FINALMENTE UN CASO RISOLTO. DECISIVI I CANI, IL VETERINARIO E IL MICROCHIP. GLI UMANI DELLA DUCale UN PO’ MENO

Dopo le ormai leggendarie e a quanto pare infruttuose indagini sul Fico, la Polizia Ducale può finalmente appuntarsi una medaglia al collare: un caso è stato chiuso davvero.
Non grazie a intuizioni fulminanti, non grazie a chissà quale acume investigativo, ma grazie a Thor e Giasone, ai loro due interpreti umani agente Zero e agente Carciofo, e pure al veterinario col lettore di chip, che in questa storia svolge il ruolo ingrato ma decisivo dell’unico strumento capace di arrivare davvero al nome del proprietario senza bisogno di tirare a indovinare.

La scena è mirabile.
Thor annusa, Giasone conferma, Zero e Carciofo traducono dal canese all’italiano d’ordinanza, poi entra in campo il veterinario con il suo lettore di microchip, una specie di oracolo elettronico che in pochi secondi riesce dove altre indagini, pare, si erano smarrite in sentieri assai più nebulosi.
E miracolo: stavolta il filo non si spezza, non evapora, non diventa leggenda metropolitana.
C’è una cucciola, c’è un chip, c’è un lettore, c’è un proprietario, c’è persino una soluzione.
Roba enorme.
Roba che da queste parti rischia quasi di sembrare fantascienza applicata.

Naturalmente, appena la macchina vera del risultato ha finito il suo lavoro, parte subito la macchina simbolica del comunicato. E infatti l’assessore si precipita a spiegarci che l’episodio “conferma l’importanza del presidio sul territorio”.
E meno male: dopo tanto presidiare, perlomeno un cane smarrito, due cani operativi e un veterinario con scanner hanno prodotto qualcosa di misurabile.
Viene poi celebrata l’“attività svolta dalla Polizia Locale”, formula elasticissima dentro cui finisce di tutto: il fiuto di Thor e Giasone, la traduzione di Zero e Carciofo, il lavoro del veterinario, il microchip che parla da solo e, a chiusura, il timbro poetico dell’assessorelfo che arriva quando ormai il più è fatto.

Poi, come sempre, scatta la mano di vernice buona: “anche in materia di tutela degli animali”, addirittura “a servizio della comunità”.
E qui il quadro si completa.
Perché il recupero della cucciola viene gonfiato fino a diventare piccola epopea amministrativa, quando in realtà la morale più sincera sarebbe un’altra: appena la Ducale ha smesso di inseguire fantasmi ed è passata a un cane con microchip, con accanto due cani veri e un veterinario col lettore, il caso si è risolto da solo.

Il capolavoro, però, resta politico.
I cani trovano la pista, il veterinario legge il chip, il microchip fa il resto, Zero e Carciofo seguono la procedura, ma il trofeo narrativo se lo prende l’assessorelfo, che cala dall’alto il suo sigillo e trasforma una banale catena di competenze concrete in parabola edificante sul presidio del territorio. In sostanza: il cane l’hanno trovato Thor e Giasone, il proprietario l’ha trovato il lettore del veterinario,
il comunicato invece l’ha trovato subito l’assessore.

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