A Mirandola il 25 aprile non lo hanno abolito. No, sarebbe stato volgare, scoperto, quasi onesto. A Mirandola hanno fatto di meglio: lo hanno lasciato formalmente in piedi, come una delle colonnine del monumento ai Martiri, ma svuotato, deviato, ridotto, accompagnato per strade secondarie, chiuso in biblioteca e servito tiepido, con contorno di discorsi istituzionali e digestivo all’ipocrisia civile.
La città vera, quella dove passa la gente, quella dove lo sguardo cade, quella dove il simbolo diventa presenza pubblica, è rimasta al mercato. Il listone ai banchi. Il cuore urbano alla merce. Il flusso dei cittadini alle mutande, ai calzini, agli strofinacci e al banchetto dei vannacciani perfettamente inserito nella circolazione naturale della mattina, bello esposto, bello visibile, bello democraticamente piazzato nella parte viva della città, mentre il corteo della Liberazione faceva il giro largo, il giro tortuoso, il giro che non disturba, il giro da pratica scomoda ma obbligatoria.
La Resistenza a Mirandola non è stata celebrata: è stata smistata.
I Martiri non sono stati onorati: sono stati raggiunti con percorso a ostacoli.
Il 25 aprile non è entrato nel centro: gli è stato concesso un passaggio laterale, come ai fornitori.
E poi tutti al Polo Culturale, tutti in biblioteca, tutti al chiuso, tutti composti, tutti a sorbirsi la liturgia istituzionale della memoria , quella in cui si abbassa la voce, si alza la fascia, si recita la parte, si cita la democrazia, le donne, si pronuncia la parola “libertà” con gravità da pieghevole comunale e poi si torna a casa soddisfatti, perché quest’anno la Resistenza è stata commemorata senza intralciare troppo il banco della biancheria.
Poi, naturalmente, è arrivata l’intemerata della presidentessa dell’ANPI Mirandola, Francesca Donati, contro il banchetto dei vannacciani. E sia chiaro: sul banchetto aveva ragione. C’è qualcosa di politicamente osceno nel vedere, il 25 aprile, in mezzo al flusso dei cittadini, un banco di chi si muove in quell’area culturale dove la Liberazione viene trattata come una seccatura retorica e le nostalgie sbagliate vengono sempre presentate come “libertà di opinione”. Ma il problema, cara ANPI, non è indignarsi contro quel banco. Il problema è indignarsi solo lì.
Perché se tu urli contro il banchetto ma accetti da anni che il monumento alla Resistenza resti mutilato, allora non stai difendendo la memoria: stai difendendo il tuo turno al microfono.
Se ti scaldi davanti al gazebo ma non davanti alle lettere mancanti, allora il tuo antifascismo ha la vista corta.


Se denunci la provocazione politica ma sopporti la celebrazione declassata, laterale, secondaria, infilata tra mercato e biblioteca, allora non sei più sentinella della memoria: sei parte dell’arredo cerimoniale del Comune.
E qui non serve nemmeno il Fico. Bastano gli atti. Nel 2022 il Comune scrive che il Monumento ai Caduti di Viale 5 Martiri era stato vandalizzato con l’asportazione delle lettere della dedica e che, per ripristinarlo, erano state valutate due opzioni: rimettere le lettere bronzee oppure realizzare una lastra incisa più duratura e più difficile da deturpare. Le due soluzioni furono condivise anche con ANPI Mirandola e illustrate in Consiglio comunale. Poi, proprio in base alla volontà espressa dai componenti ANPI di mantenere inalterato il valore iconografico originale dell’opera, si decise di procedere con la ricollocazione delle lettere bronzee, salvo poi cambiare idea e dare l’avvallo a alla lastra marmorea.
Traduzione dal burocratese: ANPI non era fuori dal quadro. ANPI non può fare la verginella sorpresa. ANPI c’era. ANPI fu coinvolta. ANPI scelse la conservazione dell’originale. ANPI volle le lettere bronzee. ANPI poi cambio idea e poi di fronte alla inerzia comunale ZITTA, non un lamento . E oggi, 25 aprile 2026, le foto mostrano un monumento ancora spellato, ancora bucato, ancora umiliato, con le lettere assenti e una colonnina superstite che sembra l’unica reduce rimasta dopo la battaglia contro l’incuria, e la perdita di memoria.
Poi nel 2023 arriva pure il secondo capitolo della commedia: nuova determina, ulteriori danneggiamenti, due colonnine rotte, sopralluogo, offerta, riparazione, perno di fissaggio, montaggio, foratura, 380 euro più IVA. Non la ricostruzione di Montecassino. Non il Ponte sullo Stretto. Due colonnine. Due.
Eppure oggi il monumento sembra ancora lì a fare da verbale di accusa contro tutti: contro il Comune che protocolla la memoria e poi la dimentica; contro l’ANPI che tuona contro il gazebo ma non pare aver ottenuto nemmeno il ripristino di ciò che aveva chiesto; contro una città che il 25 aprile lo celebra purché non occupi troppo spazio; contro una classe dirigente che riesce nell’impresa storica di far sembrare i Martiri un problema di viabilità.
Intermezzo ducale
“Scusi, passa di qui il corteo della Liberazione?”
“No, oggi di qui passano le mutande.”
“E i Martiri?”
“Strada secondaria.”
“E il monumento?”
“Presente, ma in modalità rudere.”
“Le lettere?”
“Evocate.”
“Le colonnine?”
“Una resiste, probabilmente non deve essere iscritta a l’ANPI.”
“ANPI?”
“Indignata, ma a momenti.”
“Per il monumento?”
“No, per il banchetto.”
“Il Comune?”
“Ha organizzato.”
“Il mercato?”
“Ha vinto.”
“La Resistenza?”
“Ha fatto il giro.”
“E i discorsi?”
“In biblioteca.”
“Perché?”
“Perché a Mirandola la libertà si consulta come in sala lettura, quai ad alzare la voce.”
Ed eccola qui, la fotografia perfetta del 25 aprile mirandolese: i banchi di mutande e calzini al centro, i nostalgici nel flusso, i cittadini che passano, la merce che occupa la scena, la Liberazione che si infila di lato, i discorsi messi al chiuso, il monumento ai Martiri lasciato come un dente cariato della memoria pubblica, e sopra tutto questo la solita faccia compunta di chi, alla fine, dirà che la cerimonia è stata partecipata, sentita, importante, significativa.
No. È stata una cerimonia addomesticata.
Una Liberazione col guinzaglio.
Un 25 aprile da non mettere troppo in piazza, perché la piazza serviva ad altro.
E la cosa più vergognosa è che il banchetto dei vannacciani, alla fine, non è neppure il fatto più grave. È il sintomo. Il fatto grave è che quella presenza stava dove passava la città, mentre la memoria ufficiale veniva accompagnata altrove, come una vecchia zia imbarazzante da far sedere in fondo, lontano dagli ospiti importanti.
Il Comune ha lasciato il centro alla normalità commerciale e alla provocazione politica. ANPI ha accettato una celebrazione in tono minore e poi ha fatto la voce grossa solo quando ormai la scenografia era già stata scritta. Il monumento ai Martiri, intanto, stava lì: senza lettere, senza dignità piena, senza quel ripristino che gli atti avevano promesso, affidato, computato, giustificato, discusso, condiviso.
E allora diciamolo senza zucchero: a Mirandola il 25 aprile non è stato tradito da un banchetto. È stato tradito dalla somma perfetta di piccole vigliaccherie amministrative, accomodamenti simbolici, silenzi comodi e indignazioni selettive.
Il banco dei vannacciani era indecente.
Ma un monumento alla Resistenza lasciato così, dopo determine e accordi, nel giorno in cui tutti fanno finta di inchinarsi ai Martiri, è peggio: è l’indecenza fatta monumento.
Perché il fascismo non torna sempre con gli stivali. A volte torna come nostalgia in gazebo. Ma la memoria muore anche senza stivali: muore per incuria, per rinvio, per cerimonie laterali, per percorsi secondari, per discorsi in biblioteca, per lettere mai rimesse, per colonnine mai viste, per presidenti indignati a metà e amministratori bravissimi a fare corone davanti ai monumenti che non hanno saputo neppure rimettere a posto.
E allora la prossima volta, prima del discorso, fate una cosa semplice.
Non provate il microfono.
Non sistemate la fascia.
Non allacciatevi il fazzoletto al collo.
Non cercate la frase solenne.
Andate al monumento. Guardate i buchi. Contate le lettere mancanti. Guardate quella colonnina rimasta sola come un fucilato legato al palo. Poi chiedetevi se avete ancora il diritto di chiamarla celebrazione.
Perché oggi, a Mirandola, il 25 aprile non è stato cancellato.
È stato umiliato con metodo.
Mercato al centro. Vannacciani nel flusso. Resistenza di lato. Discorsi in biblioteca. Monumento mutilato.
E tutti zitti, finché non parla il Fico.

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