
Assesorelfus Mirandolensis
olio su tavola, seconda metà del XVI secolo
Mirandola, Galleria Ducale
Il ritratto dell’Assesorelfus Mirandolensis appartiene alla medesima serie illustre del più noto Lety della Mirandola, ma ne rappresenta una variante più enigmatica, quasi alchemica. Qui la ritrattistica di corte abbandona la semplice celebrazione del rango e si avventura nel territorio sottile della metamorfosi: non più soltanto uomo, non ancora creatura fantastica, ma figura sospesa tra incarico terreno e vocazione silvana.
Il profilo è netto, inciso, costruito con quella severità che appartiene ai ritratti destinati non alla confidenza privata, ma alla memoria pubblica. Il volto guarda a sinistra con composta sicurezza, senza cercare lo spettatore. È lo sguardo di chi non domanda approvazione: la presuppone. La linea del naso, la bocca chiusa, il mento trattenuto compongono un’immagine di misurata ambizione, più diplomatica che guerriera.
Straordinario è l’orecchio appuntito, vero fulcro iconografico dell’opera. Non appare come deformazione grottesca, ma come segno araldico, quasi una concessione della natura a una stirpe intermedia. L’artista lo dipinge con attenzione minuziosa, lasciandolo emergere dal profilo con naturalezza inquietante: non un dettaglio comico, ma una rivelazione. È lì che il quadro smette di essere semplice ritratto e diventa leggenda.
Gli occhiali tondi, rarissima aggiunta nella solennità della posa antica, introducono una nota di modernissima pedanteria. Non indeboliscono il personaggio: lo precisano. Conferiscono all’Assesorelfus un’aria da giovane umanista di cancelleria, da chierico laico delle carte, da consigliere di corte che ha letto molto, capito abbastanza e annotato tutto con grafia minuta.
Il berretto rosso, compatto e autorevole, riprende il codice dei dotti e degli illustri, ma sulla testa dell’elfo produce un effetto quasi teatrale: non corona, non mitria, non cappello accademico, bensì piccolo segnale di investitura. La veste scura, bordata d’oro, chiude la figura in una dignità severa, mentre le maniche rosse, preziosamente lavorate, accendono il dipinto di una ricchezza controllata.
In alto, l’iscrizione ASSESORELFUS MIRANDOLENSIS non identifica soltanto il personaggio: lo consacra. La formula latinizzante lo sottrae alla cronaca e lo consegna alla favola ducale. Non siamo davanti a un semplice funzionario, ma a una creatura di soglia: metà consigliere, metà apparizione boschiva, metà promessa di efficienza e metà incantesimo non ancora riuscito.
Il fondo bruno, profondo, quasi fumoso, accentua l’isolamento della figura. Nessun paesaggio, nessun attributo narrativo, nessuna distrazione. Tutto converge sul profilo, sull’orecchio, sugli occhiali, su quella immobilità composta che rende il ritratto insieme nobile e lievemente perturbante.
L’opera colpisce perché non forza mai il ridicolo. Lo custodisce. L’Assesorelfus non viene deriso apertamente: viene elevato a effigie. Ed è proprio questa elevazione a generare la satira più sottile. La pittura lo tratta come un uomo illustre; l’occhio, però, continua a vedere l’elfo.
È un ritratto di potere minore, ma dipinto con ambizione maggiore. Una piccola icona cortigiana in cui la Mirandola ducale sembra aver voluto fissare non un volto, ma una funzione magica: quella dell’assessore evocato dal bosco, vestito da umanista e consegnato all’eternità con un paio d’occhiali e due orecchie impossibili.

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