Categoria: Comunicazione

Ida Wells

  • IL PREZZO DELLA POMPA

    La riapertura del Palazzo Comunale di Mirandola è una buona notizia. Dopo quattordici anni dal sisma, vedere quel luogo tornare accessibile ha un valore simbolico vero.

    Ma proprio perché il momento era importante, vale la pena guardare anche come è stato raccontato.

    La macchina celebrativa si è messa in moto con tutto il repertorio delle grandi occasioni: autorità, sindaci, fasce tricolori, sedie riservate, musica, service audio-video, diretta TV, drone, fiori, ricevimento, piante scenografiche.

    Dagli atti, sommando le determine collegate alla riapertura, il conto documentale arriva a quasi 77 mila euro: affidamento a Contest per le celebrazioni, valorizzazione archeologica, piano sicurezza, performance musicale, service, addetti safety and security, ambulanza, allestimenti floreali, ricevimento, diretta TV, SIAE, drone.

    Tutto regolare, per carità.

    Ma anche tutto molto rivelatore.

    Perché quando si spendono decine di migliaia di euro per costruire il racconto pubblico della rinascita, poi la domanda diventa inevitabile: cosa resta ai cittadini oltre alla fotografia ufficiale?

    Il titolo scelto era bellissimo: “I tesori ritrovati”. I tesori ci saranno: quadreria, scavi, volume sui ritrovamenti. Ma il 29 maggio è stato soprattutto il giorno della rappresentazione pubblica: palco, autorità, cerimoniale, immagini ufficiali.

    Il Palazzo riaperto, certo.

    Ma anche il Palazzo messo in scena.

    E per non parlare dei bambini delle elementari, seduti accanto al palco con grembiuli e palloncini gialli e blu. Erano forse il simbolo più serio della mattinata: la Mirandola di domani, quella a cui il Palazzo veniva restituito.

    Eppure, nei discorsi delle autorità cittadine, non risultano salutati, ringraziati, considerati.

    Visibili nell’immagine.

    Invisibili nelle parole.

    Presenti come colore.

    Assenti come destinatari.

    Una comunità che inaugura il proprio Palazzo dopo quattordici anni dovrebbe sapere riconoscere il futuro quando ce l’ha seduto davanti, con un grembiule addosso e un palloncino in mano.

    E intanto, mentre si celebra con grande pompa un edificio finalmente riaperto, basta allargare lo sguardo di pochi metri per ricordarsi che il centro storico di Mirandola non è affatto “rinato”.

    Di competenza comunale ci sono ancora il complesso del Gesù, la parte dell’ex Milizia su via Roma, la ex GIL.

    Di competenza statale restano l’altra parte dell’ex Milizia e San Francesco.

    Di competenza ecclesiastica, per citare solo il centro storico, ci sono ancora il Sacramento e la Madonna della Neve.

    E poi c’è il grande convitato di pietra: il Castello dei Pico, di proprietà della Fondazione, ancora lì a ricordarci che la rinascita di Mirandola non può essere raccontata davvero finché il cuore storico della città resta una promessa sospesa.

    Una città non rinasce a lotti fotografici.

    Non rinasce a tagli del nastro isolati.

    Non rinasce lucidando un edificio per la cerimonia mentre tutto intorno restano facciate mute, porte chiuse, chiese ferite, contenitori culturali sospesi e cantieri ancora da vedere.

    E poi ci sono le piante.

    A Mirandola, evidentemente, il verde non si pianta: si noleggia. Non cresce: compare. Non fa ombra ai cittadini: fa cornice alla fotografia.

    Le piante diventano oggetti scenici, comparse vegetali della pompa istituzionale. Arrivano, abbelliscono, si fanno guardare, poi spariscono.

    Ed ecco il finale perfetto.

    I fogli colorati con i nomi per l’assegnazione dei posti sulle sedie — stampe a colori, con il logo del Comune — dopo lo smontaggio sono stati buttati bellamente a terra.

    Il logo del Comune per terra.

    I nomi per terra.

    La carta pubblica per terra.

    Non è lo scandalo del secolo. È il dettaglio che racconta il metodo.

    Perché il rispetto per le istituzioni non si misura solo mentre ci sono le telecamere accese. Si misura dopo, quando non guarda più nessuno.

    La riapertura del Palazzo poteva essere un momento alto. In parte lo è stato.

    Ma proprio perché è importante, meriterebbe più sostanza e meno pompa.

    Meno scenografia e più cura.

    Meno passerella e più rispetto.

    Il contenitore è tornato in piedi.

    Adesso, con calma, restauriamo anche il senso del decoro pubblico.

  • LO ZOO POLITICO

    ovvero: quando Aristotele incontra Facebook e chiede di essere cancellato

    C’è un momento preciso in cui lo Zoon Politikon, cioè l’uomo animale politico, smette di essere una definizione filosofica e diventa una diagnosi veterinaria.

    Nel caso di Massimo Marchesi, infatti, il passaggio sembra ormai compiuto: da Zoon Politikon a Zoo Politico.

    Non più l’uomo che vive nella polis, discute, ragiona, costruisce comunità.
    No.
    Qui siamo alla gabbietta social con la mangiatoia dell’indignazione, l’abbeveratoio del sottinteso politico e il cartello all’ingresso:

    “Vietato dare da mangiare al cinismo. Si alimenta da solo.”

    La vicenda è semplice e terribile.

    Marchesi pubblica nel gruppo “A Mirandola” una immagine devastante della donna ferita a Modena, una persona appena travolta da una tragedia enorme, accompagnandola con la frasetta:

    “Fratelli tutti……”

    Prego notare i puntini.
    Perché nello Zoo Politico i puntini sono importanti.

    Non spiegano.
    Insinuano.

    Non dicono.
    Ammiccano.

    Non portano rispetto.
    Portano traffico.

    Davanti a una donna mutilata, una persona normale prova orrore, pietà, silenzio.
    Lo Zoo Politico invece vede la scena e pensa:

    “Questa mi fa post.”

    Ed ecco la grande evoluzione della specie: dall’homo sapiens all’homo condividens, sottospecie indignatus compulsivus, facilmente riconoscibile perché davanti al dolore altrui non chiama l’umanità, chiama l’algoritmo.

    Poi però il post viene ritirato.

    E qui uno potrebbe pensare: bene, ha capito.

    Macché.

    Il ritiro del post non è una presa di coscienza.
    È il tergicristallo sul parabrezza dopo essere finiti nel letame.

    Perché Marchesi non scrive:
    “Ho sbagliato, ho mancato di rispetto a una vittima, ho usato una immagine che non dovevo usare, chiedo scusa.”

    No.

    Scrive più o meno: ritiro il post su quella immagine, però ricordiamoci dei nostri fratelli in Nigeria.

    Traduzione simultanea dallo Zoo Politico all’italiano:

    “Tolgo questa tragedia dal banco frigo e vi propongo il reparto esteri.”

    Meraviglioso.

    Nemmeno il tempo di capire perché fosse indecente usare il corpo straziato di una donna come materiale politico, che il carrello dell’indignazione viene semplicemente spinto nella corsia successiva.

    Prima Modena.
    Poi Nigeria.
    Sempre sangue.
    Sempre morti.
    Sempre corpi.
    Sempre dolore altrui trattato come volantino da distribuire alla cassa.

    Il problema, quindi, non era il metodo.
    Il problema era che il metodo si era visto troppo bene.

    Piccolo intermezzo zoologico

    — Scusi, Zoo Politico, lei cosa ha visto in quella immagine?
    — Una tragedia.
    — E poi?
    — Un messaggio forte.
    — E poi?
    — Un post efficace.
    — E la vittima?
    — Quale vittima? Ah sì, quella dentro il contenuto.

    Ecco il punto.

    Quella donna non è stata trattata come una persona.
    È stata trattata come un supporto grafico.

    Una specie di immagine di copertina dell’indignazione.
    Un manifesto involontario.
    Una didascalia vivente, anzi ferita, anzi straziata, messa lì per far passare un messaggio politico.

    Questa non è compassione.
    Non è denuncia.
    Non è solidarietà.

    È pornografia del dolore.

    E il ritiro del post, fatto in quel modo, non cancella nulla. Anzi, peggiora tutto. Perché dimostra che non c’è stata una vera vergogna morale, ma solo una ritirata tecnica. Una retromarcia social. Il classico: “Oddio, forse questa volta ho esagerato”, seguito immediatamente da “però adesso vi spiego un altro massacro”.

    Come se il dolore umano fosse una playlist.
    Tolgo la traccia 1, metto la traccia 2.

    E allora bisogna dirlo chiaramente: il problema non è solo avere pubblicato una immagine indecente. Il problema è avere pensato che quella immagine fosse utilizzabile.

    Utilizzabile per una frase.
    Utilizzabile per un sottinteso.
    Utilizzabile per fare politica.
    Utilizzabile per dare la scossetta emotiva al pubblico.

    Come quei vecchi venditori ambulanti che urlavano: “Signori, avvicinatevi!”.
    Solo che qui sul banchetto non ci sono pentole, scope o calzini.

    C’è il dolore di una donna.

    Fico della Mirandola si scusa con i lettori, perché per documentare quanto accaduto pubblicherà a sua volta gli screenshot, oscurando la vittima e le parti più cruente. Non per rilanciare l’orrore, non per partecipare al mercato della carne esposta, ma per mostrare una cosa precisa: fino a dove può arrivare la politica quando perde il pudore e comincia a usare la sofferenza altrui come materiale da propaganda.

    E adesso una domanda semplice agli amministratori del gruppo “A Mirandola”.

    Visto che diversi utenti hanno lamentato post non pubblicati, contenuti rimasti in attesa, interventi filtrati o mai approvati, sarebbe interessante capire:

    quella immagine è stata approvata manualmente da qualcuno?

    Oppure Massimo Marchesi gode di una qualche forma di pre-approvazione, per cui può pubblicare direttamente anche una immagine così violenta, così grave, così moralmente indifendibile?

    Perché se il cittadino qualunque resta fermo al casello della moderazione per un post scomodo, mentre lo Zoo Politico entra col camion del dolore e parcheggia in piazza, allora il problema non è solo l’animale politico.

    È anche chi gli tiene aperta la gabbia.

  • BASTIANICK E L’ASSESSORLEFO DEI CARTELLONI IMPOSSIBILI

    L’Assessorlefo ci ha spiegato che i cartelloni con scritto JOE BASTIANICK saranno corretti “subito”, “in giornata” e “senza alcun costo per il Comune”.

    Di domenica.

    E qui bisogna riconoscergli del talento: non tanto nella grafica, non tanto nel controllo bozze, non tanto nella verifica dei nomi, ma nella capacità di trasformare un cartellone già stampato e già affisso in un file Word con il correttore automatico.

    Nella sua fantasia amministrativa basta un colpo di bacchetta elfica: la K sparisce, la tipografia si sveglia, l’attacchino prende il volo, il manifesto si autocorregge e Mirandola torna a essere capitale mondiale della promozione territoriale fatta in maniera cinofallica.

    Peccato che i cartelloni non siano come un post modificabile.

    È roba fisica.
    Grande.
    Stampata.
    Messa in strada.
    Con il nome dell’ospite principale scritto sbagliato in formato “guardami anche dalla rotonda”.

    E nessuno l’ha visto.

    Non l’Assessorlefo.
    Non chi ha impaginato.
    Non chi ha approvato.
    Non chi ha mandato in stampa.
    Non chi si è fermato davanti al manifesto pensando: “Bene, ottimo lavoro”.

    Poi arriva il popolo mirandolese, vede la K abusiva, e improvvisamente parte l’operazione speciale: Salvate il Soldato Bastianich.

    Con una differenza: il soldato, almeno, il cognome ce l’aveva giusto.

    La parte migliore è il “senza costi per il Comune”, detta con la solennità di chi pensa di aver chiuso la questione. Come se il problema fosse solo chi paga la toppa, non chi ha mandato in giro un manifesto ufficiale senza nemmeno fare il controllo base: scrivere correttamente il nome del personaggio usato per vendere l’evento.

    Alla fine l’unico vero ufficio controllo qualità della Fiera è stato il cittadino che passa, fotografa e segnala.

    Gratis.
    Senza deleghe.
    Senza fascia.
    Senza orecchie a punta.

    A Mirandola ormai funziona così: l’Assessorlefo sbaglia il piatto, Facebook assaggia, il Comune promette di rifarlo in giornata e il conto, per fortuna, “non lo paga nessuno”.

    Resta solo una domanda:

    ma se per scrivere Bastianich serviva una task force domenicale, per organizzare tutta la Fiera chi hanno chiamato?

    Chef Bastianick?

  • IL BONZANINI CHE GRIDAVA AI REEL

    Quando la comunicazione è spreco solo se non la fa tuo fratello

    C’è un momento, nella politica della Bassa, in cui la satira può smettere di inventare e limitarsi a leggere.

    A Carpi Giulio Bonzanini, consigliere comunale della Lega e vice segretario provinciale del partito, attacca il Comune perché spenderebbe oltre 17mila euro per reel e contenuti social. Secondo lui, da una parte ci sarebbe chi sostiene “le persone, le giovani famiglie e il diritto alla casa”; dall’altra chi investe in strumenti che rischiano di diventare “comunicazione autocelebrativa”.

    Poi arriva il colpo di teatro: come esempio virtuoso cita Mirandola.

    Mirandola.

    Cioè uno dei Comuni in cui la comunicazione autocelebrativa non è un inciampo: è una funzione amministrativa, una postura politica, una specialità locale, un prodotto tipico da promuovere con cartellonistica dedicata.

    A Mirandola ormai tutto diventa comunicazione. Il cantiere diventa racconto. La proroga diventa traguardo. Il bando fragile diventa visione. Il comunicato anticipa la realtà, la foto la lucida, il post la imbelletta.

    E infatti, aprendo gli atti, si scopre che il modello mirandolese ha un Servizio Comunicazione esterno che nel 2025 vale 70.000 euro solo per gli incarichi. Dentro ci sono Enrico Bonzanini, incaricato della comunicazione digitale per 37.000 euro nel 2025, e Nicola Pozzati, per 11.000 euro nel 2025. Totale Bonzanini-Pozzati: 48.000 euro.

    Quindi ricapitoliamo con calma, perché la scena merita.

    A Carpi 17mila euro per i social sono uno scandalo (ed in parte condivido).

    A Mirandola 70mila euro di incarichi comunicativi sono sobrietà istituzionale.

    A Carpi i reel sono rischio di propaganda.

    A Mirandola comunicati, social, news, sito, pagina istituzionale autocelebrativa ed autoreferenziale diventano servizio pubblico.

    Il dettaglio più gustoso, però, è un altro.

    Il Bonzanini carpigiano usa Mirandola come manganello politico contro Carpi. Solo che dentro il modello mirandolese portato a esempio c’è Enrico Bonzanini, suo fratello, incaricato della comunicazione digitale del Comune. Qui non siamo più al dibattito sulla comunicazione pubblica.

    Qui siamo alla comunicazione parentale comparata.

    Il fratello di Carpi denuncia i social di casa sua.

    Il fratello di Mirandola gestisce i social di casa d’altri.

    Il primo spiega che una buona amministrazione non si misura nella quantità di comunicazione prodotta.

    Il secondo lavora dentro una macchina che produce comunicati, aggiornamenti, contenuti, canali social e narrazione dell’azione amministrativa.

    Manca solo il tutorial:

    “Come criticare i reel altrui mentre in famiglia si presidia la comunicazione istituzionale del Comune modello.”

    E qui arriva la parte migliore: Bonzanini non si limita a dire che Carpi spende troppo. Costruisce una contrapposizione morale. Da una parte Carpi, città dei reel. Dall’altra Mirandola, città del mutuo, dell’affitto, della giovane coppia aiutata, del welfare concreto.

    Peccato che il famoso bando mirandolese, già criticato, abbia tutti i tratti del welfare da vetrina: graduatoria in ordine di arrivo, nessuna vera valutazione della situazione economica, bando riservato a i non residenti.

    Non “prima chi ha più bisogno”.

    Non “prima chi è più fragile”.

    Non “prima chi rischia davvero di restare fuori casa”.

    No.

    Prima chi arriva prima.

    Il welfare col cronometro.

    La politica abitativa in formato sportello numerato.

    Il sostegno sociale trasformato in mini click day con comunicato stampa incorporato.

    Così il Comune mette circa 20mila euro su una misura piccola, discutibile, politicamente spendibile, e poi quella misura viene usata per fare la morale a Carpi. Nel frattempo, però, Mirandola sostiene una struttura comunicativa da 70mila euro annui di incarichi esterni.

    Ventimila euro di bando.

    Settantamila euro di comunicazione.

    E Bonzanini riesce comunque a raccontarla come “mutui contro reel”.

    Complimenti.

    È un esercizio di equilibrismo politico notevole: tenere in mano la bandierina del welfare mentre dietro passa il camion della comunicazione istituzionale con sopra il cognome di famiglia.


    Intervista immaginata

    Giulio Bonzanini:
    “A Carpi spendono soldi pubblici per i social!”

    Fico:
    “Terribile. E Mirandola?”

    Giulio Bonzanini:
    “Mirandola aiuta le giovani coppie.”

    Fico:
    “Benissimo. E chi gestisce la comunicazione digitale di Mirandola?”

    Giulio Bonzanini:
    “Un professionista.”

    Fico:
    “Nome?”

    Giulio Bonzanini:
    “Enrico.”

    Fico:
    “Cognome?”

    Giulio Bonzanini:
    “Bonzanini.”

    Fico:
    “Parentela?”

    Giulio Bonzanini:
    “…”

    Fico:
    “Importo annuo?”

    Giulio Bonzanini:
    “…”

    Fico:
    “37mila euro solo lui. 48mila con l’amichetto Pozzati. 70mila il pacchetto incarichi comunicazione. Però a Carpi 17mila euro sono il disastro della pubblica amministrazione.”

    Giulio Bonzanini:
    “Ma a Mirandola è diverso.”

    Fico:
    “Certo. A Mirandola anche la propaganda cambia nome: si parentela.”


    La verità è molto semplice.

    Bonzanini dice una cosa giusta: la comunicazione autocelebrativa pagata con soldi pubblici è un problema serio.

    Perfetto.

    Allora partiamo da Mirandola.

    Perché Mirandola non è l’alternativa alla comunicazione autocelebrativa.

    Mirandola ne è il laboratorio.

    È il Comune dove ogni cosa deve diventare racconto edificante: il bando, il cantiere, l’inaugurazione, la mezza misura, la promessa, la proroga, la toppa, il rattoppo e perfino il silenzio quando gli atti non convengono.

    La comunicazione non accompagna più l’azione amministrativa.

    La precede.

    La veste.

    La trucca.

    La spinge in vetrina.

    Poi, quando qualcuno guarda dietro il fondale, trova determine, incarichi, costi, affidamenti, ruoli e cognomi.

    E allora il problema non sono i reel di Carpi.

    Il problema è la faccia tosta di chi usa Mirandola come modello anti-propaganda mentre Mirandola ha fatto della comunicazione autocelebrativa uno dei propri principali strumenti di governo.

    Conclusione:

    Bonzanini ha ragione.
    La comunicazione pubblica va controllata.
    Soprattutto quando chi denuncia quella degli altri ha un fratello pagato per fare quella del Comune portato a esempio.

  • RADIO PICO COMPIE 50 ANNI.

    Il Comune festeggia la mirandolesità solo quando può metterci sopra il bollino della Lety.

    Oggi Radio Pico compie cinquant’anni.

    Nata a Mirandola, cresciuta a Mirandola, diventata voce del territorio ben prima che qualcuno in Comune scoprisse che la parola “identità” si poteva infilare in un comunicato stampa come il ripieno nei tortellini.

    Cinquant’anni di musica, notizie, piazze, terremoti, giornate qualunque e memoria collettiva.

    Insomma: mirandolesità vera.

    Non quella col logo del Comune in alto, la foto della Lety al centro e sotto la frase scritta dal reparto “radici, tradizioni e altre cose da usare quando conviene”.

    E infatti il Comune tace.

    Strano, perché Radio Pico a Palazzo la conoscono benissimo quando serve da colonna sonora agli eventi, da amplificatore alle passerelle, da microfono gentile per le occasioni buone. Quando c’è da fare atmosfera, la radio esiste. Quando c’è da farle gli auguri per mezzo secolo di storia, improvvisamente sparisce dal dial istituzionale.

    Forse oggi il giornalista della sindaca, quello vestito di nero fuori e probabilmente accordato su frequenze non proprio resistenziali dentro, era ancora provato dall’immane sforzo di essersi sorbito il 25 aprile: una giornata difficile per chi deve maneggiare la parola “Liberazione” senza scottarsi le dita.

    Lo immaginiamo lì, davanti alla tastiera, con la bozza pronta:

    “Auguri a Radio Pico per i suoi 50 anni…”

    Poi il dubbio.

    “Ma non è che così celebriamo qualcosa nato a Mirandola senza che la nostra amministrazione possa rivendicarne anche lontanamente il merito?”

    Panico.

    Meglio tacere.

    Perché il punto è questo: Radio Pico non ha avuto bisogno di una determina, di un taglio del nastro, di una variante, di una proroga, di un assessore sorridente o di una foto con la fascia tricolore ben in vista.

    Ha acceso un microfono.

    E ha parlato ai mirandolesi per cinquant’anni.

    Il Comune, invece, con ufficio stampa, sito, social, newsletter, portavoce, comunicati, retorica identitaria e tutta la fanfara della propaganda civica, oggi riesce nell’impresa più pura:

    dimenticarsi una delle cose più mirandolesi che Mirandola abbia prodotto.

    Radio Pico trasmette da mezzo secolo.

    Palazzo Comunale, oggi, è muto.

    Non per mancanza di segnale.

    Per mancanza di memoria (ma questo già lo sapevamo…).

  • Operazione voce grossa

    Il Generale, non del tutto soddisfatto della timbrica del suo biondo candidato, sarebbe corso ai ripari con un gesto di alta strategia militare: la donazione del portentoso De-Gender XXX al suo paladino della Bassa.

    Obiettivo dichiarato: abbassare le frequenze, inspessire il tono, dare finalmente alla propaganda quella voce cavernosa che la natura, con crudele sincerità, aveva negato.

    Perché un conto è fare il duro nei manifesti.
    Un altro è aprire bocca e sembrare …

    A Mirandola ormai non si selezionano più i candidati: si equalizzano.

  • FINALMENTE UN CASO RISOLTO. DECISIVI I CANI, IL VETERINARIO E IL MICROCHIP. GLI UMANI DELLA DUCale UN PO’ MENO

    Dopo le ormai leggendarie e a quanto pare infruttuose indagini sul Fico, la Polizia Ducale può finalmente appuntarsi una medaglia al collare: un caso è stato chiuso davvero.
    Non grazie a intuizioni fulminanti, non grazie a chissà quale acume investigativo, ma grazie a Thor e Giasone, ai loro due interpreti umani agente Zero e agente Carciofo, e pure al veterinario col lettore di chip, che in questa storia svolge il ruolo ingrato ma decisivo dell’unico strumento capace di arrivare davvero al nome del proprietario senza bisogno di tirare a indovinare.

    La scena è mirabile.
    Thor annusa, Giasone conferma, Zero e Carciofo traducono dal canese all’italiano d’ordinanza, poi entra in campo il veterinario con il suo lettore di microchip, una specie di oracolo elettronico che in pochi secondi riesce dove altre indagini, pare, si erano smarrite in sentieri assai più nebulosi.
    E miracolo: stavolta il filo non si spezza, non evapora, non diventa leggenda metropolitana.
    C’è una cucciola, c’è un chip, c’è un lettore, c’è un proprietario, c’è persino una soluzione.
    Roba enorme.
    Roba che da queste parti rischia quasi di sembrare fantascienza applicata.

    Naturalmente, appena la macchina vera del risultato ha finito il suo lavoro, parte subito la macchina simbolica del comunicato. E infatti l’assessore si precipita a spiegarci che l’episodio “conferma l’importanza del presidio sul territorio”.
    E meno male: dopo tanto presidiare, perlomeno un cane smarrito, due cani operativi e un veterinario con scanner hanno prodotto qualcosa di misurabile.
    Viene poi celebrata l’“attività svolta dalla Polizia Locale”, formula elasticissima dentro cui finisce di tutto: il fiuto di Thor e Giasone, la traduzione di Zero e Carciofo, il lavoro del veterinario, il microchip che parla da solo e, a chiusura, il timbro poetico dell’assessorelfo che arriva quando ormai il più è fatto.

    Poi, come sempre, scatta la mano di vernice buona: “anche in materia di tutela degli animali”, addirittura “a servizio della comunità”.
    E qui il quadro si completa.
    Perché il recupero della cucciola viene gonfiato fino a diventare piccola epopea amministrativa, quando in realtà la morale più sincera sarebbe un’altra: appena la Ducale ha smesso di inseguire fantasmi ed è passata a un cane con microchip, con accanto due cani veri e un veterinario col lettore, il caso si è risolto da solo.

    Il capolavoro, però, resta politico.
    I cani trovano la pista, il veterinario legge il chip, il microchip fa il resto, Zero e Carciofo seguono la procedura, ma il trofeo narrativo se lo prende l’assessorelfo, che cala dall’alto il suo sigillo e trasforma una banale catena di competenze concrete in parabola edificante sul presidio del territorio. In sostanza: il cane l’hanno trovato Thor e Giasone, il proprietario l’ha trovato il lettore del veterinario,
    il comunicato invece l’ha trovato subito l’assessore.

  • Comune di Mirandola, reparto copia-incolla.

    A Mirandola i papà sono talmente speciali che per far loro gli auguri il Comune non ha usato un papà di Mirandola, né una foto originale, né un’idea propria: ha preso pari pari lo stock da catalogo.
    Altro che festa del papà: questa è la festa del copia-incolla istituzionale.

    C’è qualcosa di poeticamente perfetto in tutto questo: un Comune che dovrebbe rappresentare una comunità vera, fatta di facce vere, famiglie vere, persone vere, e invece comunica come uno stagista disperato alle 17:58 con la consegna alle 18:00.
    Scrivi “super papà” su Freepik, scegli il modello con mantello, piazzi il logo del Comune sopra e via, missione compiuta: anche quest’anno l’autenticità la festeggiamo l’anno prossimo.

    Il messaggio implicito è meraviglioso:
    non “auguri ai papà mirandolesi”,
    ma “auguri a un tizio barbuto americano da archivio stock che da oggi, per decreto grafico, rappresenta ufficialmente la paternità locale”.

    Del resto è coerente: qui da noi spesso la realtà è trascurata, mentre la scenografia viene curata benissimo.
    E quindi anche i papà diventano una immagine prefabbricata, buona per tutte le stagioni, tutti i comuni e tutte le ricorrenze, purché sia in alta risoluzione.

    Il Fico fa i suoi auguri a tutti i papà veri, non quelli in abbonamento gratuito da banca immagini.
    Perché l’amore sarà pure universale, ma la comunicazione istituzionale fatta col template resta una miseria.

    https://it.freepik.com/search?format=search&last_filter=selection&last_value=1&query=Super+papa&selection=1&type=photo#uuid=a3ae9227-8853-44f2-a391-29339febd48c

  • 📬 LA NEWSLETTER STRATEGICA DELLA REPUBBLICA DI MIRANDOLA

    Il Comune di Mirandola ha deciso di innovare la comunicazione pubblica.

    Lo ha fatto con una determinazione dirigenziale del 27 febbraio 2026, con cui viene acquistata la piattaforma di email marketing Mailchimp per la gestione della newsletter dell’Indicatore Mirandolese.

    Una piattaforma professionale.

    Pensata per:

    • segmentazione avanzata degli utenti
    • automazioni di marketing
    • ottimizzazione degli orari di invio
    • test multivariati
    • gestione di pubblici multipli

    Una roba che normalmente usano aziende che vendono prodotti in mezzo mondo.

    Mirandola invece la usa per fare una cosa molto più sofisticata.

    Mandare una mail con i link degli articoli della settimana.


    📜 La determina

    Il documento amministrativo racconta una storia interessante.

    Nei primi mesi del 2026 il Comune attiva un piano Mailchimp da 1500 contatti per la gestione della newsletter dell’Indicatore Mirandolese, il periodico di informazione del Comune.

    Poi qualcuno guarda i numeri.

    E scopre che non serve.

    Perché la mailing list reale è molto più piccola.

    Così da marzo il piano scende a 500 contatti.

    Traduzione amministrativa:

    la newsletter dell’Indicatore Mirandolese, il periodico del Comune di Mirandola, ha meno di 500 iscritti (tra cui il sottoscritto).

    In una città da oltre 23.000 abitanti.


    📊 Il grande progetto digitale

    Nel frattempo il giornale cartaceo comunale dichiara con orgoglio:

    tiratura 16.000 copie.

    Quindi abbiamo questo sistema comunicativo:

    • 16.000 copie cartacee
    • meno di 500 email digitali

    La trasformazione digitale, ma con prudenza.


    🔁 Il contenuto della newsletter

    La newsletter si chiama:

    “7 giorni a Mirandola”.

    Dentro troviamo:

    • titolo dell’articolo
    • link
    • titolo dell’articolo
    • link
    • titolo dell’articolo
    • link.

    Fine.

    Sono esattamente gli stessi articoli che durante la settimana sono già comparsi:

    • sul sito del Comune
    • sulla pagina Facebook
    • su Instagram
    • spesso rilanciati da assessori e uffici vari.

    Poi arriva la newsletter.

    Che informa il cittadino di una cosa sorprendente:

    gli articoli esistono.


    🎭 INTERMEZZO TEATRALE

    (Ufficio comunicazione del Comune)

    LETY
    Allora, questa newsletter… è strategica?

    SOCIAL MEDIA MANAGER
    Molto strategica.

    LETY
    E cosa contiene?

    SOCIAL MEDIA MANAGER
    Gli articoli del sito.

    LETY
    Ma quelli non li abbiamo già pubblicati?

    SOCIAL MEDIA MANAGER
    Sì.

    LETY
    E sui social?

    SOCIAL MEDIA MANAGER
    Sì.

    LETY
    E allora perché la mandiamo?

    SOCIAL MEDIA MANAGER
    Per ricordare che esistono.

    LETY
    Geniale.

    (sipario)


    🧠 La tecnologia

    Mailchimp è una piattaforma progettata per fare marketing avanzato.

    Permette di:

    • segmentare gli utenti
    • personalizzare i contenuti
    • creare automazioni
    • costruire funnel di comunicazione.

    Qui invece viene utilizzata per:

    spedire una lista di link.

    È un po’ come comprare un Airbus A320 per andare a prendere il pane al forno di via Roma.

    Il mezzo funziona benissimo.

    Ma forse bastava la bicicletta.


    🧾 Il vero problema della determina

    Il punto non sono i 424 euro.

    Il punto è la distanza tra:

    i mezzi
    e
    la realtà.

    La determina parla di:

    • gestione automatizzata
    • analisi del pubblico
    • strumenti avanzati di comunicazione.

    Poi apri la newsletter.

    E trovi un indice settimanale del sito.


    📌 Il risultato finale

    Alla fine la newsletter svolge una funzione molto precisa.

    Non informare.

    Non analizzare.

    Non comunicare.

    Ma semplicemente ricordare che:

    il sito è stato aggiornato.

    Una funzione nobile.

    Un po’ come se il Comune installasse un megafono in piazza per annunciare ogni venerdì:

    “Attenzione cittadini, su internet ci sono delle cose, scritte da noi che parlano bene di noi, che vi abbiamo già propinato in tutte le salse possibili.”


    🪶 Morale

    La determina parla di innovazione digitale.

    La newsletter parla di link.

    Nel mezzo c’è la macchina amministrativa che, con grande serietà, mette in moto una piattaforma di marketing internazionale per produrre:

    una mail con nove collegamenti ipertestuali.

    E così Mirandola entra nel futuro.

    Con calma.

    Molto lentamente.

    Come tutte le grandi rivoluzioni.


    Fonti

    • Determinazione del Settore I – Affari Generali, Controlli, Partecipate e Servizi Informatici n.160 del 27/02/2026: Affidamento della fornitura della licenza d’uso del software Mailchimp per la gestione della newsletter per l’annualità 2026
    • Preventivo Bitzen S.r.l. prot. n. 8993 del 25/02/2026 relativo alla licenza Mailchimp Standard
    • Newsletter settimanale “7 giorni a Mirandola” inviata tramite piattaforma Mailchimp
    • Sito web del periodico comunale: indicatoreweb.it