Canto I – Nel mezzo del cammin di via Fulvia

Nel mezzo del cammin di via Fulvia
mi ritrovai in una farsa oscura,
ché il senso civico s’era fatto bulimia.
Ah, dir com’era è impresa un po’ matura:
tra PEC sparite e determine scadute,
parea d’entrare in un’oscura procura.
Non era selva, no, ma bacheche mute
di atti negletti e delibere farlocche,
dove l’illecito e il lecito fan salti a fune.
Là, dove un tempo v’era una scuola,
ora si spianan fondamenta incerte
e i solai crollan per una svista sola.
Io, cittadin dal sarcasmo per fede,
con una tastiera al posto del pugnale,
non sapevo se ridere o dar denunzie serie.
Quand’ecco, tra le nebbie del parere,
m’apparve l’Alighieri in piena scocciatura:
“Questo è l’Inferno, mica un piano pluriennale.”
“E tu chi sei?” chiesi, già sfiduciato.
“Son Dante, ma mi chiedo spesso il perché:
scrissi l’originale, ma qui è molto più spietato.”
E accanto a lui — tra faldoni e lamentele —
un tipo arcigno con cartelle in mano:
“Virgilio son, revisore d’altre fedi e pene.”
“Tu sei quel Fico che infesta la città?”
“Così mi chiamano,” risposi con fierezza,
“e se non altro, io pago l’IMU in puntualità.”
“Ben venga,” disse Dante, “che a questo punto
t’accolli il viaggio tra giunte e fondazioni,
ché qua la dannazione è a bilancio già da un anno e mezzo.”
E ci incamminammo verso un largo fossato,
dove l’aria puzzava di iter sospesi
e ogni passo sprofondava nel passato.
Un’acqua ferma, grigia come i mesi
che attendon l’avvio di un cantiere pubblico,
ci separava dai peggiori casi accesi.
Sull’altra riva, l’eco d’un urlo cubico
e un ghigno storto sopra un barcone unto
che parea uscito da un consorzio ambiguo.
Un vecchio traghettatore senza punto
ci fece cenno con la lista in mano:
“Se non c’è protocollo, restate a monte del giunto.”
Aveva il volto stanco e padronale,
la voce greve da protocollo fermo:
“Mi chiamo Caronte, custode comunale.”
E quando scorse me tra i dannati,
piegò la lista e con sdegno palese
gridò parole ai vivi mai registrati:
“Chi sei tu, vivo, che ti spingi a verso
il fondo dove stan gli amministrati,
e ancor non porti timbro né permesso?”
“Torna tra i vivi, e i loro bilanci sfatti!
Questo è l’Inferno degli eterni rinvii:
qui non si entra con sarcasmi e fatti.”
Io stavo per parlar, ma il ciel tremò,
ché Dante alzò la voce senza tema:
“Lascia passare: così si vuol lassù. Lo so.”
“Questi è il Fico, scriba e testimone estremo,
venuto a scriver ciò che non si dice
e a mostrar la farsa che si chiama ‘schema’.”
Caronte digrignò, ma accettò la croce:
ci caricò sul barcone
e partì lento, maledicendo a voce.
Attraversammo il fiume del rinviare,
dove scorrono lente le motivazioni
e affondano i bandi senza salutare.
E mentre il remo scivolava stanco
su fogli timbrati e varianti smarrite,
sentivo l’odore d’appalto mai franco.
Giunti sull’altra sponda, vidi una scritta:
“Qui dentro stanno gli eterni in attesa,
che cambi la norma o arrivi ditta.”

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