LO ZOO POLITICO

ovvero: quando Aristotele incontra Facebook e chiede di essere cancellato

C’è un momento preciso in cui lo Zoon Politikon, cioè l’uomo animale politico, smette di essere una definizione filosofica e diventa una diagnosi veterinaria.

Nel caso di Massimo Marchesi, infatti, il passaggio sembra ormai compiuto: da Zoon Politikon a Zoo Politico.

Non più l’uomo che vive nella polis, discute, ragiona, costruisce comunità.
No.
Qui siamo alla gabbietta social con la mangiatoia dell’indignazione, l’abbeveratoio del sottinteso politico e il cartello all’ingresso:

“Vietato dare da mangiare al cinismo. Si alimenta da solo.”

La vicenda è semplice e terribile.

Marchesi pubblica nel gruppo “A Mirandola” una immagine devastante della donna ferita a Modena, una persona appena travolta da una tragedia enorme, accompagnandola con la frasetta:

“Fratelli tutti……”

Prego notare i puntini.
Perché nello Zoo Politico i puntini sono importanti.

Non spiegano.
Insinuano.

Non dicono.
Ammiccano.

Non portano rispetto.
Portano traffico.

Davanti a una donna mutilata, una persona normale prova orrore, pietà, silenzio.
Lo Zoo Politico invece vede la scena e pensa:

“Questa mi fa post.”

Ed ecco la grande evoluzione della specie: dall’homo sapiens all’homo condividens, sottospecie indignatus compulsivus, facilmente riconoscibile perché davanti al dolore altrui non chiama l’umanità, chiama l’algoritmo.

Poi però il post viene ritirato.

E qui uno potrebbe pensare: bene, ha capito.

Macché.

Il ritiro del post non è una presa di coscienza.
È il tergicristallo sul parabrezza dopo essere finiti nel letame.

Perché Marchesi non scrive:
“Ho sbagliato, ho mancato di rispetto a una vittima, ho usato una immagine che non dovevo usare, chiedo scusa.”

No.

Scrive più o meno: ritiro il post su quella immagine, però ricordiamoci dei nostri fratelli in Nigeria.

Traduzione simultanea dallo Zoo Politico all’italiano:

“Tolgo questa tragedia dal banco frigo e vi propongo il reparto esteri.”

Meraviglioso.

Nemmeno il tempo di capire perché fosse indecente usare il corpo straziato di una donna come materiale politico, che il carrello dell’indignazione viene semplicemente spinto nella corsia successiva.

Prima Modena.
Poi Nigeria.
Sempre sangue.
Sempre morti.
Sempre corpi.
Sempre dolore altrui trattato come volantino da distribuire alla cassa.

Il problema, quindi, non era il metodo.
Il problema era che il metodo si era visto troppo bene.

Piccolo intermezzo zoologico

— Scusi, Zoo Politico, lei cosa ha visto in quella immagine?
— Una tragedia.
— E poi?
— Un messaggio forte.
— E poi?
— Un post efficace.
— E la vittima?
— Quale vittima? Ah sì, quella dentro il contenuto.

Ecco il punto.

Quella donna non è stata trattata come una persona.
È stata trattata come un supporto grafico.

Una specie di immagine di copertina dell’indignazione.
Un manifesto involontario.
Una didascalia vivente, anzi ferita, anzi straziata, messa lì per far passare un messaggio politico.

Questa non è compassione.
Non è denuncia.
Non è solidarietà.

È pornografia del dolore.

E il ritiro del post, fatto in quel modo, non cancella nulla. Anzi, peggiora tutto. Perché dimostra che non c’è stata una vera vergogna morale, ma solo una ritirata tecnica. Una retromarcia social. Il classico: “Oddio, forse questa volta ho esagerato”, seguito immediatamente da “però adesso vi spiego un altro massacro”.

Come se il dolore umano fosse una playlist.
Tolgo la traccia 1, metto la traccia 2.

E allora bisogna dirlo chiaramente: il problema non è solo avere pubblicato una immagine indecente. Il problema è avere pensato che quella immagine fosse utilizzabile.

Utilizzabile per una frase.
Utilizzabile per un sottinteso.
Utilizzabile per fare politica.
Utilizzabile per dare la scossetta emotiva al pubblico.

Come quei vecchi venditori ambulanti che urlavano: “Signori, avvicinatevi!”.
Solo che qui sul banchetto non ci sono pentole, scope o calzini.

C’è il dolore di una donna.

Fico della Mirandola si scusa con i lettori, perché per documentare quanto accaduto pubblicherà a sua volta gli screenshot, oscurando la vittima e le parti più cruente. Non per rilanciare l’orrore, non per partecipare al mercato della carne esposta, ma per mostrare una cosa precisa: fino a dove può arrivare la politica quando perde il pudore e comincia a usare la sofferenza altrui come materiale da propaganda.

E adesso una domanda semplice agli amministratori del gruppo “A Mirandola”.

Visto che diversi utenti hanno lamentato post non pubblicati, contenuti rimasti in attesa, interventi filtrati o mai approvati, sarebbe interessante capire:

quella immagine è stata approvata manualmente da qualcuno?

Oppure Massimo Marchesi gode di una qualche forma di pre-approvazione, per cui può pubblicare direttamente anche una immagine così violenta, così grave, così moralmente indifendibile?

Perché se il cittadino qualunque resta fermo al casello della moderazione per un post scomodo, mentre lo Zoo Politico entra col camion del dolore e parcheggia in piazza, allora il problema non è solo l’animale politico.

È anche chi gli tiene aperta la gabbia.

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