numero inventato: è una semplice elaborazione matematica sui valori della relazione economica.

    A questo punto il Fico, da vecchio contabile dell’assurdo, si permette un’ulteriore ipotesi:
    mettiamo che il gestore, già che esiste, voglia portarsi a casa almeno 10 mila euro di margine annuo. Non stiamo parlando di yacht, caviale e weekend a Cortina. Stiamo parlando del minimo sindacale per non lavorare solo per la gloria di San Bilancio.

    Bene. In quel caso, per tutto il resto resterebbero circa 6.587 euro all’anno.

    Ripetiamolo piano, come si fa con i bambini dell’infanzia quando si insegna a contare fino a dieci:

    6.587 euro all’anno.

    Cioè poco più di 500 euro al mese.
    Per tutto.

    Per i materiali didattici.
    Per la carta.
    Per i cartoncini.
    Per i pennarelli.
    Per la colla.
    Per i detergenti.
    Per il sapone.
    Per la sanificazione.
    Per i giochi da sostituire.
    Per le piccole manutenzioni.
    Per gli imprevisti.
    Per i mille accidenti quotidiani di un asilo vero.

    Insomma, più che un piano economico, sembra una puntata di “Affari tuoi” giocata con i pannolini.

    E qui arriva il punto serio, sotto la satira.

    Perché quando il costo del personale è già quasi blindato dal bando, il problema non è decidere se comprimere i costi.
    Il problema è capire dove si finirà per comprimerli.

    E la risposta purtroppo è abbastanza semplice:
    non sui livelli contrattuali,
    non sui rapporti numerici minimi,
    non sugli inquadramenti obbligati,
    ma su tutto ciò che resta intorno.

    E siccome tutto ciò che resta intorno sono attività, materiali, manutenzioni, margini organizzativi e qualità minuta del servizio, il rischio è evidente:
    il bando spinge fisiologicamente a cercare risparmio proprio sulle parti più silenziose e meno difese del nido.

    Quelle che non fanno titolo in delibera.
    Quelle che non finiscono in conferenza stampa.
    Quelle che però, nella vita vera di un asilo, fanno la differenza tra un servizio semplicemente in regola e un servizio davvero ricco, sereno e di qualità.

    Ed è qui che il bando smette di essere una faccenda per soli tecnici e diventa una faccenda politica.

    Perché se costruisci un appalto in cui il costo del personale è quasi incomprimibile e il resto è ridotto a una ciotolina di spiccioli, allora il messaggio è chiaro:
    la qualità concreta del servizio dovrà arrangiarsi dentro ciò che avanza.

    E allora il problema non è solo il bando della Lumaca.
    Il problema è una certa religione amministrativa locale:
    esternalizzare tutto, spendere il meno possibile, controllare molto (le carte… o certe pagine Facebook) e poi fingersi stupiti se la qualità rischia di vivere di rendita e di miracoli.

    Come se i servizi per l’infanzia fossero una gara a chi tira meglio la coperta.
    Come se bastasse un capitolato ben scritto per sostituire il respiro organizzativo, i margini veri e la qualità concreta.
    Come se i bambini potessero crescere serenamente dentro un modello pensato più per far quadrare il contratto che per far respirare il servizio.

    Il Fico la mette giù semplice:
    quando l’esternalizzazione diventa un riflesso automatico, la qualità non è più il punto di partenza.
    Diventa il sottoprodotto eventuale di un meccanismo costruito per risparmiare, scaricare e controllare.

    E a quel punto il rischio è sempre lo stesso:
    che il Comune inauguri il futuro,
    e che poi a gestire il presente restino i soliti santi.
    Uno l’abbiamo già conosciuto: San Contatore Martire.
    L’altro, a forza di tirare i margini, potrebbe diventare presto San Pennarello Moltiplicato.


    Documenti consultati

    • Determinazione n. 209 del 16/03/2026
    • Capitolato Speciale d’Appalto
    • Relazione tecnico-economica di gara