
A Mirandola siamo arrivati a un punto meraviglioso.
Non c’è abbastanza personale per seguire i cantieri.
Non c’è abbastanza personale per finire le scuole nei tempi.
Non c’è abbastanza personale per spiegare bene ai cittadini a che punto sono i lavori.
Però, evidentemente, c’è sempre abbastanza personale per spiegare in Consiglio comunale perché non bisogna spiegare niente a nessuno.
La consigliera Laura Bernaroli ha presentato una mozione abbastanza eversiva.
Non chiedeva l’abolizione della proprietà privata.
Non chiedeva la nazionalizzazione dei geometri.
Non chiedeva di mettere un commissario politico dentro l’Ufficio Tecnico con il cappello di Lenin.
Chiedeva una cosa molto più pericolosa: che sugli edifici scolastici comunali l’Amministrazione facesse periodicamente il punto.
Cioè:
- a che punto sono i lavori;
- quali sono i cronoprogrammi aggiornati;
- dove ci sono ritardi;
- perché ci sono ritardi;
- se esistono riserve economiche o possibili contenziosi;
- e soprattutto se un edificio è solo “finito come cantiere” oppure è davvero pronto, arredato, pulito, funzionale e utilizzabile da bambini, insegnanti e famiglie.
Apriti cielo.
La risposta della maggioranza è stata più o meno questa:
“Eh no, così si sovraccaricano gli uffici”.
Anzi, peggio.
Lety ha parlato di “impegno fisso e imperituro”.
Fisso e imperituro.
Non una colata di cemento armato sulla scrivania del geometra.
Non l’obbligo di incidere i cronoprogrammi su tavole di pietra.
Non la condanna eterna del tecnico comunale a vagare per i corridoi con un faldone in mano, inseguito dallo spettro del PNRR.
Una relazione trimestrale.
Quattro volte l’anno.
Il terribile supplizio amministrativo di sapere, ogni tre mesi, a che punto sono le scuole dei bambini.
Poi è arrivato Tiramale, che ha parlato di “aggravio di lavoro” e di “richieste fisse”.
Perché evidentemente a Mirandola la cosa davvero pericolosa non è avere cantieri scolastici complicati, ritardi, traslochi, giardini non pronti, arredi da acquistare e cronoprogrammi elastici.
No.
La cosa pericolosa è chiedere al Comune di mettere tutto in fila ogni novanta giorni.
Infine il Biondo, che ha raggiunto una vetta quasi poetica: secondo lui una mozione del genere sarebbe un modo per “sviare l’impegno personale”, “sovraccaricando gli uffici tecnici”.
Traduzione: se un consigliere vuole sapere qualcosa, non chieda un metodo pubblico.
Si arrangi.
Passi dagli uffici.
Mandi una mail.
Bussi.
Aspetti.
Faccia il bravo.
E magari ringrazi pure.
Quindi ricapitoliamo.
Per Lety, Tiramale e il Biondo, avere un quadro trimestrale dello stato degli edifici scolastici non è normale amministrazione.
È un trauma organizzativo.
Un Comune che gestisce milioni di euro di lavori pubblici, varianti, collaudi, traslochi, arredi, giardini, contenziosi e riaperture scolastiche, non dovrebbe essere disturbato dalla pretesa barbara di fare il punto quattro volte l’anno.
Quattro.
Non quaranta.
Quattro relazioni in dodici mesi.
Meno delle sagre.
Meno delle inaugurazioni.
Meno delle foto con la fascia.
Meno dei post autocelebrativi in cui tutto è sempre bellissimo, tutto è sempre sotto controllo, tutto è sempre “in fase di completamento”.
Il Comune di Mirandola, secondo questa raffinata teoria gestionale, sarebbe in grado di amministrare cantieri complessi, ma non di riassumerne lo stato ogni novanta giorni.
È come dire: sappiamo pilotare l’aereo, ma non chiedeteci dov’è diretto, perché compilare il piano di volo ci stressa.
E qui sta il punto più ridicolo.
Una relazione trimestrale non serve solo alla Bernaroli.
Non serve solo all’opposizione.
Non serve solo ai genitori curiosi, ansiosi o rompiscatole.
Serve prima di tutto al Comune.
Serve alla Giunta per capire cosa sta succedendo.
Serve agli assessori per non arrivare sempre dopo.
Serve agli uffici per lavorare con metodo.
Serve alla scuola per organizzarsi.
Serve alle famiglie per non vivere appese alle mezze frasi.
Serve perfino a Lety per evitare di scoprire in Consiglio che “fine cantiere” non significa “edificio utilizzabile”.
Un’Amministrazione seria non considera il monitoraggio un fastidio.
Lo considera il minimo sindacale.
Perché se hai un quadro aggiornato, governi meglio.
Se hai un cronoprogramma aggiornato, comunichi meglio.
Se conosci gli scostamenti, intervieni prima.
Se sai dove si accumulano ritardi, non aspetti che esplodano.
Se distingui “fine lavori” da “piena funzionalità”, eviti di vendere fumo con il fiocco tricolore.
Ma evidentemente qui il problema non è informare i cittadini.
Il problema è che per informare i cittadini bisognerebbe prima avere le idee chiare.
Il capolavoro logico, infatti, arriva proprio da Lety.
Per spiegare perché la mozione non andava bene, ha detto una cosa giustissima: che la fine di un cantiere non significa automaticamente che l’edificio sia utilizzabile il giorno dopo. Servono collaudi, certificazioni, pulizie, traslochi, arredi, finiture, approntamenti.
Brava.
Era esattamente uno dei punti della mozione.
Cioè la maggioranza ha respinto una mozione spiegando, nel merito, che la mozione aveva ragione.
Un numero di alta scuola.
È come dire:
“Noi siamo contrari all’ombrello, perché quando piove ci si bagna”.
E attenzione: non stiamo parlando della sagra della frittella o della tinteggiatura del ripostiglio comunale.
Stiamo parlando di scuole.
Luoghi dove vanno bambini.
Luoghi dove lavorano insegnanti.
Luoghi dove le famiglie devono organizzare trasporti, orari, centri estivi, rientri, spostamenti, servizi.
Ma per la maggioranza una relazione trimestrale sarebbe troppo.
Troppo faticosa.
Troppo ordinata.
Troppo chiara.
Troppo trasparente.
Meglio il metodo “quando qualcuno protesta, poi vediamo cosa rispondere”.
Che è un grande classico della scuola amministrativa mirandolese: prima si naviga a vista, poi quando arriva l’acqua alla cintura si comunica che il terreno era imbibito.
La verità è semplice.
La maggioranza non ha bocciato una mozione inutile.
Ha bocciato l’idea che la trasparenza diventi metodo.
Ha bocciato l’idea che sui cantieri scolastici l’Amministrazione debba rendere conto prima che i cittadini siano costretti a inseguire le informazioni.
Ha bocciato l’idea che il Comune debba sapere, ordinare e comunicare ciò che dovrebbe già sapere, ordinare e comunicare per amministrare decentemente.
Ha bocciato l’idea che la differenza tra “opera finita”, “opera collaudata”, “opera arredata”, “opera pulita”, “opera agibile” e “opera davvero utilizzabile” venga spiegata in modo chiaro, senza il solito gioco delle parole elastiche.
Perché a Mirandola le parole sono fondamentali.
“Finito” non vuol dire finito.
“Pronto” non vuol dire pronto.
“Utilizzabile” non vuol dire utilizzabile.
“Trasparenza” non vuol dire informare.
Vuol dire: se proprio vuoi sapere, fai domanda.
E così la mozione è stata respinta.
Undici contrari.
Sei favorevoli.
La maggioranza ha scelto il modello amministrativo del buio con accesso agli atti.
Noi, modestamente, continuiamo a preferire la luce.
Anche trimestrale.
Fonti:
Deliberazione del Consiglio Comunale n. 24 del 29/04/2026.
Trascrizione del dibattito allegata alla delibera C.C. n. 24 del 29/04/2026.

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