Categoria: Commedia Mirandolese

Ida Wells

  • Commedia Mirandolese

    Canto II Visioni in Via Giolitti

    Argomento
    Fico teme la discesa nell’inferno amministrativo.
    Virgilio lo rassicura: tre donne l’hanno chiamato a questo viaggio.
    Una insegna sotto il tetto che piove, una stampa le verità sbagliate, l’ultima conosce le fondamenta che non ci sono.

    Il viaggio ha inizio.

    I. Il dubbio del Fico

    Già il neon tremava sopra il corridoio
    dove s’attende invano un’ora d’udienza,
    e il badge non dava più segno d’appoggio.

    Io, Fico, tremavo al pensier d’infangarmi
    tra determine sciolte e delibere scordate,
    e dissi a Virgilio, che sempre m’era d’ombra:

    “Ma se scendo là sotto, chi mi raccoglie?
    Qua non c’è Caronte, ma un tecnico col tablet
    che finge di sapere cos’è un CUP.

    Son forse io chiamato a cotanta fatica?
    Non fu già bastanza il taglio dei platani?
    Non bastò l’equivico segui del comando?”

    II. Virgilio risponde

    Virgilio allor si volse
    e con tono da URP rispose:
    “O Fico, perché in te si desta la paura,

    se già conosci l’odore del PEG?
    Tre donne ti invocarono con fronda e voce,
    ciascuna stretta dentro il proprio girone civile,

    e tutte dissero: ‘Sol lui può raccontare’.
    Vieni e ascolta, ché il tempo urge,
    e il cronoprogramma langue già in variante.”

    III. Beatrice – La Maestra gocciolante

    La prima fu Beatrice, dallo sguardo stanco
    e il grembiule intriso di muffa e d’umidore.
    “Insegno Dante sotto un tetto che cede,”

    disse, tenendo un secchio come compagno.
    “Le classi son fredde, la luce è sfarfallio,
    ma l’assessore ha detto: ‘è solo condensa educativa’.

    Dovevamo tornare alla Dante, e invece
    siam rimasti in esilio,
    come Ulisse coi bimbi.

    Va’, Fico.
    E scrivi ciò che noi
    possiamo solo piangere.”

    IV. Lucia – La Segretaria che Spiffera

    Venne poi Lucia, con le dita annerite
    dai toner esausti
    della stampante centrale.

    “Lavoro in segreteria,
    Comune di Mirandola.
    Conosco i faldoni più vecchi del sindaco.

    Io so dove stanno gli atti mai pubblicati,
    e quando serve,
    li lascio cadere nel posto giusto.

    Ho visto determine che non dovevano esistere,
    e progetti firmati
    prima ancora di nascere.

    Ma la verità, Fico, si sussurra soltanto
    tra una proroga
    e un rimborso chilometrico.

    Scendi. Non per me.
    Ma per chi timbra
    anche il silenzio.”

    V. Maria – La Profetessa dell’Ufficio Tecnico

    L’ultima fu Maria, curva su una tavola sbagliata
    dove il Nord
    era girato verso il delirio.

    “Ho vissuto nell’Ufficio Tecnico
    e ne sono uscita solo
    perché è crollato il controsoffitto.

    Ho visto varianti generate dal nulla,
    computi metrici
    smentiti dalla pianta,

    e fondazioni…
    senza fondamenti.
    Ogni errore è stato chiamato ‘adeguamento’,

    ogni ritardo:
    ‘frutto d’interazione
    tra enti’.

    Fico, chi entra là sotto
    ne esce o maturo
    o triturato.

    Ma solo chi racconta
    potrà far vergognare
    i committenti.”

    E poi svanì,
    inghiottita dal render
    di una rotatoria.

    VI. Ritorno della linfa

    Così parlò Virgilio,
    e io, fico smarrito,
    sentii la linfa scorrere più forte,

    come se un impiegato
    avesse acceso
    la trasparenza.

    “Va’, dunque,” disse lui.
    “È tempo d’entrare.
    Ricorda: la verità

    non ha bisogno
    d’accredito stampa.”
    E mi mossi.

    Un passo dopo l’altro,
    verso l’albo dei dannati,
    dove ogni bando ha la scadenza già scaduta.

  • Commedia Mirandolese

    Canto I – Nel mezzo del cammin di via Fulvia

    Nel mezzo del cammin di via Fulvia
    mi ritrovai in una farsa oscura,
    ché il senso civico s’era fatto bulimia.

    Ah, dir com’era è impresa un po’ matura:
    tra PEC sparite e determine scadute,
    parea d’entrare in un’oscura procura.

    Non era selva, no, ma bacheche mute
    di atti negletti e delibere farlocche,
    dove l’illecito e il lecito fan salti a fune.

    Là, dove un tempo v’era una scuola,
    ora si spianan fondamenta incerte
    e i solai crollan per una svista sola.

    Io, cittadin dal sarcasmo per fede,
    con una tastiera al posto del pugnale,
    non sapevo se ridere o dar denunzie serie.

    Quand’ecco, tra le nebbie del parere,
    m’apparve l’Alighieri in piena scocciatura:
    “Questo è l’Inferno, mica un piano pluriennale.”

    “E tu chi sei?” chiesi, già sfiduciato.
    “Son Dante, ma mi chiedo spesso il perché:
    scrissi l’originale, ma qui è molto più spietato.”

    E accanto a lui — tra faldoni e lamentele —
    un tipo arcigno con cartelle in mano:
    “Virgilio son, revisore d’altre fedi e pene.”

    “Tu sei quel Fico che infesta la città?”
    “Così mi chiamano,” risposi con fierezza,
    “e se non altro, io pago l’IMU in puntualità.”

    “Ben venga,” disse Dante, “che a questo punto
    t’accolli il viaggio tra giunte e fondazioni,
    ché qua la dannazione è a bilancio già da un anno e mezzo.”

    E ci incamminammo verso un largo fossato,
    dove l’aria puzzava di iter sospesi
    e ogni passo sprofondava nel passato.

    Un’acqua ferma, grigia come i mesi
    che attendon l’avvio di un cantiere pubblico,
    ci separava dai peggiori casi accesi.

    Sull’altra riva, l’eco d’un urlo cubico
    e un ghigno storto sopra un barcone unto
    che parea uscito da un consorzio ambiguo.

    Un vecchio traghettatore senza punto
    ci fece cenno con la lista in mano:
    “Se non c’è protocollo, restate a monte del giunto.”

    Aveva il volto stanco e padronale,
    la voce greve da protocollo fermo:
    “Mi chiamo Caronte, custode comunale.”

    E quando scorse me tra i dannati,
    piegò la lista e con sdegno palese
    gridò parole ai vivi mai registrati:

    “Chi sei tu, vivo, che ti spingi a verso
    il fondo dove stan gli amministrati,
    e ancor non porti timbro né permesso?”

    “Torna tra i vivi, e i loro bilanci sfatti!
    Questo è l’Inferno degli eterni rinvii:
    qui non si entra con sarcasmi e fatti.”

    Io stavo per parlar, ma il ciel tremò,
    ché Dante alzò la voce senza tema:
    “Lascia passare: così si vuol lassù. Lo so.”

    “Questi è il Fico, scriba e testimone estremo,
    venuto a scriver ciò che non si dice
    e a mostrar la farsa che si chiama ‘schema’.”

    Caronte digrignò, ma accettò la croce:
    ci caricò sul barcone
    e partì lento, maledicendo a voce.

    Attraversammo il fiume del rinviare,
    dove scorrono lente le motivazioni
    e affondano i bandi senza salutare.

    E mentre il remo scivolava stanco
    su fogli timbrati e varianti smarrite,
    sentivo l’odore d’appalto mai franco.

    Giunti sull’altra sponda, vidi una scritta:
    “Qui dentro stanno gli eterni in attesa,
    che cambi la norma o arrivi ditta.”