Sandro Bottifìco e bottega
tempera su tela di lino, fine XV secolo
Mirandola, Gallerie Ducali

Guardatela bene, quest’opera. Guardatela senza la pigrizia mentale di chi vede una conchiglia e pensa subito di aver capito tutto. Qui non siamo davanti a una semplice scena mitologica, né a un giochino da dopolavoro satirico. Qui siamo davanti a una macchina allegorica perfetta, feroce proprio perché elegante.
Al centro nasce la Consiglierlfa. E nasce, si badi bene, non da una capasanta monumentale, nobile, pellegrina, troppo internazionale, troppo da grande museo e da manuale scolastico. No. Qui la capasanta è stata sostituita da una vongola, e il dettaglio è decisivo.
Perché la Consiglierlfa non nasce dal mare degli dèi, ma da un Adriatico minore, sabbioso, domestico, fatto di acque basse, ogni tanto mucillaginose. Un mare dove le divinità non scendono dall’Olimpo: affiorano piano, dal fondale, tra una secca e una promessa di stagione. La vongola è dunque il vero manifesto dell’opera: più bassa, più padana, più romagnola, più adriatica. Meno Venere universale, più creatura di costa. Meno mito classico, più mitologia di provincia.
La figura centrale è nuda, ma non indifesa. È nuda come sono nude le allegorie: non perché mostrino il corpo, ma perché mostrano il meccanismo. Il braccio che copre il seno è pudore, certo, ma è anche controllo della narrazione. La foglia di fico, poi, è straordinaria: non è un dettaglio comico, è un trattato di comunicazione pubblica. Copre poco, pochissimo, ma consente a tutti di dire che la decenza è salva.
E poi ci sono le orecchie da elfo. Magnifiche. Necessarie. Definitive. Chi le scambia per insulto non ha capito nulla, e probabilmente non capirebbe nemmeno un capitello romanico se gli cadesse in testa. Le orecchie da elfo non sono odio. Lo ripetiamo per i distratti: non è odio. È allegoria. È satira. È trasformazione del reale in figura.
L’arte fa questo da sempre: prende un volto, un ruolo, una postura pubblica, e li porta oltre la cronaca. La Consiglierlfa diventa così una creatura intermedia: metà persona e metà funzione, metà bosco incantato e metà sala consiliare, capace di udire prima degli altri il fruscio delle appartenenze, il vento delle opportunità, il bisbiglio delle benedizioni.
A sinistra, i due personaggi sospesi nell’aria sono il capolavoro morale della composizione. Non sono semplici venti. Sono i Soffiatori della Carriera. Non portano primavera: portano posizionamento. Non sospingono una dea verso la riva: sospingono una figura verso la sua consacrazione pubblica. Uno soffia, l’altro accompagna, e insieme producono quel meraviglioso fenomeno atmosferico che in provincia si chiama: “è venuta fuori da sola”.
Ma non viene mai fuori niente da solo. Qualcuno soffia sempre.
Sulla destra, la donna col manto non veste soltanto la Consiglierlfa: la rende presentabile. È la Sacerdotessa del Decoro, colei che arriva con il drappo fiorito delle parole buone: comunità, territorio, servizio, ascolto, futuro. Parole bellissime, per carità. Ma nell’opera diventano stoffa. Tessuto. Copertura. Apparato scenico. Perché il potere, prima di esercitarsi, deve essere vestito bene.
Il paesaggio è apparentemente dolce, quasi innocente. Ma è proprio lì la cattiveria dell’opera. Il mare è fermo perché la tempesta è stata già neutralizzata. Il bosco sul fondo è scuro perché contiene ciò che non si dice. I fiori volano come grazie celesti, ma sembrano anche piccoli comunicati, piccoli like, piccole benedizioni sparse nell’aria per rendere l’apparizione più profumata.
Ecco la grandezza della Nascita della Consiglierlfa: non urla, non insulta, non sbraita. Fa una cosa molto più grave: mostra.
Mostra il potere nel momento in cui finge di essere natura.
Mostra la costruzione mentre si presenta come destino.
Mostra il consenso mentre si traveste da grazia.
Questa non è cattiveria. Questa è pittura satirica. È intelligenza figurativa. È la provincia trasformata in mito, con la sua vongola adriatica, i suoi venti favorevoli, il suo mantello del decoro, la sua inevitabile foglia di fico e le sue orecchie appuntite.
Chi ci vede odio, semplicemente, ha paura dell’allegoria.

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