Categoria: sicurezza

Ida Wells

  • IL FURGONE, L’ADESIVO E LA RIMOZIONE PRESUNTA

    A Mirandola, città dove la burocrazia non cammina ma procede per sedimentazione geologica, la Polizia Locale ha recentemente acquistato 300 adesivi per fermo e sequestro amministrativo, perché evidentemente, dopo anni di studi, riunioni, determine, capitoli, sottocapitoli, impegni di spesa e piccoli miracoli contabili, si è giunti alla conclusione che il vero problema dell’ordine pubblico locale fosse la carenza strutturale di adesivi.

    Spesa totale: 278,16 euro.

    Una cifra modesta, si dirà.

    E invece no.

    Perché a Mirandola anche comprare degli adesivi diventa una piccola manovra finanziaria, una legge di bilancio in miniatura, una sessione notturna della Ragioneria Generale del Regno: qualche euro recuperato dal capitolo del mangime dell’unità cinofila, qualche euro dal ponte radio, ed ecco finalmente apparire all’orizzonte l’arma definitiva contro il degrado urbano: l’adesivo comunale, personalizzato, intestato, plastificato, lucido, pronto a posarsi sui veicoli irregolari con la stessa solennità con cui un notaio appone il sigillo su un testamento.

    Nel frattempo, però, mentre la macchina amministrativa si preparava a questa epica campagna adesiva, in città c’era — e c’è ancora — un furgone che non richiede particolari attività investigative, intercettazioni ambientali, droni tattici, unità cinofile, ponte radio, lampeggianti o corsi avanzati di polizia predittiva.

    È lì.

    Fermo.

    Aperto.

    Sporco.

    Abbandonato.

    Con i rifiuti attorno, l’aria da relitto post-industriale e quella compostezza tragica delle cose che ormai non aspettano più la rimozione, ma direttamente la beatificazione come monumento al rinvio amministrativo.

    E non basta.

    Perché il mezzo, da verifica sul Portale dell’Automobilista, risulta anche non in regola con gli obblighi assicurativi RCA, dettaglio che in un Comune normale potrebbe forse produrre un certo dinamismo operativo, una telefonata, un verbale, magari perfino quell’antica pratica ormai desueta chiamata “intervento”.

    Ma siamo a Mirandola.

    E a Mirandola il tempo non scorre: viene protocollato.

    Infatti sul furgone c’è già un avviso della Polizia Locale, molto bello, molto serio, molto istituzionale, fissato con una quantità di nastro adesivo che da sola basterebbe probabilmente a sigillare il casello di Modena Nord:

    data inizio procedimento: 20 marzo 2026
    data presunta rimozione: 18 maggio 2026

    Oggi è 17 giugno.

    Quindi siamo davanti a un raffinato esperimento di filosofia amministrativa: una “data presunta di rimozione” talmente presunta che, alla prova dei fatti, ha rimosso soltanto sé stessa.

    Il furgone è ancora lì, evidentemente non informato della scadenza, oppure perfettamente consapevole del funzionamento degli uffici comunali e quindi serenamente convinto che, in assenza di un sollecito, una conferenza dei servizi, una variazione di PEG, una riunione con il responsabile del procedimento e magari un sopralluogo propedeutico al sopralluogo, nessuno oserà disturbarlo.

    A questo punto le possibilità sono due, entrambe meravigliose.

    Se il furgone è davvero un veicolo abbandonato, allora esiste già un procedimento ai sensi del D.M. 460/1999, con una data di rimozione indicata e abbondantemente superata, il che farebbe pensare che il problema non sia capire cosa fare, ma trovare qualcuno disposto a farlo.

    Se invece il furgone è ancora considerato un veicolo presente su area pubblica, allora il fatto che risulti senza RCA non è un ornamento narrativo, non è una nota di colore, non è una pennellata di realismo mirandolese: è un problema da Codice della Strada.

    Ma il Comune, con ammirevole equilibrio, sembra aver scelto una terza via, tutta locale, tutta nostra, tutta padana: non rimuoverlo come veicolo abbandonato, non sequestrarlo come veicolo senza assicurazione, ma lasciarlo lì come installazione urbana temporanea a durata indefinita, forse in attesa che il degrado maturi, che il mezzo completi il proprio ciclo biologico e che un giorno, aprendo il portellone, ne esca direttamente un assessore ai lavori pubblici con in mano una nuova proroga.

    E allora viene spontanea una domanda.

    I 300 adesivi per fermo e sequestro servono davvero a fermare i veicoli irregolari, oppure sono destinati a certificare ufficialmente quelli che si sono già fermati da soli, per stanchezza, abbandono e sfiducia nelle istituzioni?

    Perché qui non manca l’adesivo.

    Non manca il cartello.

    Non manca il procedimento.

    Non manca la data.

    Non manca nemmeno il nastro, che anzi pare l’unico materiale comunale utilizzato con abbondanza e determinazione.

    Manca solo quella piccola, trascurabile, quasi secondaria formalità amministrativa che i cittadini, con linguaggio rozzo e non conforme al lessico degli atti, chiamerebbero semplicemente:

    togliere il furgone.

    In entrambi i casi, l’unica cosa che sembra rispettare perfettamente le scadenze è l’odore nauseabondo che proviene dal mezzo.

    Fonti: Determina Comune di Mirandola n. 495 del 03/06/2026, acquisto 300 adesivi per fermo/sequestro amministrativo, € 278,16. D.M. 22 ottobre 1999 n. 460 sui veicoli rinvenuti da organi pubblici o non reclamati. Portale dell’Automobilista, verifica copertura RCA: dati aggiornati in tempo reale dalle compagnie assicuratrici. Art. 193 Codice della Strada, obbligo assicurazione RCA e conseguenze per veicoli senza copertura.
    Nota RCA: l’obbligo assicurativo non riguarda solo il veicolo “che sta circolando” in senso stretto, ma anche quello fermo o in sosta: l’art. 122 del Codice delle Assicurazioni prevede infatti che l’obbligo si applichi a prescindere dal terreno su cui il veicolo è utilizzato e dal fatto che sia fermo o in movimento, salvo specifiche deroghe di legge.

  • LE FALSITÀ? CERCHIAMOLE SOTTO IL SEMAFORO SPENTO

    Il consigliere Righetti ci accusa di “diffondere falsità senza motivo”.

    Magnifico.

    Quando un semaforo resta non operativo da una settimana, in un incrocio trafficato, e la risposta della maggioranza è spiegare ai cittadini che manca “un componente elettronico particolare”, evidentemente il problema non è il semaforo.

    Il problema siamo noi che facciamo i conti.

    Allora facciamoli meglio.

    La falsità non è dire che il Comune paga 43.210,45 euro al mese per il servizio globale di pubblica illuminazione e semafori.

    Quello è scritto negli atti: terza proroga tecnica, 129.631,36 euro per tre mesi. Basta dividere per tre. Operazione ardita, ma ancora compatibile con la tecnologia civile.

    La falsità semmai è far finta che quei soldi non esistano appena un cittadino chiede perché un semaforo non viene riparato.

    La falsità è trasformare un impianto non operativo in un successo perché “almeno lampeggia”.

    La falsità è raccontare come soluzione quello che è soltanto un rattoppo.

    La falsità è confondere la messa in sicurezza provvisoria con il ripristino del servizio.

    La falsità è dire “non c’entra il costoso appalto globale” quando il servizio globale serve esattamente a questo: gestione, manutenzione, continuità, interventi, ricambi, responsabilità.

    Perché se quando va tutto bene è “servizio globale”, ma quando qualcosa non funziona diventa “eh, manca il pezzo”, allora non è più un appalto: è una seduta spiritica con fattura trimestrale.

    E veniamo al pezzo mancante.

    Un componente può mancare, certo. Nessuno pretende che il consigliere Righetti tenga una centralina semaforica nel comodino.

    Ma un contratto di manutenzione dovrebbe servire proprio a non trasformare ogni guasto in un romanzo d’avventura: “Alla ricerca del componente perduto”.

    Esiste un magazzino?
    Esiste una scorta minima?
    Esiste un tempo massimo di approvvigionamento?
    Esiste un ticket?
    Esiste una penale?
    Esiste qualcuno in Comune che controlli il gestore invece di fare il bollettino del lampeggio?

    Domande semplici.

    A che ora è stato aperto il ticket ufficiale?

    Non a che ora il consigliere ha visto il semaforo.

    Non a che ora ha telefonato.

    Non a che ora “si è informato martedì”.

    Il ticket.

    Quello da cui decorrono i tempi. Quello che serve per capire il ritardo. Quello che permette di calcolare se il gestore deve pagare una penale invece di ricevere solo pazienza, comprensione e magari pure un applauso per aver acceso il giallo lampeggiante.

    Nel Capitolato Consip del Servizio Luce, quello verso cui il Comune dice di voler andare mentre intanto naviga nella terza proroga tecnica, il ripristino della singola lanterna semaforica ha tempi massimi e relative sanzioni.

    Se il vecchio capitolato oggi prorogato prevede tempi diversi, pubblicatelo.

    Se prevede tempi più lunghi, spiegateli.

    Se non prevede tempi, confessateci che razza di servizio avete prorogato.

    Se prevede penali, diteci se le avete applicate.

    Se non le avete applicate, spiegateci perché il cittadino deve rispettare il semaforo, ma il gestore può rispettare il calendario a sentimento.

    Perché qui la vera falsità non è denunciare un problema.

    La vera falsità è prendere un semaforo fermo da una settimana, un incrocio delicato, una proroga da oltre quarantatremila euro al mese, un gestore in attesa del pezzo, un consigliere trasformato in centralino, e venderci tutto questo come normale amministrazione.

    Normale amministrazione?

    No.

    Questa è amministrazione lampeggiante.

    Funziona a intermittenza, costa a canone pieno, e quando qualcuno chiede conto del buio risponde accusando gli altri di non vedere la luce.

  • LA POLIZIA DUCALE, IL CONTROLLO DEL TERRITORIO E IL FURGONE CHE BATTE IL CALENDARIO

    A Mirandola il controllo del territorio è una cosa serissima.

    Ce lo raccontano da anni: sicurezza urbana, prevenzione, decoro, pattugliamenti, videosorveglianza, occhi elettronici, presenza capillare, Polizia Locale sempre sul pezzo.

    Poi arriva un vecchio Fiat Ducato e, senza dire una parola, smonta mezza narrazione.

    Non in una carraia sperduta tra nebbia e fossi.
    Non in un angolo dimenticato della campagna bassa.
    Ma in via Montanari, nel centro di Mirandola.

    Perché questo non è il caso del veicolo lasciato lì “da qualche giorno”.
    Questo furgone era già documentato in fotografia il 25 gennaio 2026, in condizioni che facevano pensare più a un reperto urbano che a un mezzo regolarmente in uso: sporco, ruggine, oggetti accatastati attorno, aria generale da abbandono sedimentato.

    Poi, col tempo, il capolavoro urbano si è perfezionato: il furgone è stato riempito di immondizia e nei fatti è diventato quello che nessun piano del decoro aveva previsto ma che la realtà ha prodotto benissimo da sola: un cassonetto su quattro ruote.

    Passano i giorni.
    Passano le settimane.
    Arriva la Polizia Locale.
    O, come la chiamiamo noi, la Polizia Ducale.

    E cosa fa?

    Fa quello che a Mirandola riesce sempre benissimo: un procedimento.

    Sul vetro compare il cartello ufficiale: “veicolo in stato di abbandono”, accertamenti, rimozione e demolizione ai sensi del D.M. 22 ottobre 1999 n. 460.

    Data inizio procedimento: 20/03/2026.
    Data presunta rimozione: 18/05/2026.

    Presunta, appunto.

    Perché oggi siamo al 28 maggio.
    E il furgone, a quanto pare, è ancora lì.

    Quindi la Ducale riesce nel piccolo miracolo amministrativo di sforare due calendari contemporaneamente: quello della realtà, perché il mezzo era visibilmente lì già dal 25 gennaio; e quello della propria burocrazia, perché la data di rimozione scritta da loro stessi era il 18 maggio.

    Prima il territorio segnala.
    Poi il degrado resta.
    Poi arriva il cartello.
    Poi scade anche il cartello.
    Poi resta pure il furgone.
    E intanto il furgone smette persino di essere solo un furgone: diventa deposito, pattumiera, contenitore abusivo, piccolo ecocentro non autorizzato in versione Ducato.

    A quel punto non siamo più davanti a un veicolo abbandonato. Siamo davanti a una installazione civica permanente: “Controllo del territorio con rimozione presunta e raccolta rifiuti incorporata”.

    Piccolo dialogo immaginario negli uffici della Ducale:

    — Comandante, abbiamo un furgone abbandonato.
    — Dove? In periferia?
    — No, in via Montanari, in centro.
    — Da quanto?
    — Dalla foto risulta almeno dal 25 gennaio.
    — Bene, avviamo il procedimento.
    — Fatto il 20 marzo.
    — Ottimo. Scriviamo una data di rimozione.
    — Fatto: 18 maggio.
    — Perfetto.
    — E lo rimuoviamo?
    — Non precipitiamo.
    — Nel frattempo lo stanno riempiendo di immondizia.
    — Allora non è più solo controllo del territorio. È economia circolare.

    Ed eccolo lì, il Ducato. Immobile. Fedele. Più puntuale dell’Amministrazione.

    Non serviva l’intelligenza artificiale.
    Non serviva il drone.
    Non serviva il vertice sulla sicurezza.
    Non serviva il comunicato con le solite parole: presidio, attenzione, prevenzione, legalità, decoro.

    Serviva togliere un furgone abbandonato prima che diventasse un cassonetto.

    E invece il risultato è questo: un mezzo già fotografato a gennaio, in via Montanari, nel centro di Mirandola; un procedimento partito a marzo; una rimozione promessa a maggio; una data superata; e una realtà che, al 28 maggio, continua a fare pernacchie al calendario.

    Perché a Mirandola il controllo del territorio funziona così: prima si vede il problema, poi si certifica il problema, poi si appiccica un foglio sul problema, poi passa la data scritta sul foglio.

    Il problema, invece, resta.

    E dentro ci buttano pure l’immondizia.

    Fonti ficose: documentazione fotografica del 25 gennaio 2026; cartello della Polizia Locale con avvio procedimento del 20/03/2026 e data presunta rimozione del 18/05/2026; situazione ancora documentata al 28 maggio 2026 in via Montanari, centro di Mirandola; D.M. 22 ottobre 1999 n. 460 richiamato nello stesso avviso.

  • VIDEOSORVEGLIANZA 2.0 – LA TELECAMERA CHE SORVEGLIA LA TELECAMERA

    A Mirandola la sicurezza urbana è ormai entrata nella sua fase mistica.

    Prima abbiamo avuto il grande impianto di lettura targhe e videosorveglianza: centinaia di migliaia di euro, varchi, server, antenne, switch industriali, telecamere, manutenzione, collaudi, relazioni, varianti, certificati e comunicati da fantascienza padana, con la Città dei Pico trasformata — almeno sulla carta — in una specie di centro di NORAD della Bassa, dove anche un gatto che attraversa via Pico dovrebbe essere ripreso, archiviato, classificato e forse pure convocato in comando.

    E attenzione: non parliamo di un impianto archeologico, non parliamo delle telecamere in bianco e nero puntate sulla piazza quando ancora si pagava in lire. Il certificato di regolare esecuzione del sistema di lettura targhe e videosorveglianza è dell’aprile 2024. Quindi siamo a poco più di due anni dal collaudo, cioè praticamente ieri, in termini di opere pubbliche mirandolesi. Qui, per capirci, ci sono cantieri che in due anni non riescono nemmeno a decidere da che lato guardare il ponteggio.

    Nel frattempo, per non farci mancare nulla, si sono aggiunte anche le telecamere del Municipio storico: perché il Grande Occhio comunale, evidentemente, aveva bisogno pure della dépendance istituzionale, con vista su sala consiliare, scalone, uffici e nuova liturgia del ritorno al Palazzo.

    Eppure, dopo tutto questo, ecco la domanda fondamentale: come possiamo migliorare ancora il sistema?

    A questo punto, da qualche laboratorio di pensiero amministrativo, potrebbe essere uscita l’idea definitiva: per ogni telecamera dell’impianto, installare una seconda telecamera che controlli la prima.

    Non per controllare i cittadini, per carità. Quello sarebbe volgare.

    No: per garantire la sicurezza delle telecamere.

    Una bullet che sorveglia la dome. Una dome che controlla l’OCR. Un OCR che legge la targa del furgone che porta la nuova telecamera. E poi, per prudenza, una quarta telecamera puntata sulla telecamera che sorveglia la telecamera che controlla la telecamera, perché nella vita non si sa mai: oggi ti sparisce un cono visivo, domani ti va in ombra un assessore, dopodomani scopri che il vero punto cieco era la determina.

    La battuta fa ridere, ma l’atto esiste davvero.

    Con la determina n. 426 del 14 maggio 2026, il Comune affida direttamente un incarico da 4.000 euro per redigere un progetto di fattibilità tecnico-economica per la realizzazione di un “nuovo sistema di lettura targhe e/o videosorveglianza urbana”.

    Nuovo.

    Dopo quello nuovo.

    Dopo l’impianto appena collaudato.

    Dopo le telecamere già installate.

    Dopo le integrazioni del Municipio storico.

    Dopo la grande narrazione della sicurezza finalmente tecnologica, finalmente moderna, finalmente capillare, finalmente intelligente, finalmente così intelligente da accorgersi, due anni dopo, che forse bisogna riprogettarla.

    E qui la domanda non è: “Sono tanti 4.000 euro?”

    No. Quattromila euro, dentro questa storia, sono quasi il resto lasciato sul banco del Grande Fratello comunale.

    La domanda vera è un’altra: se il sistema era così completo, moderno e strategico, perché dopo appena due anni dal collaudo si sente già il bisogno di progettare un nuovo intervento?

    Cosa manca?

    Quali varchi sono rimasti fuori?

    Quali zone non sono coperte?

    Quali criticità sono emerse?

    Quali telecamere non vedono abbastanza?

    Quali telecamere vedono troppo?

    Quali telecamere devono essere sorvegliate da altre telecamere perché, evidentemente, anche loro hanno bisogno di sentirsi sicure?

    Poi c’è il soggetto scelto per il nuovo incarico: C.S.S. – Consulant Security Solutions di Fabio Campani, con sede a Firenze, partita IVA 06608080484.

    E qui la storia diventa interessante, perché Fabio Campani non compare per la prima volta oggi nel romanzo elettronico mirandolese. Nella precedente gara del grande sistema di lettura targhe e videosorveglianza risultava già coinvolto come commissario esterno specializzato in sicurezza urbana, dentro la commissione giudicatrice. In parole povere: prima partecipa alla fase di valutazione del grande impianto; poi, qualche tempo dopo, la sua C.S.S. riceve l’affidamento diretto per studiare la fattibilità del nuovo capitolo.

    Non stiamo dicendo che sia illecito.

    Stiamo dicendo che è curioso.

    Curioso come una telecamera puntata proprio sull’unico angolo dove tutti giurano che non ci sia nulla da vedere.

    La determina aggiunge poi che l’operatore non impiega dipendenti, ma collaboratori, e che opera in regime forfettario. Dettaglio da non trasformare in processo fiscale: non c’è nulla di male nell’essere una struttura piccola, e un professionista singolo può essere più competente di una società piena di loghi, brochure e sale riunioni col ficus. Però, visto che si parla della fattibilità di un sistema comunale di videosorveglianza e lettura targhe, sarebbe interessante capire quali esperienze concrete, documentate e verificabili abbiano portato a scegliere proprio quel soggetto.

    Così il cerchio si chiude.

    Mirandola spende per vedere meglio. Collauda. Certifica. Aggiunge telecamere. Rimette in funzione il Municipio storico e ci mette sopra altri occhi elettronici. Poi, due anni dopo il collaudo del grande sistema, affida un nuovo progettino per capire come vedere ancora meglio.

    Forse la prossima frontiera sarà davvero quella: non più la videosorveglianza urbana, ma la videosorveglianza della videosorveglianza.

    Perché a Mirandola ormai non basta più controllare il territorio.

    Bisogna controllare il controllo.

    E, possibilmente, installare una telecamera anche sulla domanda:
    ma non l’avevamo appena fatto?


    Fonti: determina n. 426 del 14/05/2026 sull’affidamento del PFTE a C.S.S.; certificato di regolare esecuzione del precedente sistema di lettura targhe e videosorveglianza; documenti comunali della precedente gara e della commissione (vedere i post precedenti su la vicenda)

  • La prima parola va ai feriti. A chi è stato travolto, colpito, aggredito in una normale giornata di città trasformata in pochi secondi in un incubo.

    La seconda parola va a chi non è scappato, a chi ha avuto il coraggio di intervenire, bloccare, fermare la furia cieca di un uomo che ha seminato sangue e terrore. A loro va un grazie vero, non da manifesto, non da comunicato, ma da comunità civile.

    Poi c’è il resto. C’è il Biondo che, davanti ai feriti ancora caldi, non trova il silenzio, non trova il rispetto, non trova nemmeno la decenza minima. Trova invece il post, l’insulto, la formula pronta, la parola d’ordine da comizio. “Remigrazione”. Come se davanti a nove feriti la priorità fosse spremere la tragedia per farne carburante politico.

    Questo non è amore per la sicurezza. Non è difesa dei cittadini. È sciacallaggio a sirene ancora accese. È l’istinto di chi vede il sangue sull’asfalto e pensa subito a come trasformarlo in consenso.

    E allora una domanda resta: mentre a pochi chilometri ci sono feriti, paura, famiglie sconvolte e una città sotto shock, è davvero il caso di andare avanti con la Fiera come se nulla fosse, tra zucchero filato, selfie e passerelle indisturbate?

  • 🌧️ ASFALTO BAGNATO, VARIANTE CROCCANTE

    il ribasso d’asta nacque risparmio e morì tappetino

    Mirandola, lavori stradali anno 2025.

    Già il titolo fa ridere, perché quando un lavoro “anno 2025” arriva ancora vivo alla primavera 2026, non è più manutenzione straordinaria: è accanimento terapeutico sull’asfalto.

    Il quadro economico parte da 740.000 euro.
    La gara produce un ribasso del 15,25%.
    L’importo contrattuale scende a 507.240,25 euro.
    Le economie post-gara arrivano a 107.432,90 euro.

    Un cittadino ingenuo direbbe:
    “Bene, abbiamo risparmiato.”

    No, amore.
    A Mirandola il risparmio non si risparmia.
    Si guarda.
    Si annusa.
    Si lascia maturare.
    Poi lo si butta nel bitume e lo si chiama variante suppletiva.

    Il 15 dicembre 2025 i lavori vengono sospesi.
    Motivo ufficiale: condizioni climatiche non idonee.

    E va bene.
    Nessuno pretende di asfaltare con la pioggia, il freddo, il fondo bagnato e la nebbia che firma il SAL al posto del direttore lavori.

    Però negli atti non c’è solo il meteo.
    C’è anche la frase magica: nelle more della redazione della variante.

    Traduzione:

    “Pioveva, sì.
    Ma intanto stavamo preparando l’autopsia del ribasso d’asta.”

    Abbiamo guardato il meteo.
    Dal 15 dicembre al 22 aprile ci sono circa 129 giorni.
    Giorni davvero problematici per lavori stradali: circa 63.
    Giorni che non puoi buttare tutti sulle nuvole: circa 66.

    Arrivando alla determina del 28 aprile, i giorni diventano circa 135.
    Quelli meteo-problematici restano circa 63.
    Gli altri salgono a circa 72.

    Quindi no: non ha piovuto quaranta giorni e quaranta notti.
    Non siamo sull’Arca di Noè.
    Siamo nel Comune di Mirandola.

    Qui non sale l’acqua.
    Sale la variante.

    Dentro la variante finiscono Via Di Mezzo, Via Baccarella, Via Mercadante, incroci, rotatoria, segnaletica.

    Solo le tre strade lineari fanno:

    Via Di Mezzo: 1.470 metri
    Via Baccarella: 625 metri
    Via Mercadante: 150 metri

    Totale: 2.245 metri.

    Con incrocio e rotatoria siamo attorno a 2,4 / 2,5 km equivalenti di interventi.

    Il computo metrico è del 14 aprile 2026.
    La perizia viene sottoscritta il 22 aprile.
    La determina arriva il 28 aprile.

    Ora prendiamo la calcolatrice, quella vietata ai comunicati stampa.

    Dal 15 dicembre al 14 aprile passano circa 120 giorni.
    Per partorire circa 2,5 km equivalenti di variante.

    Risultato: circa 20 metri al giorno.

    Venti metri.

    Un miracolo di lentezza.
    Una lumaca con il caschetto avrebbe chiesto il subappalto.

    E qui non stiamo parlando del progetto del Ponte sullo Stretto, della galleria del Brennero o di una missione NASA su Marte.

    Stiamo parlando di strade già esistenti.
    Strade comunali.
    Asfalto.
    Binderino.
    Tappeto d’usura.

    La grande domanda progettuale, in fondo, era questa:

    “Qui riasfaltiamo o no?”

    Non bisognava inventare una nuova urbanistica della Bassa.
    Non bisognava disegnare Manhattan tra Via Di Mezzo e Via Baccarella.
    Non bisognava fondare Brasilia con il tombino in quota.

    Bisognava guardare una strada, verificare quanto era messa male, misurarla, computarla e decidere se passarci sopra col rullo.

    Eppure, dentro la sospensione, questa illuminazione tecnica avanza alla velocità gloriosa di 18-20 metri al giorno.

    Altro che lavori pubblici.
    Qui siamo alla Via Crucis del binderino: una stazione ogni venti metri, con il RUP che porta la croce, il direttore lavori che tiene il computo e il ribasso d’asta che viene flagellato a colpi di nuovo prezzo.

    E infatti il ribasso?

    Povero.

    Era nato libero.
    Era nato economia.
    Era nato 107.432,90 euro.

    Poi la variante lo ha visto passare e ha detto:

    “Vieni qua, bel risparmino, che ti trasformo in tappetino.”

    Dopo la variante restano 17.559,79 euro.

    L’importo contrattuale passa da 507.240,25 euro a 574.298,55 euro.
    La maggiore spesa complessiva della variante è 83.385,13 euro.

    Tutto sotto il limite del 15%, naturalmente.
    La variante si ferma al 13,22%.

    Che eleganza.
    Che disciplina.
    Che chirurgia.

    È come svuotare il frigo, lasciare un’oliva nel barattolo e dire:

    “Tecnicamente non ho finito tutto.”

    Poi c’è il futuro, che promette poesia nera.

    Perché tutto questo succede con il dirigente Ululì ancora formalmente in sella.
    Ma Ululì è dato in partenza verso Ululà.

    E allora la domanda nasce spontanea, come l’erba nelle crepe dell’asfalto:

    se con la macchina ancora intera, per decidere dove riasfaltare, servono mesi di sospensione e una resa amministrativa da 20 metri al giorno, cosa succederà quando inizierà il balletto del nuovo assetto?

    Chi firma?
    Chi segue?
    Chi apre il file?
    Chi sa dov’è Via Baccarella?
    Chi trova il computo?
    Chi spiega alla variante che il suo papà amministrativo è andato a comprare le sigarette?

    Intermezzo teatrale.

    Cittadino: “Scusate, i lavori stradali 2025 quando finiscono?”
    Comune: “Dipende dal meteo.”
    Cittadino: “Ma ora c’è il sole.”
    Comune: “Appunto, stiamo aspettando una variante nuvolosa.”
    Cittadino: “E il dirigente?”
    Comune: “Uluboh!.”

    La verità è semplice.

    La pioggia c’è stata.
    Il freddo pure.
    La sospensione iniziale aveva una logica.

    Ma quando un cantiere 2025 arriva ad aprile 2026, quando il ribasso evapora quasi tutto, quando una variante da oltre 83 mila euro nasce durante mesi di stop, quando per decidere se riasfaltare o no si viaggia alla velocità di 18-20 metri al giorno, allora non è più meteo.

    È metodo.

    Non pioveva soltanto acqua.
    Piovevano perizie.

    Non era nebbia.
    Era procedura in sospensione.

    Non era freddo.
    Era il ribasso d’asta che tremava, perché aveva capito come sarebbe finita.

    A Mirandola il risparmio pubblico ha una vita breve:
    nasce in gara, cresce nel quadro economico, muore asfaltato.

    Previsioni per i prossimi mesi:
    cielo variabile, ribassi in dissolvimento, varianti sparse, cantieri in decomposizione controllata e possibile peggioramento dirigenziale su tutto il territorio comunale.


    Fonti: Determina n. 357 del 28/04/2026; Relazione tecnico-illustrativa della perizia di variante; Computo metrico estimativo della variante; ricostruzione meteo sul periodo di sospensione lavori.

  • 256 TELECAMERE, 782 MILA EURO E QUEL FASTIDIOSO VIZIO DI CONTARE DAVVERO

    A Mirandola la sicurezza è arrivata.
    Non sotto forma di persone, non sotto forma di presenza, non sotto forma di risultati.
    È arrivata sotto forma di numero.

    Duecentocinquantasei.

    “256 punti di ripresa”, recitano gli articoli. Un numero perfetto, di quelli che non si discutono, si applaudono. Un numero che serve a dire tutto senza spiegare niente.

    Poi però succede sempre la stessa cosa, quella che rovina le feste: qualcuno apre i documenti e si mette a contare.

    E lì, improvvisamente, il numero smette di essere una dichiarazione e torna ad essere matematica.
    E la matematica, si sa, è meno accomodante.

    Dagli schemi a blocchi del sistema, quelli veri, quelli che non finiscono nelle slide delle conferenze stampa, il totale degli apparati che si riesce a ricostruire è attorno a 215. Dentro questo numero ci sono già anche le telecamere OCR dei varchi, e quelle del municipio storico, quindi non stiamo dimenticando pezzi per strada. Poi si aggiungono le 26 della stazione, quelle annunciate come nuova frontiera della sicurezza cittadina, e il totale sale. Arriva intorno ai 240. Si ferma lì. Non importa quanto ci si sforzi, 256 non arriva. Resta sempre qualche passo più in là, come quei numeri che esistono benissimo nei comunicati ma fanno più fatica a vivere nei documenti.

    A quel punto si capisce che il problema non è che il numero sia “falso”. È che è costruito. Dentro quel 256 ci finisce tutto: telecamere, varchi, lettori OCR, qualsiasi cosa possa essere vagamente associata a un’immagine. Tutto diventa “punto di ripresa”. Una categoria larga, elastica, generosa. Un po’ come chiamare “posti letto” anche le sedie pieghevoli. Funziona, ma racconta una realtà diversa da quella che sembra.

    Ma la questione diventa ancora più interessante quando si guarda da dove viene tutto questo. Perché una buona parte di questo grande impianto raccontato come novità abbagliante non nasce dal nulla. Non è che fino a ieri Mirandola fosse cieca e oggi abbia aperto gli occhi. Una parte consistente delle telecamere c’era già, era già installata, era già operativa dentro un sistema precedente. Il nuovo impianto, più che una creazione, è una riorganizzazione: smonta, sostituisce, integra, ricompone. E poi prende questo insieme complesso e lo restituisce sotto forma di numero unico, pulito, perfetto per essere raccontato.

    Nel frattempo, lontano dai titoli, sono anche volati oltre 782 mila euro.
    Una cifra importante, di quelle che meritano almeno una narrazione all’altezza. E cosa si ottiene davvero, stringendo i conti? Quarantacinque nuovi siti e 137 telecamere aggiuntive. Che non sono poche, certo. Ma nemmeno l’onda d’urto tecnologica che certa comunicazione lascia intendere. Soprattutto se si considera che il sistema parte da una base già esistente e che una parte del “nuovo” è in realtà un rimpasto ben confezionato del “già visto”.

    E qui, proprio quando si pensa di aver capito tutto, arriva il vero colpo di scena. Perché mentre si discute di quante telecamere ci siano, nessuno sembra interessato a chiedersi che tipo di telecamere siano.

    Nel vecchio impianto c’erano ventuno telecamere dome. Vengono smantellate tutte. Tutte. Non una parte, non alcune: tutte. Nel nuovo impianto ne ricompaiono sette, e di queste ben cinque vengono installate attorno al Municipio. Il resto della città, invece, cambia completamente sguardo. Via le dome, dentro le bullet.

    Per chi non mastica queste cose, la differenza è semplice. Le dome sono fatte per osservare spazi: piazze, parchi, luoghi dove le persone si muovono liberamente, si fermano, cambiano direzione. Le bullet, invece, sono perfette per guardare lungo una traiettoria: una strada, un accesso, un passaggio obbligato. Sono telecamere che funzionano benissimo se vuoi controllare chi passa. Molto meno se vuoi capire cosa succede in uno spazio.

    Tradotto senza giri di parole: il nuovo sistema è ottimo se sei un’auto, o una persona che attraversa un punto preciso. Molto meno se sei semplicemente una persona che vive uno spazio pubblico.

    E a questo punto entra in scena l’assesorelfo, che con l’aria di chi sta per spiegare l’internet delle cose a un gruppo di cavernicoli, prova a mettere ordine. “Sono telecamere più moderne, più performanti, più intelligenti”, spiega. “Consentono un controllo più efficace del territorio”. E mentre parla, dietro di lui una piazza resta coperta da un occhio che guarda dritto davanti a sé, come se la città fosse un corridoio e non un luogo.

    Nel frattempo, quasi nessuno nota un altro dettaglio: l’intera infrastruttura di rete è stata rifatta. Ottimizzata. Potenziata. In ogni nodo compare uno switch industriale a otto porte. Tradotto: più capacità, più possibilità di collegare dispositivi, più margine. Anche nei nodi collegati in wireless verso il centro. Una rete, insomma, che permette di fare di più, non di meno.

    E allora arriva la domanda che rovina tutto, quella che non si dovrebbe fare perché spegne la magia:

    se hai rifatto la rete, se hai porte disponibili (in media 6 telecamere installabili per punto), se hai banda, se hai progettato un sistema più flessibile… perché hai smantellato telecamere che potevano essere integrate? Perché nel progetto iniziale l’integrazione dell’esistente era prevista, e poi nelle varianti si è scelto di togliere invece che sommare?

    Qui sotto vi è lo schema a blocchi pre-variante con la parziale integrazione dell’impianto esistente (recupero impianto di sede polizia locale, archivio comunale , stazione ff.ss ed altri siti.

    È una domanda semplice. Tecnica. Quasi innocente.
    Ma è anche quella che distingue un impianto progettato per funzionare da un impianto progettato per essere raccontato.

    Alla fine, la verità è meno spettacolare ma molto più interessante.
    A Mirandola non hanno semplicemente aumentato gli occhi. Hanno deciso quali occhi tenere (prima pochi poi in pratica nessuno), quali eliminare, dove puntarli e come presentarli. Hanno preso un sistema complesso, in parte già esistente, lo hanno riorganizzato, aggiornato, ridisegnato… e poi lo hanno riassunto in un numero perfetto.

    Duecentocinquantasei.

    Un numero che funziona benissimo nei titoli.
    Un po’ meno quando qualcuno si prende la briga di contare davvero.

    di seguito lo schema a blocchi definitivo come da collaudo dell’impianto ed il relativo conteggio delel telecamere inserite nel sistema

  • COS’È DAVVERO L’IMPIANTO DI VIDEOSORVEGLIANZA DI MIRANDOLA?

    Ti dicono: sicurezza.

    Ti vendono: tecnologia.

    Ti installano: centinaia di telecamere.

    E tu dovresti pensare che qualcuno, da qualche parte, stia davvero vedendo qualcosa di utile.

    Spoiler: non è così automatico.

    Perché una telecamera non serve a niente se non è messa nel posto giusto, nel modo giusto e per lo scopo giusto.

    E questo impianto — sulla carta perfetto — inizia già a scricchiolare proprio lì.

    COME FUNZIONA (IN TEORIA)

    Il principio è semplice: le telecamere installate sul territorio riprendono ciò che accade, trasformando la luce in segnale digitale. Questo segnale viene trasmesso tramite rete (cavo o wireless) fino a una sala server centrale, dove viene registrato e reso disponibile agli operatori.

    LA CRITICITÀ: IL RAGGIO DI IDENTIFICAZIONE

    Una telecamera non “vede” tutto allo stesso modo.

    C’è una differenza fondamentale tra:

    • rilevare una presenza
    • riconoscere una persona
    • identificare un volto o una targa

    Queste tre cose richiedono distanze, angoli e qualità dell’immagine completamente diversi.

    Il progetto prevede telecamere da 6 o 4 megapixel con zoom variabile e illuminazione IR fino a circa 50 metri.

    Ma questo dato, preso così, è fuorviante.

    Perché 50 metri significa vedere qualcosa, non identificarlo con certezza.

    In ambito tecnico si usano standard (come quelli basati su pixel per metro) che distinguono chiaramente:

    • osservazione
    • riconoscimento
    • identificazione

    E l’identificazione reale avviene a distanze molto inferiori.

    Qui non si tratta di opinioni.
    Qui ci sono numeri.

    E i numeri, purtroppo per qualcuno, sono molto meno propagandabili.

    Il progetto lo dice chiaramente:

    • 25 pixel/metro → vedi un movimento
    • 62,5 pixel/metro → osservi (capisci cosa succede)
    • 125 pixel/metro → riconosci (forse capisci chi è)
    • 250 pixel/metroidentifichi davvero

    Fermiamoci un secondo.

    👉 250 pixel/metro per identificare.

    Duecentocinquanta.


    E ORA TORNIAMO ALLA SIMULAZIONE

    Nella simulazione di prima:

    👉 a circa 18 metri → 189 pixel/metro

    Che significa?

    Significa che:

    ❌ non sei in identificazione
    ❌ sei sotto la soglia tecnica

    Sei, nella migliore delle ipotesi, in zona riconoscimento.

    Tradotto in italiano semplice:

    👉 forse capisci chi è
    👉 forse no
    👉 in tribunale… auguri


    E C’È DI PEGGIO

    Perché quei valori sono teorici.

    Il progetto stesso lo dice:

    • luce
    • angolo
    • inclinazione
    • sporco sulla lente
    • ostacoli

    👉 tutto peggiora la qualità reale

    Quindi quei 189 pixel/metro?

    Sono già ottimistici.

    Analizziamo la zona della ex autostazione, già teatro di un pestaggio pochi mesi fa.


    E niente, alla fine arriva la matematica. Quella cattiva.
    6 telecamere da 4 megapixel (non le migliori) devono coprire un area grande poco illuminata a due passi dal centro.

    Perché finché guardi le tavole del collaudo vedi i bei triangolini rossi, ordinati, rassicuranti: tutto coperto, tutto sotto controllo, tutto “sicurezza urbana integrata” come da manuale . Poi però qualcuno prende quei dati, li misura davvero, li scala sulla realtà… e succede il disastro.

    Succede che il cono di visione non è una poesia ma una geometria spietata: sotto la telecamera hai il buco nero, la zona dove semplicemente non esisti; subito dopo hai la fascia “buona”, quella in cui – forse – ti riconoscono; e poi, man mano che ti allontani, torni a dissolverti, prima in una sagoma, poi in un pixel con ambizioni. E guarda caso, nel tuo schema, quella fascia utile è una strisciolina, un corridoio stretto in mezzo al nulla.

    Tradotto: abbiamo riempito una piazzale con telecamere da 4MP, ma la zona in cui una persona è davvero identificabile è più simile a un foglio a4 ma visto in sezione.
    Il resto è scenografia: o troppo vicino per entrare nell’inquadratura, o troppo lontano per capire chi sei.

    E allora quei triangoli rossi delle tavole diventano quasi comici: non rappresentano la realtà, rappresentano l’intenzione. La differenza tra “vedere” e “capire” è tutta lì dentro. E costa pure 5.322 € da una parte e 6.705 € dall’altra.

    La cosa più notevole? Non è un errore nascosto. È tutto coerente col progetto. È proprio così che funziona. Ed è proprio questo il problema.

    Nelle future puntate analizzeremo altri siti particolarmente interessanti ed altre criticità del progetto.
    le fonti verranno pubblicate tutte assieme al termine della serie.

  • Lety’s Eye Ovvero: 767 mila euro per la libidine amministrativa del controllo

    Dopo l’approvazione del FRIA, il Fico e parecchi lettori si erano fatti la domanda più indecente che si possa rivolgere a un’amministrazione innamorata della propria propaganda: quanto ci è costata davvero questa macchina della sorveglianza?

    Per una volta non è stato necessario scavare nell’albo pretorio con badile e rosario. È bastato leggere bene la determina Nr. 289 del 10/04/2026 che mi ha evitato di fare una lunga ricerca a ritroso.

    Analiziamola:

    Il progetto definitivo-esecutivo partiva da 782.103,13 euro.
    Ma il dato serio, quello da usare quando si parla di quanto è stato effettivamente speso dopo gara e variante, è un altro: 767.324,57 euro.

    Sì: settecentosessantasettemilatrecentoventiquattro euro e cinquantasette centesimi.

    Una cifra che, già da sola, dovrebbe bastare a togliere ogni alone poetico alla solita litania sulla “sicurezza urbana integrata”, sulla “prevenzione intelligente”, sul “controllo del territorio”. Perché quando arriva il conto, la retorica si siede composta e tace.

    E attenzione: questi 767 mila euro non sono il costo nudo e crudo delle sole telecamere attaccate ai pali. Dentro c’è tutto il cucuzzaro finale dell’intervento: lavori, somme a disposizione e anche assistenza e manutenzione. Quindi nessuno provi a rifugiarsi nella solita tana del “eh, ma l’impianto in sé costava meno”. No. Il conto va preso intero, come tutte le ossessioni amministrative serie.

    Nel quadro finale, infatti, i lavori stanno a 518.707,01 euro.
    Le somme a disposizione dell’amministrazione arrivano a 181.292,99 euro.
    E il capitolo servizi di assistenza e manutenzione pesa per altri 67.324,57 euro.

    Tradotto dal comunalese: non solo abbiamo pagato una fortuna per piazzare l’occhio elettronico sul territorio, ma abbiamo pure previsto di mantenerlo, accudirlo, nutrirlo e tenerlo ben lucido, come si conviene a ogni grande idolo della religione contemporanea del controllo.

    Insomma: 767.324,57 euro, manutenzione compresa.
    Non sulla carta dei sogni.
    Non nella bozza del desiderio securitario.
    Nel quadro economico finale.

    Se poi uno vuole proprio divertirsi, può anche fare la differenza tra il progetto iniziale e il quadro finale: da 782.103,13 si scende a 767.324,57. Quindi non è neppure la favola di un costo esploso fuori controllo. È peggio, in un certo senso: significa che anche dopo gara e variante, ripulito e assestato, il grande occhio della Ducale resta comunque una macchina da oltre 767 mila euro. Cioè una montagna di soldi lo stesso.

    E qui entra in scena lei, la Lety, gran sacerdotessa della vigilanza con sorriso d’ordinanza.

    Intervistata dal Fico davanti alla cattedrale elettronica della Ducale, la Lety ha illustrato con la consueta profondità da pozzanghera la filosofia dell’investimento: “I 767 mila euro non sono una spesa. Sono una carezza istituzionale. Per anni si sono buttati soldi in cose superate come scuole, edifici, manutenzioni vere e servizi tangibili. Noi invece abbiamo scelto il futuro: pali, telecamere, lettori targhe e manutenzione dell’occhio pubblico. Oggi amministrare non significa risolvere i problemi, ma riprenderli bene. E sulla manutenzione vorrei dire basta polemiche: una telecamera, dopo che l’hai installata, va seguita, accompagnata, capita. È un rapporto che continua. Questa amministrazione non lascia solo nessuno: né i cittadini, né i pali, né le targhe.”**

    Il capolavoro, però, non è neppure la cifra.
    Il capolavoro è il contesto.

    Perché siamo nella città dove per tutto il resto spuntano sempre le stesse omelie da economia penitenziale: prudenza, scarsità di risorse, tempi difficili, equilibrio di bilancio, sacrifici necessari, senso di responsabilità, sobrietà. Poi però, quando si tratta di disseminare il territorio di occhi elettronici, lettori targhe e apparati vari, il portafoglio pubblico si apre con la spontaneità di un devoto davanti alla reliquia.

    Oltre 767 mila euro.

    Non per vedere meglio i propri ritardi.
    Non per intercettare prima le proroghe che figliano come ratti.
    Non per localizzare il punto esatto in cui un’opera pubblica smette di essere un cantiere e comincia a sembrare una punizione biblica.
    No.
    Per guardare noi.

    E questa è la parte più oscena di tutte: il numero, una volta liberato dal linguaggio ovattato delle determine, si vendica da solo.

    Perché 767.324,57 euro per videosorveglianza, lettura targhe, assistenza e manutenzione non sono un semplice intervento.
    Sono un’ossessione con quadro economico allegato.
    Un voyeurismo istituzionale finanziato.
    Una dichiarazione d’amore della politica mediocre verso il potere di fissarti mentre continua a non vedere sé stessa.

    Se le telecamere sono circa 250, il conto medio fa pure più male: siamo intorno ai 3.069 euro all inclusive per telecamera, spalmando sul totale finale dell’intervento anche il contorno amministrativo e manutentivo. Altro che occhietto discreto: qui ogni pupilla elettronica ha il suo peso specifico di bilancio.

    Questa è la morale vera:
    a Mirandola per molte cose i soldi “non ci sono”.
    Per guardare meglio i cittadini, invece, saltano fuori eccome.

    Non 20 mila.
    Non 80 mila.
    Non 200 mila.

    767.324,57 euro.

    Più che un impianto, una fissazione.
    Più che una priorità, un feticcio.
    Più che sicurezza, la pornografia amministrativa del controllo.

    Ed è bello che almeno stavolta il Comune abbia fatto una cosa utile: non risolvere un problema, non spiegare una priorità, non chiarire una scelta politica.
    No.
    Ha scritto nero su bianco il prezzo della propria ossessione.

    E il Fico, umilmente, ringrazia.

    Perché certi atti non hanno nemmeno bisogno di essere satireggiati.
    Basta leggerli bene.

    Mirandola ha speso 767.324,57 euro per l’occhio.
    Il cervello, evidentemente, era fuori quadro.

    Ps: seguirà un analisi dell’hardware utilizzato e di quanti e dove siano le telecamere da progetto, e continuerà la ricerca di informazioni in merito ai costi della infrastruttura di analisi/trattamento dei dati catturati dalle stesse.

  • GRANDI SUCCESSI DELLA SICUREZZA MIRANDOLESE

    Furti in chiesa, offerte che spariscono, portafogli volatilizzati. Ma per l’Assesorlefo c’è anche un lato positivo: “Almeno non rubano nelle case”.

    A Mirandola si ruba pure in chiesa, ma guai a farsi prendere dal pessimismo. In una città dove ogni problema viene affrontato non risolvendolo, ma reinterpretandolo con sufficiente faccia tosta, anche i furti nei luoghi sacri possono diventare l’occasione per sfoderare una nuova perla di pensiero amministrativo creativo.

    La notizia è semplice: ladri in chiesa, soldi spariti, offerte volatilizzate, portafogli che prendono la via della redenzione al contrario. Ma il punto non è tanto il furto. Il punto, a Mirandola, è sempre la capacità quasi artistica di prendere una figuraccia e trasformarla in una specie di successo laterale, di risultato obliquo, di vittoria immaginaria da raccontare con aria soddisfatta.

    Ed è così che, mentre i fedeli cominciano a capire che per andare a messa ormai conviene vestirsi come per una perquisizione preventiva, l’amministrazione continua a trasmettere serenità. Non sicurezza, che sarebbe troppo. Serenità. Che costa meno e si produce meglio.

    Per comprendere fino in fondo la raffinata profondità strategica di questa fase, abbiamo raggiunto l’Assesorlefo, visibilmente ispirato, con le orecchie tese verso l’infinito e lo sguardo perso in quel punto indefinito dove si incontrano la propaganda, il catechismo e il ridicolo.

    Gli abbiamo chiesto se l’aumento dei furti in chiesa debba preoccupare i cittadini.

    Lui ha sospirato, si è ricomposto il risvoltino istituzionale e ha risposto con quella calma ovattata che precede sempre una sciocchezza memorabile:

    “Io inviterei tutti a non drammatizzare. Se i ladri vanno in chiesa, banalmente non stanno andando nelle case. È già una forma di contenimento territoriale del fenomeno.”

    Contenimento territoriale del fenomeno. Capite il livello. A Mirandola non si prevengono i reati: si apprezza il fatto che cambino indirizzo.

    Abbiamo allora chiesto se, oltre al vantaggio logistico, intravedesse anche un elemento umano, spirituale, magari perfino pastorale in questa nuova abitudine delinquenziale.

    L’Assesorlefo, a quel punto, si è illuminato:

    “Certamente. Entrare in chiesa, anche con intenzioni sbagliate, è comunque entrare in un luogo sacro. Noi crediamo che la frequentazione, nel medio-lungo periodo, possa favorire percorsi di consapevolezza e, chissà, persino di pentimento.”

    Ecco dunque la nuova frontiera della sicurezza mirandolese: non più repressione, non più deterrenza, non più controllo del territorio. No. Evangelizzazione passiva del ladro.
    Tu rubi il bancomat, intanto però respiri un po’ d’incenso, guardi un crocifisso, senti due letture e magari, mentre esci con le offerte e il portafoglio, cominci un percorso interiore.

    Gli abbiamo fatto notare che, nel frattempo, i soldi spariscono davvero.

    Lui ha annuito con l’aria grave di chi sta per dire una cosa enorme e invece sta solo guadagnando tempo:

    “Ma il pentimento non è mai un processo immediato. Non possiamo aspettarci che uno entri ladro ed esca santo nella stessa mattinata. Serve pazienza. Serve fiducia. Serve accompagnamento.”

    Accompagnamento. Al massimo, finora, si è visto l’accompagnamento del bancomat fino allo sportello.

    A quel punto abbiamo provato a riportare la conversazione su un piano pratico. Cosa devono fare i fedeli? Come ci si deve comportare, ora che pure la chiesa entra ufficialmente nel circuito dei luoghi dove è bene controllarsi le tasche?

    L’Assesorlefo non si è fatto trovare impreparato. Anzi, ha mostrato la consueta prontezza di chi ha sempre una non-soluzione da offrire:

    “Il consiglio è semplice: andare in chiesa sprovvisti di denaro, gioielli e preziosi in genere. Meno tentazioni ci sono, meno occasioni si creano. Per quanto riguarda le offerte, oggi esistono strumenti moderni e pienamente compatibili con la fede, come il bonifico online.”

    Ed eccola qui, la Mirandola del futuro.
    Il fedele entra in chiesa alleggerito di tutto: niente contanti, niente portafoglio, niente orologio, niente catenina, niente anello, possibilmente niente borsa. Un cristiano essenziale, smaterializzato, quasi mistico. Le offerte si fanno da casa, col banking app. La devozione passa dallo SPID. Il Vangelo secondo l’home banking.

    Restava un ultimo punto, inevitabile. In una città che da anni ama raccontarsi come presidio avanzato di ordine, controllo e cani poliziotto da dépliant, era lecito domandare: e Thor e Giasone?

    L’Assesorlefo ha abbassato lo sguardo, col tono mesto di chi deve dare una brutta notizia alla cittadinanza:

    “Purtroppo i due esemplari non hanno potuto intervenire. Da quanto mi è stato riferito, sarebbero rimasti temporaneamente storditi dall’incenso. È una criticità operativa che stiamo monitorando.”

    Storditi dall’incenso.
    I cani antidroga piegati dal turibolo. La grande macchina della sicurezza mirandolese neutralizzata da una nuvoletta liturgica. Altro che fiuto investigativo: qui basta una messa ben fatta per mandare in tilt l’unità cinofila.

    E in fondo è l’immagine perfetta di tutta la faccenda. Da una parte i fedeli invitati a entrare in chiesa come in una zona a rischio, ripuliti di ogni avere. Dall’altra l’amministrazione che non ammette mai il fallimento, ma lo rilegge sempre come fase transitoria, occasione pedagogica, segnale incoraggiante. In mezzo, come sempre, Mirandola: una città dove i problemi non vengono mai affrontati di petto, ma accarezzati con parole vuote finché non sembrano quasi normali.

    Così oggi il messaggio è chiaro: si può rubare in chiesa, ma con moderazione spirituale. Si possono portare via offerte e portafogli, purché resti aperta, da qualche parte, la speranza del ravvedimento. E se proprio i ladri non si convertono, pazienza: almeno, ci spiegano, non sono andati nelle case.

    Una consolazione splendida. Quasi quanto un bonifico fatto ai missionari perché in chiesa non ci si fida più a lasciare nemmeno le monete.

    fonti: resto del carlino 12/4/2026