
A Mirandola la sicurezza è arrivata.
Non sotto forma di persone, non sotto forma di presenza, non sotto forma di risultati.
È arrivata sotto forma di numero.
Duecentocinquantasei.

“256 punti di ripresa”, recitano gli articoli. Un numero perfetto, di quelli che non si discutono, si applaudono. Un numero che serve a dire tutto senza spiegare niente.
Poi però succede sempre la stessa cosa, quella che rovina le feste: qualcuno apre i documenti e si mette a contare.
E lì, improvvisamente, il numero smette di essere una dichiarazione e torna ad essere matematica.
E la matematica, si sa, è meno accomodante.
Dagli schemi a blocchi del sistema, quelli veri, quelli che non finiscono nelle slide delle conferenze stampa, il totale degli apparati che si riesce a ricostruire è attorno a 215. Dentro questo numero ci sono già anche le telecamere OCR dei varchi, e quelle del municipio storico, quindi non stiamo dimenticando pezzi per strada. Poi si aggiungono le 26 della stazione, quelle annunciate come nuova frontiera della sicurezza cittadina, e il totale sale. Arriva intorno ai 240. Si ferma lì. Non importa quanto ci si sforzi, 256 non arriva. Resta sempre qualche passo più in là, come quei numeri che esistono benissimo nei comunicati ma fanno più fatica a vivere nei documenti.

A quel punto si capisce che il problema non è che il numero sia “falso”. È che è costruito. Dentro quel 256 ci finisce tutto: telecamere, varchi, lettori OCR, qualsiasi cosa possa essere vagamente associata a un’immagine. Tutto diventa “punto di ripresa”. Una categoria larga, elastica, generosa. Un po’ come chiamare “posti letto” anche le sedie pieghevoli. Funziona, ma racconta una realtà diversa da quella che sembra.
Ma la questione diventa ancora più interessante quando si guarda da dove viene tutto questo. Perché una buona parte di questo grande impianto raccontato come novità abbagliante non nasce dal nulla. Non è che fino a ieri Mirandola fosse cieca e oggi abbia aperto gli occhi. Una parte consistente delle telecamere c’era già, era già installata, era già operativa dentro un sistema precedente. Il nuovo impianto, più che una creazione, è una riorganizzazione: smonta, sostituisce, integra, ricompone. E poi prende questo insieme complesso e lo restituisce sotto forma di numero unico, pulito, perfetto per essere raccontato.
Nel frattempo, lontano dai titoli, sono anche volati oltre 782 mila euro.
Una cifra importante, di quelle che meritano almeno una narrazione all’altezza. E cosa si ottiene davvero, stringendo i conti? Quarantacinque nuovi siti e 137 telecamere aggiuntive. Che non sono poche, certo. Ma nemmeno l’onda d’urto tecnologica che certa comunicazione lascia intendere. Soprattutto se si considera che il sistema parte da una base già esistente e che una parte del “nuovo” è in realtà un rimpasto ben confezionato del “già visto”.
E qui, proprio quando si pensa di aver capito tutto, arriva il vero colpo di scena. Perché mentre si discute di quante telecamere ci siano, nessuno sembra interessato a chiedersi che tipo di telecamere siano.

Nel vecchio impianto c’erano ventuno telecamere dome. Vengono smantellate tutte. Tutte. Non una parte, non alcune: tutte. Nel nuovo impianto ne ricompaiono sette, e di queste ben cinque vengono installate attorno al Municipio. Il resto della città, invece, cambia completamente sguardo. Via le dome, dentro le bullet.
Per chi non mastica queste cose, la differenza è semplice. Le dome sono fatte per osservare spazi: piazze, parchi, luoghi dove le persone si muovono liberamente, si fermano, cambiano direzione. Le bullet, invece, sono perfette per guardare lungo una traiettoria: una strada, un accesso, un passaggio obbligato. Sono telecamere che funzionano benissimo se vuoi controllare chi passa. Molto meno se vuoi capire cosa succede in uno spazio.
Tradotto senza giri di parole: il nuovo sistema è ottimo se sei un’auto, o una persona che attraversa un punto preciso. Molto meno se sei semplicemente una persona che vive uno spazio pubblico.
E a questo punto entra in scena l’assesorelfo, che con l’aria di chi sta per spiegare l’internet delle cose a un gruppo di cavernicoli, prova a mettere ordine. “Sono telecamere più moderne, più performanti, più intelligenti”, spiega. “Consentono un controllo più efficace del territorio”. E mentre parla, dietro di lui una piazza resta coperta da un occhio che guarda dritto davanti a sé, come se la città fosse un corridoio e non un luogo.
Nel frattempo, quasi nessuno nota un altro dettaglio: l’intera infrastruttura di rete è stata rifatta. Ottimizzata. Potenziata. In ogni nodo compare uno switch industriale a otto porte. Tradotto: più capacità, più possibilità di collegare dispositivi, più margine. Anche nei nodi collegati in wireless verso il centro. Una rete, insomma, che permette di fare di più, non di meno.

E allora arriva la domanda che rovina tutto, quella che non si dovrebbe fare perché spegne la magia:
se hai rifatto la rete, se hai porte disponibili (in media 6 telecamere installabili per punto), se hai banda, se hai progettato un sistema più flessibile… perché hai smantellato telecamere che potevano essere integrate? Perché nel progetto iniziale l’integrazione dell’esistente era prevista, e poi nelle varianti si è scelto di togliere invece che sommare?
Qui sotto vi è lo schema a blocchi pre-variante con la parziale integrazione dell’impianto esistente (recupero impianto di sede polizia locale, archivio comunale , stazione ff.ss ed altri siti.
È una domanda semplice. Tecnica. Quasi innocente.
Ma è anche quella che distingue un impianto progettato per funzionare da un impianto progettato per essere raccontato.
Alla fine, la verità è meno spettacolare ma molto più interessante.
A Mirandola non hanno semplicemente aumentato gli occhi. Hanno deciso quali occhi tenere (prima pochi poi in pratica nessuno), quali eliminare, dove puntarli e come presentarli. Hanno preso un sistema complesso, in parte già esistente, lo hanno riorganizzato, aggiornato, ridisegnato… e poi lo hanno riassunto in un numero perfetto.
Duecentocinquantasei.
Un numero che funziona benissimo nei titoli.
Un po’ meno quando qualcuno si prende la briga di contare davvero.
di seguito lo schema a blocchi definitivo come da collaudo dell’impianto ed il relativo conteggio delel telecamere inserite nel sistema

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