
Alla fine della grande epopea della Palestra Ondina Valla non arriva una palestra.
Arriva una determina, che sa di funerale.
Niente taglio del nastro, niente ragazzi che tornano a fare ginnastica, niente società sportive che riaprono la porta, niente “ce l’abbiamo fatta”. Arriva una determina di recesso. Che è il modo elegante con cui la burocrazia dice: il recupero non ha recuperato, però almeno possiamo protocollare il decesso.
E leggendo l’atto viene in mente quella vecchia battuta feroce: l’operazione è andata benissimo, ma il paziente è morto.
Perché la determina fa quasi tutto bene, nel suo piccolo mondo di timbri, SAL e pallottolieri. Conta, compensa, recupera, sistema, chiude. L’impresa aveva ricevuto 72.275,25 euro di anticipazione; il SAL finale riconosce 26.627,46 euro di lavori; poi entrano risarcimenti da sospensione, mancati utili, spese generali, lavorazioni aggiuntive. Totale compensato: 72.250,27 euro. Differenza residua: 24,98 euro oltre IVA.
Meraviglioso.
L’operazione contabile è riuscita.
Il paziente, cioè la palestra, no.
Il Comune può quasi dire di aver recuperato tutto, eccetto la palestra. Peccato che abbia recuperato quasi tutto tranne la cosa che contava: la Ondina Valla. Ha salvato l’anticipo, non il parquet. Ha chiuso il contratto, non il cantiere. Ha sistemato i numeri, non il servizio pubblico.
Bravi.
Il pallottoliere respira.
Il paziente è in obitorio.
E pensare che prima della cura la Ondina Valla era viva. Vecchia, certo. Da sistemare, certo. Ma funzionante, conosciuta, apprezzata. Non era un rudere da salvare, non era una carcassa edilizia, non era un vuoto urbano in cerca della grande visione della Giunta. Era una palestra.
Poi arriva la riqualificazione: progetto da 436.500 euro. Non demolizione, non palazzetto da tre milioni, non rigenerazione urbana ambientale e sociale con trombetta ministeriale. Una palestra esistente da migliorare.
Il cantiere parte, si ferma dopo 18 giorni di lavori, resta sospeso, emergono problemi (del cartongesso che non ci doveva essere niente di così estremo), crescono costi, si arriva al recesso. E alla fine, invece di una palestra riaperta, abbiamo una determina che fa i conti al centesimo.
Ventiquattro euro e novantotto.
Poco di più del costo di una pizza e una birra .
La parte più irritante è che tutto viene raccontato con la freddezza dell’atto tecnico. “Recesso”. “SAL finale”. “Compensazioni”. “Somme da recuperare”. Parole pulite, igieniche, senza sangue. Ma sotto quella lingua ordinata c’è un fatto semplicissimo: una palestra funzionante è entrata in un progetto di recupero/efficentamento ed è uscita come edificio da demolire.
Anzi: non è nemmeno uscita.
È rimasta lì.
E qui entra la Giunta, con la sua specialità: prendere una sconfitta, cambiarle nome e chiamarla futuro.
Il vecchio recupero non regge più? Nessun problema: demolizione e ricostruzione.
Il progetto da 436.500 euro è finito male? Nessun problema: nuovo progetto da 3.026.000 euro.
La palestra recuperata non c’è? Nessun problema: rigenerazione urbana, ambientale e sociale.
La Giunta prende il paziente morto, gli mette gli occhiali da sole, gli cambia CUP e lo porta al bando.
Ed ecco Sport e Periferie 2025: richiesta di contributo da 2.500.000 euro, cofinanziamento comunale da 526.000 euro, grande scenario, grande futuro, grande palazzetto. Tutto bellissimo. Tutto solenne. Tutto pronto per il comunicato con la parola “visione” lucidissima in prima fila.
Solo che Mirandola non è stata finanziata.
E allora bisogna avere il coraggio di dirlo: non è morto solo il vecchio recupero. È morto pure il nuovo progetto.
Il primo è morto in cantiere.
Il secondo è morto in graduatoria.
Uno sotto il controsoffitto.
L’altro sotto l’esaurimento delle risorse.
Perché un progetto da tre milioni senza il finanziamento principale non è una palestra nuova: è un rendering orfano. È una promessa appesa. È un cadavere amministrativo più elegante, profumato di nZEB e rigenerazione urbana, ma sempre cadavere resta.
La Giunta è riuscita nell’impresa completa: prima ha trasformato una palestra funzionante in un recupero fallito; poi ha trasformato il recupero fallito in un progetto nuovo; poi ha portato il progetto nuovo a un bando che non lo ha finanziato.
È una doppia sepoltura.
La vecchia Ondina Valla è morta come palestra recuperabile.
La nuova Ondina Valla è morta come palestra non finanziata.
E in mezzo resta la determina finale, con il suo tono da chirurgo soddisfatto: l’operazione è andata benissimo, il paziente è morto, il trapianto non è stato finanziato, ma il pallottoliere respira ancora.
La domanda vera, però, resta lì: chi ha governato il cantiere mentre il cantiere non lavorava? Perché arrivare dopo e scrivere che ci sono infiltrazioni e parquet compromesso non è controllo. È autopsia. Il controllo serve prima. Dopo sono capaci tutti di constatare che il paziente è freddo.
Alla fine la determina non chiude una storia gloriosa. Chiude un fallimento con bella calligrafia. Non restituisce la palestra alla città. Restituisce una contabilità quasi in pari.
A Mirandola ormai non si costruiscono palestre: si producono certificati di morte con allegato quadro economico.
E lo sport, evidentemente, lo fanno le determine.
La Giunta, invece, fa ginnastica artistica con le parole.
Fonti
Determinazione n. 395/2026; SAL finale e documenti di chiusura; D.G.C. n. 51/2025; D.G.C. n. 67/2025; graduatoria Sport e Periferie 2025 – Linea B.

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