Bando “La Lumaca”, puntata 2

I 28 mila euro miracolosi: dentro ci devono stare i bambini, i pennarelli e pure il profitto

Cappello introduttivo

Nella prima puntata il Fico ha guardato il lato impiantistico del bando della futura Lumaca e ha scoperto che il Comune sogna di separare nido e cucina in un edificio nato invece come organismo unico.
In questa seconda puntata, invece, si passa alla parte ancora più commovente: i conti.

Perché c’è una cifra che nei documenti meriterebbe di essere esposta in teca, tra le reliquie amministrative più ardite della Bassa:
28.606,74 euro all’anno.

A prima vista potrebbe sembrare una cifra seria.
Poi però si legge bene cosa ci deve stare dentro, e si capisce che più che un margine è un atto di fede.


La relazione economica del bando dice una cosa molto semplice e molto spietata: il 92,86% del valore annuo dell’appalto se ne va già in costo del lavoro, stimato in 372.047,90 euro.
Per tutto il resto resta il 7,14%, cioè appunto 28.606,74 euro l’anno.

Ed è importante dirlo subito con chiarezza:
quelle cifre dedicate al personale sono pressoché incomprimibili.

Non perché il Comune sia stato generoso.
Ma perché il bando e la relazione inchiodano il servizio a una struttura minima molto rigida: il costo del lavoro è stato costruito sul CCNL delle cooperative sociali di riferimento, con livelli economici ben precisi; il capitolato richiede educatori e ausiliari con determinati profili, impone il rispetto dei rapporti numerici educatore-bambino e ausiliario-bambino per tutto l’orario di apertura, pretende sostituzioni rapide in caso di assenza, limita il turn-over e, in più, chiede in offerta tecnica un numero di addetti non inferiore a quello indicato nella relazione allegata.

Tradotto dal giuridichese al mirandolese:
sul personale non c’è molto grasso da tagliare.
Non siamo davanti a una fisarmonica che il gestore può stringere e allargare a piacere.
Siamo davanti a una struttura già quasi tutta tirata dal Comune, con pochissimo spazio vero per comprimere il costo del lavoro senza avvicinarsi pericolosamente al minimo strutturale del servizio.

E questo rende il quadro ancora più interessante.
Perché se il personale è già quasi tutto “bloccato” da contratto, inquadramenti, rapporti numerici, qualifiche e obblighi organizzativi, allora il vero punto di compressione non è lì.
Il vero punto di compressione diventa tutto il resto.

E infatti quel “tutto il resto” non è una mancia per il gestore e non è nemmeno un tesoretto allegro da usare per le feste di fine anno.
No. Dentro quei 28.606,74 euro ci devono stare:

  • manutenzione ordinaria dell’immobile e delle pertinenze;
  • materiali di consumo;
  • attrezzature;
  • spese generali escluse quelle di personale;
  • utile di impresa;
  • e tutti gli altri costi ricompresi nel capitolato.

Tradotto:
dentro quella cifra ci devono convivere
i pennarelli e il profitto,
la pulizia e la dignità imprenditoriale,
la manutenzione e il miracolo economico.

Perché il capitolato, se letto senza camomilla, è abbastanza chiaro.
Il gestore non si prende solo educatori e ausiliarie.
Si prende anche il materiale per le attività con i bambini e le famiglie, i materiali per l’igiene e la pulizia, la sanificazione, la cura dei bambini, la lavanderia, l’integrazione di arredi, giochi e attrezzature se mancanti, la manutenzione ordinaria degli immobili e delle aree cortilive, la gestione dei giochi da esterno, la TARI per la parte in gestione, le utenze telefoniche e, quando scatterà il miracolo della separazione impiantistica, anche luce, acqua e gas.

La manutenzione straordinaria, formalmente, resta al Comune.
Ma con una piccola grazia amministrativa: se una straordinaria nasce da una cattiva manutenzione ordinaria, allora il problema può tornare addosso al gestore come una rondine cattiva in stagione elettorale.

Quindi il quadro è questo:
il Comune costruisce un appalto in cui quasi tutto il valore è già mangiato dal personale, e il personale stesso è quasi incomprimibile; di conseguenza tutto ciò che rende il servizio concretamente vivibile deve stare in un avanzo che, già a ribasso zero, è stretto come un corridoio di casa popolare.

Ma la poesia migliora ancora quando si fa un’ipotesi molto modesta, quasi innocente:

e se ci fosse un ribasso del 3%?

Ecco, lì la favola si fa davvero educativa.

Perché con un ribasso del 3% il ricavo annuo teorico scende, e quei 28.606,74 euro non restano più 28 mila. Diventano circa 16.587 euro l’anno dopo aver coperto il costo del lavoro. Questo non è un numero inventato: è una semplice elaborazione matematica sui valori della relazione economica.

A questo punto il Fico, da vecchio contabile dell’assurdo, si permette un’ulteriore ipotesi:
mettiamo che il gestore, già che esiste, voglia portarsi a casa almeno 10 mila euro di margine annuo. Non stiamo parlando di yacht, caviale e weekend a Cortina. Stiamo parlando del minimo sindacale per non lavorare solo per la gloria di San Bilancio.

Bene. In quel caso, per tutto il resto resterebbero circa 6.587 euro all’anno.

Ripetiamolo piano, come si fa con i bambini dell’infanzia quando si insegna a contare fino a dieci:

6.587 euro all’anno.

Cioè poco più di 500 euro al mese.
Per tutto.

Per i materiali didattici.
Per la carta.
Per i cartoncini.
Per i pennarelli.
Per la colla.
Per i detergenti.
Per il sapone.
Per la sanificazione.
Per i giochi da sostituire.
Per le piccole manutenzioni.
Per gli imprevisti.
Per i mille accidenti quotidiani di un asilo vero.

Insomma, più che un piano economico, sembra una puntata di “Affari tuoi” giocata con i pannolini.

E qui arriva il punto serio, sotto la satira.

Perché quando il costo del personale è già quasi blindato dal bando, il problema non è decidere se comprimere i costi.
Il problema è capire dove si finirà per comprimerli.

E la risposta purtroppo è abbastanza semplice:
non sui livelli contrattuali,
non sui rapporti numerici minimi,
non sugli inquadramenti obbligati,
ma su tutto ciò che resta intorno.

E siccome tutto ciò che resta intorno sono attività, materiali, manutenzioni, margini organizzativi e qualità minuta del servizio, il rischio è evidente:
il bando spinge fisiologicamente a cercare risparmio proprio sulle parti più silenziose e meno difese del nido.

Quelle che non fanno titolo in delibera.
Quelle che non finiscono in conferenza stampa.
Quelle che però, nella vita vera di un asilo, fanno la differenza tra un servizio semplicemente in regola e un servizio davvero ricco, sereno e di qualità.

Ed è qui che il bando smette di essere una faccenda per soli tecnici e diventa una faccenda politica.

Perché se costruisci un appalto in cui il costo del personale è quasi incomprimibile e il resto è ridotto a una ciotolina di spiccioli, allora il messaggio è chiaro:
la qualità concreta del servizio dovrà arrangiarsi dentro ciò che avanza.

E allora il problema non è solo il bando della Lumaca.
Il problema è una certa religione amministrativa locale:
esternalizzare tutto, spendere il meno possibile, controllare molto (le carte… o certe pagine Facebook) e poi fingersi stupiti se la qualità rischia di vivere di rendita e di miracoli.

Come se i servizi per l’infanzia fossero una gara a chi tira meglio la coperta.
Come se bastasse un capitolato ben scritto per sostituire il respiro organizzativo, i margini veri e la qualità concreta.
Come se i bambini potessero crescere serenamente dentro un modello pensato più per far quadrare il contratto che per far respirare il servizio.

Il Fico la mette giù semplice:
quando l’esternalizzazione diventa un riflesso automatico, la qualità non è più il punto di partenza.
Diventa il sottoprodotto eventuale di un meccanismo costruito per risparmiare, scaricare e controllare.

E a quel punto il rischio è sempre lo stesso:
che il Comune inauguri il futuro,
e che poi a gestire il presente restino i soliti santi.
Uno l’abbiamo già conosciuto: San Contatore Martire.
L’altro, a forza di tirare i margini, potrebbe diventare presto San Pennarello Moltiplicato.


Documenti consultati

  • Determinazione n. 209 del 16/03/2026
  • Capitolato Speciale d’Appalto
  • Relazione tecnico-economica di gara