Il pantano dell’ex Centro Anziani

L’ex centro anziani autogestito chiude nel 2017.

Non per un improvviso cataclisma, ma per la classica morte amministrativa lenta: anni di piccole irregolarità sommate con cura, gestione sempre più distratta ed episodi via via meno difendibili. Sipario.

Poi resta il guscio.

Vuoto, ma solo sulla carta.

Si tentano un paio di aste per la vendita.

Vanno deserte.

I costruttori leggono le carte, stimano costi e incognite, e applicano la più antica delle politiche edilizie: il passo indietro prudente.

Passano gli anni.

Sette, otto, nove.

Nel frattempo succede esattamente ciò che succede ovunque, da sempre: il vuoto non rimane vuoto. Viene occupato dal tempo prima ancora che dalle persone. Intonaci che cedono, serramenti che spariscono, rifiuti che si accumulano, finestre rotte.

E qui entra in scena la famosa teoria delle finestre rotte: quando un luogo appare abbandonato, comunica che non appartiene più a nessuno. E allora ogni comportamento diventa possibile, perché l’ordine non è più percepito come esistente.

Di solito questa teoria si usa per giustificare interventi repressivi rapidi.

Qui invece abbiamo fatto l’esperimento opposto: nove anni di incubazione controllata del degrado.

Alla fine dentro ci si stabiliscono due disperati. Non un’organizzazione criminale, non un racket: due persone dentro un edificio fatiscente, senza utenze, in mezzo a ciò che l’abbandono aveva già prodotto.

A quel punto l’apparato si attiva:

unità cinofila, sgombero, DASPO urbani, ordine ristabilito.

Applausi social, cuoricini blu.

Il degrado è stato ufficialmente rimosso… dall’unica parte ancora viva del problema.

Perché il punto non è lo sgombero — inevitabile prima o poi — ma la dinamica che lo ha reso inevitabile.

La teoria delle finestre rotte dice che il degrado genera altro degrado.

Qui la prima finestra rotta non è stata il gesto di qualcuno: è stata la scelta di lasciare un immobile pubblico marcire per quasi un decennio.

Ed è questo l’aspetto più notevole:

non il cittadino che approfitta dell’abbandono, ma l’ente che lo produce.

Il Comune, di fatto, diventa il promotore originario della dinamica che poi reprime.

Prima crea il vuoto urbano.

Poi interviene per ristabilire l’ordine nel vuoto che ha creato.

E quindi la domanda finale non è morale ma amministrativa:

se tieni un edificio abbandonato per lustri, senza funzione, senza progetto e senza presidio…

stai combattendo il degrado

o lo stai coltivando in attesa che qualcuno lo abiti?

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