Categoria: scuola

Ida Wells

  • LA CHIOCCIOLA E LA TERRA CHE PUZZA DI DOMANDA Puntata II – Perché proprio “smaltimento”?

    Nella prima puntata avevamo lasciato i bambini fuori dal recinto del nuovo nido La Chiocciola, incantati davanti alla ruspa: il giardino ancora da inaugurare, la collinetta già da rimuovere, il progetto che incontra la realtà e la realtà che, come spesso accade, chiede un escavatore.

    Adesso però smettiamo di guardare la ruspa.

    Guardiamo la parola.

    Perché nella determina n. 406 del 12 maggio 2026, dedicata al noleggio di uno scavatore per rimuovere il modellamento del terreno a forma di collina nel giardino del nuovo nido, il Comune non scrive soltanto “rimozione”. Non scrive “movimentazione”. Non scrive “rimodellamento”. Non scrive “riutilizzo in sito”. Scrive una cosa molto più impegnativa: “rimozione e smaltimento” del terreno.

    E allora la domanda non è cattiva. È obbligatoria.

    Perché è stato usato proprio quel termine?

    Perché “smaltimento” non è una parola da giardiniere distratto. Non è una parola ornamentale. Non è il modo elegante per dire “spostiamo un po’ di terra”. È una parola che, nel linguaggio ambientale, porta con sé un universo di responsabilità: classificazione, destinazione, tracciabilità, eventuali codici, eventuali formulari, eventuali analisi, eventuale conferimento.

    Quindi bisogna scegliere.

    O quella parola è stata usata male, con superficialità, in un atto pubblico che riguarda il giardino di un asilo nido.

    Oppure quella parola è stata usata bene, e allora bisogna spiegare tutto il resto.

    Sono state fatte analisi sul terreno?
    È stato trovato qualcosa che non va?
    Esiste una classificazione del materiale rimosso?
    Quella terra resta nel sito o viene portata altrove?
    Se viene portata altrove, da chi, dove e con quali documenti?
    Se invece è terra pulita, ordinaria, innocua, perché chiamarla “da smaltire”?

    Queste non sono domande da complottisti della zolla. Sono domande minime quando si parla di un luogo destinato alla prima infanzia. Perché qui non siamo nel retro di un capannone, non siamo in una scarpata industriale, non siamo nel piazzale dimenticato di qualche magazzino. Siamo nel giardino di un nido. Uno spazio dove dovrebbero giocare bambini da tre mesi a tre anni.

    Bambini che la terra non la frequentano con prudenza amministrativa. La toccano. La impastano. Ci cadono sopra. La portano sulle mani, sulle ginocchia, nei vestiti, nei capelli. E qualche volta, nella gloriosa tradizione sperimentale della fascia 0-3, se la mettono pure in bocca.

    Ed ecco allora il laboratorio didattico involontario della Chiocciola: analisi organolettica del terreno comunale.

    Un bambino annusa una zolla e dice:
    “Maestra, questa sa un po’ di olio.”

    Un altro la sbriciola tra le dita:
    “Io sento ferro. Tipo cancello dopo la pioggia.”

    Una bambina prepara i campioni:
    “Vasetto A: terra normale. Vasetto B: terra scura. Vasetto C: terra strana. Vasetto D: boh.”

    Poi arriva il più piccolo, sporco fino al mento, che guarda gli adulti e fa la domanda che nell’atto non trova risposta:
    “Ma se è terra del nostro giardino, perché la smaltiscono?”

    Ecco il punto.

    Nessuno sta dicendo che quella terra sia contaminata. Nessuno può dirlo senza documenti. Ma proprio per questo la domanda diventa ancora più seria: le garanzie di sicurezza di un luogo destinato alla prima infanzia sono garantite oltre ogni minimo dubbio?

    Non “abbastanza”.
    Non “presumibilmente”.
    Non “si vedrà”.
    Oltre ogni minimo dubbio.

    Perché quando si parla di bambini piccolissimi, il dubbio non si gestisce con le parole elastiche. Si scioglie con gli atti, con le analisi se necessarie, con le destinazioni chiare, con la tracciabilità, con una spiegazione limpida.

    L’affidamento è piccolo: 847,16 euro per quattro giorni di noleggio escavatore. Ma la domanda è grande. Molto più grande della collinetta. Perché non riguarda solo quanto costa togliere la terra. Riguarda cosa si sta togliendo, perché lo si chiama “smaltimento” e quali garanzie ci sono sul terreno dove dovrebbero giocare i bambini.

    Se era semplice terra pulita da livellare, allora l’atto è scritto male.

    Se invece era davvero terra da smaltire, allora l’atto dice troppo poco.

    In entrambi i casi, un’amministrazione seria dovrebbe chiarire. Subito. Non con un post celebrativo, non con una foto al taglio del nastro, non con la solita formula sul futuro dei bambini. Con documenti.

    Perché i bambini possono anche assaggiare la terra per gioco.
    Gli adulti, però, non dovrebbero chiedere ai cittadini di bersi le determine.

    La Chiocciola deve ancora aprire, ma una cosa l’ha già insegnata: quando in un giardino di nido compare la parola “smaltimento”, non basta guardare la ruspa.

    Bisogna scavare nella frase.

    Fonti: Determina Comune di Mirandola n. 406 del 12/05/2026

  • LA CHIOCCIOLA, LA COLLINETTA E LA RUSPA EDUCATIVA

    Puntata I – Il giardino ripensato prima ancora di partire

    C’era una volta un nido nuovo di zecca, bello, moderno, finanziato, progettato, costruito, pronto a presentarsi come piccolo gioiello dell’infanzia contemporanea. Un luogo dove tutto avrebbe dovuto parlare di bambini, educazione, crescita, qualità degli spazi, armonia tra architettura e funzione. E invece, prima ancora dell’apertura prevista con l’inizio del prossimo anno scolastico, ecco il primo insegnamento concreto offerto alla cittadinanza: se progetti senza ascoltare davvero chi poi quegli spazi li deve usare, prima o poi arriva l’escavatore. La determina n. 406 del 12 maggio 2026 racconta infatti una piccola storia meravigliosa nella sua sincerità involontaria: l’area esterna del nuovo nido La Chiocciola va già rimodellata, perché bisogna rimuovere il modellamento del terreno “a forma di collina” previsto nella sistemazione originaria, così da consentire un adeguato inserimento degli arredi e delle attrezzature ludiche per i bambini, a seguito delle richieste del personale docente. Tradotto dal burocratese al mirandolese corrente: il giardino era stato pensato in un modo, poi sono arrivati quelli che coi bambini ci lavorano davvero e hanno fatto notare che forse, in un nido, oltre alla poesia della collinetta servono anche spazi concretamente utilizzabili.

    Ed è qui che la vicenda diventa davvero istruttiva. Perché un giardino di un nido non è il contorno di un rendering, non è il prezzemolino verde da mettere attorno all’edificio per far colpo nella tavola progettuale, non è l’angolino bucolico che fa tanto “pedagogia naturale” se visto da lontano. Un giardino di un nido è uno spazio educativo. È un luogo dove si mettono arredi, giochi, percorsi, momenti di attività, scoperta, movimento. È uno spazio che non deve solo essere guardato: deve funzionare. E se, prima ancora dell’apertura, si scopre che quella collina va tolta perché impedisce o complica l’allestimento della parte esterna, allora il problema non è l’uso che ha consumato il giardino. Il problema è che il giardino nasce già da correggere.

    In altre parole: la Chiocciola non ha ancora aperto davvero ai bambini, ma ha già aperto il cantiere della correzione del progetto.

    È questo il punto che colpisce di più. Non siamo davanti a un’area esterna modificata dopo anni di utilizzo, non siamo davanti a una struttura che ha rivelato limiti solo dopo l’esperienza sul campo, non siamo davanti a un fisiologico adattamento di uno spazio vissuto. No. Siamo molto prima. Siamo ancora nella fase in cui il nido deve partire, eppure una parte della sistemazione esterna viene già ripensata. Il che porta a una domanda molto semplice e molto fastidiosa: ma durante la progettazione, un confronto serio con chi avrebbe poi usato quello spazio c’è stato davvero?

    Perché la sensazione è quella che si conosce bene in tante opere pubbliche: prima si disegna, poi si approva, poi si realizza, poi si scopre che l’uso reale non coincide con l’idea astratta che qualcuno aveva messo su carta. E allora si corregge. Il tutto con quella solennità amministrativa che rende tutto normale: una collinetta compare nel progetto, la collinetta viene realizzata, poi la collinetta diventa d’intralcio, quindi la collinetta si leva. La montagna pedagogica che partorì la ruspa.

    E qui entra in scena il momento più poetico di tutta la faccenda: i bambini. Non quelli che ancora non possono entrare nel nido, ma quelli che, idealmente, già offrono la chiave di lettura perfetta dell’intera vicenda. Perché la scena comica è servita su un piatto d’argilla: un gruppo di bambini affacciati fuori dal recinto, con gli occhi spalancati e il naso alle sbarre, che osservano estasiati le operazioni di movimento terra nel giardino del loro futuro nido. Altro che atelier creativo, altro che laboratorio sensoriale, altro che outdoor education. La prima attività educativa non ufficiale della Chiocciola rischia di essere: “Osserviamo insieme la ruspa che corregge il giardino appena progettato”.

    E in fondo, per dei bambini piccoli, la ruspa è una meraviglia assoluta. Fa rumore, scava, alza terra, sposta montagne, affascina. Da questo punto di vista bisogna riconoscere all’amministrazione una certa coerenza involontaria: se il nido ancora non apre, almeno offre da fuori uno spettacolo gratuito di ingegneria correttiva. Una sorta di pre-inaugurazione didattica: benvenuti alla Chiocciola, dove prima ancora di giocare in giardino puoi assistere alla fase in cui il giardino viene ripensato perché evidentemente qualcuno, a monte, non aveva pensato abbastanza.

    Il tutto per 847,16 euro di noleggio escavatore per quattro giorni. Cifra modesta, certo. Ma qui il punto non è il costo in sé. Il punto è il valore simbolico di quella spesa. Perché quei pochi euro raccontano tantissimo: raccontano una progettazione che, almeno sulla sistemazione esterna, non sembra aver trovato subito il punto di equilibrio tra forma e funzione; raccontano un ascolto degli utilizzatori arrivato dopo, non prima; raccontano un’opera nuova che già necessita di aggiustamenti; raccontano, insomma, quella versione tutta mirandolese del principio per cui il confronto vero arriva quando il cemento è già asciutto e la terra è già da rispostare.

    La morale architettonica di questa prima puntata è quindi piuttosto semplice: il problema non è la collina in sé, poveretta. Il problema è il metodo. Perché quando uno spazio pensato per bambini da zero a tre anni viene corretto prima ancora di cominciare a vivere, il tema non è solo “togliere un rialzo di terra”. Il tema è chiedersi se chi ha progettato abbia davvero dialogato abbastanza con chi quel luogo lo avrebbe abitato ogni giorno. E se la risposta è no, l’escavatore diventa il più sincero degli strumenti di verifica progettuale.

    Per ora fermiamoci qui, alla puntata architettonica: il nido che deve ancora aprire, il giardino che deve già essere corretto, la collinetta che non convince, i bambini che guardano da fuori la ruspa come fosse il primo spettacolo educativo della stagione.

    Ma attenzione, perché questa è solo la prima puntata.

    Nella prossima, infatti, si scava ancora un po’. Non solo nel terreno, ma soprattutto nelle parole usate dall’atto. E lì, più che l’architettura, comincia un’altra storia.

    Fonti: Determina Comune di Mirandola n. 406 del 12/05/2026, affidamento diretto per il noleggio di uno scavatore presso il nido La Chiocciola.

  • IL BANDO DA 80/100

    o della manifestazione d’interesse che cercava un gestore, ma ha trovato la calcolatrice spenta

    A Mirandola è comparsa una nuova creatura amministrativa: il bando a completamento libero.

    Funziona così: il Comune pubblica una manifestazione d’interesse per affidare centri estivi, pre-ingresso, post-scuola e assistenza scuolabus. Servizi delicatissimi: bambini, famiglie, disabilità, scuole, personale, rette, PEF, convenzione.

    Materia da bisturi.

    E invece arriva la mannaia buona per la pcarìa.

    Prima scena: la Determina 322 dice che possono partecipare tutti gli enti del Terzo Settore. Poi arriva l’avviso e restringe tutto ad associazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale. Poi arriva il modulo di candidatura e, per non sbagliare, mette solo due caselline: volontariato o promozione sociale.

    Gli altri enti del Terzo Settore?
    Evaporati.
    Come i refusi quando li legge il Fico.

    Seconda scena: la Determina 338 approva l’avviso, ma dentro l’avviso ci sono ancora i campi da compilare: “determinazione dirigenziale n. __/2026”, “determinazione del Settore III n. __/2026”, scadenza entro le ore 11:00 del ..2026.

    Un avviso pubblico con la data a sorpresa.
    La gara in stile Settimana Enigmistica.

    Terza scena: il PEF. In determina si cita il protocollo 17569/2026. Nell’avviso compare il PEF prot. 16218/2026. Poi il PEF dei centri estivi parla di 30.000 euro di contributo massimo, mentre gli atti comunali viaggiano a 29.000.

    Mille euro spariti nel tragitto tra un allegato e l’altro.
    Forse saliti sullo scuolabus.

    Quarta scena: l’anno scolastico. Negli atti compare più volte 2026/2037. Non 2026/2027. 2037.

    Altro che prolungamento orario: qui il post-scuola dura undici anni.

    Ma il capolavoro, quello da appendere in sala consiliare accanto alla calcolatrice scarica, è la griglia dei punteggi.

    Il Comune scrive i criteri di valutazione:
    10 punti per il preingresso,
    10 per il prolungamento,
    20 per il progetto educativo,
    10 per il piano economico,
    5 per le esperienze pregresse,
    15 per struttura e personale,
    10 per le migliorie.

    Totale: 80.

    Subito sotto, però, l’avviso parla di soglia minima pari a 60/100.

    Sessanta su cento.
    Ma i punti disponibili sono ottanta.

    È una meraviglia.

    La matematica amministrativa mirandolese:
    si parte da 80, si finge 100, si boccia sotto 60 e si spera che nessuno faccia la somma.

    INTERMEZZO TEATRALE

    — “Dirigente, i punteggi al massimo fanno 80.”
    — “Perfetto.”
    — “Ma abbiamo scritto 60/100.”
    — “Ancora meglio.”
    — “Quindi il massimo è 80 su 100?”
    — “Esatto.”
    — “Ma manca il 20%.”
    — “Lo mettiamo nelle proposte migliorative.”
    — “Tipo?”
    — “Saper contare!”

    Poi arriva la Determina 376. Finalmente la rettifica. Il Comune ammette che nella 322 e nella relazione tecnica c’erano “incongruenze” che si sono “riverberate” nell’avviso.

    Che poesia.

    A Mirandola gli errori non si propagano.
    Non si copiano.
    Non si trascinano.
    Si riverberano.

    La rettifica corregge la platea dei partecipanti, rifà i punteggi e li porta finalmente a 100: 15, 15, 20, 15, 10, 15, 10.

    Miracolo.

    Dopo giorni di nebbia, qualcuno ha imparato a fare le somme.

    Però il Comune concede solo tre giorni in più: dal 9 al 13 maggio. Perché quando cambi soggetti ammessi, criteri di valutazione e struttura della procedura, vuoi mica dare troppo tempo alla gente per capirci qualcosa?

    E qui arriva il colpo finale.

    La rettifica che corregge l’avviso è, a sua volta, da correggere.

    Perché nell’ultimo avviso di rettifica restano ancora i campi vuoti: “determinazione dirigenziale di rettifica n. __/2026”. E quando deve indicare la nuova scadenza, quella che la Determina 376 fissa chiaramente al 13 maggio alle ore 12:00, l’allegato scrive ancora: entro le ore 12:00 del //2026.

    La rettifica della rettifica rettifica, ma non compila.

    È il bando matrioska: apri l’errore, trovi la rettifica; apri la rettifica, trovi un altro errore.

    Qui non siamo davanti al singolo refuso.
    Siamo davanti a una procedura che nasce storta, cammina zoppa, viene fasciata male e poi rimandata in strada con le stampelle al contrario.

    Perché un bando pubblico non è una bozza su Word. Non è il foglio appeso al frigorifero. Non è “poi mettiamo la data”. È l’atto con cui l’amministrazione dice ai soggetti interessati: questi sono i requisiti, questi sono i punteggi, questi sono i termini.

    Se i requisiti cambiano, i punteggi non tornano, i protocolli ballano, gli anni scolastici arrivano al 2037 e persino la rettifica resta con i buchi bianchi, il problema non è il Fico che legge.

    Il problema è che qualcuno scrive.
    Qualcuno pubblica.
    E qualcuno firma.

    Il Fico perdona.
    L’80/100 no.

  • IL PEF DEI GIOVANI CHE NON TROVA I GIOVANI

    Ci sono atti comunali che sembrano scritti con una mano, corretti con un’altra e approvati mentre la terza cercava ancora il file giusto sul desktop.

    La Delibera di Giunta n. 72 del 10 aprile 2026 parla di attività estive, conciliazione vita-lavoro, prevenzione del disagio giovanile, fascia adolescenziale, sani stili di vita, inclusione, territorio, associazionismo. Insomma: tutto il repertorio delle parole belle.

    Poi però apri il documento e scopri che il servizio vero riguarda bambini e ragazzi dai 3 ai 14 anni. Gli adolescenti dai 12 ai 17 anni compaiono solo con la “possibilità” di iniziative aggregative e con almeno due eventi nel periodo estivo. Due eventi. La politica giovanile in formato omeopatico.

    Il capitolo di bilancio parla di attività ricreative rivolte ai giovani, ma il programma concreto guarda soprattutto a infanzia, elementari e medie. I giovani stanno nel titolo, gli adolescenti nella retorica, i bambini nei numeri.

    E già qui uno potrebbe fermarsi.

    Ma no, perché poi arriva la determina di affidamento del PEF a Media Gestum Consulting. Lì si scopre che la RDO MEPA viene pubblicata dal 29 gennaio al 5 febbraio, mentre la verifica per capire se in Comune esistessero professionalità interne capaci di fare il lavoro parte il 10 febbraio.

    Cioè: prima si cerca fuori, poi si chiede dentro.

    Intermezzo amministrativo:

    — Abbiamo qualcuno in Comune capace di fare questo PEF?
    — Non lo so, chiediamolo.
    — Bene, quando?
    — Dopo aver già chiuso la procedura esterna.
    — Ottimo. Così se qualcuno risponde sì, almeno non crea disagio.

    Su cinque operatori invitati arriva una sola offerta. E naturalmente va bene quella. La concorrenza, a Mirandola, quando è timida viene accompagnata dolcemente verso l’aggiudicazione.

    Poi c’è il dettaglio poetico: il PEF serve anche per i servizi educativi, ma l’incarico viene pagato sul capitolo degli impianti sportivi. A questo punto viene da pensare che anche il preingresso scolastico debba fare riscaldamento a bordo campo prima di entrare in classe.

    E siccome la precisione è tutto, nel PEF del preingresso e del prolungamento orario spuntano ancora formule da centro estivo: “totale costo del servizio di centri estivo”, “ricavi del servizio di centro estivo”. Evidentemente il copia-incolla era rimasto in costume da bagno.

    Anche sulle sedi qualcosa scricchiola: la delibera indica una sede, il PEF ne richiama un’altra. Magari è solo un refuso. Ma quando un atto serve a costruire una gara, affidare servizi, definire tariffe e giustificare scelte amministrative, sarebbe rassicurante che almeno sapesse dove si fanno le attività.

    Alla fine il quadro è semplice: si parla di giovani, ma il servizio si ferma quasi tutto prima; si evocano gli adolescenti, ma gli si concedono due eventi; si verifica l’assenza di competenze interne dopo aver già chiuso la ricerca esterna; si paga un PEF educativo come se fosse roba da impianti sportivi; e gli allegati si portano dietro refusi da copia-incolla.

    Non è una politica giovanile.
    È una gita scolastica dentro la nebbia amministrativa.

    Il Fico perdona. Il PEF no.

    Fonti: Delibera di Giunta n. 72 del 10/04/2026; Determina n. 255 del 31/03/2026; PEF servizi educativi prot. n. 0016218/2026 del 03/04/2026.

  • Bando “La Lumaca”, puntata 2

    I 28 mila euro miracolosi: dentro ci devono stare i bambini, i pennarelli e pure il profitto

    Cappello introduttivo

    Nella prima puntata il Fico ha guardato il lato impiantistico del bando della futura Lumaca e ha scoperto che il Comune sogna di separare nido e cucina in un edificio nato invece come organismo unico.
    In questa seconda puntata, invece, si passa alla parte ancora più commovente: i conti.

    Perché c’è una cifra che nei documenti meriterebbe di essere esposta in teca, tra le reliquie amministrative più ardite della Bassa:
    28.606,74 euro all’anno.

    A prima vista potrebbe sembrare una cifra seria.
    Poi però si legge bene cosa ci deve stare dentro, e si capisce che più che un margine è un atto di fede.


    La relazione economica del bando dice una cosa molto semplice e molto spietata: il 92,86% del valore annuo dell’appalto se ne va già in costo del lavoro, stimato in 372.047,90 euro.
    Per tutto il resto resta il 7,14%, cioè appunto 28.606,74 euro l’anno.

    Ed è importante dirlo subito con chiarezza:
    quelle cifre dedicate al personale sono pressoché incomprimibili.

    Non perché il Comune sia stato generoso.
    Ma perché il bando e la relazione inchiodano il servizio a una struttura minima molto rigida: il costo del lavoro è stato costruito sul CCNL delle cooperative sociali di riferimento, con livelli economici ben precisi; il capitolato richiede educatori e ausiliari con determinati profili, impone il rispetto dei rapporti numerici educatore-bambino e ausiliario-bambino per tutto l’orario di apertura, pretende sostituzioni rapide in caso di assenza, limita il turn-over e, in più, chiede in offerta tecnica un numero di addetti non inferiore a quello indicato nella relazione allegata.

    Tradotto dal giuridichese al mirandolese:
    sul personale non c’è molto grasso da tagliare.
    Non siamo davanti a una fisarmonica che il gestore può stringere e allargare a piacere.
    Siamo davanti a una struttura già quasi tutta tirata dal Comune, con pochissimo spazio vero per comprimere il costo del lavoro senza avvicinarsi pericolosamente al minimo strutturale del servizio.

    E questo rende il quadro ancora più interessante.
    Perché se il personale è già quasi tutto “bloccato” da contratto, inquadramenti, rapporti numerici, qualifiche e obblighi organizzativi, allora il vero punto di compressione non è lì.
    Il vero punto di compressione diventa tutto il resto.

    E infatti quel “tutto il resto” non è una mancia per il gestore e non è nemmeno un tesoretto allegro da usare per le feste di fine anno.
    No. Dentro quei 28.606,74 euro ci devono stare:

    • manutenzione ordinaria dell’immobile e delle pertinenze;
    • materiali di consumo;
    • attrezzature;
    • spese generali escluse quelle di personale;
    • utile di impresa;
    • e tutti gli altri costi ricompresi nel capitolato.

    Tradotto:
    dentro quella cifra ci devono convivere
    i pennarelli e il profitto,
    la pulizia e la dignità imprenditoriale,
    la manutenzione e il miracolo economico.

    Perché il capitolato, se letto senza camomilla, è abbastanza chiaro.
    Il gestore non si prende solo educatori e ausiliarie.
    Si prende anche il materiale per le attività con i bambini e le famiglie, i materiali per l’igiene e la pulizia, la sanificazione, la cura dei bambini, la lavanderia, l’integrazione di arredi, giochi e attrezzature se mancanti, la manutenzione ordinaria degli immobili e delle aree cortilive, la gestione dei giochi da esterno, la TARI per la parte in gestione, le utenze telefoniche e, quando scatterà il miracolo della separazione impiantistica, anche luce, acqua e gas.

    La manutenzione straordinaria, formalmente, resta al Comune.
    Ma con una piccola grazia amministrativa: se una straordinaria nasce da una cattiva manutenzione ordinaria, allora il problema può tornare addosso al gestore come una rondine cattiva in stagione elettorale.

    Quindi il quadro è questo:
    il Comune costruisce un appalto in cui quasi tutto il valore è già mangiato dal personale, e il personale stesso è quasi incomprimibile; di conseguenza tutto ciò che rende il servizio concretamente vivibile deve stare in un avanzo che, già a ribasso zero, è stretto come un corridoio di casa popolare.

    Ma la poesia migliora ancora quando si fa un’ipotesi molto modesta, quasi innocente:

    e se ci fosse un ribasso del 3%?

    Ecco, lì la favola si fa davvero educativa.

    Perché con un ribasso del 3% il ricavo annuo teorico scende, e quei 28.606,74 euro non restano più 28 mila. Diventano circa 16.587 euro l’anno dopo aver coperto il costo del lavoro. Questo non è un numero inventato: è una semplice elaborazione matematica sui valori della relazione economica.

    A questo punto il Fico, da vecchio contabile dell’assurdo, si permette un’ulteriore ipotesi:
    mettiamo che il gestore, già che esiste, voglia portarsi a casa almeno 10 mila euro di margine annuo. Non stiamo parlando di yacht, caviale e weekend a Cortina. Stiamo parlando del minimo sindacale per non lavorare solo per la gloria di San Bilancio.

    Bene. In quel caso, per tutto il resto resterebbero circa 6.587 euro all’anno.

    Ripetiamolo piano, come si fa con i bambini dell’infanzia quando si insegna a contare fino a dieci:

    6.587 euro all’anno.

    Cioè poco più di 500 euro al mese.
    Per tutto.

    Per i materiali didattici.
    Per la carta.
    Per i cartoncini.
    Per i pennarelli.
    Per la colla.
    Per i detergenti.
    Per il sapone.
    Per la sanificazione.
    Per i giochi da sostituire.
    Per le piccole manutenzioni.
    Per gli imprevisti.
    Per i mille accidenti quotidiani di un asilo vero.

    Insomma, più che un piano economico, sembra una puntata di “Affari tuoi” giocata con i pannolini.

    E qui arriva il punto serio, sotto la satira.

    Perché quando il costo del personale è già quasi blindato dal bando, il problema non è decidere se comprimere i costi.
    Il problema è capire dove si finirà per comprimerli.

    E la risposta purtroppo è abbastanza semplice:
    non sui livelli contrattuali,
    non sui rapporti numerici minimi,
    non sugli inquadramenti obbligati,
    ma su tutto ciò che resta intorno.

    E siccome tutto ciò che resta intorno sono attività, materiali, manutenzioni, margini organizzativi e qualità minuta del servizio, il rischio è evidente:
    il bando spinge fisiologicamente a cercare risparmio proprio sulle parti più silenziose e meno difese del nido.

    Quelle che non fanno titolo in delibera.
    Quelle che non finiscono in conferenza stampa.
    Quelle che però, nella vita vera di un asilo, fanno la differenza tra un servizio semplicemente in regola e un servizio davvero ricco, sereno e di qualità.

    Ed è qui che il bando smette di essere una faccenda per soli tecnici e diventa una faccenda politica.

    Perché se costruisci un appalto in cui il costo del personale è quasi incomprimibile e il resto è ridotto a una ciotolina di spiccioli, allora il messaggio è chiaro:
    la qualità concreta del servizio dovrà arrangiarsi dentro ciò che avanza.

    E allora il problema non è solo il bando della Lumaca.
    Il problema è una certa religione amministrativa locale:
    esternalizzare tutto, spendere il meno possibile, controllare molto (le carte… o certe pagine Facebook) e poi fingersi stupiti se la qualità rischia di vivere di rendita e di miracoli.

    Come se i servizi per l’infanzia fossero una gara a chi tira meglio la coperta.
    Come se bastasse un capitolato ben scritto per sostituire il respiro organizzativo, i margini veri e la qualità concreta.
    Come se i bambini potessero crescere serenamente dentro un modello pensato più per far quadrare il contratto che per far respirare il servizio.

    Il Fico la mette giù semplice:
    quando l’esternalizzazione diventa un riflesso automatico, la qualità non è più il punto di partenza.
    Diventa il sottoprodotto eventuale di un meccanismo costruito per risparmiare, scaricare e controllare.

    E a quel punto il rischio è sempre lo stesso:
    che il Comune inauguri il futuro,
    e che poi a gestire il presente restino i soliti santi.
    Uno l’abbiamo già conosciuto: San Contatore Martire.
    L’altro, a forza di tirare i margini, potrebbe diventare presto San Pennarello Moltiplicato.


    Documenti consultati

    • Determinazione n. 209 del 16/03/2026
    • Capitolato Speciale d’Appalto
    • Relazione tecnico-economica di gara
  • Bando “La Lumaca”, puntata 1

    La cucina di Schrödinger: fuori dalla gestione, dentro agli impianti

    Cappello introduttivo

    Questo è il primo di una serie di post con cui il Fico proverà a leggere il bando di gestione del futuro asilo che, per coerenza zoologica e velocità amministrativa, chiameremo “La Lumaca”.

    L’idea è semplice: meno inaugurazioni, più capitolati.
    Perché quando un Comune costruisce un edificio nuovo e poi ne mette a gara la gestione, la domanda non è solo “quanto costa?” oppure “chi se lo prende?”.

    La domanda vera è: ma questo edificio è stato progettato davvero per il tipo di gestione che il Comune sapeva già di voler fare, oppure prima si è gettato il cemento e poi si è cominciato a pensare?

    E qui, già alla prima lettura, salta fuori una meraviglia tutta mirandolese:
    La attuale maggioranza ama esternalizzare i servizi come certi devoti amano i santi patroni,
    perché quando realizza opere nuove sembra dimenticarsi di progettare anche le condizioni materiali dell’esternalizzazione?


    Il capitolato, a voler essere generosi, una cosa la spiega abbastanza bene.
    L’operatore economico gestisce il nido e tutta la sua allegra trincea quotidiana: personale educativo e ausiliario, materiali didattici, pulizie, cura dei bambini, lavanderia, manutenzione ordinaria, distribuzione dei pasti, apparecchiatura, sparecchiatura, pulizia e disinfezione delle aree in cui si mangia.

    Tradotto dal burocratese al mirandolese:
    al gestore viene affidata la vita vera dell’asilo.

    Quella fatta di pannolini, pennarelli, mocio, stoviglie, bavaglini, turni, piccoli guasti e grandi rogne.

    Poi però si arriva alla cucina.
    E lì il bando comincia a scricchiolare…

    Perché i documenti dicono che la fornitura dei pasti resta al Comune.
    “Tutto il necessario per l’espletamento del servizio mensa” lo mette la committenza.
    Il gestore invece prenota, somministra, prende e riporta i carrelli, assiste i bambini mentre mangiano e poi pulisce gli spazi dove il pasto si consuma.

    Cioè:
    il gestore non gestisce la cucina,
    ma si prende tutto ciò che ruota attorno al fatto che la cucina esista.

    Una genialata amministrativa quasi poetica:
    la cucina c’è, ma anche no.

    Sta nell’edificio, ma a metà fuori dalla gestione.
    Produce effetti, consumi, esigenze, problemi e costi, ma contrattualmente viene trattata come una creatura istituzionale semifantasma.

    Insomma: la cucina di Schrödinger.
    Fuori dalla gestione, dentro agli impianti.
    Non gestita, ma decisiva.
    Non tua, ma un po’ sì.

    Peccato che poi uno vada a leggersi il progetto edilizio e scopra che non stiamo parlando della macchinetta del caffè messa in un corridoio.
    No. Qui compare una cucina vera: cucina, dispensa, lavaggio stoviglie, locale dedicato, predisposizioni impiantistiche elettriche e idrauliche, piano di cottura con cappa, forno a vapore, lavastoviglie, frigorifero, freezer, tutta roba che consuma acqua ed energia, e non poca!

    Cioè: nel progetto dell’edificio la cucina non è un accessorio.
    Non è un soprammobile.
    Non è un optional messo lì per bellezza.
    È una funzione strutturalmente incorporata nel fabbricato.

    Ed è qui che il bando diventa un piccolo spettacolo di illusionismo.

    Perché da un lato ci raccontano una separazione gestionale elegante:
    i pasti li garantisce il Comune,
    il gestore distribuisce e pulisce,
    la TARI è a carico del gestore solo “per la parte in gestione”,
    la manutenzione straordinaria se la tiene il Comune,
    e le utenze di luce, acqua e gas passeranno al gestore

    solo quando verranno separate le utenze tra parte nido e parte cucina.

    Bellissimo.
    Pulito.
    Ordinato.
    Peccato che questa pulizia esista soprattutto nella fantasia del capitolato.

    Perché gli impianti, a differenza degli amministratori, non si impressionano davanti alle formule scritte bene.

    E infatti il progetto racconta un edificio NZEB (edificio a emissioni “quasi” zero), con pompa di calore aria/acqua, riscaldamento a pavimento, VMC, locale tecnico comune e soprattutto un fotovoltaico da 40 kWp pensato per compensare gran parte dei consumi dell’immobile.

    Tradotto: dal punto di vista energetico e impiantistico, qui non abbiamo due mondi separati che un giorno, da adulti, si divideranno civilmente le bollette.
    Qui abbiamo un organismo unico, nato per vivere come un organismo unico.

    E allora entra in scena lui:
    Salomone impiantistico.

    Solo che stavolta il bambino da tagliare in due non è un neonato conteso da due madri.
    Il bambino è l’edificio.
    Le due madri sono il nido e la cucina.
    E il Comune, invece di chiedersi prima come organizzare la convivenza, arriva dopo con la spada del capitolato e dice:
    “bene, adesso dividiamo tutto.”

    Peccato che pompa di calore, fotovoltaico, locale tecnico e quadri elettrici non si taglino in due con la spada della determina.

    Perché la domanda tecnica, quella seria, è semplice:
    come la fate davvero questa separazione?

    Con quali contatori?
    Con quali sottocontatori?
    Con quale criterio di riparto?
    Con quale contabilizzazione dell’energia autoprodotta dal fotovoltaico?
    Con quale faccia tosta si pensa di distinguere con precisione i consumi della cucina da quelli del resto del nido, quando il progetto nasce come sistema integrato?

    Perché una cosa è scrivere:
    “poi separiamo le utenze”.
    Un’altra è progettare da subito un edificio in cui quella separazione sia davvero misurabile, governabile, trasparente e credibile.

    Altrimenti siamo nel pieno della grande tradizione amministrativa padana:
    prima fai il progetto come viene,
    poi fai il bando come speri,
    poi affidi tutto alla Provvidenza, a un paio di contatori mai nati e a un elettricista con la pressione alta.

    Con il fotovoltaico unico, con gli impianti integrati e con la cucina già infilata nel corpo edilizio, la frase “poi separiamo” suona più o meno come questa:
    più avanti, con calma, provvederemo a separare il brodo dal dado.

    E qui arriva il pezzo politico.
    Perché nella relazione di progetto del 2023 si parla di economicità di gestione, ottimizzazione dei costi di manutenzione e di esercizio e attenzione all’intero ciclo di vita dell’edificio.

    Benissimo.
    Bellissime parole.
    Morbide.
    Responsabili.
    Quasi commoventi.

    Ma proprio per questo la domanda diventa ancora più cattiva:
    se nel 2023 si ragionava già sul ciclo di vita dell’edificio, e se nel 2023 la Lety era vicesindaca con delega alle opere pubbliche, com’è possibile arrivare al bando di gestione con una separazione tra nido e cucina evocata sul piano contrattuale ma ancora fumosa sul piano impiantistico?

    Perché a questo punto non siamo davanti a una grana caduta dal cielo sulla scrivania della sindaca all’ultimo minuto.
    No.
    Siamo dentro la stessa filiera politico-amministrativa che ha accompagnato l’opera mentre nasceva.

    E allora il punto non è solo:
    “oggi la Lety si trova il problema”.
    Il punto è:
    ma questo problema, quando l’opera veniva seguita sul fronte dei lavori pubblici, non doveva essere visto prima?

    Perché qui sta la contraddizione vera di Mirandola:
    il Comune ama esternalizzare,
    ma quando costruisce opere nuove sembra non progettare fino in fondo le condizioni concrete dell’esternalizzazione.

    Prima fai il contenitore.
    Poi scopri che dentro ci saranno soggetti diversi, costi diversi, oneri diversi, responsabilità diverse, bollette diverse.
    Prima il cemento.
    Poi il capitolato.
    Poi, se Dio vuole, la separazione delle utenze.
    Infine, a chiudere il cerchio, San Contatore Martire.

    E allora la sintesi di questa prima puntata sulla Lumaca è molto semplice:

    il capitolato distingue abbastanza bene chi fa cosa tra nido e cucina;
    il progetto distingue molto meno chi consuma cosa e chi paga cosa.

    E quando un Comune che vive di esternalizzazioni scopre troppo tardi di non aver progettato bene il confine tra i servizi, il rischio è che la gestione futura assomigli meno a un asilo moderno e più a un esperimento di spiritismo contabile con supporto elettrotecnico.

    Per ora, più che una separazione impiantistica, sembra una promessa affidata alla fede, alla burocrazia e a un santo che ancora aspetta la canonizzazione ufficiale:

    San Contatore Martire, protettore delle volture impossibili, dei sottocontatori immaginari e delle opere pubbliche pensate a metà.

    Fonti / documenti letti
    Determinazione n. 209 del 16/03/2026; Capitolato Speciale d’Appalto; relazione tecnico-economica di gara; Relazione Generale di progetto (Tav. 101 – REVA); Computo metrico estimativo (Tav. 112 – REVA).

  • 🎵 C’era una scuola molto carina

    (versione mirandolese) Sergio Neri feat Sergio Endrigo

    C’era una scuola molto carina
    senza giardino,
    senza cucina.

    Non si poteva correre fuori
    perché mancavano prato e fiori.

    C’erano ruspe, terra fresata,
    una montagna non ancora spianata.

    Cumuli alti quasi due metri
    che sembrano dune più che tappeti.

    Il prato?
    Arriverà, dicono piano.
    Magari con il bel tempo…
    l’anno prossimo o quello lontano.

    E la cucina?
    Per ora riposa,
    come una promessa un po’ misteriosa.

    Però la scuola è molto carina,
    dicono tutti dalla collina:

    “È quasi pronta, manca pochino,
    solo il giardino…
    e pure il fornellino.”


    🍐 Il Fico osserva

    Ora, il Fico lo dice subito:
    la scuola Sergio Neri è una cosa seria e importante.

    I lavori di adeguamento sismico, ampliamento ed efficientamento energetico sono stati un intervento necessario.
    Meglio una scuola sicura che una scuola vecchia.

    Su questo non si discute.

    Però.

    Come spesso accade nelle opere pubbliche mirandolesi, la realtà ha sempre quel piccolo dettaglio poetico che sfugge ai comunicati ufficiali.

    Per esempio.

    Nel comunicato si parla di consegna dell’edificio e di trasferimento dei bambini.
    Tutto molto ordinato, tutto molto istituzionale.

    Peccato che:

    • il giardino, a oggi, sembri più un campo arato che un’area giochi;
    • il prato è ancora un concetto filosofico;
    • e tra i cumuli di terra qualcuno giura di aver visto dune alte quasi due metri.

    Un piccolo Sahara pedagogico.

    La cucina invece, da quanto si racconta informalmente, pare essere entrata nella categoria delle entità quantistiche:
    esiste nel progetto, ma nella pratica è difficile da osservare.

    Un po’ come certe date di fine lavori.


    📋 Il dettaglio curioso

    Il Comune comunica che:

    • la consegna dell’immobile è prevista il 6 marzo
    • il trasferimento dei bambini il 16 marzo

    Quindi tutto è pronto.

    O quasi.

    Perché nel frattempo:

    • il giardino deve ancora diventare un giardino
    • e la cucina deve ancora diventare una cucina

    Ma a Mirandola siamo gente pratica.

    Se non c’è il prato si gioca sulla terra.
    Se non c’è la cucina si userà quella provvisoria del palacomini e pazienza se arriverà cibo freddo.

    Dopotutto siamo cresciuti con Sergio Endrigo.


  • 🐌 NASCE “LA LUMACA”

    (Asilo Nido Comunale – Specializzazione in ritardo strutturale)

    La Giunta lo ha chiamato “La Chiocciola”.

    Simbolo di protezione.
    Simbolo di lentezza consapevole.
    Simbolo di crescita rispettosa dei tempi.

    Una poesia.

    Peccato che la lentezza non sia un valore educativo.
    Sia una modus operandi.


    🎀 La favola ufficiale

    PNRR.
    Missione 4.
    Next Generation EU.
    Innovazione.
    Transizione verde.
    Futuro dei bambini.

    Poi apri le determine.

    E scopri che il futuro arriva… con calma.


    🔥 2024 – Fa caldo. Scoperta rivoluzionaria.

    In pieno cantiere compare una perizia di variante.

    Motivo?
    Serve l’impianto di raffrescamento.
    Serve rivedere la cucina.
    Serve sistemare impianti elettrici.

    • 80.776 euro oltre IVA.

    Traduzione: il nido era stato progettato senza prevedere adeguatamente che a luglio, in Emilia, si suda.

    La chiocciola suda.
    Il contribuente paga.


    🍽 2025 – La cucina esiste? Più o meno.

    Ad agosto 2025 si decide di comprare la cucina: 63.000 euro.

    Poi si affida un supporto al RUP per progettare arredi: 22.710 euro.

    Poi si scopre che il limite dell’1% non lo consente.
    E si annulla tutto in autotutela.

    Prima si fa.
    Poi si controlla la norma.
    Poi si finge rigore.

    La lumaca non è lenta.
    È distratta, e lascia una scia di bava.


    🧱 Luglio 2025 – “I lavori sono finiti”

    14 luglio 2025: fine lavori.

    Applausi.

    Dicembre 2025:
    “Opere di finitura esterna non previste in appalto”.

    Non previste.

    Parcheggi da rifare.
    Marciapiede cucina da allargare.
    Frangisole da aggiungere.
    Recinzione da sistemare.
    Fermaporte da montare.

    30.011 euro + IVA.

    I lavori erano finiti.
    Ma non erano finiti.

    È un concetto quantistico di cantiere.


    🎭 La responsabilità politica

    E qui arriva il punto.

    La Lety oggi fa la Sindaca.
    I lavori pubblici li ha seguiti anche prima.
    Non è una comparsa piovuta ieri.

    La narrazione è sempre la stessa:

    • “Abbiamo intercettato fondi.”
    • “Abbiamo rispettato le milestone.”
    • “Abbiamo portato servizi.”

    La realtà è più semplice:

    • Si progetta a metà.
    • Si integra dopo.
    • Si varia in corsa.
    • Si annulla quando qualcuno legge meglio.
    • Si aggiunge a fine lavori ciò che mancava fin dall’inizio.

    Non è lentezza educativa.
    È assenza di visione tecnica.


    🐌 La spirale vera

    La spirale non e quella del guscio chiocciola,
    non è neanche quella architettonica.
    È amministrativa.

    Gira su se stessa.
    Non avanza.

    E ogni giro lascia una scia:
    variante, integrazione, finitura, annullamento.

    Altro che “ambiente a misura di bambino”.

    Qui siamo a misura di rattoppo.


    🎯 Il punto finale

    “La Chiocciola” è il nome ufficiale.
    “La Lumaca” è la diagnosi.

    Perché quando un’opera pubblica PNRR:

    • scopre il raffrescamento in corso d’opera
    • affida e poi annulla per errore di impostazione
    • finisce i lavori e poi scopre che mancano pezzi

    non siamo davanti a una poesia pedagogica.

    Siamo davanti a un’amministrazione che corre solo nei comunicati stampa.

    Riuscirà ad aprire per l’anno scolastico 2026/2027?

    📚 Per chi ama i simboli (e i documenti)

    “La Chiocciola” è un nome ufficiale.
    “La Lumaca” è una sintesi tecnica.

    Le carte sono pubbliche, protocollate e firmate:

    • Deliberazione di Giunta n. 30 del 20/02/2026 – approvazione della denominazione del nuovo asilo nido “La Chiocciola”
    • Determinazione n. 932 del 04/11/2024 – Perizia di Variante n.1 con aumento lavori di € 80.776,13 oltre IVA
    • Determinazione n. 658 del 05/08/2025 – fornitura cucina attrezzata, base € 63.000
    • Determinazione n. 695 del 08/08/2025 – affidamento supporto RUP per arredi (€ 22.710,51)
    • Determinazione n. 804 del 12/09/2025 – annullamento in autotutela per superamento limite 1%
    • Determinazione n. 1297 del 30/12/2025 – opere di finitura esterna successive alla fine lavori