
Dopo l’approvazione del FRIA, il Fico e parecchi lettori si erano fatti la domanda più indecente che si possa rivolgere a un’amministrazione innamorata della propria propaganda: quanto ci è costata davvero questa macchina della sorveglianza?
Per una volta non è stato necessario scavare nell’albo pretorio con badile e rosario. È bastato leggere bene la determina Nr. 289 del 10/04/2026 che mi ha evitato di fare una lunga ricerca a ritroso.
Analiziamola:
Il progetto definitivo-esecutivo partiva da 782.103,13 euro.
Ma il dato serio, quello da usare quando si parla di quanto è stato effettivamente speso dopo gara e variante, è un altro: 767.324,57 euro.
Sì: settecentosessantasettemilatrecentoventiquattro euro e cinquantasette centesimi.
Una cifra che, già da sola, dovrebbe bastare a togliere ogni alone poetico alla solita litania sulla “sicurezza urbana integrata”, sulla “prevenzione intelligente”, sul “controllo del territorio”. Perché quando arriva il conto, la retorica si siede composta e tace.
E attenzione: questi 767 mila euro non sono il costo nudo e crudo delle sole telecamere attaccate ai pali. Dentro c’è tutto il cucuzzaro finale dell’intervento: lavori, somme a disposizione e anche assistenza e manutenzione. Quindi nessuno provi a rifugiarsi nella solita tana del “eh, ma l’impianto in sé costava meno”. No. Il conto va preso intero, come tutte le ossessioni amministrative serie.
Nel quadro finale, infatti, i lavori stanno a 518.707,01 euro.
Le somme a disposizione dell’amministrazione arrivano a 181.292,99 euro.
E il capitolo servizi di assistenza e manutenzione pesa per altri 67.324,57 euro.
Tradotto dal comunalese: non solo abbiamo pagato una fortuna per piazzare l’occhio elettronico sul territorio, ma abbiamo pure previsto di mantenerlo, accudirlo, nutrirlo e tenerlo ben lucido, come si conviene a ogni grande idolo della religione contemporanea del controllo.
Insomma: 767.324,57 euro, manutenzione compresa.
Non sulla carta dei sogni.
Non nella bozza del desiderio securitario.
Nel quadro economico finale.
Se poi uno vuole proprio divertirsi, può anche fare la differenza tra il progetto iniziale e il quadro finale: da 782.103,13 si scende a 767.324,57. Quindi non è neppure la favola di un costo esploso fuori controllo. È peggio, in un certo senso: significa che anche dopo gara e variante, ripulito e assestato, il grande occhio della Ducale resta comunque una macchina da oltre 767 mila euro. Cioè una montagna di soldi lo stesso.
E qui entra in scena lei, la Lety, gran sacerdotessa della vigilanza con sorriso d’ordinanza.
Intervistata dal Fico davanti alla cattedrale elettronica della Ducale, la Lety ha illustrato con la consueta profondità da pozzanghera la filosofia dell’investimento: “I 767 mila euro non sono una spesa. Sono una carezza istituzionale. Per anni si sono buttati soldi in cose superate come scuole, edifici, manutenzioni vere e servizi tangibili. Noi invece abbiamo scelto il futuro: pali, telecamere, lettori targhe e manutenzione dell’occhio pubblico. Oggi amministrare non significa risolvere i problemi, ma riprenderli bene. E sulla manutenzione vorrei dire basta polemiche: una telecamera, dopo che l’hai installata, va seguita, accompagnata, capita. È un rapporto che continua. Questa amministrazione non lascia solo nessuno: né i cittadini, né i pali, né le targhe.”**
Il capolavoro, però, non è neppure la cifra.
Il capolavoro è il contesto.
Perché siamo nella città dove per tutto il resto spuntano sempre le stesse omelie da economia penitenziale: prudenza, scarsità di risorse, tempi difficili, equilibrio di bilancio, sacrifici necessari, senso di responsabilità, sobrietà. Poi però, quando si tratta di disseminare il territorio di occhi elettronici, lettori targhe e apparati vari, il portafoglio pubblico si apre con la spontaneità di un devoto davanti alla reliquia.
Oltre 767 mila euro.
Non per vedere meglio i propri ritardi.
Non per intercettare prima le proroghe che figliano come ratti.
Non per localizzare il punto esatto in cui un’opera pubblica smette di essere un cantiere e comincia a sembrare una punizione biblica.
No.
Per guardare noi.
E questa è la parte più oscena di tutte: il numero, una volta liberato dal linguaggio ovattato delle determine, si vendica da solo.
Perché 767.324,57 euro per videosorveglianza, lettura targhe, assistenza e manutenzione non sono un semplice intervento.
Sono un’ossessione con quadro economico allegato.
Un voyeurismo istituzionale finanziato.
Una dichiarazione d’amore della politica mediocre verso il potere di fissarti mentre continua a non vedere sé stessa.
Se le telecamere sono circa 250, il conto medio fa pure più male: siamo intorno ai 3.069 euro all inclusive per telecamera, spalmando sul totale finale dell’intervento anche il contorno amministrativo e manutentivo. Altro che occhietto discreto: qui ogni pupilla elettronica ha il suo peso specifico di bilancio.
Questa è la morale vera:
a Mirandola per molte cose i soldi “non ci sono”.
Per guardare meglio i cittadini, invece, saltano fuori eccome.
Non 20 mila.
Non 80 mila.
Non 200 mila.
767.324,57 euro.
Più che un impianto, una fissazione.
Più che una priorità, un feticcio.
Più che sicurezza, la pornografia amministrativa del controllo.
Ed è bello che almeno stavolta il Comune abbia fatto una cosa utile: non risolvere un problema, non spiegare una priorità, non chiarire una scelta politica.
No.
Ha scritto nero su bianco il prezzo della propria ossessione.
E il Fico, umilmente, ringrazia.
Perché certi atti non hanno nemmeno bisogno di essere satireggiati.
Basta leggerli bene.
Mirandola ha speso 767.324,57 euro per l’occhio.
Il cervello, evidentemente, era fuori quadro.
Ps: seguirà un analisi dell’hardware utilizzato e di quanti e dove siano le telecamere da progetto, e continuerà la ricerca di informazioni in merito ai costi della infrastruttura di analisi/trattamento dei dati catturati dalle stesse.

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