IL BAVAGLIO COL MEGAFONO E IL PROCESSO AL CITTADINO NON ALLINEATO

Partiamo dal post madre, perché merita.

Ci viene spiegato che a Mirandola il “cittadino comune” non avrebbe più voce.

“O tace, o si nasconde.”

Lo si apprende, naturalmente, da un lungo post pubblico, scritto liberamente, pieno di accuse pesanti, toni da città occupata e finale con l’aria negata dalle “paginette rabbiose”.

Già qui il sipario traballa.

Perché se davvero Mirandola fosse diventata un luogo dove nessuno può più parlare, forse non sarebbe così semplice pubblicare un sermone in cui si accusa “certa politica di sinistra” di aver reso la città invivibile.

Invece si parla.

Si parla eccome.

Si parla di gogna.

Di cittadini costretti al silenzio.

Di gente che al bar, al supermercato e al parco verrebbe guardata male.

Di figli che pagherebbero le opinioni dei genitori.

Di foto dei familiari e perfino dell’abitazione.

Di anonimato non come vigliaccheria, ma come “sopravvivenza”.

A leggere il post sembra di non essere più nella Bassa modenese, ma in un romanzo distopico dove il Comitato Centrale del Fico controlla il banco salumi, il reparto surgelati e l’altalena del parco.

Poi arriva la frase madre: “questo non è fare opposizione, è terrorismo psicologico da salotto”.

Meravigliosa.

Terrorismo psicologico da salotto.

Cioè, evidentemente, una cellula eversiva armata di plaid, tisana, screenshot e determine comunali. Gente pericolosissima: non mette bombe, apre l’Albo Pretorio. Non prende ostaggi, legge i quadri economici. Non semina panico, fa domande.

Ma il vero trucco del post è un altro: prende la critica politica e la trasforma in persecuzione.

Se rispondi, fai gogna.

Se ironizzi, odi.

Se contesti, intimidisci.

Se chiedi conto di un fatto pubblico, rendi Mirandola invivibile.

Comodissimo.

Così non si deve più discutere nel merito. Non servono esempi, prove, episodi precisi, nomi, circostanze. Basta evocare il “clima”.

Chi sarebbe stato messo alla gogna?

Quando?

Per quale commento?

Con quali conseguenze reali?

Non si sa.

Però c’è il “cittadino comune”.

Figura mitologica della politica locale: non ha volto, non ha dati, non ha casi concreti, ma viene tirato fuori ogni volta che bisogna trasformare una lagna di parte nella voce del popolo oppresso.

E poi c’è il capolavoro storico: “dopo 74 anni di governo di sinistra”.

Quindi, se capiamo bene, dopo due sconfitte elettorali della sinistra, il vero potere oppressivo su Mirandola non sarebbe di chi governa, comunica, decide, nomina, inaugura, taglia nastri, assegna deleghe e amministra.

No.

Sarebbe di qualche pagina satirica.

Praticamente la Spectre con la foto profilo.

Ma il meglio arriva nei commenti, dove il post decide di suicidarsi da solo.

Arriva Alex Goldoni e scrive una cosa normalissima: basta piagnistei, destra e sinistra alzano i toni, iniziate ad ascoltarvi invece di sentirvi tutti depositari della verità assoluta.

Una frase persino troppo equilibrata.

E infatti viene subito trattata come materiale radioattivo.

Prima risposta: “sono d’accordo, ma lo sarei ancora di più se lo scrivessi anche sotto i post degli altri”.

Traduzione: prima di dire una cosa sensata devi presentare il certificato di equidistanza, con marca da bollo e timbro del Comune dei Moderati.

Seconda risposta: “eh no, mi dispiace carissimo, ma si sbaglia”.

Il “carissimo” è stupendo.

È quella carezza data con la carta vetrata. Ti stanno dicendo: siediti, adesso ti spieghiamo noi cosa devi pensare.

E infatti parte subito il catechismo: prima del cambio di colore non c’era odio, poi sono arrivate le pagine anonime, la maschera della satira, le prese in giro, gli attacchi personali, il clima pesante.

Quindi Alex dice: “forse i toni li alzano tutti”.

E gli rispondono: “no, il problema siete voi”.

Perfetto.

Sotto un post che denuncia cittadini zittiti, il primo cittadino che parla fuori copione viene corretto, normalizzato, rimesso nel recinto.

Puoi parlare, certo.

Ma devi dire la frase giusta.

Devi confermare la narrazione.

Devi unirti al coro.

Altrimenti “carissimo, si sbaglia”.

Poi arriva un altro dettaglio poetico: “dal vivo bisogna avere le palle di dire le cose in faccia”.

Frase finissima.

Soprattutto sotto un post che denuncia il clima di intimidazione.

Diciamo che, per dimostrare serenità democratica, usare il lessico da retrobottega non è proprio Norberto Bobbio.

E infine c’è l’anonimato.

Le pagine sarebbero anonime.

Però, curiosamente, si sa già che sono “di sinistra”.

Anonime, ma identificate.

Mascherate, ma catalogate.

Sconosciute, ma già condannate politicamente.

A quel punto Raimondo Meloni fa la domanda più semplice, quindi la più pericolosa: se sono anonimi, come fate a dire che sono di sinistra? E se davvero c’è odio, perché non fate un esposto alla polizia?

Risposta?

“No comment.”

Meraviglioso.

Dopo un poema sul cittadino senza voce, davanti a una domanda concreta arriva il silenzio.

Non quello imposto dalle paginette.

Quello scelto quando finisce la sceneggiatura.

La verità è molto più semplice.

Il post dice: “la gente non parla più”.

I commenti dimostrano: la gente parla, ma se non dice quello che deve dire viene subito corretta.

Questa non è mancanza di libertà.

È allergia al contraddittorio.

Non vogliono cittadini liberi.

Vogliono cittadini allineati.

Non vogliono il confronto.

Vogliono il coro.

E quando qualcuno stecca, parte subito il “carissimo, si sbaglia”.

Mirandola non è invivibile perché esistono pagine critiche.

Diventa invivibile quando chi predica libertà di parola pretende in realtà il monopolio del microfono.

Gli altri possono parlare, certo.

Ma solo se fanno da eco.

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