
Ci sono documenti pubblici che spiegano una scelta amministrativa, e poi ci sono documenti pubblici che, oltre a spiegare una scelta amministrativa, riescono anche a certificare che da queste parti la competenza digitale dev’essere rimasta sepolta sotto qualche faldone del 1998. La determina n. 314 del 20 aprile 2026, ufficialmente, serve a mettere a perdita 27.071,45 euro di crediti ERP ormai dichiarati inesigibili, relativi a ex assegnatari di alloggi comunali gestiti da ACER Modena. In soldoni: soldi che il Comune prende atto di non riuscire più a recuperare, perché tra decessi, eredi inesistenti, insolvibilità e antieconomicità dell’azione legale, a inseguirli ci spendi più di quanto incassi. Insomma, la solita storia triste di morosità finite nel secchio dell’“amen”.
Fin qui nulla di trascendentale. Una determina mesta, con la sua prosa cimiteriale da ragioneria sociale, che prende atto di somme perse e pratica da archiviare. Ma a Mirandola, si sa, la realtà non si limita mai a essere grigia: sente sempre il bisogno di diventare grottesca. Ed è infatti qui che entra in scena lui, il vero protagonista dell’atto, il colpo di genio, la pennellata dadaista, la vetta del dilettantismo amministrativo locale: l’omissis farlocco.
Non un omissis sbagliato. Sarebbe già una definizione troppo gentile, quasi rispettosa. No. Questo è un omissis da carnevale, un omissis in maschera, un omissis che si presenta vestito da tutela della privacy ma sotto il costume resta nudo come un verme. Perché il documento, a prima vista, fa il fenomeno: barre nere, dati coperti, identità oscurate, il solito teatrino del “tranquilli cittadini, abbiamo protetto tutto noi”. Poi però basta l’equivalente informatico del battere due sassi tra loro, cioè selezionare il testo o fare un banalissimo copia-incolla, e puff, il miracolo si compie al contrario: i morti risorgono, i nomi riappaiono, i codici fiscali ricompaiono, le date di nascita tornano a galla, i dati personali escono dalla tomba digitale dove qualcuno credeva di averli seppelliti con una passata di pennarello.

Capolavoro. Davvero. Una specie di magia amministrativa al contrario: invece di far sparire i dati, li fai sparire solo per chi guarda da lontano e con la cataratta. È la privacy per ipovedenti, la tutela dei dati in versione “vediamo se basta”, l’oscuramento concepito da qualcuno che evidentemente ritiene il mouse uno strumento esoterico, roba da hacker russi o da stregoni della Silicon Valley. Perché qui il livello tecnico richiesto per aggirare l’omissis non è “violazione sofisticata”, non è “attacco informatico”, non è “operazione da cybercriminale”: è letteralmente avere le dita e un minimo di curiosità.
E la cosa più comica, anzi più mirandolescamente tragica, è che non stiamo parlando della lista della spesa dell’oratorio. Stiamo parlando di un atto che tratta dati personali veri, riferiti a persone vere, con situazioni vere, comprese condizioni di difficoltà economica, decessi, irreperibilità, amministrazioni di sostegno, assenza di eredi e altre amenità che, in un mondo popolato da adulti competenti, verrebbero maneggiate con cautela doppia, tripla, quasi religiosa. Invece qui no: via di omissis farlocco e che Dio ce la mandi buona.
È l’eterna filosofia del Comune che non protegge, ma mimeggia la protezione. Non oscura, simula l’oscuramento. Non tutela, interpreta il ruolo della tutela. Una specie di recita scolastica della privacy, con la barra nera nel ruolo principale e il PDF nel ruolo del traditore che dopo mezzo secondo canta tutto. Siamo oltre la sciatteria. Siamo alla sciatteria con ambizioni artistiche. Alla toppa messa non sopra il buco, ma fotografata accanto al buco sperando che faccia lo stesso.
L’omissis farlocco è perfetto anche come metafora generale del governo locale: una cosa che deve sembrare fatta bene più di quanto debba esserlo davvero. Da lontano pare tutto a posto, poi ti avvicini e senti scricchiolare il cartone. È amministrazione in compensato. È riservatezza in polistirolo. È il trionfo della barra nera ornamentale, quella messa lì non per impedire l’accesso ai dati, ma per consentire al responsabile di turno di dire, con faccia innocente, “eh ma noi li avevamo oscurati”.
Certo. Come no. Oscurati con la stessa efficacia con cui si nasconde un elefante dietro una tenda da doccia.
E allora bisogna dirlo bene, senza tutta quella cortesia da comunicato istituzionale che qui sarebbe fuori luogo: questo non è un omissis, è una presa in giro. È il tipico prodotto di una macchina amministrativa che vuole assolvere l’obbligo senza sobbarcarsi la fatica di farlo davvero. Un lavoro fatto con quella precisione da sagra paesana per cui la privacy viene trattata come si tratterebbe la scritta su una locandina: coperta davanti, leggibilissima dietro. Unavoro talmente raffazzonato che se lo avesse fatto un privato qualsiasi gli avrebbero già spiegato con dovizia di dettagli la differenza tra “ho provato” e “hai fatto una porcheria”.
E poi c’è la parte forse più satirica di tutte: il contrasto tra il tono paludato dell’atto e la comicità cretina del risultato finale. Da una parte il dirigente, le premesse, i richiami normativi, la delibera di giunta, il fondo residui, il procedimento, la responsabilità, il timbro dell’amministrazione che vuole apparire seria. Dall’altra, appena tocchi il giocattolo, salta fuori il luna park: nomi, cognomi, codici fiscali, date, tutto lì, custodito con la solidità di una cerniera rotta. È come vedere un maggiordomo in frac che apre una cassaforte fatta di cartone bagnato.
Perciò il punto non è solo che il Comune mette a perdita 27 mila euro di crediti. Il punto è che nel farlo riesce anche a mettere in scena una delle più ridicole rappresentazioni della privacy mai offerte al pubblico locale: l’omissis farlocco, cioè il dato teoricamente nascosto ma praticamente servito al tavolo. Una meraviglia. Una specialità della casa. Una forma di trasparenza involontaria che probabilmente meriterebbe un suo regolamento comunale, magari approvato con barra nera sopra e testo leggibile sotto.
E chissà, magari qualche cittadino, colpito da tanta inventiva, potrebbe anche pensare di condividere questo piccolo prodigio tecnico con il Garante della privacy, non per malizia, figurarsi, ma per puro spirito educativo. Così, giusto per capire se nel vasto ordinamento italiano esista davvero una norma secondo cui basta pitturare di nero la facciata del problema per dire che il problema non si vede più. Perché qui il sospetto, più che legittimo, è che non siamo davanti a un omissis fatto male, ma a un data breach travestito da burocrazia.
Fonti
Determina n. 314 del 20/04/2026 – messa a perdita di crediti inesigibili ERP
Relazione ACER del 06/02/2024 con nominativi e importi delle posizioni proposte per la messa a perdita (qua per non ledere la privacy ho caricato una versione modificata da me con gli omissis funzionanti)

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