IL DRONE FERMATO DALLA POLIZIA DUCALE

O del Comune che assicura un milione di euro, ma forse inciampa sul biglietto da 28

A Mirandola ormai anche i droni hanno una biografia amministrativa più movimentata di certi assessori. Nascono per guardare le tegole, crescono tra determine, polizze, QR code, broker assicurativi, rinnovi annuali, allegati tecnici e refusi assortiti, e alla fine finiscono pure fermati al posto di blocco dalla Polizia Ducale, non per eccesso di velocità, ma per sospetta assenza del più umile, minuscolo e potenzialmente devastante documento della vicenda: il pagamento d-flight.

La storia comincia nel 2024, quando il Comune acquista un DJI Mini 4 Pro Fly More Combo con radiocomando DJI RC2 per il Settore Territorio, Ambiente e Lavori Pubblici. Finalità dichiarata: ispezionare le coperture degli immobili comunali, verificare tegole rotte, crepe, distacchi di guaine e simili, evitando di mandare personale in quota. Un’idea sensata, moderna, persino intelligente. Il drone costò 1.107,54 euro e venne scelto anche perché il peso, meno di 249 grammi, certificazione C0 e può essere usato in certe categorie senza licenza di pilotaggio remoto.

Poi arriva la polizza. Nel maggio 2024 il Comune attiva l’assicurazione per il drone: premio annuo 200 euro, massimale RCT da un milione di euro, durata un anno senza tacito rinnovo. Nella determina si legge anche che il Comune si è registrato presso l’autorità competente e ha ricevuto il QR-Code Operatore EASA n. ITA-6190580. Dunque, almeno sulla carta, il drone non è il giocattolino del geometra in pausa caffè: è un UAS comunale con codice, assicurazione e responsabilità.

Nel 2025 la polizza viene rinnovata. Nel 2026 viene rinnovata ancora. La determina n. 392/2026 ribadisce che il drone è in dotazione ai Lavori Pubblici, ricorda la registrazione del Comune e il codice operatore ITA-6190580, rinnova la copertura da 200 euro e impegna la relativa somma sul capitolo assicurazioni.

Fin qui, il drone sembra un cittadino modello: comprato, assicurato, registrato, rinnovato. Poi però lo ferma la Polizia Ducale.

Notte. Via Giolitti. Nebbiolina bassa. Una Subaru bianca con lampeggiante blu appostata tra un cartello di cantiere scaduto e una recinzione da cantiere che ha visto giorni migliori. All’improvviso, sopra il municipio, passa lui: piccolo, elegante, quattro eliche, fotocamera, aria da libellula istituzionale.

La paletta si alza.

“Alt! Accosti.”

Il drone plana, tossisce in modalità GPS, atterra sul cofano.

“Documenti.”

Il drone mostra la determina d’acquisto.

“Bene. Comprato per controllare tetti. Non per fare il falco pellegrino sopra la Bassa.”

Mostra la polizza.

“Massimale un milione. Premio 200 euro. Franchigia zero. Molto bene. Quasi commovente.”

Mostra il codice operatore.

“ITA-6190580. Ottimo. Vedo anche nella polizza il codice identificativo QR 1581F6Z9C23CE003JT7U. Peso 0,249 kg. Fotocamera. Operazioni Open e/o Specifiche. Pilota/operatore ‘chiunque in regola e in possesso dei requisiti previsti dal Regolamento ENAC UAS-IT’. Bravo, sembra quasi tutto in ordine.”

Poi l’agente si avvicina, abbassa gli occhiali e pronuncia la domanda che nessun drone comunale vorrebbe mai sentire.

“E d-flight?”

Silenzio.

“L’abbonamento d-flight, caro volatile del patrimonio. Il PRO. La fattura. Il bonifico. Lo split payment. Il CIG. L’ordine. La determina. Il pagamento. Il microdocumento. Il biglietto del tram digitale.”

Il drone fa un bip.

“Non faccia il furbo con me, che qui siamo la Polizia Ducale, mica l’ufficio stampa.”

Perché d-flight non è un soprammobile digitale. È la piattaforma su cui l’operatore UAS si registra, gestisce il profilo, inserisce il drone nella flotta, attiva e stampa i QR code e consulta le mappe operative. Detto in modo semplice: è una specie di bollo digitale del drone, a rinnovo annuale.

E soprattutto d-flight serve prima del volo, non dopo il botto. Le sue mappe permettono di verificare se l’area da sorvolare è compatibile con l’uso del drone: regole dell’aria, zone geografiche UAS, no-fly zone, limitazioni, aree riservate, NOTAM e possibili interferenze con altri traffici aerei. In pratica è il semaforo digitale prima del decollo: controlla che il drone non venga mandato sopra un tetto comunale sperando che il cielo sia vuoto, ma dentro un’area valutata e consentita.

E qui la faccenda diventa tragicomica. Perché negli atti finora emersi si vede tutto ciò che pesa di più e non si vede ciò che pesa di meno. Si vede il drone da 1.107 euro. Si vede la polizza da 200 euro. Si vede il massimale da un milione. Si vedono i rinnovi. Si vedono il codice operatore e il QR del mezzo. Ma non emerge, almeno dalle ricerche fatte finora, la traccia amministrativa del pagamento d-flight: abbonamento, ordine, buono economale, fattura, bonifico, liquidazione, rendicontazione, CIG, qualcosa.

Il manuale d-flight dice che l’abbonamento BASE costa 7 euro l’anno, quello PRO costa 28 euro l’anno, entrambi durano un anno, e soprattutto che l’utente Azienda/P.A. può sottoscrivere soltanto abbonamenti PRO. Dice anche che il primo QR UAS base è incluso nell’abbonamento e che per attivare QR code è necessario aver sottoscritto un abbonamento base/pro.

Tradotto dal burocratese al dialetto della realtà: per una Pubblica Amministrazione non basta entrare su d-flight con la manina alzata dicendo “buongiorno, sono il Comune”. Bisogna avere il profilo giusto, l’abbonamento giusto, il pagamento giusto, e possibilmente una traccia contabile che non sia nascosta nella nebbia padana insieme alla corriera fantasma.

E la cosa più bella, cioè più assurda, è che parliamo di 28 euro. Ventotto. Una cifra così piccola che in municipio potrebbe cadere dietro una stampante e nessuno se ne accorgerebbe. Una cifra più leggera del drone stesso. Una cifra che non fa tremare il bilancio, non sposta il DUP, non rovina il PEG, non sveglia nemmeno il revisore più sensibile.

Ma quei 28 euro, se mancassero davvero, potrebbero diventare il chiodino ridicolo su cui si strappa il mantello dell’assicurazione da un milione.

Perché la polizza non dice: “fate quel che volete, tanto paga Unipol”. Dice che il pilota/operatore deve essere in regola con i requisiti previsti dal Regolamento ENAC UAS-IT. Dice che il drone ha determinati dati identificativi. Dice che l’assicurazione si muove dentro un perimetro tecnico e normativo.

Quindi attenzione: non stiamo dicendo che la polizza non valga. Non stiamo dicendo che il Comune non abbia pagato d-flight. Non stiamo dicendo che il drone voli abusivo sopra i tetti come un piccione con la determina nel becco. Stiamo dicendo una cosa molto più precisa e molto più fastidiosa: se il pagamento d-flight esiste, va mostrato; se non si trova, la domanda è legittima; se non è stato rinnovato, il problema potrebbe diventare molto serio proprio nel momento del sinistro.

Perché se domani il drone cade su un’auto, colpisce una persona, danneggia una grondaia, finisce in un cortile privato o provoca una richiesta danni, l’assicuratore potrebbe non limitarsi a leggere il titolo della determina. Potrebbe chiedere: l’operatore era attivo? L’abbonamento era valido? Il QR era correttamente gestito? Il drone era inserito in flotta? Il pilota era “in regola”? Le condizioni operative erano rispettate? La verifica d-flight era stata fatta? Il Comune stava usando lo strumento dentro il perimetro dichiarato?

E a quel punto non si risponde con il comunicato stampa. Si risponde con le carte.

Non con “abbiamo il drone”.
Non con “è sotto i 249 grammi”.
Non con “c’è la polizza”.
Non con “abbiamo il codice”.
Non con “il broker ha detto”.
Non con “lo usiamo solo per i tetti”.
Non con “ma costa solo 28 euro”.

Si risponde mostrando la traccia amministrativa.

Perché se per pagare 200 euro di polizza si fanno determine, CIG, impegni, rinnovi, broker, pareri, allegati, annotazioni contabili e capitoli di bilancio, allora per il pezzettino d-flight non può valere la liturgia del “fidatevi”. La trasparenza non può diventare puntigliosa quando si tratta dell’assicurazione e vaporosa quando si tratta della piattaforma che regge registrazione, QR e operatività.

Il bello è che d-flight, per le Pubbliche Amministrazioni, non sembra nemmeno un pagamento da bar. Il manuale prevede la procedura per Azienda/P.A., la modalità di pagamento tramite bonifico, la fattura in split payment e una casella dedicata per inserire CIG e riferimenti a determina o ordine.

Dunque il fantasma non è filosofico. È contabile.

Da qualche parte dovrebbe esserci una riga. Un ordine. Un buono. Una fattura. Un pagamento. Una liquidazione. Una rendicontazione economale. Un CIG. Una causale. Un documento. Anche piccolo. Anche microscopico. Anche scritto male, come “d-flait”, “diflait”, “servizio drone”, “crediti piattaforma” o “abbonamento coso volante”. Ma qualcosa.

Invece, per ora, abbiamo il drone con la giacca buona e senza ricevuta del guardaroba.

E allora il posto di blocco ducale riprende.

“Lei è assicurato?”

“Sì.”

“Lei ha il codice operatore?”

“Sì.”

“Lei pesa meno di 249 grammi?”

“Sì.”

“Lei ha il pagamento d-flight?”

“…bip…”

“Scenda dalle eliche.”

Ecco il punto politico-amministrativo: il drone in sé non è lo scandalo. Anzi, è probabilmente uno degli acquisti più sensati fatti per i Lavori Pubblici: evita rischi in quota, permette controlli rapidi, documenta coperture e danni. Ma proprio perché è sensato, andrebbe gestito in modo adulto. Con procedura, registro voli, verifica delle zone, privacy, piloti individuati, abbonamento attivo, QR coerenti, documentazione completa e pagamenti tracciabili.

Invece qui siamo davanti alla solita commedia mirandolese: il Comune compra la tecnologia, ma poi bisogna inseguire la procedura con il retino delle farfalle. La macchina amministrativa riesce a produrre atti per tutto ciò che è grande, visibile, assicurabile, rinnovabile e protocollabile, ma rischia di perdere proprio il tassello più piccolo, quello che nessuno guarda perché costa poco. E sono spesso le cose che costano poco, negli enti pubblici, a costare carissime dopo.

Il drone pesa 249 grammi.
La polizza vale un milione.
L’abbonamento d-flight costa 28 euro.
La domanda, invece, pesa come un tetto comunale dopo dieci anni di infiltrazioni:

dov’è la prova che il Comune ha mantenuto regolare, anno per anno, l’accesso d-flight necessario alla gestione dell’operatore, del QR e dell’UAS?

Se c’è, la tirino fuori.
Se è in un buono economale, lo mostrino.
Se è in una liquidazione, la pubblichino.
Se è in una fattura, la alleghino.
Se è nascosto sotto un nome generico, lo dicano.
Se invece non c’è, allora il problema non sono i 28 euro: è l’idea che si possa amministrare un drone comunale con la stessa precisione con cui si compila un post-it.

Perché quando un Comune vola, anche basso, non può permettersi di farlo “a sentimento”. E quando un’assicurazione pretende operatori in regola, requisiti validi e dati conformi, il Comune non può rispondere con il proverbiale “abbiamo sempre fatto così”. I rotori girano, ma la responsabilità resta ferma lì, sul tavolo.

Alla fine la Polizia Ducale lascia andare il drone con ammonizione.

“Per questa volta può andare. Ma torni in municipio e dica agli umani che le eliche non bastano. Serve la carta.”

Il drone riparte piano, sopra il tetto comunale. Sotto, negli uffici, qualcuno forse sta ancora cercando il pagamento d-flight. Non in cielo. Non tra le nuvole. Ma nel posto più pericoloso di Mirandola: l’archivio amministrativo.

E lì, si sa, cadono anche i droni migliori.

Fonti: determina di acquisto n. 224/2024 del drone; determina n. 392/2026 di rinnovo polizza UnipolSai/Unipol del drone; manuale utente d-flight versione 15, gennaio 2026.

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