Bando “La Lumaca”, puntata 1

La cucina di Schrödinger: fuori dalla gestione, dentro agli impianti

Cappello introduttivo

Questo è il primo di una serie di post con cui il Fico proverà a leggere il bando di gestione del futuro asilo che, per coerenza zoologica e velocità amministrativa, chiameremo “La Lumaca”.

L’idea è semplice: meno inaugurazioni, più capitolati.
Perché quando un Comune costruisce un edificio nuovo e poi ne mette a gara la gestione, la domanda non è solo “quanto costa?” oppure “chi se lo prende?”.

La domanda vera è: ma questo edificio è stato progettato davvero per il tipo di gestione che il Comune sapeva già di voler fare, oppure prima si è gettato il cemento e poi si è cominciato a pensare?

E qui, già alla prima lettura, salta fuori una meraviglia tutta mirandolese:
La attuale maggioranza ama esternalizzare i servizi come certi devoti amano i santi patroni,
perché quando realizza opere nuove sembra dimenticarsi di progettare anche le condizioni materiali dell’esternalizzazione?


Il capitolato, a voler essere generosi, una cosa la spiega abbastanza bene.
L’operatore economico gestisce il nido e tutta la sua allegra trincea quotidiana: personale educativo e ausiliario, materiali didattici, pulizie, cura dei bambini, lavanderia, manutenzione ordinaria, distribuzione dei pasti, apparecchiatura, sparecchiatura, pulizia e disinfezione delle aree in cui si mangia.

Tradotto dal burocratese al mirandolese:
al gestore viene affidata la vita vera dell’asilo.

Quella fatta di pannolini, pennarelli, mocio, stoviglie, bavaglini, turni, piccoli guasti e grandi rogne.

Poi però si arriva alla cucina.
E lì il bando comincia a scricchiolare…

Perché i documenti dicono che la fornitura dei pasti resta al Comune.
“Tutto il necessario per l’espletamento del servizio mensa” lo mette la committenza.
Il gestore invece prenota, somministra, prende e riporta i carrelli, assiste i bambini mentre mangiano e poi pulisce gli spazi dove il pasto si consuma.

Cioè:
il gestore non gestisce la cucina,
ma si prende tutto ciò che ruota attorno al fatto che la cucina esista.

Una genialata amministrativa quasi poetica:
la cucina c’è, ma anche no.

Sta nell’edificio, ma a metà fuori dalla gestione.
Produce effetti, consumi, esigenze, problemi e costi, ma contrattualmente viene trattata come una creatura istituzionale semifantasma.

Insomma: la cucina di Schrödinger.
Fuori dalla gestione, dentro agli impianti.
Non gestita, ma decisiva.
Non tua, ma un po’ sì.

Peccato che poi uno vada a leggersi il progetto edilizio e scopra che non stiamo parlando della macchinetta del caffè messa in un corridoio.
No. Qui compare una cucina vera: cucina, dispensa, lavaggio stoviglie, locale dedicato, predisposizioni impiantistiche elettriche e idrauliche, piano di cottura con cappa, forno a vapore, lavastoviglie, frigorifero, freezer, tutta roba che consuma acqua ed energia, e non poca!

Cioè: nel progetto dell’edificio la cucina non è un accessorio.
Non è un soprammobile.
Non è un optional messo lì per bellezza.
È una funzione strutturalmente incorporata nel fabbricato.

Ed è qui che il bando diventa un piccolo spettacolo di illusionismo.

Perché da un lato ci raccontano una separazione gestionale elegante:
i pasti li garantisce il Comune,
il gestore distribuisce e pulisce,
la TARI è a carico del gestore solo “per la parte in gestione”,
la manutenzione straordinaria se la tiene il Comune,
e le utenze di luce, acqua e gas passeranno al gestore

solo quando verranno separate le utenze tra parte nido e parte cucina.

Bellissimo.
Pulito.
Ordinato.
Peccato che questa pulizia esista soprattutto nella fantasia del capitolato.

Perché gli impianti, a differenza degli amministratori, non si impressionano davanti alle formule scritte bene.

E infatti il progetto racconta un edificio NZEB (edificio a emissioni “quasi” zero), con pompa di calore aria/acqua, riscaldamento a pavimento, VMC, locale tecnico comune e soprattutto un fotovoltaico da 40 kWp pensato per compensare gran parte dei consumi dell’immobile.

Tradotto: dal punto di vista energetico e impiantistico, qui non abbiamo due mondi separati che un giorno, da adulti, si divideranno civilmente le bollette.
Qui abbiamo un organismo unico, nato per vivere come un organismo unico.

E allora entra in scena lui:
Salomone impiantistico.

Solo che stavolta il bambino da tagliare in due non è un neonato conteso da due madri.
Il bambino è l’edificio.
Le due madri sono il nido e la cucina.
E il Comune, invece di chiedersi prima come organizzare la convivenza, arriva dopo con la spada del capitolato e dice:
“bene, adesso dividiamo tutto.”

Peccato che pompa di calore, fotovoltaico, locale tecnico e quadri elettrici non si taglino in due con la spada della determina.

Perché la domanda tecnica, quella seria, è semplice:
come la fate davvero questa separazione?

Con quali contatori?
Con quali sottocontatori?
Con quale criterio di riparto?
Con quale contabilizzazione dell’energia autoprodotta dal fotovoltaico?
Con quale faccia tosta si pensa di distinguere con precisione i consumi della cucina da quelli del resto del nido, quando il progetto nasce come sistema integrato?

Perché una cosa è scrivere:
“poi separiamo le utenze”.
Un’altra è progettare da subito un edificio in cui quella separazione sia davvero misurabile, governabile, trasparente e credibile.

Altrimenti siamo nel pieno della grande tradizione amministrativa padana:
prima fai il progetto come viene,
poi fai il bando come speri,
poi affidi tutto alla Provvidenza, a un paio di contatori mai nati e a un elettricista con la pressione alta.

Con il fotovoltaico unico, con gli impianti integrati e con la cucina già infilata nel corpo edilizio, la frase “poi separiamo” suona più o meno come questa:
più avanti, con calma, provvederemo a separare il brodo dal dado.

E qui arriva il pezzo politico.
Perché nella relazione di progetto del 2023 si parla di economicità di gestione, ottimizzazione dei costi di manutenzione e di esercizio e attenzione all’intero ciclo di vita dell’edificio.

Benissimo.
Bellissime parole.
Morbide.
Responsabili.
Quasi commoventi.

Ma proprio per questo la domanda diventa ancora più cattiva:
se nel 2023 si ragionava già sul ciclo di vita dell’edificio, e se nel 2023 la Lety era vicesindaca con delega alle opere pubbliche, com’è possibile arrivare al bando di gestione con una separazione tra nido e cucina evocata sul piano contrattuale ma ancora fumosa sul piano impiantistico?

Perché a questo punto non siamo davanti a una grana caduta dal cielo sulla scrivania della sindaca all’ultimo minuto.
No.
Siamo dentro la stessa filiera politico-amministrativa che ha accompagnato l’opera mentre nasceva.

E allora il punto non è solo:
“oggi la Lety si trova il problema”.
Il punto è:
ma questo problema, quando l’opera veniva seguita sul fronte dei lavori pubblici, non doveva essere visto prima?

Perché qui sta la contraddizione vera di Mirandola:
il Comune ama esternalizzare,
ma quando costruisce opere nuove sembra non progettare fino in fondo le condizioni concrete dell’esternalizzazione.

Prima fai il contenitore.
Poi scopri che dentro ci saranno soggetti diversi, costi diversi, oneri diversi, responsabilità diverse, bollette diverse.
Prima il cemento.
Poi il capitolato.
Poi, se Dio vuole, la separazione delle utenze.
Infine, a chiudere il cerchio, San Contatore Martire.

E allora la sintesi di questa prima puntata sulla Lumaca è molto semplice:

il capitolato distingue abbastanza bene chi fa cosa tra nido e cucina;
il progetto distingue molto meno chi consuma cosa e chi paga cosa.

E quando un Comune che vive di esternalizzazioni scopre troppo tardi di non aver progettato bene il confine tra i servizi, il rischio è che la gestione futura assomigli meno a un asilo moderno e più a un esperimento di spiritismo contabile con supporto elettrotecnico.

Per ora, più che una separazione impiantistica, sembra una promessa affidata alla fede, alla burocrazia e a un santo che ancora aspetta la canonizzazione ufficiale:

San Contatore Martire, protettore delle volture impossibili, dei sottocontatori immaginari e delle opere pubbliche pensate a metà.

Fonti / documenti letti
Determinazione n. 209 del 16/03/2026; Capitolato Speciale d’Appalto; relazione tecnico-economica di gara; Relazione Generale di progetto (Tav. 101 – REVA); Computo metrico estimativo (Tav. 112 – REVA).