
Non perché abbia paura per sé — la sua posizione, nel bene e nel male, è relativamente solida — ma perché stavolta la questione è più grande di qualunque schermaglia politica.
Un anno fa la Lety, a Roma, si dichiarava soddisfatta per la “risoluzione” della crisi Bellco.
Oggi, a distanza quasi esatta di dodici mesi, basta spostarsi di quattrocento metri, attraversare quella linea immaginaria che separa la grande Mirandola dalla più modesta Medolla, e la storia si ripresenta. Peggiore.
L’azienda è ancora più grande.
Ancora più numerose le famiglie coinvolte.
E temo — perché lo abbiamo già visto — che le maestranze più esperte saranno le prime invitate ad uscire, semplicemente perché costano di più.
Lo sappiamo: nelle crisi industriali la politica locale ha margini limitati.
Non decide i bilanci dei fondi internazionali, non controlla i gruppi multinazionali, non può impedire da sola le ristrutturazioni.
Ma proprio per questo la domanda diventa un’altra.
Davanti ai segnali ormai evidenti — fibrillazioni sempre più frequenti e sempre più violente del polo biomedicale — qual è la strategia di medio-lungo periodo?
Basteranno le aule di bioingegneria?
Basterà l’ITS?
Oppure dovremmo iniziare ad affrontare con più decisione i fattori territoriali che tengono o allontanano gli investimenti?
accesso alle reti di comunicazione realmente adeguate
costo dell’energia
infrastrutture logistiche
attrattività per lavoratori qualificati
Immagino, per esempio, una grande comunità energetica territoriale: non pensata come occasione finanziaria, ma come leva industriale — abbassare stabilmente il costo dell’energia per il polo biomedicale e renderne conveniente la permanenza.
Perché oggi molti di questi grandi attori economici sono qui, ma sempre meno legati qui.
E il problema vero non è la singola crisi aziendale.
È quando iniziano ad assomigliarsi tutte.
Allora non è più una vertenza.
Diventa una traiettoria.
E le traiettorie, se non cambiano da sole, vanno cambiate
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