Non perché abbia paura per sé — la sua posizione, nel bene e nel male, è relativamente solida — ma perché stavolta la questione è più grande di qualunque schermaglia politica.
Un anno fa la Lety, a Roma, si dichiarava soddisfatta per la “risoluzione” della crisi Bellco.
Oggi, a distanza quasi esatta di dodici mesi, basta spostarsi di quattrocento metri, attraversare quella linea immaginaria che separa la grande Mirandola dalla più modesta Medolla, e la storia si ripresenta. Peggiore.
L’azienda è ancora più grande.
Ancora più numerose le famiglie coinvolte.
E temo — perché lo abbiamo già visto — che le maestranze più esperte saranno le prime invitate ad uscire, semplicemente perché costano di più.
Lo sappiamo: nelle crisi industriali la politica locale ha margini limitati.
Non decide i bilanci dei fondi internazionali, non controlla i gruppi multinazionali, non può impedire da sola le ristrutturazioni.
Ma proprio per questo la domanda diventa un’altra.
Davanti ai segnali ormai evidenti — fibrillazioni sempre più frequenti e sempre più violente del polo biomedicale — qual è la strategia di medio-lungo periodo?
Basteranno le aule di bioingegneria?
Basterà l’ITS?
Oppure dovremmo iniziare ad affrontare con più decisione i fattori territoriali che tengono o allontanano gli investimenti?
accesso alle reti di comunicazione realmente adeguate
costo dell’energia
infrastrutture logistiche
attrattività per lavoratori qualificati
Immagino, per esempio, una grande comunità energetica territoriale: non pensata come occasione finanziaria, ma come leva industriale — abbassare stabilmente il costo dell’energia per il polo biomedicale e renderne conveniente la permanenza.
Perché oggi molti di questi grandi attori economici sono qui, ma sempre meno legati qui.
E il problema vero non è la singola crisi aziendale.
È quando iniziano ad assomigliarsi tutte.
Allora non è più una vertenza.
Diventa una traiettoria.
E le traiettorie, se non cambiano da sole, vanno cambiate
Sapidata, la ditta sammarinese già oggetto di altri due articoli — quello sulle costose notifiche delle multe e quello sul servizio di call center affidato dalla Polizia Ducale — torna protagonista: un giorno apri l’albo pretorio e scopri che il Comune paga 488 euro perché… il computer del fornitore è diventato vecchio.
Non rotto.
Non insufficiente.
Non sbagliato.
Vecchio.
La determina lo dice: la macchina virtuale è obsoleta, quindi si migra il database delle multe.
Tradotto: si spostano gli stessi dati, con lo stesso software, per fare le stesse multe, nello stesso identico modo — ma su un computer più giovane.
E qui arriva il capolavoro
Grazie alla convenzione regionale la Polizia Ducale ha potuto affidare il servizio a Sapidata: servizio completo, piattaforma, aggiornamenti tecnologici, continuità operativa, adeguamenti.
Cioè: se la tecnologia invecchia, il fornitore la aggiorna gratis, perché non compri il software e hardware ma compri il servizio.
È letteralmente il motivo per cui si paga un canone, ossia il costo onnicomprensivo impegnato di 602.600,00 € per il periodo agosto 2024–luglio 2027, a cui vanno aggiunti i costi delle annualità in cui si è superato il numero di verbali emessi.
Ma a Mirandola no.
A Mirandola il tempo passa… a spese del Comune.
Il server compie gli anni
→ il cittadino offre la torta
Il fornitore cambia computer
→ il bilancio festeggia
La manutenzione diventa progetto,
l’usura diventa prestazione,
l’obsolescenza diventa determina.
Non c’è un nuovo servizio.
Non c’è una nuova funzione.
Non c’è una richiesta del Comune.
C’è solo un computer (virtuale) che non piace più a chi lo usa, o ancor peggio che non regge il carico prestazionale richiesto.
È come pagare il meccanico perché ha deciso di cambiare la sua officina:
la tua macchina è identica, ma il pavimento è più lucido, quindi fattura.
Il vero miracolo amministrativo è questo:
l’outsourcing elimina i problemi tecnici… tranne quando diventano pagabili.
Il database resta dov’è sempre stato: fuori.
La responsabilità pure.
La spesa invece rientra.
E così oggi scopriamo una nuova voce di bilancio:
la manutenzione dell’età del fornitore.
Le multe continueranno ad arrivare puntuali.
Solo più giovani.
Fonti: determina del Comune di Mirandola n.114/2026 – Polizia Locale; determina del 2026 di affidamento della migrazione del database; offerta economica Sapidata per migrazione database allegata alla determina; capitolato tecnico della convenzione regionale per la gestione delle sanzioni amministrative (Intercent‑ER), in particolare le clausole su continuità operativa, adeguamenti normativi e aggiornamenti tecnologici a carico del fornitore del servizio. Determina n.598/2024 affidamento del servizio a Sapidata
(ovvero: come diventare “green” cancellando le frazioni con un elenco)
A Mirandola succedono cose curiose. Ci sono alberi che vivono cent’anni, resistono a guerre, bonifiche e trattori, ma non resistono a una determinazione dirigenziale. È il caso della robinia di San Martino Spino: celebrata, raccontata, fotografata, ricordata da chi ci vive. Un albero vero, di quelli che non hanno bisogno di slogan. Poi però arriva il momento solenne, quello dell’atto ufficiale, della lista seria, dell’“abbiamo a cuore il patrimonio arboreo”. E puff. La robinia sparisce. Non perché non sia idonea, non perché bocciata, non perché manchi un requisito. Semplicemente non è stata inserita tra le alberature da proporre come monumentali. Un capolavoro di ecologia amministrativa: l’albero c’è, ma per il Comune no.
Nel frattempo la giunta si presenta vestita di verde brillante. Green come i comunicati, green come le parole giuste messe al posto giusto: tutela, memoria, valorizzazione, generazioni future. Peccato che questo verde funzioni come quei pannelli finti messi davanti ai cantieri: dietro, il paesaggio è fatto di ceppi a terra, tagli “necessari”, responsabilità sempre di qualcun altro e sostituzioni che, guarda caso, restano sempre un concetto teorico. Quando un albero cade, a Mirandola non è mai colpa di Mirandola. È del consorzio, dell’ente superiore, del parere tecnico, del vento cattivo. Il Comune prende atto, sospira, promette attenzione futura. Poi passa oltre, possibilmente con una determina verde in tasca.
Ed eccoci al punto. Con grande enfasi viene avviata la procedura per proporre alcuni alberi all’Elenco degli Alberi Monumentali. Atto serio, parole impegnative, pure la prospettiva di futuri finanziamenti. Tutto molto bello. Solo che la scelta di quali alberi proporre non è neutra. Racconta una geografia precisa: il centro c’è, le frazioni un po’ meno. E tra le frazioni, San Martino Spino — quella che non applaude sempre, quella che rompe le scatole, quella “ribelle” — guarda caso resta fuori. La robinia che per la comunità è simbolo, memoria, riferimento, diventa improvvisamente invisibile. Non entra nell’elenco, quindi non entra nella tutela, quindi non entra nella narrazione ufficiale. Fine della storia. Anzi no: inizio del greenwashing.
Perché così funziona meglio. Tu parli di alberi monumentali mentre continui a gestire il verde ordinario come un fastidio. Ti vanti della tutela mentre eviti di assumerti l’onere vero: proteggere anche ciò che non sta in centro, ciò che non è comodo, ciò che non serve a fare bella figura. Le frazioni restano buone per le sagre, per le foto col tramonto, per dire che “sono una risorsa”. Ma quando si tratta di mettere un nome in una lista ufficiale, di riconoscere un valore, di prendersi una responsabilità amministrativa, allora diventano improvvisamente periferia dell’anima.
La robinia di San Martino Spino, intanto, continua a stare lì. Fa ombra senza delibera, fa memoria senza determina, resiste senza ufficio stampa. Ma ogni volta che questa amministrazione userà la parola “verde”, basterà ricordare questo piccolo dettaglio: l’albero c’era, la lista no. E se un albero centenario può sparire da un elenco così facilmente, immaginate quanto valgono, per davvero, le frazioni nelle politiche di questa giunta.
🌳 Fico della Mirandola (quello che distingue un albero monumentale da una foglia di fico)
📚 FONTI
Articolo: La robinia del Giappone da cento anni a San Martino Spino – Albarnardon.it
Comune di Mirandola, Determinazione n. 67 del 30/01/2026 – Proposta di attribuzione del carattere di monumentalità nazionale ad alberature presenti sul territorio comunale det_00067_30-01-2026
Regione Emilia-Romagna, Elenco proposte alberi monumentali (Allegato regionale – Comune di Mirandola)
ovvero: come 60 dosi entrarono in una scuola e ne uscirono in 120
C’è un momento preciso, nei comunicati istituzionali, in cui la realtà smette di essere un fatto e diventa un racconto. Non succede all’inizio. Succede dopo, quando i numeri iniziano a crescere da soli.
La storia è questa. In una scuola del territorio viene rinvenuto hashish. La Polizia Locale interviene. C’è una foto. C’è una paletta. C’è un tavolo. Tutto ordinato, tutto regolare.
Poi arrivano le dosi.
Sessanta. Che, quasi senza accorgersene, diventano centoventi.
📸 LA FOTO, PRIMA DI TUTTO
Guardi la foto. La riguardi. Non vedi 60 involucri. Non vedi una suddivisione ordinata in dosi. Vedi pochi pezzi, alcuni piccoli, uno più grande, qualche frammento.
Ed ecco il primo dettaglio fondamentale, che nel comunicato non compare mai:
👉 il quantitativo in grammi non viene indicato.
Nessun peso. Nessuna cifra. Solo dosi. Tante dosi. Anzi, il doppio.
Eppure, nel mondo reale, l’hashish non nasce a dosi. Nasce a grammi. Le dosi arrivano dopo, e dipendono da come le conti.
⚖️ UNA RICOSTRUZIONE (DICHIARATA)
Proprio perché il peso non viene comunicato, ho provato a fare una cosa semplice e trasparente: una ricostruzione personale, basata esclusivamente sulla foto diffusa.
Ho usato la paletta come riferimento dimensionale. Ho stimato il peso dei singoli pezzi in modo prudente. Ho persino fatto l’ipotesi più favorevole possibile al racconto ufficiale, portando il pezzo principale fino a 7 grammi, cioè al limite alto plausibile per quel volume.
Il risultato non è una verità assoluta. Non pretende di esserlo. È una stima dichiarata, verificabile, discutibile se si vuole, ma fondata su qualcosa di concreto.
E quella stima porta sempre lì: 👉 circa 13 grammi complessivi.
Che tradotto significa:
40–45 dosi se si assumono dosi da 0,3 g
30–33 dosi con dosi da 0,4 g
Le 60 dosi dichiarate iniziano già a non tornare. Le 120 “al consumo” escono completamente dal perimetro della realtà visibile.
Quelle 120 non stanno nella foto. Stanno nel racconto.
🧮 “AL CONSUMO”: LA FORMULA MAGICA
Il passaggio chiave è sempre quello:
“60 dosi di vendita che al consumo diventano 120”
È una frase elegante. Ma non è un dato.
“Al consumo” può voler dire tutto e niente: mezze canne, canne condivise, ipotesi teoriche, astrazioni. È il moltiplicatore narrativo perfetto: raddoppia il numero senza doverlo dimostrare.
Non una bilancia. Un espediente comunicativo.
🐕🦺 IL CANE CHE NON CERCA DROGA
Poi, leggendo con attenzione il comunicato, emerge un dettaglio curioso. Anzi, rivelatore.
Si parla di due cani:
uno antidroga
uno da patrolling
Il cane da patrolling, però, non cerca stupefacenti. È addestrato alla difesa degli operatori, alla deterrenza, alla gestione di situazioni potenzialmente ostili.
E qui nasce spontanea una domanda semplice, quasi ingenua:
che cosa c’era di così pericoloso in una scuola da rendere necessario un cane da difesa?
Studenti armati di gessetti? Bidelli insurrezionalisti? Interrogazioni di matematica particolarmente aggressive?
Il comunicato non lo spiega. Si limita a elencare l’unità impiegata, lasciando che sia il lettore a colmare i vuoti con l’immaginazione.
E così, anche qui, più che un’informazione, resta un effetto scenico: più cani, più tensione, più gravità percepita.
🏫 NULLA DI MAI VISTO
C’è poi un altro dettaglio che merita memoria.
In passato, altre unità cinofile di diverse forze dell’ordine hanno già effettuato controlli negli istituti scolastici, su richiesta dei dirigenti scolastici.
Quindi no:
non siamo davanti a un territorio mai controllato
non siamo davanti a una scoperta epocale
non siamo davanti a un’emergenza improvvisa
Siamo davanti a un’attività che si inserisce in una prassi già esistente, ma che oggi viene raccontata come se fosse straordinaria.
🎭 IL PROBLEMA NON È CONTROLLARE
Controllare va bene. Prevenire va bene. Collaborare con le scuole va bene.
Il problema nasce quando:
i grammi scompaiono
le dosi si moltiplicano
e la percezione del pericolo cresce più del materiale sequestrato
Perché a quel punto non stai più informando. Stai costruendo una narrazione.
📌 CONCLUSIONE
Alla fine restano poche certezze:
Le dosi si contano dopo aver pesato
“120 al consumo” è un numero narrativo, non un dato oggettivo
Il quantitativo in grammi non è stato comunicato
Una ricostruzione basata sulla foto porta a circa 13 grammi, non a decine moltiplicate
E se porti un cane da patrolling in una scuola, spiegane il motivo
Il resto è racconto. E come tutti i racconti, può essere scritto in molti modi. Alcuni sobri. Altri decisamente più fantasiosi.
C’era una volta, a Mirandola, un tempo strano. Un tempo che scorreva al contrario. Nel novembre del 2024, il giorno 1, un agente di Polizia Locale entra in servizio. Contratto firmato, distintivo appuntato, territorio davanti. Non un apprendista: un agente a tutti gli effetti. Passano i mesi. Il lavoro comincia subito, il servizio chiama, l’agente pattuglia, opera, cresce. L’organizzazione lo usa, il territorio lo assorbe. Arriviamo a gennaio 2026. Tutto sembra funzionare: l’assetto è rodato, l’unità cinofila è attiva, il cane lavora, segnala, collabora. Normalità amministrativa. O almeno così pare. Perché a Mirandola la normalità ha un difetto strutturale: la formazione arriva sempre dopo. Solo a febbraio 2026 la macchina comunale “scopre” la necessità della “Prima Formazione per Agenti Neoassunti”. Prima. Dopo quindici mesi di servizio. 260 ore. Scuola di Modena. Corso obbligatorio. Il Fico non ride. Sorride storto. Perché questo non è un corso ornamentale né un adempimento di facciata: è un percorso che insegna a lavorare, a operare correttamente, a conoscere regole, limiti, responsabilità, catena di comando, discrezione, uso della parola e del silenzio. Proprio per questo, serviva prima, non a valle di oltre un anno di operatività. Quando parlare e quando tacere, certo. Ma anche come agire, come valutare, come stare dentro l’istituzione senza trasformare l’esperienza in improvvisazione. La formazione non è un correttivo: è una base. Se arriva dopo, non forma: insegue. Qualche comunicazione pubblica apparsa in giro a gennaio — rilanciata dal Fico per mostrarne l’inadeguatezza — è il campanello d’allarme di una formazione che arriva sempre dopo. Il cane, invece, è impeccabile. Fa quello che deve fare: annusa, segnala, si ferma. Non interpreta. Non commenta. Non posta. È l’unico che rispetta sempre tempi, ruoli e silenzi. Ed è qui che il Fico si concede una sola domanda, semplice e per nulla ingenua:
Chi si occuperà di Giasone, il cane dell’operatore, quando il suo bipede sarà seduto per 260 ore in aula a recuperare ciò che sarebbe servito prima? Perché le determine possono mettere ordine sui capitoli di spesa. La comunicazione può essere aggiustata. I corsi possono partire. Ma il tempo, quello no: quando lo usi al contrario, presenta sempre il conto. Il Fico prende nota. E, come sempre, lascia che siano i fatti a rispondere.
Fonti Determinazione n. 925 del 30/10/2024 – Assunzione a tempo pieno e indeterminato di n. 1 Agente di Polizia Locale (matricola 1614), con decorrenza 01/11/2024, presso il Comune di Mirandola. Determinazione n. 85 del 05/02/2026 – Partecipazione al corso obbligatorio di “Prima Formazione per Agenti Neoassunti” (260 ore), organizzato dalla Fondazione Scuola Interregionale di Polizia Locale, periodo febbraio–maggio 2026.