Autore: fico

Ida Wells

  • Bengala vietato per editto, autorizzato per fotografia:

    ora la Ducale stronchi il terrorismo chantilly.

    Il Comune firma l’ordinanza, gonfia il petto, parla di sicurezza, di pericolo, di controlli, di sanzioni, di rigore assoluto contro i fuochi pirotecnici nei locali pubblici; poi però, nel Ducato di Mirandola, basta infilare il bengala nella torta giusta e il miracolo è compiuto: ciò che sulla carta è vietato, in fotografia diventa improvvisamente edificante. E il capolavoro non è nemmeno l’infrazione in sé, già abbastanza ridicola; il capolavoro è il giornale comunale che la prende, la lucida e la mette beatamente in vetrina, come se il modo migliore per far rispettare un’ordinanza fosse pubblicarne la violazione con aria serena da bollettino parrocchial-istituzionale. Qui non siamo più all’incoerenza: siamo alla presa per i fondelli elevata a metodo di governo. Il cittadino normale si becca il sermone, il divieto, il tono marziale, la minaccia della multa; il bengala fotogenico invece viene assolto per manifesta simpatia iconografica. A Mirandola la legge non vale per tutti: vale per chi non ha il privilegio di finire impaginato nel giornalino del Palazzo. Per questo il Fico chiede alla Polizia Ducale di intervenire con la dovuta ferocia: non solo sulla torta eversiva e sulla scintilla abusiva, ma soprattutto su chi ha avuto la faccia come il marmo di trasformare un comportamento appena vietato dal Comune in materiale da propaganda sorridente. Perché il vero incendio, qui, non lo provoca la miccia sulla panna: lo provoca l’arroganza di un potere che prima fa l’ordinanza per il popolino e poi se la calpesta da solo, con tutta la tranquillità di chi è convinto che a Mirandola basti una foto ben impaginata per far sparire anche il ridicolo.

  • Bando “La Lumaca”, puntata 2

    I 28 mila euro miracolosi: dentro ci devono stare i bambini, i pennarelli e pure il profitto

    Cappello introduttivo

    Nella prima puntata il Fico ha guardato il lato impiantistico del bando della futura Lumaca e ha scoperto che il Comune sogna di separare nido e cucina in un edificio nato invece come organismo unico.
    In questa seconda puntata, invece, si passa alla parte ancora più commovente: i conti.

    Perché c’è una cifra che nei documenti meriterebbe di essere esposta in teca, tra le reliquie amministrative più ardite della Bassa:
    28.606,74 euro all’anno.

    A prima vista potrebbe sembrare una cifra seria.
    Poi però si legge bene cosa ci deve stare dentro, e si capisce che più che un margine è un atto di fede.


    La relazione economica del bando dice una cosa molto semplice e molto spietata: il 92,86% del valore annuo dell’appalto se ne va già in costo del lavoro, stimato in 372.047,90 euro.
    Per tutto il resto resta il 7,14%, cioè appunto 28.606,74 euro l’anno.

    Ed è importante dirlo subito con chiarezza:
    quelle cifre dedicate al personale sono pressoché incomprimibili.

    Non perché il Comune sia stato generoso.
    Ma perché il bando e la relazione inchiodano il servizio a una struttura minima molto rigida: il costo del lavoro è stato costruito sul CCNL delle cooperative sociali di riferimento, con livelli economici ben precisi; il capitolato richiede educatori e ausiliari con determinati profili, impone il rispetto dei rapporti numerici educatore-bambino e ausiliario-bambino per tutto l’orario di apertura, pretende sostituzioni rapide in caso di assenza, limita il turn-over e, in più, chiede in offerta tecnica un numero di addetti non inferiore a quello indicato nella relazione allegata.

    Tradotto dal giuridichese al mirandolese:
    sul personale non c’è molto grasso da tagliare.
    Non siamo davanti a una fisarmonica che il gestore può stringere e allargare a piacere.
    Siamo davanti a una struttura già quasi tutta tirata dal Comune, con pochissimo spazio vero per comprimere il costo del lavoro senza avvicinarsi pericolosamente al minimo strutturale del servizio.

    E questo rende il quadro ancora più interessante.
    Perché se il personale è già quasi tutto “bloccato” da contratto, inquadramenti, rapporti numerici, qualifiche e obblighi organizzativi, allora il vero punto di compressione non è lì.
    Il vero punto di compressione diventa tutto il resto.

    E infatti quel “tutto il resto” non è una mancia per il gestore e non è nemmeno un tesoretto allegro da usare per le feste di fine anno.
    No. Dentro quei 28.606,74 euro ci devono stare:

    • manutenzione ordinaria dell’immobile e delle pertinenze;
    • materiali di consumo;
    • attrezzature;
    • spese generali escluse quelle di personale;
    • utile di impresa;
    • e tutti gli altri costi ricompresi nel capitolato.

    Tradotto:
    dentro quella cifra ci devono convivere
    i pennarelli e il profitto,
    la pulizia e la dignità imprenditoriale,
    la manutenzione e il miracolo economico.

    Perché il capitolato, se letto senza camomilla, è abbastanza chiaro.
    Il gestore non si prende solo educatori e ausiliarie.
    Si prende anche il materiale per le attività con i bambini e le famiglie, i materiali per l’igiene e la pulizia, la sanificazione, la cura dei bambini, la lavanderia, l’integrazione di arredi, giochi e attrezzature se mancanti, la manutenzione ordinaria degli immobili e delle aree cortilive, la gestione dei giochi da esterno, la TARI per la parte in gestione, le utenze telefoniche e, quando scatterà il miracolo della separazione impiantistica, anche luce, acqua e gas.

    La manutenzione straordinaria, formalmente, resta al Comune.
    Ma con una piccola grazia amministrativa: se una straordinaria nasce da una cattiva manutenzione ordinaria, allora il problema può tornare addosso al gestore come una rondine cattiva in stagione elettorale.

    Quindi il quadro è questo:
    il Comune costruisce un appalto in cui quasi tutto il valore è già mangiato dal personale, e il personale stesso è quasi incomprimibile; di conseguenza tutto ciò che rende il servizio concretamente vivibile deve stare in un avanzo che, già a ribasso zero, è stretto come un corridoio di casa popolare.

    Ma la poesia migliora ancora quando si fa un’ipotesi molto modesta, quasi innocente:

    e se ci fosse un ribasso del 3%?

    Ecco, lì la favola si fa davvero educativa.

    Perché con un ribasso del 3% il ricavo annuo teorico scende, e quei 28.606,74 euro non restano più 28 mila. Diventano circa 16.587 euro l’anno dopo aver coperto il costo del lavoro. Questo non è un numero inventato: è una semplice elaborazione matematica sui valori della relazione economica.

    A questo punto il Fico, da vecchio contabile dell’assurdo, si permette un’ulteriore ipotesi:
    mettiamo che il gestore, già che esiste, voglia portarsi a casa almeno 10 mila euro di margine annuo. Non stiamo parlando di yacht, caviale e weekend a Cortina. Stiamo parlando del minimo sindacale per non lavorare solo per la gloria di San Bilancio.

    Bene. In quel caso, per tutto il resto resterebbero circa 6.587 euro all’anno.

    Ripetiamolo piano, come si fa con i bambini dell’infanzia quando si insegna a contare fino a dieci:

    6.587 euro all’anno.

    Cioè poco più di 500 euro al mese.
    Per tutto.

    Per i materiali didattici.
    Per la carta.
    Per i cartoncini.
    Per i pennarelli.
    Per la colla.
    Per i detergenti.
    Per il sapone.
    Per la sanificazione.
    Per i giochi da sostituire.
    Per le piccole manutenzioni.
    Per gli imprevisti.
    Per i mille accidenti quotidiani di un asilo vero.

    Insomma, più che un piano economico, sembra una puntata di “Affari tuoi” giocata con i pannolini.

    E qui arriva il punto serio, sotto la satira.

    Perché quando il costo del personale è già quasi blindato dal bando, il problema non è decidere se comprimere i costi.
    Il problema è capire dove si finirà per comprimerli.

    E la risposta purtroppo è abbastanza semplice:
    non sui livelli contrattuali,
    non sui rapporti numerici minimi,
    non sugli inquadramenti obbligati,
    ma su tutto ciò che resta intorno.

    E siccome tutto ciò che resta intorno sono attività, materiali, manutenzioni, margini organizzativi e qualità minuta del servizio, il rischio è evidente:
    il bando spinge fisiologicamente a cercare risparmio proprio sulle parti più silenziose e meno difese del nido.

    Quelle che non fanno titolo in delibera.
    Quelle che non finiscono in conferenza stampa.
    Quelle che però, nella vita vera di un asilo, fanno la differenza tra un servizio semplicemente in regola e un servizio davvero ricco, sereno e di qualità.

    Ed è qui che il bando smette di essere una faccenda per soli tecnici e diventa una faccenda politica.

    Perché se costruisci un appalto in cui il costo del personale è quasi incomprimibile e il resto è ridotto a una ciotolina di spiccioli, allora il messaggio è chiaro:
    la qualità concreta del servizio dovrà arrangiarsi dentro ciò che avanza.

    E allora il problema non è solo il bando della Lumaca.
    Il problema è una certa religione amministrativa locale:
    esternalizzare tutto, spendere il meno possibile, controllare molto (le carte… o certe pagine Facebook) e poi fingersi stupiti se la qualità rischia di vivere di rendita e di miracoli.

    Come se i servizi per l’infanzia fossero una gara a chi tira meglio la coperta.
    Come se bastasse un capitolato ben scritto per sostituire il respiro organizzativo, i margini veri e la qualità concreta.
    Come se i bambini potessero crescere serenamente dentro un modello pensato più per far quadrare il contratto che per far respirare il servizio.

    Il Fico la mette giù semplice:
    quando l’esternalizzazione diventa un riflesso automatico, la qualità non è più il punto di partenza.
    Diventa il sottoprodotto eventuale di un meccanismo costruito per risparmiare, scaricare e controllare.

    E a quel punto il rischio è sempre lo stesso:
    che il Comune inauguri il futuro,
    e che poi a gestire il presente restino i soliti santi.
    Uno l’abbiamo già conosciuto: San Contatore Martire.
    L’altro, a forza di tirare i margini, potrebbe diventare presto San Pennarello Moltiplicato.


    Documenti consultati

    • Determinazione n. 209 del 16/03/2026
    • Capitolato Speciale d’Appalto
    • Relazione tecnico-economica di gara
  • Da Mirandola allo spazio profondo del materialismo ludico

    Compagni mirandolesi,
    ha aperto la Ludoteca Gagarin: nuovo avamposto dell’educazione cosmico-popolare dove il giovane cittadino, tra un gioco in scatola e un laboratorio creativo, potrà compiere i primi passi verso la gloriosa conquista della coscienza collettiva.

    Non più solo costruzioni e pennarelli:
    da oggi anche addestramento silenzioso alla disciplina, al gioco organizzato e al superamento dell’egoismo piccolo-borghese.

    Sotto lo sguardo severo ma affettuoso dei padri della rivoluzione, i piccoli di Mirandola impareranno che:
    il dado è del popolo, il tavolo è del popolo, la fantasia è del popolo.

    Ludoteca Gagarin:
    dove il bambino non chiede “è mio?”
    ma domanda fiero:
    “di chi è?”
    E la risposta è una sola:
    nostro.

  • Bando “La Lumaca”, puntata 1

    La cucina di Schrödinger: fuori dalla gestione, dentro agli impianti

    Cappello introduttivo

    Questo è il primo di una serie di post con cui il Fico proverà a leggere il bando di gestione del futuro asilo che, per coerenza zoologica e velocità amministrativa, chiameremo “La Lumaca”.

    L’idea è semplice: meno inaugurazioni, più capitolati.
    Perché quando un Comune costruisce un edificio nuovo e poi ne mette a gara la gestione, la domanda non è solo “quanto costa?” oppure “chi se lo prende?”.

    La domanda vera è: ma questo edificio è stato progettato davvero per il tipo di gestione che il Comune sapeva già di voler fare, oppure prima si è gettato il cemento e poi si è cominciato a pensare?

    E qui, già alla prima lettura, salta fuori una meraviglia tutta mirandolese:
    La attuale maggioranza ama esternalizzare i servizi come certi devoti amano i santi patroni,
    perché quando realizza opere nuove sembra dimenticarsi di progettare anche le condizioni materiali dell’esternalizzazione?


    Il capitolato, a voler essere generosi, una cosa la spiega abbastanza bene.
    L’operatore economico gestisce il nido e tutta la sua allegra trincea quotidiana: personale educativo e ausiliario, materiali didattici, pulizie, cura dei bambini, lavanderia, manutenzione ordinaria, distribuzione dei pasti, apparecchiatura, sparecchiatura, pulizia e disinfezione delle aree in cui si mangia.

    Tradotto dal burocratese al mirandolese:
    al gestore viene affidata la vita vera dell’asilo.

    Quella fatta di pannolini, pennarelli, mocio, stoviglie, bavaglini, turni, piccoli guasti e grandi rogne.

    Poi però si arriva alla cucina.
    E lì il bando comincia a scricchiolare…

    Perché i documenti dicono che la fornitura dei pasti resta al Comune.
    “Tutto il necessario per l’espletamento del servizio mensa” lo mette la committenza.
    Il gestore invece prenota, somministra, prende e riporta i carrelli, assiste i bambini mentre mangiano e poi pulisce gli spazi dove il pasto si consuma.

    Cioè:
    il gestore non gestisce la cucina,
    ma si prende tutto ciò che ruota attorno al fatto che la cucina esista.

    Una genialata amministrativa quasi poetica:
    la cucina c’è, ma anche no.

    Sta nell’edificio, ma a metà fuori dalla gestione.
    Produce effetti, consumi, esigenze, problemi e costi, ma contrattualmente viene trattata come una creatura istituzionale semifantasma.

    Insomma: la cucina di Schrödinger.
    Fuori dalla gestione, dentro agli impianti.
    Non gestita, ma decisiva.
    Non tua, ma un po’ sì.

    Peccato che poi uno vada a leggersi il progetto edilizio e scopra che non stiamo parlando della macchinetta del caffè messa in un corridoio.
    No. Qui compare una cucina vera: cucina, dispensa, lavaggio stoviglie, locale dedicato, predisposizioni impiantistiche elettriche e idrauliche, piano di cottura con cappa, forno a vapore, lavastoviglie, frigorifero, freezer, tutta roba che consuma acqua ed energia, e non poca!

    Cioè: nel progetto dell’edificio la cucina non è un accessorio.
    Non è un soprammobile.
    Non è un optional messo lì per bellezza.
    È una funzione strutturalmente incorporata nel fabbricato.

    Ed è qui che il bando diventa un piccolo spettacolo di illusionismo.

    Perché da un lato ci raccontano una separazione gestionale elegante:
    i pasti li garantisce il Comune,
    il gestore distribuisce e pulisce,
    la TARI è a carico del gestore solo “per la parte in gestione”,
    la manutenzione straordinaria se la tiene il Comune,
    e le utenze di luce, acqua e gas passeranno al gestore

    solo quando verranno separate le utenze tra parte nido e parte cucina.

    Bellissimo.
    Pulito.
    Ordinato.
    Peccato che questa pulizia esista soprattutto nella fantasia del capitolato.

    Perché gli impianti, a differenza degli amministratori, non si impressionano davanti alle formule scritte bene.

    E infatti il progetto racconta un edificio NZEB (edificio a emissioni “quasi” zero), con pompa di calore aria/acqua, riscaldamento a pavimento, VMC, locale tecnico comune e soprattutto un fotovoltaico da 40 kWp pensato per compensare gran parte dei consumi dell’immobile.

    Tradotto: dal punto di vista energetico e impiantistico, qui non abbiamo due mondi separati che un giorno, da adulti, si divideranno civilmente le bollette.
    Qui abbiamo un organismo unico, nato per vivere come un organismo unico.

    E allora entra in scena lui:
    Salomone impiantistico.

    Solo che stavolta il bambino da tagliare in due non è un neonato conteso da due madri.
    Il bambino è l’edificio.
    Le due madri sono il nido e la cucina.
    E il Comune, invece di chiedersi prima come organizzare la convivenza, arriva dopo con la spada del capitolato e dice:
    “bene, adesso dividiamo tutto.”

    Peccato che pompa di calore, fotovoltaico, locale tecnico e quadri elettrici non si taglino in due con la spada della determina.

    Perché la domanda tecnica, quella seria, è semplice:
    come la fate davvero questa separazione?

    Con quali contatori?
    Con quali sottocontatori?
    Con quale criterio di riparto?
    Con quale contabilizzazione dell’energia autoprodotta dal fotovoltaico?
    Con quale faccia tosta si pensa di distinguere con precisione i consumi della cucina da quelli del resto del nido, quando il progetto nasce come sistema integrato?

    Perché una cosa è scrivere:
    “poi separiamo le utenze”.
    Un’altra è progettare da subito un edificio in cui quella separazione sia davvero misurabile, governabile, trasparente e credibile.

    Altrimenti siamo nel pieno della grande tradizione amministrativa padana:
    prima fai il progetto come viene,
    poi fai il bando come speri,
    poi affidi tutto alla Provvidenza, a un paio di contatori mai nati e a un elettricista con la pressione alta.

    Con il fotovoltaico unico, con gli impianti integrati e con la cucina già infilata nel corpo edilizio, la frase “poi separiamo” suona più o meno come questa:
    più avanti, con calma, provvederemo a separare il brodo dal dado.

    E qui arriva il pezzo politico.
    Perché nella relazione di progetto del 2023 si parla di economicità di gestione, ottimizzazione dei costi di manutenzione e di esercizio e attenzione all’intero ciclo di vita dell’edificio.

    Benissimo.
    Bellissime parole.
    Morbide.
    Responsabili.
    Quasi commoventi.

    Ma proprio per questo la domanda diventa ancora più cattiva:
    se nel 2023 si ragionava già sul ciclo di vita dell’edificio, e se nel 2023 la Lety era vicesindaca con delega alle opere pubbliche, com’è possibile arrivare al bando di gestione con una separazione tra nido e cucina evocata sul piano contrattuale ma ancora fumosa sul piano impiantistico?

    Perché a questo punto non siamo davanti a una grana caduta dal cielo sulla scrivania della sindaca all’ultimo minuto.
    No.
    Siamo dentro la stessa filiera politico-amministrativa che ha accompagnato l’opera mentre nasceva.

    E allora il punto non è solo:
    “oggi la Lety si trova il problema”.
    Il punto è:
    ma questo problema, quando l’opera veniva seguita sul fronte dei lavori pubblici, non doveva essere visto prima?

    Perché qui sta la contraddizione vera di Mirandola:
    il Comune ama esternalizzare,
    ma quando costruisce opere nuove sembra non progettare fino in fondo le condizioni concrete dell’esternalizzazione.

    Prima fai il contenitore.
    Poi scopri che dentro ci saranno soggetti diversi, costi diversi, oneri diversi, responsabilità diverse, bollette diverse.
    Prima il cemento.
    Poi il capitolato.
    Poi, se Dio vuole, la separazione delle utenze.
    Infine, a chiudere il cerchio, San Contatore Martire.

    E allora la sintesi di questa prima puntata sulla Lumaca è molto semplice:

    il capitolato distingue abbastanza bene chi fa cosa tra nido e cucina;
    il progetto distingue molto meno chi consuma cosa e chi paga cosa.

    E quando un Comune che vive di esternalizzazioni scopre troppo tardi di non aver progettato bene il confine tra i servizi, il rischio è che la gestione futura assomigli meno a un asilo moderno e più a un esperimento di spiritismo contabile con supporto elettrotecnico.

    Per ora, più che una separazione impiantistica, sembra una promessa affidata alla fede, alla burocrazia e a un santo che ancora aspetta la canonizzazione ufficiale:

    San Contatore Martire, protettore delle volture impossibili, dei sottocontatori immaginari e delle opere pubbliche pensate a metà.

    Fonti / documenti letti
    Determinazione n. 209 del 16/03/2026; Capitolato Speciale d’Appalto; relazione tecnico-economica di gara; Relazione Generale di progetto (Tav. 101 – REVA); Computo metrico estimativo (Tav. 112 – REVA).

  • 🎵 C’era una scuola molto carina

    (versione mirandolese) Sergio Neri feat Sergio Endrigo

    C’era una scuola molto carina
    senza giardino,
    senza cucina.

    Non si poteva correre fuori
    perché mancavano prato e fiori.

    C’erano ruspe, terra fresata,
    una montagna non ancora spianata.

    Cumuli alti quasi due metri
    che sembrano dune più che tappeti.

    Il prato?
    Arriverà, dicono piano.
    Magari con il bel tempo…
    l’anno prossimo o quello lontano.

    E la cucina?
    Per ora riposa,
    come una promessa un po’ misteriosa.

    Però la scuola è molto carina,
    dicono tutti dalla collina:

    “È quasi pronta, manca pochino,
    solo il giardino…
    e pure il fornellino.”


    🍐 Il Fico osserva

    Ora, il Fico lo dice subito:
    la scuola Sergio Neri è una cosa seria e importante.

    I lavori di adeguamento sismico, ampliamento ed efficientamento energetico sono stati un intervento necessario.
    Meglio una scuola sicura che una scuola vecchia.

    Su questo non si discute.

    Però.

    Come spesso accade nelle opere pubbliche mirandolesi, la realtà ha sempre quel piccolo dettaglio poetico che sfugge ai comunicati ufficiali.

    Per esempio.

    Nel comunicato si parla di consegna dell’edificio e di trasferimento dei bambini.
    Tutto molto ordinato, tutto molto istituzionale.

    Peccato che:

    • il giardino, a oggi, sembri più un campo arato che un’area giochi;
    • il prato è ancora un concetto filosofico;
    • e tra i cumuli di terra qualcuno giura di aver visto dune alte quasi due metri.

    Un piccolo Sahara pedagogico.

    La cucina invece, da quanto si racconta informalmente, pare essere entrata nella categoria delle entità quantistiche:
    esiste nel progetto, ma nella pratica è difficile da osservare.

    Un po’ come certe date di fine lavori.


    📋 Il dettaglio curioso

    Il Comune comunica che:

    • la consegna dell’immobile è prevista il 6 marzo
    • il trasferimento dei bambini il 16 marzo

    Quindi tutto è pronto.

    O quasi.

    Perché nel frattempo:

    • il giardino deve ancora diventare un giardino
    • e la cucina deve ancora diventare una cucina

    Ma a Mirandola siamo gente pratica.

    Se non c’è il prato si gioca sulla terra.
    Se non c’è la cucina si userà quella provvisoria del palacomini e pazienza se arriverà cibo freddo.

    Dopotutto siamo cresciuti con Sergio Endrigo.


  • Il sacrificio del casellino

    Nella pubblica amministrazione esistono decisioni strategiche.

    Piani urbanistici.
    Investimenti.
    Politiche per il territorio.

    E poi esistono decisioni ancora più profonde, quelle che toccano il vero motore della macchina pubblica: la macchinetta del caffè.

    Con la Determinazione n.168 del 3 marzo 2026 il Comune di Mirandola ha ridefinito la geografia dei distributori automatici nelle sedi comunali.

    Motivo ufficiale: la prossima riapertura del Palazzo Comunale storico in Piazza Costituente.

    Da qui la necessità di ridistribuire alcune macchinette attualmente presenti nella sede provvisoria di via Giolitti.

    La tabella allegata alla determina è, come spesso accade negli atti amministrativi, un piccolo esercizio di fantasia numerica

    — probabilmente figlio di un copia-incolla troppo entusiasta — ma la ricostruzione più plausibile è questa:

    in via Giolitti erano presenti tre coppie di distributori
    (caffè e snack).

    Con la riapertura del municipio storico una di queste coppie viene trasferita in Piazza Costituente.

    Fin qui nulla di drammatico.

    Le macchinette seguono il potere.

    Ma la vera notizia non è questa.

    La vera notizia è il sacrificio del casellino ferroviario di via Curiel.

    Per anni quel piccolo edificio ha ospita il servizio Promozione del Territorio e Accoglienza Turistica.

    Turisti (pochi).
    Mappe (tante, alcune anche belle).
    Dépliant (tanti).
    Gadget inutili (il posacenere portatile in plastica, i portachiavi…).

    E, soprattutto, una macchinetta del caffè.

    Ora però la determina stabilisce che quel distributore verrà trasferito all’Auditorium Rita Levi Montalcini, su richiesta di Emilia-Romagna Teatro.

    Il casellino perde la tazzina.

    Il turismo perde il caffè.

    Il teatro lo guadagna.

    Un perfetto riassunto delle priorità amministrative.

    Il piccolo presidio di accoglienza della città viene privato della sua unica infrastruttura caffeinica, mentre la macchina culturale istituzionale si rafforza con un nuovo distributore.

    È la redistribuzione delle risorse secondo il principio fondamentale della pubblica amministrazione locale:

    il caffè va dove c’è il potere.

    e l’assesorelfo ultime reduce della lega;
    con ombre che incombono sul suo operato, oramai del potere, conserva solo il ricordo.

    Così il glorioso ex casello ferroviario resta con le mappe e i dépliant.

    Ma senza macchinetta.

    Un dettaglio minimo, certo.

    Eppure incredibilmente simbolico.

    Perché a Mirandola può anche mancare una strategia turistica.

    Può anche mancare una tabella scritta bene dentro una determina.

    Ma una cosa è sicura.

    Quando c’è da redistribuire il caffè,
    l’amministrazione sa esattamente da dove prenderlo.


    Fonte

    Determinazione Comune di Mirandola
    n.168 del 03/03/2026
    “Concessione del servizio di somministrazione di alimenti e bevande mediante distributori automatici – modifica sedi servite”

  • Il Distretto della Disabilità… o il Distretto del Consenso?

    Piccolo derby tra la Lety e la Seppia finito nel verbale ufficiale

    I verbali amministrativi sono documenti meravigliosi.
    Scritti con la stessa vivacità narrativa del manuale della caldaia, dovrebbero raccontare solo cose tecniche: numeri, programmazioni, slide.

    E invece ogni tanto succede un piccolo miracolo:
    tra una riga e l’altra si intravede la politica vera.

    È quello che accade nel Comitato di Distretto del 2 febbraio, dove si parlava di un tema serissimo: servizi e politiche per la disabilità nell’Area Nord.

    Tema importante.
    Tema delicato.
    Tema che meriterebbe molto più di qualche slide.

    Ma nel mezzo della discussione emerge una parola interessante:

    il forum.


    Il forum che spunta dal nulla

    Dal verbale si scopre che gli assessori ai servizi sociali avevano iniziato a lavorare a un’idea: creare un forum sulla disabilità con le associazioni del territorio.

    Bellissimo.

    Partecipazione.
    Condivisione.
    Ascolto.

    Peccato che a un certo punto si capisca anche un’altra cosa:

    i sindaci non erano esattamente stati coinvolti prima.

    E infatti il presidente del distretto ricorda che servirebbe:

    maggiore coordinamento tra assessori e sindaci.

    Traduzione dal dialetto amministrativo della Bassa:

    prima di organizzare tavoli politici, magari fate un fischio a chi dovrebbe guidare il distretto.


    La Lety rincara la dose

    A questo punto interviene la Lety, con la calma istituzionale che si addice a una sindaca e con quella sua nota passione per il puntiglio, che nelle assemblee diventa spesso una sua vera arte marziale.

    Ricorda che:

    • serve coordinamento tra assessori e sindaci
    • gli inviti alle associazioni devono essere condivisi
    • bisogna evitare di vanificare il lavoro fatto.

    Tutto molto elegante.

    Ma il messaggio è chiarissimo:

    la regia politica sta ai sindaci.


    La Seppia chiarisce

    Subito dopo prende la parola l’assessora ai servizi sociali di Mirandola, la Seppia, quasi a difendersi.

    Ed è un dettaglio curioso: tra tutti gli assessori presenti è l’unica a intervenire durante quella parte della discussione.

    Il suo intervento nel verbale è molto breve:

    il lavoro svolto è stato informale.

    Quattro parole, registrate così, senza ulteriori spiegazioni.

    Una precisazione che arriva subito dopo l’intervento della Lety sul tema del coordinamento tra assessori e sindaci e sulla necessità che gli inviti alle associazioni siano condivisi.


    Il forum e il piccolo mercato del consenso

    Ed è qui che la faccenda diventa interessante.

    Perché un forum con le associazioni sulla disabilità non è solo un tavolo tecnico.

    Le associazioni su questi temi sono:

    • famiglie
    • volontari
    • operatori
    • reti sociali.

    In altre parole: territorio vero.

    E chi organizza tavoli, incontri e forum con quel mondo diventa inevitabilmente un riferimento politico per quella comunità.

    Per questo il passaggio nel verbale assume un significato particolare.

    Da una parte la Lety, che richiama il coordinamento tra sindaci e assessori.
    Dall’altra la Seppia, che precisa che il lavoro svolto con le associazioni è stato informale.

    Il forum sulla disabilità, per un attimo, smette di essere soltanto un tavolo tecnico.

    Diventa anche una questione di chi convoca, chi coordina e chi tiene i rapporti con il territorio.

    Dettagli.

    Ma nella politica locale sono proprio i dettagli che, qualche anno dopo, decidono chi guida il carro e chi porta la biada.


    Arriva la burocrazia e mette pace

    Per evitare che la seduta del distretto si trasformi in una discussione politica tra amministratori, interviene il presidente.

    La soluzione è quella classica delle assemblee:

    l’incontro con le associazioni verrà convocato ufficialmente dall’Ufficio di Piano.

    Così:

    • la politica smette di pizzicarsi (almeno in distretto)
    • la burocrazia rimette il coperchio

    Morale della riunione

    Si parlava di disabilità.
    E per fortuna.

    Ma per qualche minuto il verbale ha fatto intravedere anche un’altra cosa:

    le dinamiche interne alla politica locale.

    Quelle che nei documenti ufficiali non si raccontano mai davvero.

    Ma che ogni tanto, tra una riga e l’altra, si leggono lo stesso.


    Fonte

    Verbale Comitato di Distretto di Mirandola – seduta del 2 febbraio 2026, protocollo Comune di Mirandola n. 7315/2026.

  • Una doccia fredda a Quarantoli

    Ci sono opere pubbliche che cambiano il volto di una città.
    Ponti, piazze, teatri.

    E poi ci sono quelle che cambiano la temperatura delle docce.

    A Quarantoli, nella palestra Muhammad Alì, l’epopea amministrativa degli spogliatoi ha raggiunto un nuovo capitolo. Tutto parte con una missione apparentemente semplice: sostituire dodici miscelatori doccia.

    Un intervento da 9.516 euro.
    Dodici docce. Dodici miscelatori. Fine della storia.

    O almeno così si pensava.

    Quando gli operai iniziano i lavori, rimuovono il rivestimento in maiolica e fanno una scoperta che definire sorprendente è poco: dietro le piastrelle le pareti in cartongesso sono deteriorate.

    Il muro, in sostanza, ha deciso di non fare più il muro.

    La determina spiega con tono sobrio che il deterioramento non era riscontrabile se non a seguito delle demolizioni.

    Tradotto dal burocratese:
    per capire che il muro era marcio bisognava prima demolirlo.

    A questo punto però nasce un piccolo problema tecnico.

    I nuovi miscelatori non possono essere installati perché le pareti non sono più affidabili. E quindi bisogna rifarle.

    Non un rattoppo.
    Una vera rinascita muraria:

    • demolizione del cartongesso deteriorato
    • smaltimento macerie
    • nuove pareti in Aquaroc cemento
    • impermeabilizzazione
    • nuovo rivestimento in ceramica
    • modifiche alle tubazioni.

    Insomma: per cambiare i rubinetti si rifà mezza doccia.

    Il Comune apre una trattativa diretta sul MEPA.

    Base d’asta: 12.000 euro.

    E qui il mercato dimostra una precisione quasi svizzera.

    L’offerta presentata è esattamente 12.000 euro.

    Non 11.950.
    Non 11.999.

    Dodicimila.
    Il libero mercato, quando vuole, sa essere preciso.

    Naturalmente l’incarico viene affidato alla stessa ditta che stava già lavorando. La determina spiega che far lavorare due imprese nello stesso spazio sugli stessi impianti sarebbe complicato e rischioso.

    Una prudenza comprensibile.

    Nessuno vuole assistere a una rissa edilizia negli spogliatoi della palestra, con idraulici e muratori che si contendono il soffione doccia come in una partita di pallanuoto.

    Il risultato finale è che il lavoro nato per sostituire dodici miscelatori da 9.516 euro si trasforma in un intervento complessivo da 24.156 euro.

    Ventiquattromila euro per dodici docce.

    Circa duemila euro a doccia.

    Una cifra che colloca gli spogliatoi di Quarantoli in una fascia di mercato molto interessante, a metà tra la spa alpina e il centro benessere termale.

    Naturalmente qualcuno potrebbe chiedersi perché i lavori siano stati affidati alla stessa ditta anche per l’intervento aggiuntivo. Il Comune però lo spiega con grande chiarezza giuridica: si tratta di lavori complementari, e avere due imprese nello stesso cantiere sarebbe stato troppo rischioso.

    Immaginate la scena: due squadre di operai nello stesso spogliatoio, una che smonta il cartongesso e l’altra che monta il miscelatore, con inevitabili conflitti di competenza e forse anche qualche regolamento di conti a colpi di cazzuola e chiave inglese.

    Per evitare questa guerra civile edilizia la determina richiama con solennità l’articolo 49 comma 4 del Codice degli Appalti, precisando inoltre che non si tratta in alcun modo di frazionamento artificioso.

    Del resto lo schema è semplice: prima un affidamento, poi un affidamento integrativo. Una pratica perfettamente comune nelle manutenzioni pubbliche, dove spesso il lavoro più interessante comincia proprio dopo che il lavoro è già iniziato.

    Anche perché la ditta incaricata è una termotecnica, chiamata inizialmente per cambiare dodici miscelatori, ma che nel frattempo si è ritrovata a demolire cartongesso, rifare pareti, impermeabilizzare muri e posare piastrelle. Segno che a Quarantoli, quando si parte per cambiare un rubinetto, si finisce inevitabilmente per rifare mezza doccia.

    Ma la vera perla della determina arriva alla fine, quando compare una tabella fiscale degna di un reattore nucleare: reverse charge, split payment e percentuali al centesimo applicate alle docce della palestra.

    Per lavarsi dopo l’allenamento servirà forse solo aprire il rubinetto.

    Per capire come funziona la contabilità, invece, probabilmente servirà un commercialista.

    Così a Quarantoli si compie l’ennesimo piccolo miracolo amministrativo:
    si parte per cambiare un miscelatore e si finisce per rifare il muro.

    E alla fine la vera domanda resta una sola.

    L’acqua sarà calda o fredda?

    Perché a giudicare dalla determina,
    la doccia fredda è già arrivata.


    Fonti

    Determinazione n. 178 del 05/03/2026
    Comune di Mirandola – Settore Territorio Ambiente e Lavori Pubblici
    Affidamento lavori aggiuntivi docce palestra Muhammad Alì, Quarantoli.

  • 🎭 TEATRO NUOVO

    Dramma teatrale in tre atti e quattro varianti

    Ci sono cantieri pubblici.
    E poi ci sono quelli che, con il passare degli anni, smettono di essere semplicemente cantieri e diventano una forma di teatro amministrativo permanente.

    Il Teatro Nuovo di Mirandola, a questo punto, appartiene chiaramente alla seconda categoria.

    Con la Determina n.171 del 5 marzo 2026 il Comune ha concesso un’ulteriore proroga dei lavori, fissando il nuovo termine al 31 luglio 2026.

    A prima vista sembra la solita proroga tecnica.

    Ma leggendo gli atti con un minimo di attenzione si scopre che questa proroga ha una funzione molto precisa: prendere tempo.

    Tempo per cosa?

    Per aspettare l’approvazione della Variante n.4.

    Il direttore dei lavori lo scrive con grande tranquillità nel proprio parere tecnico: la perizia è ancora in corso di approvazione, mentre la Regione Emilia-Romagna ha chiesto integrazioni alla documentazione presentata dal Comune.

    In altre parole: il cantiere è arrivato a un punto in cui alcune lavorazioni non possono essere completate senza quella variante.

    Quindi si proroga.

    Non perché il lavoro sia finito.

    Non perché il lavoro sia quasi finito.

    Ma perché il progetto non è ancora stabilizzato.

    E così la nuova data del 31 luglio 2026 assomiglia molto meno a una fine lavori e molto di più a una data di attesa burocratica: il tempo necessario perché la Variante n.4 venga approvata e il cantiere possa capire cosa deve fare davvero.

    Nel frattempo il clima attorno al teatro è diventato tutt’altro che sereno.

    Il Comune ha infatti appena dovuto ingoiare un lodo arbitrale superiore ai 900 mila euro complessivi proprio nella vicenda del Teatro Nuovo, perso contro l’impresa esecutrice.

    E come se non bastasse ha annunciato l’intenzione di avviare azioni legali contro progettisti e direzione lavori.

    Il risultato è un cantiere che si muove dentro un clima di sfiducia totale:

    • il Comune diffida dei tecnici
    • i tecnici difendono le proprie scelte
    • l’impresa ha già vinto un arbitrato
    • e nel mezzo resta il teatro.

    In questo contesto diventa molto più chiara anche una frase della determina di proroga: il rinvio dei termini viene concesso senza riconoscere nuovi diritti economici all’impresa.

    Traduzione molto semplice:
    il Comune non ha nessuna intenzione di aprire il portafoglio.

    Nel frattempo, sotto il livello delle determine, succede qualcosa di ancora più interessante.

    Nei sotterranei del teatro è comparsa acqua.

    Non una perdita banale.

    Non una tubazione individuata.

    Acqua.

    Nel settembre 2025 si verificano allagamenti nei locali seminterrati, nella zona della platea e della fossa orchestra.

    E il dettaglio più straordinario di tutta la vicenda è scritto nero su bianco negli atti: non è certa la provenienza delle infiltrazioni.

    C’è acqua.

    Ma non si sa da dove arrivi.

    Quando in un edificio storico compaiono infiltrazioni di origine ignota proprio nelle zone delle fondazioni, e la risposta tecnica è ordinare impermeabilizzazioni e perfino interventi di consolidamento strutturale sul prospetto sud, la parola “dramma” assume improvvisamente un significato molto concreto.

    E mentre sopra il teatro si discute di varianti, proroghe e responsabilità legali, nei sotterranei qualcuno prova a fare chiarezza.


    Intermezzo investigativo

    Scena: locali seminterrati del Teatro Nuovo. Una lampada da cantiere illumina un tavolo di plastica. Sopra il tavolo una provetta con un campione dell’acqua misteriosa.

    Entra in scena l’Agente n.20/bis della Polizia Ducale.

    Impermeabile troppo lungo.
    Taccuino d’ordinanza.
    Aria severa.

    Appoggia il fascicolo sul tavolo.

    Accende la lampada.

    Guarda la provetta.

    «Bene.»

    Pausa.

    «Cominciamo dalle cose semplici.»

    Sfoglia il fascicolo.

    «Nome.»

    L’acqua non risponde.

    L’agente annota.

    «Capisco. Collaborazione limitata.»

    Seconda domanda.

    «Da dove provieni?»

    Silenzio liquido.

    «Falda? Condotta? Infiltrazione geologica?
    Qualche passaggio segreto sotto le fondazioni lato sud?»

    L’acqua resta immobile.

    L’agente si avvicina.

    «Guarda che qui abbiamo già ordinato impermeabilizzazioni, consolidamenti strutturali e una Variante n.4 che non vede l’ora di conoscerti.»

    Nessuna risposta.

    L’agente sospira.

    Chiude il fascicolo.

    Prova l’ultima carta.

    Si piega verso la provetta.

    Abbassa la voce.

    «Va bene. Cambiamo argomento.»

    Pausa.

    «Tu per caso sai chi è il Fico?»

    Silenzio.

    L’acqua non tradisce nessuno.

    L’agente spegne la lampada e annota sul verbale:

    “Il campione d’acqua mantiene il massimo riserbo.
    Probabilmente molto ben informato.”


    Ultimo atto

    Così il Teatro Nuovo resta sospeso.

    I lavori aspettano la Variante n.4.
    La Variante n.4 aspetta le integrazioni.
    Le integrazioni aspettano gli uffici.

    Nel frattempo sotto il teatro scorre acqua di origine sconosciuta e sopra il teatro scorre una guerra legale tra Comune, tecnici e impresa.

    Per ora la nuova data scritta sul cartello del cantiere è 31 luglio 2026.

    Ma la sensazione, leggendo gli atti, è piuttosto chiara.

    Il teatro resta chiuso.

    E qui, a Mirandola, gli atti amministrativi diventano essi stessi lo spettacolo.


    Fonti

    • Determinazione Comune di Mirandola n.171 del 05/03/2026 – proroga dei termini dei lavori del Teatro Nuovo
    • Parere del Direttore dei Lavori Arch. Henry Gallamini del 25/02/2026 sulla richiesta di proroga
    • Richiesta di proroga dell’impresa Edilstrade Building S.p.A. del 24/02/2026 con descrizione delle infiltrazioni e delle lavorazioni integrative
  • M.A.M.M.A.Museo Arte Moderna Mirandolese all’Aperto

    Titolo dell’opera:
    Mirandola Pulita

    Autore:
    Ignoto (scuola del “Scarica e scappa”)

    Anno:
    Contemporaneo (quasi 3 settimane)

    Tecnica:
    Elettrodomestico dismesso su pavimentazione urbana con installazione laterale di sacchi polimaterici.

    Descrizione dell’opera
    Questa potente installazione urbana indaga il rapporto tra civiltà domestica e spazio pubblico.
    La lavatrice, privata del proprio coperchio come un moderno sarcofago industriale, dialoga con i sacchi di rifiuti creando una composizione spontanea che riflette sul tema eterno della responsabilità collettiva.

    L’opera è stata realizzata secondo la più diffusa tecnica dell’arte contemporanea mirandolese: l’abbandono notturno anonimo.

    La collocazione in Via Cavour ne rafforza il valore simbolico: il centro cittadino diventa così galleria espositiva permanente di oggetti che hanno concluso il proprio ciclo di lavaggio.

    Nota curatoriale
    Il M.A.M.M.A. ricorda ai visitatori che opere di questo tipo non nascono da sole: qualcuno le trasporta, le posiziona e poi scompare nella notte.

    Forse, tra un interrogatorio e l’altro, anche la Polizia Ducale potrebbe dedicare qualche minuto alla ricerca dell’artista.
    Magari con una piccola retrospettiva sanzionatoria direttamente a domicilio.