Tondo Budri
tempera su tavola, fine XVI secolo
Mirandola, Galleria Ducale

Il cosiddetto Tondo Budri, conservato presso la Galleria Ducale di Mirandola, è una delle opere più singolari attribuite alla tarda maniera di Ficolangelo Buonafico, artista di temperamento inquieto, capace di innestare sulla solennità del modello michelangiolesco una vena sottile, quasi enigmatica, di ironia cortigiana.
L’opera si presenta come un grande tondo devozionale, riccamente incorniciato, nel quale la costruzione rinascimentale della scena è portata a una misura di fasto quasi cerimoniale. Al centro siede la figura femminile, tradizionalmente identificata con Lety, avvolta in panneggi rosa e azzurri di grande ampiezza plastica. La posa è composta, il busto ruotato con naturalezza studiata, il volto trattenuto in un profilo nobile e severo. Non vi è sentimentalismo, ma dominio della forma: la figura non appare colta in un momento privato, bensì innalzata a immagine esemplare.
Fra le braccia tiene il piccolo Thor, cucciolo di malinois, elemento iconografico di rara originalità. L’animale, reso con attenzione quasi fiamminga nel muso vigile e nelle orecchie tese, assume un valore simbolico evidente: non semplice presenza domestica, ma segno di fedeltà, custodia e forza ancora acerba. Ficolangelo sostituisce così il consueto motivo infantile con una creatura araldica, viva e all’erta, trasformando la tenerezza in emblema.
Alle spalle della donna compare la figura maschile detta il Biondo, posta in leggero arretramento ma centrale nell’equilibrio dell’insieme. Il suo volto, rischiarato da una luce più fredda, emerge come presenza protettiva e insieme vigilante. È una figura di sostegno, quasi un custode silenzioso della scena, dipinta non con enfasi drammatica ma con una compostezza che ne accresce l’autorità.
Lo sfondo, popolato da nudi, architetture antiche e lontananze azzurrine, richiama apertamente la cultura figurativa del pieno Rinascimento. I corpi laterali, più scultorei che narrativi, non partecipano davvero all’azione: la circondano, la commentano, la rendono solenne. Sono apparizioni di una classicità convocata per dare peso monumentale a un soggetto altrimenti intimo e domestico.
Di eccezionale interesse è la cornice, probabilmente coeva, lavorata con un fitto intreccio di motivi vegetali, grottesche e piccole teste affioranti. Questi volti, dal carattere quasi elfico, sembrano emergere dalla materia dorata come spiriti ornamentali o maschere di corte. Non sono mero decoro: partecipano alla visione, trasformando la cornice in una seconda scena, un teatro minore che avvolge e sorveglia il dipinto.
Il Tondo Budri colpisce per questa ambiguità sapientemente controllata: appare antico, devoto, nobile, e tuttavia lascia trapelare una vena di sottile straniamento. È una pittura di corte travestita da immagine sacra, una celebrazione familiare elevata a mito, una composizione in cui la grazia del gesto e la magnificenza dell’oro nascondono un sorriso appena trattenuto.
Un’opera, direbbe qualcuno, non bella: necessaria. Perché quando la pittura riesce a trasformare un cane in simbolo, una posa in potere e una cornice in destino, allora non siamo più davanti a un semplice tondo, ma a una piccola macchina mitologica della Mirandola ducale.

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