IL PRATO È FINITO, ORA PASCOLANO I RIMBORSI

C’è una cosa che dagli atti del Comune emerge con la grazia di un decespugliatore acceso in canonica: il modello della gestione del verde frazionale affidata al volontariato “a rimborso” non regge. Se un sistema, nel giro di pochi mesi, produce un recesso anticipato, un bando deserto e un avviso chiuso senza un solo soggetto ammissibile, non siamo davanti a una felice alleanza tra Comune e territorio. Siamo davanti a un modellino che, alla prima curva, ha perso una ruota, il cofano e pure il giardiniere. E infatti la delibera di Giunta 67 lo dice nel suo impeccabile burocratese: bisogna “aggiornare gli importi”, adeguarli alle esigenze organizzative ed economiche e garantire condizioni più sostenibili. Traduzione dal politichese al mirandolese: così com’era non funzionava più.

I tre casi sono uno più educativo dell’altro. A Cividale il Circolo Anspi “Il Borghetto” ha comunicato il recesso anticipato dalla convenzione, dichiarando di non essere più in grado di svolgere l’attività di gestione del verde. Fine della poesia. Fine del modello. Fine del prato condiviso. E per il 2026 ha pure dichiarato che non aveva spese da chiedere a rimborso, tanto per rendere il quadro ancora più lineare.

A San Martino Spino, invece, il Comune aveva già predisposto il nuovo avviso con un rimborso annuo massimo di 3.500 euro, ma il risultato è stato esemplare: non è pervenuta alcuna richiesta. Il verde pubblico, evidentemente, chiamava. Nessuno ha risposto. Segnale non proprio incoraggiante per un modello che dovrebbe reggersi sulla disponibilità spontanea del territorio.

E poi c’è Gavello, che merita un applauso tutto suo. Perché qui il bando non era aperto alle imprese, ma ad Associazioni di Promozione Sociale e organizzazioni di volontariato, anche in forma associata. Eppure l’unica candidatura arrivata è stata quella di Alberghina Verde Ambiente S.r.l.. Una società. Non un’associazione. Non un’organizzazione di volontariato. Una S.r.l. La commissione, coerentemente, ha dichiarato la domanda non ammissibile per mancanza dei requisiti di partecipazione. Tradotto: il Comune cerca volontariato, il territorio gli risponde con una società privata, e anche quella finisce fuori gioco prima del fischio d’inizio. Se non è il necrologio amministrativo del modello, ci va molto vicino.

A questo punto arriva la cura comunale: più soldi. Non una riflessione pubblica sul fallimento del meccanismo. Non una spiegazione seria sul perché un gestore se ne vada, un avviso resti deserto e un altro raccolga solo una S.r.l. fuori requisiti. No. Si apre il rubinetto. Gavello passa da 2.400 a 3.500 euro l’anno. San Martino Spino passa da 3.500 a 5.900 euro l’anno. Cividale invece resta fermo a 1.700 euro l’anno. Totale: dai vecchi 7.600 euro annui si sale a 11.100 euro annui. In pratica, il modello non funziona e la risposta è: ingrassiamo il rimborso e speriamo che qualcuno abbocchi.

La parte più sottile, quasi poetica, è il trattamento riservato ai diversi casi. Chi ha avuto il recesso anticipato vero, cioè Cividale, resta inchiodato a 1.700 euro. Gli altri due, dove il sistema si è schiantato in modo diverso, prendono l’aumento. Uno potrebbe quasi trarne una morale per il mondo associativo mirandolese: non basta più sfalciare l’erba, servono anche capacità negoziali, tempismo psicologico e un certo talento nel produrre disagio amministrativo. Perché a leggere gli atti viene un dubbio maligno: forse il verde pubblico fiorisce soprattutto quando il Comune comincia a temere che non glielo gestisca più nessuno.

E siccome a Mirandola ogni delibera è anche un seminario involontario di tattica associativa, ecco il consiglio più innocente del mondo alle altre realtà del territorio. Se avete convenzioni in essere e vi sentite sottovalutati, non state lì a consumarvi tra senso civico, benzina, sfalci e assicurazioni. Fatevi furbi. Prendete esempio dal metodo che gli atti sembrano premiare: una mezza crisi, un po’ di insofferenza, due righe in cui fate capire che così non si va avanti, e magari il Comune riscopre all’improvviso le “attuali esigenze organizzative ed economiche”. Non è un ricatto, ci mancherebbe. È pedagogia.

Poi c’è l’ultima carezza: la delibera 67 non si limita ad aumentare i tetti, ma allarga anche la manica dei rimborsi, prevedendo espressamente la possibilità di riconoscere anche le spese dei volontari tramite autocertificazione, nei limiti del Codice del Terzo Settore. Tutto regolare, tutto legittimo. Ma il messaggio resta chiarissimo: il vecchio equilibrio non stava più in piedi, e allora si mette qualche soldo in più, si allarghino le voci rimborsabili, si lucida il lessico della sostenibilità e si riparte come se nulla fosse. Solo che nulla non è: c’è un recesso, c’è un deserto, c’è una procedura naufragata. E quando un modello ha bisogno di più soldi e più elasticità solo per provare a restare in piedi, forse non è un modello virtuoso. È un modello in crisi.

Fonti: delibera di Giunta n. 67 del 01/04/2026; determina n. 224 del 25/03/2026; determina n. 1042 del 20/11/2025; determina n. 1043 del 20/11/2025; determina n. 1157 del 12/12/2025; determina n. 359 del 06/05/2024.

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